La prima maglia iridata dell’El Dorado

In bicicletta vo’ meglio

Margherita Hack

 

▻  Il ciclismo dei Classici viveva di dualismi. Coppi e Bartali, Anquetil e Poulidor, Merckx e Gimondi. Ora non basterebbe Sergio Leone col suo triello, sulla scena di Wollongong. Al buono, il brutto e il cattivo, bisognerebbe aggiungere – che so – il bello e il bambino. Il primo Mondiale nell’età dell’El Dorado offre il cinquello, il pentello, come si chiamerà mai, questa sfida a cinque, inedita. In rigoroso ordine alfabetico: monsieur Alaphilippe campione in carica due volte, Evenepoel signore della Vuelta, Pogacar due volte in giallo a Parigi, i tuttocampisti van Aert e van der Poel, due tipi da strada e da ciclocross, avversari da bambini, uno primo a Sanremo 2020 e l’altro due volte al Fiandre, nipote di nonno Poulidor. Non c’è mai stata una corsa nel 2022 in cui siano stati tutti insieme al via. Anche escludendo il giovane Evenepoel, nessuna con gli altri quattro. Mathieu van der Poel non era alle Strade Bianche, Van Aert ha perso il Giro delle Fiandre per la positività al Covid, Pogačar ha scelto di saltare la Liegi per il lutto nella famiglia della moglie, un infortunio ha frenato quasi l’intera stagione di Alaphilippe. 

L’ultima volta con tutti e cinque è stata al Mondiale di Lovanio un anno fa, ma non era la stessa cosa. Evenepoel faceva il gregario per van Aert, e fu una baraonda. Corse alla maniera in cui i belgi corrono ai Mondiali, pieni di faide interne, i fiamminghi contro i valloni, i clan trasversali, i patti, le alleanze, le inimicizie, De Vlaeminck che vuole fare le scarpe a Merckx, Freddy Maertens che si fa le volate sue, Museeuw contro Van Petegem, nessuno tira per Vandenbroucke, così finisce che vincono sempre meno di quanto dovrebbero. Due volte negli ultimi venticinque anni, con Tom Boonen nel 2005 e Philippe Gilbert nel 2012. Evenepoel si mise in testa, scappò, ufficialmente per costringere le altre Nazionali a spremersi nella rincorsa, in realtà sperando che nessuno lo prendesse, altro che van Aert. 

 

Un anno dopo, s’è conquistato le pari opportunità. È il capitano alla pari. Van Aert ha spoetizzato ogni tentativo di polemica, parlandone in pubblico e facendo ironia. «Siamo due leader, non come l’anno scorso, penso che la cosa ci renda più imprevedibili e che sia un grande vantaggio per la nostra squadra. Probabilmente molti credono ancora che non saremo amici, possiamo giovarcene». Così, alla domanda se fosse d’accordo, se poteva confermare che avrebbero lavorato insintonia, Evenepoel si è affrettato a pronunciare un fermo sì. È bastato a far sobbalzare Van Aert: «Remco, è come quando ti sposi in chiesa: devi dire per forza di sì». 

 

Evenepoel ha anche ragionato su quale possa essere una trama ideale: «Restare solo noi due all’ultimo giro!». Il vecchio duello. È una di quelle uscite che riportano alla mente un antico aneddoto raccontato da Vujadin Boskov, allenatore di un Napoli diventato povero in canna, in uscita dalla gloria maradoniana e diretto un po’ per volta verso il fallimento. Cedeva appena possibile i giocatori bravini, viveva di prestiti, cercava di scoprire improbabili talenti in giro per il mondo. Allora Boskov raccontò di un cameriere che al ristorante lo aveva avvicinato, per dirgli che ce l’aveva lui un nome da consigliare al Napoli. Glielo suggeriva all’orecchio: «Mistèr, ci dobbiamo comprare Batistuta». E alla scoperta dell’America, Vujadin aveva risposto: «Ecco, bravo».

Insieme voi due all’ultimo giro. Ecco, bravo. 

 

      Ai Mondiali di ciclismo si parte per prendere una maglia e alla fine ti rimane un bordino. La maglia è la cronaca, il bordino è la storia. La maglia iridata la metti per un anno e la restituisci, il bordino intorno alle maniche rimane per sempre. Un arcobaleno discreto, ma c’è. Ricorda chi sei stato per un giorno e come la gloria si incaponisca da secoli a baciare qualcuno per poi tradirlo. Mathieu van der Poel pensa che il tempo del bacio sia giunto, e che anzi debba sbrigarsi. «Sto invecchiando, le chance diminuiscono ogni anno  – ha detto a Het Nieuwsbald  – spero un giorno di diventare campione del mondo e di spuntare l’obiettivo dalla lista. È una gara molto difficile da vincere. Ho partecipato solo due volte, a Lovanio tornavo dall’infortunio alla schiena. Non è stato un fiasco, ma domenica spero di avvicinarmi di più». 

Alessandra Giardini su Bicisport dice che come al solito ha fatto di testa sua, nell’avvicinarsi al Mondiale. È stato l’ultimo dei grandi ad atterrare in Australia. Mercoledì ha corso la cronostaffetta mista e fra il gabbiano che ha attaccato Mollema e la caduta – con relativa frattura – per Annemiek Van Vleuten , non è andata come ci si poteva aspettare. Il suo arrivo al Mondiale non assomiglia a nessun altro, e non è la prima volta”. 

Quanto a Tadej Pogacar, il caso è buffo assai. Alla sua conferenza stampa era presente un solo giornalista, Luca Neri di Bicisport. Quando arriviamo all’albergo che ospita la nazionale slovena – ha scritto – non lo nascondiamo, lo stupore è notevole. Il vincitore di due Tour de France, di una Liegi-Bastogne-Liegi, di un Giro di Lombardia e di tanto, tantissimo altro parla alla stampa e nessuno è fisicamente presente all’incontro. Preso posto tra una selva di sedie vuote, riceviamo i complimenti e il ringraziamento sincero del presidente della Federazione slovena Pavel Mardonovic e del coach Uros Murn. Lui, Pogacar, ha detto: «Voglio il Mondiale, ma non lo cambierei con il Lombardia. Il Giro 2023? Non vengo…».

 

Fermi tutti. E Julian Alaphilippe che fa? 

Eh, che fa, che fa. 

Ha dietro di sé un Ct come Thomas Voeckler, che stamattina a L’Équipe dice di rifiutarsi di parlare di pressioni, ma aggiunge che il successo degli ultimi due anni, non gli dà il diritto di essere meno esigente. «Non voglio che iniziamo a pensare che non abbiamo niente da perdere perché abbiamo vinto le due volte precedenti». Al culmine di una stagione piena di infortuni per il campione del mondo uscente, lui si è cautelato portando Benoît Cosnefroy. La Francia ha un quartier generale in un campeggio sulla spiaggia. 

C’è un altro ex campione del mondo al via, Peter Sagan, tre maglie iridate di fila 2015-2017. Il ciclista con più partecipazioni è Yukiya Arashiro, giapponese, tredici volte al via, la prima nel 2007, sei ritiri, un nono posto nel 2010, proprio in Australia. È stato il primo nella storia del suo Paese a finire un Tour de France, tredici anni fa, insieme con Fumiyuki Beppu. È un tipo spiritoso. Tre anni fa si vantava di essere diventato anche il primo giapponese nella storia a essere compagno di stanza di una maglia gialla, Dylan Teuns.

Luke Durbridge invece è partito sei volte e non è arrivato mai. Il più giovane è il britannico Magnus Sheffield, 20 anni e 159 giorni, il più anziano è Muradjan Halmuratov, con 40 anni e 106 giorni. Il ciclista con più km nelle gambe è il norvegese Alexander Kristoff, ne ha corsi 14.253. Quello più fresco è Marc Oliver Pritzen, reduce solo dai 169 del campionato del Sudafrica. 

 

 FIGURINE I guastafeste e il Vaticano Di chi non bisogna fidarsi? Il primo nome è quello di Biniam Girmay, storica medaglia d’argento per l’Etiopia un anno fa tra gli Under 23 e primo alla Gand-Wevelgem in primavera. Ha vinto una tappa al Giro d’Italia, ma non ha più vinto da quando è rientrato dopo quello strano incidente, il tappo di prosecco nell’occhio. Non ha vinto, d’accordo, ma solo una volta è rimasto fuori dai primi sei nelle ultime cinque gare corse. Portarselo dietro al traguardo, non sarà una furbata. L’Australia punta su Michael Matthews e c’entra qualcosa pure con il debutto storico ai Mondiali del Vaticano, con la partecipazione del 40enne Rien Schuurhuis.

L’Osservatore Romano ha scritto: Le sue chances di vittoria, ridotte al lumicino, sono affidate principalmente a un attacco dai primissimi chilometri, la cosiddetta “fuga bidone“, ovvero un’iniziativa che spesso ha minime possibilità di andare a termine. Attenzione però: Schuurhuis è uno specialista delle corse a cronometro – ha partecipato più volte anche a prove in questa disciplina – e se guardiamo alle più recenti “fughe bidone”, come quella che è valsa l’oro olimpico a Tokyo all’austriaca Anna Kiesenhofer, anche lei specialista a cronometro e con un altro “day job” come ricercatrice in matematica, le possibilità sembrano persino un po’ più concrete

 

Lui, al giornale del Vaticano, ha raccontato così la sua storia.

«Con la mia famiglia vivo nel centro storico di Roma e, ogni volta, il mio allenamento inizia con un riscaldamento su una delle strade più trafficate: il Lungotevere. Devo riconoscere che è uno dei tratti più divertenti del mio allenamento, anche per i riflessi da mettere in campo in mezzo al traffico. Poi, uscito da Roma, pedalo intorno al lago di Bracciano e al lago di Albano. Inoltre accompagno regolarmente i miei due figli a fare un giro in bicicletta sulle strade acciottolate del centro. Tra pedoni, auto e moto. È un ottimo sistema per insegnare loro la consapevolezza dello spazio e la gestione della bici. Del resto, da quando ho memoria – sono nato a Groningen, nei Paesi Bassi, il 12 agosto 1982 – il ciclismo ha sempre fatto parte della mia vita. Nella mia terra la bicicletta fa parte della vita quotidiana. Andavamo in bicicletta al lavoro, a scuola, a fare la spesa e in chiesa. La mia prima paghetta è stata spesa per una bicicletta. Non so esattamente quando sia nato l’amore per il ciclismo come sport, ma credo che sia sempre stato presente nel mio cuore. Facevo il tifo per lo spagnolo Miguel Indurain. Ammiravo molto la sua modestia e la sua umiltà dentro e fuori il ciclismo. È stato un’ispirazione per molti giovani ciclisti. All’opposto, la personalità vivace del mio «eroe d’infanzia» Mario Cipollini.  Nel 2009 mi sono trasferito in Australia con mia moglie e, da allora, abbiamo vissuto in India, nel Pacifico francese e ora in Italia. In ognuno di questi luoghi ho trovato amici e condiviso esperienze attraverso lo sport. L’Australia, ora la mia seconda casa, mi ha insegnato come lo sport possa unire. Metà della popolazione australiana è nata o ha un genitore nato all’estero, con un incredibile mix di culture e lingue. Lo sport crea legami che trascendono queste differenze. In India non dimenticherò mai di aver partecipato a una mezza maratona a Nuova Delhi accanto a una donna che correva a piedi nudi e, nel caldo torrido, con la testa coperta. Ci siamo scambiati un sorriso e qualche parola di sostegno. In Nuova Caledonia, nonostante non sapessi parlare francese, ho legato con diversi giovani ciclisti, alcuni dei quali erano indigeni Kanak. Poiché avevano poco sostegno e denaro a disposizione, è stato un vero privilegio poter allenare alcuni di loro e aiutarli a procurarsi biciclette e altri materiali per fare sport. Ho corso a piedi e in bici in tutta l’Asia e il Pacifico, in Malesia, Indonesia, Nuova Zelanda e Polinesia francese. Una delle esperienze più incredibili è stata una gara ciclistica sull’isola di Flores, in Indonesia. Siamo stati accolti in diversi monasteri che punteggiano l’isola mentre completavamo le tappe: un’esperienza spirituale che non dimenticherò mai.

 

 

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