Un uomo solo al comando della corsa
Il Tour è piegato, il ciclismo è piegato. Solo tre anni fa potevamo ancora assistere a un Mondiale dove andasse in scena un cinquello, un pentello dentro un nuovo El Dorado con il buono [Van Aert], il brutto [Alaphilippe], il cattivo [Pogačar], il bello [Van der Poel] e il bambino [Evenepoel]. Che cattivo sarebbe, Tadej, se non avesse progressivamente sottomesso il resto. Vinceva quando poteva, adesso vince quando vuole. Non esiste quasi più nessun terreno dove non possa arrivare primo. Non conosce un solo modo per farlo. Gli anni 2023-2024 sono stati quella della Collezione Stupore: partenza 80-100 km prima del traguardo e io mi avvio, ci vediamo là. Il 2025 di Pogačar sta mostrando la Collezione Normalità: se si arriva sul muro di Huy scatta sul muro di Huy, se si arriva all’Hautacam scatta all’Hautacam.
Ieri ha atteso gli ultimi 11 km e 100 metri per andarsene da solo, abbastanza in linea con il suo comportamento al Tour de France, dove mai ha fatto il matto perché le corse di tre settimane non sono corse di un giorno. La sua vittoria più strabiliante è quella dell’anno scorso a Valloire, quando i km in solitudine furono 19 e 300 metri. Per il resto ci sono sei sprint con un piccolo gruppo, tre sprint in coppia, tre cronometro, otto arrivi in solitudine di cui sei con meno di 6 km di fuga. Le vittorie in carriera sono salite a 102: posizione numero #24 nella classifica di tutti i tempi guidata da Eddy Merckx [279]. È salito sui Pirenei alla fine di una tappa corsa a 41 km e mezzo orari, non è poco, ma per un percorso da 3.500 metri di dislivello non è neppure una delle migliori-sette prestazioni viste al Tour. Anzi, il ciclismo dell’El Dorado ha piazzato medie esorbitanti in salita solo una volta, l’anno scorso a Le Lioran, tutte le altre prestazioni sono concentrate fra 1995 e 2017. Il distacco di 2 minuti e 10 a Jonas Vingegaard è il terzo più alto che Pogačar abbia mai inflitto a un avversario dopo i 3.16 del Lombardia e i 2:44 delle Strade Bianche 2024. È la quinta volta che in carriera un secondo classificato non arriva entro 1 minuto e 40, la prima e unica fuori dal 2024. Con la sensazione che stavolta sia avvenuto per una buona quota di collasso altrui. È la 21esima volta che lui e Vingegaard fanno primo e secondo, con Vingegaard secondo. La notizia casomai è che c’è un terzo nome uguale, sempre con maggiore frequenza, alle loro spalle: il tedesco Florian Lipowitz – per tre volte dietro Tadej e Jonas pure al Giro del Delfinato.
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16 MARZO 2025
L’immaginifico Alexandre Roos dice che dopo una prima settimana alla ricerca di indizi su per le colline siamo tornati alla realtà, “all’evidenza che le grandi salite del Tour de France rimangono giudici di pace, le regine della corsa: vista la differenza abissale tra Tadej Pogačar e Jonas Vingegaard, tra Tadej Pogačar e gli altri, è stata un’ottima idea affrontare l’alta montagna solo al dodicesimo giorno di gara. È stato un ritorno al punto di partenza, al Giro del Delfino, un ritorno all’anno scorso, alla stessa canzone che suona da due anni a questa parte”.
A Roos stamattina pare che Tadej Pogačar non abbia più rivali, “a parte Mathieu Van der Poel, ma quello è un altro mondo”, il mondo delle corse in linea. Vingegaard, scrive, “respirava come un pesce fuor d’acqua mentre Pogačar lo apriva chirurgicamente. Amen, viene da scrivere. Tadej Pogačar è invulnerabile; nemmeno la caduta del giorno prima nei pressi di Tolosa lo ha turbato. Sta uccidendo la concorrenza e la nostra fantasia, perché non riusciamo più nemmeno a immaginare uno scenario in cui non arriva primo. Abbiamo raccontato il Tour 2024 come la nuova tappa di un duello, ma era un miraggio, perché stava segnando l’inizio di una nuova era. Dalla stagione 2023 e dalla sua sconfitta al Tour, Tadej Pogačar segue una curva di progressione costante, più netta l’anno scorso, più potente quest’anno. Sta cercando di relegare le sue sconfitte nel passato, sovrapponendo una nuova narrazione sui luoghi delle sue battute d’arresto”.
A giugno al Combloux nel Delfinato, ieri a Hautacam: il luogo dove nel 2022 si era fatto arrostire dal lavoro della premiata coppia Vingegaard & van Aert.
“Con un tale abisso e una tale supremazia – dice Roos – la questione della sua vittoria a Parigi non si pone più e ora possiamo giocare a indovinare quante altre tappe vincerà in questa edizione, da tre a cinque probabilmente. Dovrebbe essere imbattibile oggi nella cronometro di Peyragudes, dove non ci sarà nemmeno Tobias Johannessen, e non lo vediamo certo resistere al richiamo della storia di vincere in giallo in cima al Mont Ventoux né a quello di cancellare l’affronto del Col de la Loze. Soprattutto, ci chiediamo quanto ulteriormente estenderà il suo vantaggio, ed è qui che entra in gioco Jonas Vingegaard”.
E qui – come per il discorso sul distacco di ieri – molto dipenderà pure da Vingegaard. Non è in condizione, ripetono i cantori intorno al Tour, o forse è semplicemente la sua condizione attuale, il suo massimo livello dentro questo videogame. Non vale neppure la pena fare il processo ai calabroni suoi compagni di squadra. Si sono messi a fare il ritmo alto sulla salita e si sono dati la zappa sui piedi mettendo fuori gioco Matteo Jorgenson [dieci minuti di ritardo], prosciugando il bellissimo Sepp Kuss e Simon Yates assai presto. Ma quando c’era da scattare, è scattato l’altro, Tadej Pogačar, al quale i calabroni – ha scritto Carlos Arribas su El Pais – non hanno fatto neppure il solletico sui Pirenei, “così verdi, di un verde assurdo, tra i vapori del caldo torrido di luglio: un blues di Billie Holiday, dolorosi, belli, sensuali, quasi erogeni”.
Pogačar gli è parso “quasi King Kong in cima all’Empire State Building, quando sfida le squadre dell’aviazione” incapaci di infastidirlo. “L’epopea – dice Arribas – è incorniciata da un metronomo, come i grandi poemi endecasillabici. La salita di Hautacam, come direbbe il romanziere western, è fatta per uomini soli. Il Tour è fatto per un uomo solo”.