#1 giorno a Ungheria-Italia, quarti di finale ai Mondiali femminili di pallanuoto
► GREGORIO PALTRINIERI e Ginevra Taddeucci hanno vinto una seconda medaglia d’argento ai Mondiali di nuoto in acque libere, secondo posto anche nella 5 km dopo quelli nella 10 km. Anche gli ori sono andati alle stesse persone: il tedesco Florian Wellbeck e l’australiana Moesha Johnson. Paltrinieri ha nuotato con una microfrattura a un dito, un infortunio che lo terrà fuori dalle gare in piscina.
◇ La Nazionale femminile di pallanuoto si è qualificata per i quarti di finale dei Mondiali battendo per 13-11 la Cina. Storica qualificazione per il Giappone, mai arrivato fra le prime otto al mondo: battuta la Gran Bretagna.
◇ Compravendita. L’Inter ha offerto 40 milioni all’Atalanta per farsi dare Lookman ma da Bergamo ne chiedono 50. Il Galatasaray pare aver accettato le condizioni poste dal Napoli per mollargli Osimhen: 75 milioni e per due anni divieto di cessione a una squadra italiana. Dopo aver chiuso con Lang e Lucca, oggi arriva Beukema. La Juve tenta per Frattesi, accelera per Sancho e pensa a Kessié.
◇ Tadej Pogacar ha vinto in solitudine la prima tappa del Tour de France sui Pirenei. Ha dato 2:10 a Vingegaard e ora lo tiene a 3.31 di distacco in classifica generale. Evenepoel ha preso 3 minuti e passa. Oggi la cronoscalata di Peyragudes.
◇ La MotoGP riabbraccia Jorge Martin, il campione del mondo in carica. Sarà in gara a Brno e ieri ha detto di aver superato le frizioni con l’Aprilia. Resta sulla stessa moto anche nel 2026. Cioè. Magari gliela cambiano, gliene daranno un’altra, una nuova, ma sempre un’Aprilia.
◇ Colpo di scena nell’atletica. La kenyana Ruth Chepngetich, primatista del mondo della maratona, è stata sospesa in via cautelare per la positività all’idroclorotiazide, un diuretico, una sostanza che può agire da schermo per sostanze vietate. Il sito specializzato Let’s Run si chiede se adesso il parlamento kenyano si scuserà con loro, dopo che i deputati avevano chiesto ai giornalisti di scusarsi per una domanda fatta alla maratoneta sulle molte positività tra atlete e atleti del suo paese. La concentrazione di sostanza nelle urine di Chepngetich è di 3800 ng/ml rispetto ai 2 ng/ml previsti come soglia. Rischia 2 anni di squalifica. In un altro articolo più lungo e più dettagliato Let’s Run sottolinea che l’agente di Chepngetich è Federico Rosa, “rappresentante anche di due delle più note imbroglione nella maratona di sempre, Rita Jeptoo e Jemima Sumgong”. Runner’s World aveva scritto che la corsa da primato del mondo della kenyana era “troppo bella per essere vera”
Un uomo solo al comando della corsa
Il Tour è piegato, il ciclismo è piegato. Solo tre anni fa potevamo ancora assistere a un Mondiale dove andasse in scena un cinquello, un pentello dentro un nuovo El Dorado con il buono [Van Aert], il brutto [Alaphilippe], il cattivo [Pogačar], il bello [Van der Poel] e il bambino [Evenepoel]. Che cattivo sarebbe, Tadej, se non avesse progressivamente sottomesso il resto. Vinceva quando poteva, adesso vince quando vuole. Non esiste quasi più nessun terreno dove non possa arrivare primo. Non conosce un solo modo per farlo. Gli anni 2023-2024 sono stati quella della Collezione Stupore: partenza 80-100 km prima del traguardo e io mi avvio, ci vediamo là. Il 2025 di Pogačar sta mostrando la Collezione Normalità: se si arriva sul muro di Huy scatta sul muro di Huy, se si arriva all’Hautacam scatta all’Hautacam.
Ieri ha atteso gli ultimi 11 km e 100 metri per andarsene da solo, abbastanza in linea con il suo comportamento al Tour de France, dove mai ha fatto il matto perché le corse di tre settimane non sono corse di un giorno. La sua vittoria più strabiliante è quella dell’anno scorso a Valloire, quando i km in solitudine furono 19 e 300 metri. Per il resto ci sono sei sprint con un piccolo gruppo, tre sprint in coppia, tre cronometro, otto arrivi in solitudine di cui sei con meno di 6 km di fuga. Le vittorie in carriera sono salite a 102: posizione numero #24 nella classifica di tutti i tempi guidata da Eddy Merckx [279]. È salito sui Pirenei alla fine di una tappa corsa a 41 km e mezzo orari, non è poco, ma per un percorso da 3.500 metri di dislivello non è neppure una delle migliori-sette prestazioni viste al Tour. Anzi, il ciclismo dell’El Dorado ha piazzato medie esorbitanti in salita solo una volta, l’anno scorso a Le Lioran, tutte le altre prestazioni sono concentrate fra 1995 e 2017. Il distacco di 2 minuti e 10 a Jonas Vingegaard è il terzo più alto che Pogačar abbia mai inflitto a un avversario dopo i 3.16 del Lombardia e i 2:44 delle Strade Bianche 2024. È la quinta volta che in carriera un secondo classificato non arriva entro 1 minuto e 40, la prima e unica fuori dal 2024. Con la sensazione che stavolta sia avvenuto per una buona quota di collasso altrui. È la 21esima volta che lui e Vingegaard fanno primo e secondo, con Vingegaard secondo. La notizia casomai è che c’è un terzo nome uguale, sempre con maggiore frequenza, alle loro spalle: il tedesco Florian Lipowitz – per tre volte dietro Tadej e Jonas pure al Giro del Delfinato.
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16 MARZO 2025
L’immaginifico Alexandre Roos dice che dopo una prima settimana alla ricerca di indizi su per le colline siamo tornati alla realtà, “all’evidenza che le grandi salite del Tour de France rimangono giudici di pace, le regine della corsa: vista la differenza abissale tra Tadej Pogačar e Jonas Vingegaard, tra Tadej Pogačar e gli altri, è stata un’ottima idea affrontare l’alta montagna solo al dodicesimo giorno di gara. È stato un ritorno al punto di partenza, al Giro del Delfino, un ritorno all’anno scorso, alla stessa canzone che suona da due anni a questa parte”.
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I temi del giorno
Il pit-stop di Ons Jabeur, stanca di velocità
Il tennis di Ons Jabeur aveva il sorriso stampato sopra la racchetta. “Le piace esplorare la gamma di colpi possibili in una maniera che ricorda Roger Federer” scrisse una volta di lei il New York Times, mentre il Wall Street Journal parlava di un gioco fatto di “raffinatezza e inventiva”, di un “gioco vintage e non ortodosso che si rivela molto adatto all’erba”.
In effetti Ons Jabeur venuta da Ksar Hellal, la porzione orientale della Tunisia, sull’erba di Wimbledon s’è mossa da regina per un paio d’anni, una regina senza corona, finalista nel 2022 e nel 2023, due volte battuta all’ultima partita. In finale era stata sconfitta pure a NY. Lei si descriveva come una donna impaziente, gelosa da ragazzina delle tenniste della sua età che riuscivano a far le cose meglio di lei. Ma quando fu lei a rendere popolare il tennis in Tunisia, nel paese le diedero il soprannome di “ministra della felicità”. Le smorzate, i rovesci tagliati, le volée. Un tennis divertente che divertiva lei per prima, con la consapevolezza di essere privilegiata. «Non giudico le altre tenniste – diceva – perché è uno sport frustrante».
Solo che Ons Jabeur a un certo punto ha smesso di divertirsi, ha smesso di divertire e così ha smesso pure di vincere. Ma ha iniziato a giudicare sé stessa, a sentirsi fuori posto, distante, sbeccata come quella tazzina di Nanni Moretti in quel film. Ieri l’ha ammesso davanti al mondo, spiegando che si prende una pausa per mettersi in cammino, per mettersi a cercare dov’è finita quella donna, dov’è che si è cacciata la ministra della felicità.
Quando giocò la prima finale a Wimbledon, Venus Williams le disse «vedrai adesso, vedrai che dopo di te un sacco di ragazze arabe si avvicineranno al tennis». Com’era accaduto nella comunità afro-americana dopo le sorelle Williams. Ma le storie di emancipazione sono prima di tutto storie personali, come aveva gridato dai Mondiali di atletica di Goteborg 1995 Hassiba Boulmerka, primo oro femminile africano della storia. Aveva detto «basta, non ne posso più, sono africana, sono algerina, sono musulmana, e sono una donna. Allora? Ci avete campato troppo con questa storia della liberazione femminile».
Lo disse a Emanuela Audisio che la intervistava per Repubblica. «Voglio vincere solo per me. Non dividere più niente con nessuno. Voglio liberarmi davvero, anche dai luoghi comuni».
Emanuela Audisio scrisse che “Anna Magnani gridava con le mani”, mentre nell’urlo di Boulmerka – fu quasi una crisi isterica appena tagliato il traguardo – c’era “la rabbia di chi la vita l’ha presa sempre in salita, il tormento di un paese che è riuscito a essere libero, ma non in pace”.
Forse sulle spalle di Ons Jabeur il peso di essere una donna-paese all’improvviso è diventato insostenibile, ma alla fine noi che ne sappiamo, più di avanzare ipotesi in bella scrittura non sappiamo fare. Le vite sono battaglie che ciascuno conduce nel segreto delle proprie stanze, finanche quando quelle stanze sono bene arredate, quando ci sembrano al riparo da ogni fatica.
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Le analisi
A che punto siamo con il calcio in Italia per le donne
Forse c’entrano qualcosa i tre anni di professionismo o forse non c’entrano niente, forse è la fioritura di una vecchia semina o forse il merito della cura nuova di un nuovo cittì, ma il calcio femminile italiano è arrivato alla prima semifinale europea in un torneo a 16 squadre proprio adesso, quando le calciatrici tesserate sono raddoppiate rispetto a sei anni fa e quando le tesserate tra i 10 e i 15 anni sono cresciute del 105%.
Nella prima stagione dopo il lock-down, le bambine e le ragazzine italiane uscirono di casa affamate di pallone. Ci furono 11.278 nuove richieste di affiliazione. Vai a capire certi misteri. Il report Game on presentato nello scorso maggio è la fotografia di un movimento da 45.785 tesserate [2023-24] pronto a tagliare presto il traguardo delle 50.000. L’Italia è al sesto posto mondiale per incremento di praticanti fra 2019 e 2023, al 14esimo per numero assoluto di tesserate. L’estate di Cantore e Girelli è anche la prima in cui si sono qualificate per la fase finale dei loro tornei la Under-17 e la Under-19. I profili social delle azzurre hanno raddoppiato il numero di followers negli ultimi sei anni, dal primo Mondiale con Milena Bertolini a questa svolta arrivata con Andrea Soncin: la tecnica messa davanti a ogni cosa, brillantezza, cambi di gioco da una parte all’altra del campo.
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Oggi
I caddy all’Open di golf
Se cambiano i riti di Wimbledon, possono mutare anche quelli dell’Open di golf, esatto, quello là, il torneo che i britannici non vogliono sentir chiamare British Open. Se spariscono i giudici di linea, possono essere cancellati pure gli acconcia-green.
Per anni l’Open è stato il solo grande appuntamento nel quale i caddy erano esentati dal lavoro di manutenzione del bunker. Il compito era affidato a una squadra di volontari selezionati direttamente dalla British and International Golf Greenkeepers Association (BIGGA). Una tradizione che i caddy vivevano con leggerezza, un sollievo, anche perché questa piccola folla di operai giardinieri era addestrata a fare quel tipo di lavoro come una vera e propria forma d’arte. I rastrellatori volontari erano per la maggior parte sovrintendenti dei campi del Regno Unito, regolarmente a lezione da Conor Finlay, il responsabile delle regole del R&A, e da Gary Ross, vice direttore del campo di Troon.
Se ne parla al passato perché la pacchia è finita, amici portabastoni. Il bunker ve lo aggiustate voi. Il R&A ha cambiato rotta e ha restituito il compito alla categoria. Il nuovo direttore Mark Darbon non ha voluto fornire troppi dettagli. Ha solo parlato di un cambiamento positivo. Jim Croxton, amministratore delegato di BIGGA, si è mostrato più disponibile e alla rivista Golf ha detto che con l’aumento dei team di greenkeeping in loco e con la crescita del supporto agronomico, la necessità di avere un team di supporto aggiuntivo è diminuita. Croxton si è fatto sfuggire che la decisione potrebbe essere anche motivata dal desiderio dell’R&A di ridurre il numero di persone dentro le corde, per migliorare l’esperienza degli spettatori e della TV.
Per quanto Croxton ricordi, l’ultimo Open in cui i caddy erano stati incaricati di fare tutto da soli risale a quarant’anni fa, l’edizione del 1985 tenuta al Royal St. George’s. Su Twitter o come diavolo si chiama stamattina, l’otto volte vincitore del PGA Tour Billy Horschel ha definito l’assenza degli spazza bunker una vera delusione. «È una decisione davvero strana. So che i caddy li adoravano». E ti credo.
Guida allo sport in tv di oggi
Rachele Mori agli Europei Under-23 di atletica leggera
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