#7 giorni al Giro delle Fiandre
Che cosa stanno leggendo in Europa
🟨 In Inghilterra: La FA Cup – In Spagna: La Liga con Madrid contro Barcellona, Barcellona contro Madrid, quella roba là – In Italia: La prima vittoria della Juventus di Tudor – In Francia. La crisi del Marsiglia
prima di tutto
Ci vuole un fisico da Fiandre
Flahute, così li chiamano questi omoni grandi e grossi che siedono in bicicletta e con le spalle larghe, le gambone grosse, tagliano l’aria, attraversano il vento, pestano i pedali sulle pietre e paiono del tutto insensibili alla pioggia che cade. Quando Philippe Bouvet de L’Équipe provò a dare vent’anni fa una definizione tecnica del prototipo, non riuscì a spingersi oltre «la evidente connotazione rozza e persino un po’ rustica» che si trattava di ciclisti con un bel culo. Nel senso proprio dei glutei, della consistenza pari a quella del pavé.
Martial Gayant era detto Flahute dal suo vecchio compagno di squadra Charly Mottet, invidioso perché quello in inverno poteva prendere anche 10 chili e non gliene importava niente. Secondo al Giro di Lombardia nel 1991, Gayant ha trascorso una stagione con la Lotto in Belgio nel 1992, imparando da vicino che cosa sono le corse in quel pezzo di Belgio che chiamiamo Fiandre.
Eppure, secondo Nico Mattan, non ci sono più i Flahute di una volta – e ci mancherebbe. Mattan ha vinto la Gand-Wevelgem vent’anni fa, oggi sul Kemmelberg celebra quel momento e ieri ha fatto 100 km rievocativi su una bici elettrica, solo che le gambe gli fanno ancora male e gli è parsa una scemenza. Mattan ritiene che les Flandrien non esistano più. L’ultimo potrebbe essere stato Tom Boonen, o forse forse Johan Museum. Wout Van Aert no, per favore, Wout van Aert non è un flahute. Certamente non ha quel culo – stavolta inteso come una buona ciorta.
Ecco, se fosse belga Mathieu Van der Poel sarebbe il flahute perfetto, sostiene L’Équipe che pure Mads Pedersen, vincitore della Gand-Wevelgem lo scorso anno, ci va molto vicino. Per essere flahute nelle Fiandre ci devi almeno vivere, devono piacerti i ciottoli e devi saper stare sotto la pioggia con la bocca aperta. Più o meno questo significa, secondo Mattan.
«Freddy Maertens era un vero fiammingo – dice – viveva vicino al mare e usciva in bicicletta per andare a prendere il vento».
Il ciclismo si è evoluto nell’equipaggiamento, negli pneumatici, nell’alimentazione. Per anni la federazione belga ha favorito i corridori dalla corporatura mastodontica nelle sue campagne di reclutamento. Anche i percorsi sono cambiati, i dislivelli sono cresciuti anche in una corsa come il Fiandre: dal 2012 con l’arrivo a Oudenaarde il gruppo deve superare il Vieux Kwaremont tre volte e il Paterberg due. La Gand-Wevelgem è stata a lungo un terreno di caccia per velocisti in filigrana, per i Guidone Bontempi [1984-1986] e i Mario Cipollini [1992-1993-2002], oggi è una corsa più simile a Fiandre e Roubaix, dove si vince “indipendentemente dal peso, dalla nazionalità o dalle durezza del sedere”.
I belgi ce l’hanno fatta una volta sola nelle ultime sette edizioni. Jasper Philipsen è il corridore al via dal ranking più alto [#4] ma è arrivato fra i primi-10 solo una volta in cinque partecipazioni. Sono quattro i vincitori del passato: Mads Pedersen [due volte], Biniam Girmay, John Degenkolb e Alexander Kristoff, due nomi che quasi vengono dalla preistoria, infatti sono due dei tre più anziani in gruppo oggi pomeriggio [36 e 37 anni]. Hanno un buon numero di piazzamenti fra i primi-10 anche Arnaud Démare e Matteo Trentin. Il più giovane alla partenza è Oscar Chamberlain, australiano di 20 anni e 74 giorni.
La Gand-Wevelgem su Slalom
La prima Africa che ha domato il Fiandre
2022 DI ALESSANDRA GIARDINI Sono partiti da Ypres, perché è vero che è la Gand-Wevelgem ma il ciclismo fa un po’ come gli pare. Sono partiti da Ypres, con un sole mai visto e la gente ad affollare i marciapiedi, le donne con le gambe bianchissime e nude, i bambini biondi con i sandali, e sembrava il Tour più che una classica del nord. Sono partiti da Ypres, e sono finiti dritti nella storia: Biniam Girmay Hailu è il primo corridore dell’Africa nera a vincere una classica | Leggi qui
Il ciclismo totale della Jumbo: un regalo per Laporte
2023 È così che lo chiama Richard Plugge, il boss della squadra olandese, i Calabroni della bicicletta per la loro maglia gialla e nere. Un dominio, scrive Gaetan Scherrer su l’Équipe, che tende a mettere l’antico dominio blu dei Quick-Step nei cassetti della memoria. È Plugge a fare un riferimento al calciatore Johan Cruyff e al suo Ajax anni 70, per dire che si sta ispirando alla vecchia Sky-Ineos durante l’estate e alla Quick-Step di primavera. Ispirarsi significa vincere come facevano loro: schiacciando tutti. | Leggi qui
Chiamatela Gang-Wevelgem: il gesto di van Aert non è piaciuto a tutti
2023 Vai tu, vai tu. Vinci, vinci. Bello, bravo, applausi. Quasi da tutti. Non da tutti. La Gand-Wevelgem regalata da Wout van Aert al compagno di squadra Laporte è diventata la Gang-Wevelgem per il dominio della Jumbo-Visma, e in Belgio c’è qualche critica. Da Eddy Merckx, innanzitutto. Non per caso detto il Cannibale. | Leggi qui
I papaveri di Wevelgem
2024 Gaston padre era detto il Bulldog. Aveva corso per una dozzina d’anni tra le due guerre, dal 1926 al 1938, vincendo tre volte la Roubaix e una volta il Fiandre. Gaston figlio, pure lui ciclista, meno nobilmente era arrivato primo a una Gand-Staden. L’anno dopo, rimasto orfano, lasciò il Belgio e si stabilì nel Quebec, si iscrisse alla Scuola di Belle Arti di Montréal, sarebbe diventato uno dei pittori più apprezzati in Canada. | Leggi qui
GLI ATIPICI
La Francia confida in Paul Magnier, 20 anni, della cui potenza ha parlato con un certo stupore e altrettanto entusiasmo Mathieu van der Poel dopo il Gp Samyn. Era stato Tim Merlier a segnalare il suo compagno di squadra della Soudal-Quick Step all’olandese, dicendo che “il cucciolo ha i canini affilati” [definizione de L’Équipe]. Qualche giorno prima, il ciclismo dei grandi lo aveva visto sbattere il pugno sul manubrio, frustrato per essere arrivato secondo alla Het Nieuwsblad che evidentemente avrebbe voluto sbranare.
Un anno fa in Spagna alla prima vera gara tra i professionisti – Trofeo ses Salines – ha vinto. Ora i successi sono sei, fra cui tre tappe del Tour of Britain, e un colpo alla Étoile de Bessèges in cima alla collina di Bellegarde. Non è male per un ciclista che alla rivista Vélo Magazine ha detto di odiare la strada e di preferire il tennis e lo sci. Ha cominciato con la mountain bike per sfidare suo padre lungo i sentieri intorno casa a Varces-Allières-et-Risset, a sud di Grenoble.
Magnier non si definisce uno sprinter, o almeno non esattamente. Jurgen Foré, manager della Soudal-Quick Step, dice che si tratta di una specie di corridore fiammingo nato altrove, un Flahute infiltrato, e pare che siano d’accordo in Belgio pure Tom Boonen e Tom Steels. La Soudal-Quick Step non vince una corsa nelle Fiandre dal 2021 [Kasper Asgreen] e manca la Roubaix dal 2019 [Philippe Gilbert]. Sul sito web della squadra, Magnier afferma di attendere con ansia la Gand-Wevelgem e l’Attraverso le Fiandre di mercoledì. «Se non sono troppo stanco – ha detto a Vélo Magazine – potrei anche arrivare al Giro delle Fiandre». Lo vedremo pure al Giro d’Italia, mentre per la Parigi-Roubaix vuole prendersi qualche altro anno d’esperienza.
mappe
Il pasticcio al Giro di Catalogna
Non è ancora chiaro se abbia soffiato più forte il vento o le polemiche. La tappa del Giro di Catalogna è stata un macello. Nella serata di venerdì gli organizzatori avevano già deciso di cancellare il traguardo in salita al Coll de Pradell, 1715 metri troppo esposti alle raffiche. Ieri mattina hanno decapitato un altro pezzo di tappa e hanno riscritto il percorso, cancellando pure l’arrivo di emergenza fissato ai 1.150 metri di Queralt, dove il vento soffiava oltre i 100 km orari. I ciclisti nel frattempo erano in pullman per raggiungere la partenza e hanno sentito ondeggiare i mezzi di qua e di là, arrivando alla punzonatura [omaggio a Fantozzi] con una certa inquietudine. Qualcuno era incazzato, qualcun altro fatalista, vediamo che succede. Certe squadre hanno votato per annullare la tappa, altre hanno chiesto di andare avanti, il sindacato dei corridori ha strappato la decisione totale: un circuito di 60 chilometri senza montagne da percorrere due volte, con neutralizzazione della prima parte.
Hanno pedalato dietro l’auto del direttore di corsa, con l’accordo che gli sprint intermedi sarebbero stati annullati e i tempi per la classifica generale congelati a 5 km dal traguardo. Ma dopo 47 chilometri “al ritmo dei postini” commenta L’Équipe, dove per postini non vanno intesi i vecchi gregari di Lancre Armstrong – per l’amor-di-dio – Primoz Roglic è tornato a chiacchierare con la direzione come portavoce di una parte del gruppo. Eppure il vento soffia ancora, ha fatto notare lo sloveno citando Pierangelo Bertoli.
Così è cominciato il pasticcio, tra informazioni via radio trasmesse in spagnolo, in inglese, in francese e poi con il passaparola all’interno del gruppo. Insomma, la bandiera del via è stata sventolata alle 15.56 quando mancavano 28 km al traguardo. La corsa è durata 25 minuti come fra gli jr. Ha vinto Quinn Simmons, L’Équipe la chiama una barzelletta, mentre Juan Ayuso attacca chi attacca gli organizzatori e dice ma dai, quante storie, si poteva correre.
Le immagini della giornata di ieri
Conegliano battuta a Novara dopo 50 partite
Francia
Mamma,, voglio la torta allo stadio
Dice: sai cos’è, ‘sti ragazzi, ’sti bambini, a calcio non ci pensano più. Stanno sempre davanti alla playstation e con il cellulare in mano, non so se sapete, gira questa voce. Pensa e ripensa, pensa e ripensa, in Francia si stanno inventando feste di compleanno allo stadio, spuntini e merendine con i calciatori, attività mirate per coinvolgere i più piccoli.
L’Èquipe Magazine racconta quello che sta succedendo tra i club di Ligue 1 e Ligue 2 per attrarre il pubblico di domani. Il Saint-Étienne organizza la caccia al tesoro nel suo museo [no, non alla cassa] e alla fine spunta una torta verde a forma di maglia, applaudita al suo apparire dal gruppo affamato. Ogni mercoledì, quando le scuole in Francia sono chiuse, e ogni sabato quando la squadra è in trasferta, lo stadio viene convertito in una sala feste e si riempie di candeline da spegnere. Costa 200 euro. Lo fa anche lo Stade Lavallois Mayenne FC in serie B, ma qui costa 250 ed è consentito fra i 6 e i 12 anni.
Al Parco di Principi, nelle serate delle partite casalinghe, ci sono alcuni fortunati di età compresa tra i 6 e i 15 anni che hanno la possibilità di entrare allo stadio con gli amici e vivere una serata che farebbe diventare verdi d’invidia i VIP e pure i tifosi del Saint-Étienne. Dopo un tour dietro le quinte, vengono accolti in una delle lounge del Parc con una torta che ha i colori del PSG. Assistono all’arrivo dei giocatori allo stadio e seguono la partita dalla tribuna. Il servizio è disponibile da quattro anni, il costo è di 65 euro a bambino, una cifra considerevole se si considera che in media gli invitati sono una decina, eppure la formula ha successo. I club insomma sono entrati nel mercato del tempo libero. Ludovic Lestrelin, sociologo e docente presso l’Università di Caen, dice che si tratta di «una soluzione chiavi in mano per i genitori, felici che i loro figli siano accuditi in questo modo, ed è un’opportunità per i club di proporre qualcosa di diverso».
A Parigi con una quota associativa annuale di 4,90 euro, ci si iscrive allo Junior Club, una tribù di 6.500 membri, il 30% dei quali ragazze. C’è la possibilità di prendere parte a dei workshop con i calciatori, feste di Natale e di Halloween, avere sconti per l’acquisto dei biglietti, ottenere contenuti per i social media. A Saint-Étienne, una iniziativa analoga conta 8.500 iscritti e consente di accompagnare i giocatori mano nella mano al cerchio di metà campo. Li faremo stufare anche di questo.
L’IMBATTIBILITÀ IN TRASFERTA DEL PSG
A proposito di PSG. Il 6-1 di ieri sera a Saint-Étienne rende lo scudetto più vicino ed è stata la 38esima partita consecutiva in trasferta senza sconfitte [30 vittorie e 8 pareggi]. Si tratta della serie di imbattibilità più lunga nella storia dei cinque maggiori campionati europei insieme con il Milan di Fabio Capello imbattuto fuori casa tra il 1991 e il 1993. Da quando Luis Enrique siede in panchina le sconfitte sono state in tutto due su 61 [44 vittorie, 15 pareggi]. Fabian Ruiz è diventato il giocatore con la serie di imbattibilità personale più lunga dal 1947-1948 [lo dice Opta]. Con 49 partite consecutive senza perdere [da maggio 2023] ha superato Marquinhos [48 partite tra maggio 2014 e marzo 2016].
C’è un filo d’acqua sul Pianeta Juve
La linguaccia di Yildiz era già andata al servizio di Allegri, al servizio di Motta e stamattina diventa pure il poster della prima giornata trascorsa da Igor Tudor sulla panchina della Juventus. Ma c’è stato troppo calcio nella storia del calcio per non sapere che col bagliore di una sera si campa una sera. Soprattutto perché di un bagliore si è trattato, ma per stavolta ce lo facciamo bastare.
E dunque si vedrà, intanto stamattina è nel gioco delle parti sottolineare che il ripudiato Vlahovic è entrato nell’azione del gol [il Giornale] o che lo slalom vincente del 10 turchino è stato innescato da una rimessa laterale–lampo dell’allenatore in versione raccattapalle di Dortmund [il Corriere della sera].
Il corto muso che faceva orrore può essere un sollievo, come dice Antonio Barillà su la Stampa quando sottolinea che “basta poco, a volte, per essere felici. Un unico gol, seppur bellissimo, la vittoria contro una squadra sotto di 20 punti, un minimo di ordine, una grinta accettabile. Basta poco, dopo aver toccato il fondo. Per questo il popolo della Juventus applaude Tudor e sorride in maniera perfino eccessiva”.
Emanuele Gamba su Repubblica considera che “la Juventus è ora una squadra malaticcia, quindi già migliore rispetto a quella vuota e depressa che aveva indotto il cambio dell’allenatore. Se Tudor sarà la cura è ancora presto per dirlo, però intanto ha tirato giù una medicina che è qualcosa di più di un placebo, anche se la sensazione è che questi calciatori, più che guarirli, bisogna convincerli: di essere sani, e certe volte di essere calciatori. Si sono comunque visti un poco più di verticalità, o semplicemente meno orizzontalità, e senz’altro uno spirito diverso, anche se la squadra resta contagiata dalla paura. La Juve ha giocato così così una partita di livello tecnico scadente”.
Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-stadio, scrive nel suo commento che “la prestazione della Juve, invero un filo più ordinata, non è stata esaltante e i progressi non così evidenti: contavano i tre punti e sono arrivati. Da tempo non solo a Torino la normalità è diventata la nuova rarità. Su una rara normalità ha investito Igor Tudor alla prima uscita: la sola concessione alle intuizioni, Nico a tutta fascia. Il resto, nella logica delle cose, della sua storia e del momento, compresa la presenza di Elkann che allo stadio mancava da un po’”.
È quello che La Stampa definisce elogio della semplicità oppure con Giulia Zonca la mano di Igor: “Questa Juve non è ancora di nessuno e non è detto che diventi sua. La casa resta da costruire e in questi tre mesi si tratta più che altro di rendere abitabile quel che esiste, di lasciare a Yildiz la libertà per esprimere un talento evidente, di ridare un’aggiustata generica: tipo il riscaldamento della panchina a prescindere da chi entra. Banalità, accortezze, furbizie, abbracci. Per il resto ribussare più avanti”.
COSA RESTA DI MOTTA
Ma Thiago Motta ha fatto anche cose buone. Ce lo ricorda Rivista Undici sottolineando che “il lascito più importante (probabilmente l’unico) dell’ormai ex allenatore bianconero è la valorizzazione dei giovani”. La Juventus è l’unico club italiano tra i primi venti in Europa per spazio concesso in campo ai giocatori Under-21, si trova al 13esimo posto tra i due Manchester e davanti al Real Madrid. Undici dice che dal punto di vista patrimoniale “la valorizzazione di Yildiz e di tutti gli altri giovani della rosa è un aspetto da non sottovalutare. Certo, contano ben di più la qualità e i risultati: il fantasista turco è primo per presenze stagionali nella rosa bianconera (41), ma soprattutto nell’ultimo frangente dell’era Motta è apparso in difficoltà – fino al battibecco finale che sta rimbalzando sui quotidiani in questi giorni. Nel complesso però il trend è evidente. 7.653 minuti concessi a dieci giocatori sotto i 21 anni. L’ormai ex allenatore ha svezzato Mbangula e Savona, facendo assaggiare la Serie A a Rouhi e Adzic, fino a ritagliare un ruolo centrale – forse l’aspetto tecnico più positivo del suo percorso – a Khéphren Thuram. Il fratello di Marcus è appena uscito dall’Under 21 anagrafica in senso stretto, ma è stato di gran lunga preferito a tutti gli altri più esperti centrocampisti a disposizione”.
I battibecchi di LeBron raccontano l’America
Non fanno che battibeccare. A distanza, a bordo campo, faccia a faccia. La disputa tra il commentatore Stephen A. Smith e LeBron James sta diventando una specie di faida mediatica, più calda da quando di mezzo c’è finito Bronny. È da quel momento de LeBron considera le critiche un fatto personale, alla ESPN ha detto che Smith parla come se fosse Taylor Swift in tour. Smith ha risposto che non si aspettava tanta violenza, dice che lui sa un sacco di cose losche su LeBron, e insomma le cose stanno così, sono così compromesse che Sally Jenkins ha dedicato al dissing un editoriale sul Washington Post parlando di due grandi personaggi pubblici “con la ricchezza dei faraoni e un ego enorme. Il loro tira-e-molla dura ormai da un mese: prima Stephen con il suo raglio dalla poltrona e ora LeChosen One con uno show rauco, due che si scambiano frecciate maschili in una discussione sull’onore. Ma il vero divertimento, seppur cinico e aspro, sta nell’osservare questo duello così ricolmo di fragilità. Potremmo romperli con una mano e farne una frittata. Stanno vivendo alla perfezione il momento americano. La gente parla di Smith come di un futuro politico o addirittura un candidato alla presidenza, mentre James è uno dei nostri atleti più influenti, eppure sono più bisognosi di ragazzi delle scuole medie. Eccoci qui, a fare zapping tra i canali per cercare una pausa dal livello spaventoso di cianfrusaglie politiche, solo per finire su ESPN e sentire Smith e James che si affannano a guadagnare un pezzettino di spazio”.
L’editoriale di Jenkins è leggero e durissimo contro uno Smith che “spaccia rancore vestito con i colori di un camioncino dei gelati, il suo vero problema è che James si rifiuta di andare al suo show. La sua ultima filippica di 15 minuti contro James è l’auto-smascheramento di uno che trolla i famosi e la chiama verità. Questo è il talento principale di Stephen A.: ha la capacità del presentatore americano di dare solennità a uno spettacolo di clown. Riesce a far sembrare qualsiasi cosa una grave minaccia per la nazione, con una cadenza normalmente applicata alle faccende di stato. Quando descrive il modo in di cui James lo ha affrontato, sembra che stia parlando dell’assassinio di un re in una cattedrale”.
Dall’altra parte c’è LeBron, “un uomo di 6 piedi e 9 pollici, un uomo che pesa 250 libbre, il più grande giocatore nella storia della NBA” ridotto a doversi occupare di un commentatore tv perché – scrive Jenkins – “questo è il trucco, prendere persone che potrebbero essere regali e ridurle all’insicurezza. James è una multipiattaforma, è condiviso, gestito e alimentato da contenuti generativi. Noi, il suo pubblico, non siamo più osservatori o ascoltatori. Siamo utenti di contenuti. Non è una bella parola. Tutto rievoca ciò che Martin Amis, citando Saul Bellow, ha descritto come The Moronic Inferno, una cultura di massa, disgustosa che sta diventando l’unica realtà. La differenza tra Smith e James in questo falò di vanità è che uno dei due è reale e l’altro no, uno dei due ha un contenuto e l’altro è un utilizzatore, uno dei due è un guscio molto più vuoto. James è un uomo di successi monumentali. Ha sempre avuto un senso di equilibrio nel resistere alla vanità e all’iperfama. Ha scelto cause interessanti, nel complesso è sempre sembrato meno egocentrico di alcuni dei suoi colleghi GOAT. Ma come la maggior parte delle figure pubbliche di questi tempi, sembra essere preda del nostro collettivo, ora insicuro, gli fa orrore il silenzio dignitoso che scambiamo per un vuoto”.
Il calo degli ascolti tv e i tiri da tre non sono collegati
Eccoci qua di nuovo intorno all’antica discussione della NBA e i troppi tiri da 3 punti. Un problema? Nient’affatto. Per la lega non lo è per niente, dice Kevin Pelton su ESPN dando forza al suo ragionamento con una serie di numeri e statistiche.
Quando i Boston Celtics, campioni in carica, hanno tentato 61 triple nella partita inaugurale contro i New York Knicks, pareggiando il secondo maggior numero di tiri in una partita, il dato ha scatenato una discussione che sta durando per tutta la stagione. Non è una faccenda che riguarda solo Boston. Dopo una media di circa 35 tentativi da 3 punti a partita negli ultimi cinque anni – già un aumento di oltre il 50% rispetto a quanto si vedeva un decennio fa [22,4 a partita], il tasso dalla lunga distanza è salito al 37,5 nel 2024-25. Poiché gli ascolti tv stanno calando, alla ricerca come siamo sempre di un filo che leghi ogni cosa, i tiri da 3 punti sono diventati una spiegazione conveniente.
Eppure, dice ESPN, ci sono alcuni segnali che smentiscono questa tesi. Un anno fa, in questo stesso periodo, non era ancora così evidente che tirare più triple fosse una strategia generalizzata. Tra il 2004-05 e il 2018-19, la squadra che ha tentato più triple in una partita ha vinto il 52% delle volte, ma durante la stagione 2023-24 la percentuale è scesa al 48% delle volte, la quarta volta in un arco di cinque anni in cui siamo andati sotto il 50. Queste cose gli staff tecnici della NBA le sanno a memoria. Ma poi la tendenza si è capovolta di nuovo. La squadra che ha preso più triple nei play-off 2024 ha ottenuto un bilancio di 51-28 e le prime due nella classifica delle triple durante la stagione regolare sono arrivate a sfidarsi per l’ultimo anello: Boston contro Dallas.
Il calo dell’audience tv nei primi due mesi ha fatto esplodere il caso, senza che nessuno mettesse i dati in relazione alla concorrenza di una World Series di baseball dove c’erano in ballo i Los Angeles Dodgers e i New York Yankees. Gli indici di ascolto in calo hanno scolpito una tesi senza prove, dicono gli analisi che anno preso arte a un panel della Sloan Sports Analytics Conference sul tema “I nerd hanno rovinato il basket?”. Ora è difficile per l’NBA scrollarsi di dosso questa idea, sottolinea ESPN. Da Philadelphia c’è Morey che tuona contro i tiri da tre, ma è come se di Frankenstein si lamentassero gli scienziati che lo hanno creato. Se una squadra ha la responsabilità di tutto questo, si tratta di Houston, e dietro Houston c’era Morey, così associato a quello stile e allo studio delle statistiche applicate al gioco da essere stato soprannominato in quei giorni Moreyball.
Solo nel 1986-87, all’ottavo anno del tiro da tre punti, la NBA giunse a tirare più del 30% delle volte da oltre l’arco. Ci sono volute altre sei stagioni, nel 1992-93, per far sì che la media dei tiri da tre valesse più di un punto. A questo punto, con i giocatori che tirano il 36% da 3, ogni tentativo restituisce 1,07 punti. Per rendere un tiro da 2 ugualmente redditizio, i giocatori dovrebbero tirare il 53,5% delle volte. “Non credo che sia colpa delle squadre o degli analisti, fanno il loro lavoro per vincere – si difende Morey – la cosa dovrebbe preoccupare la lega”.
Ma la NBA sta scoprendo che i tifosi sono più positivi che negativi sui tiri dalla lunga distanza. Un sondaggio mostrato in quello stesso panel dice che i tifosi più giovani non sono così scandalizzati dal volume dei tiri da 3, dunque anche per questo si può dare la colpa a loro.
S-Print DI EMANUELA AUDISIO
“Era il giocatore più stravagante dell’Nba. Quello che non volle più giocare. Lo sport ha il suo modo di valutare le persone e il basket si regge su una regola: don’t drop the ball. Non fare cadere la palla. Lui l’aveva lasciata andare. Era un gigante strambo, poco interessato a titoli e soldi. È da questi particolari che si giudica un giocatore. Shaquille O’Neal, ex compagno di squadra: «Guidava sempre la stessa vecchia macchina, non indossava gioielli e non credo che possedesse nemmeno un abito».
Brian Williams, pivot di oltre due metri, con gli occhi verdi, conosciuto dal ’98 anche come Bison Dele, nome adottato per le proprie origini Cherokee, leggeva durante i viaggi in aereo mentre gli altri giocavano a carte, si commuoveva per la biografia di Miles Davis («Vorrei avere per il basket la stessa passione che lui ha per la musica»), suonava la tromba, il violino e il sassofono, regalava i suoi premi per i play-off ai raccattapalle e agli addetti alla manutenzione e nel salotto aveva un gigantesco acquario pieno di pesci tropicali in cui immergeva la testa con un boccaglio”
[alla neswletter S-Print di Emanuela Audisio per Repubblica ci si iscrive qui]
La donna che fa equitazione in Somalia
Tra i passanti e i tuk-tuk in strada, spiccano il suo abaya nero, il cavallo marrone e gli occhiali da sole rosa. Quando Shukri Osman Muse cavalca Xamar Seeko, i somali si fermano e si stupiscono. “Non è una cosa che si vede tutti i giorni una cavallerizza per le strade di Mogadiscio, la capitale” dice L’Équipe Magazine nel raccontare la sua storia. Nessuno ne ricorda una prima di lei, in un Paese dove la libertà e i diritti umani sono messi in discussione dai gruppi di potere che controllano la vita politica. “Ma a Mogadiscio, considerata da tempo una delle città più pericolose del pianeta, si dice che le cose vadano un po’ meglio. Così Shukri, coraggiosa pioniera, si è fatta avanti”.
All’inizio dell’anno ne ha parlato con la France Press dicendo che il suo sogno era cavalcare per le strade della città, senza temere il traffico o le reazioni della gente. «Volevo dimostrare a tutti che è perfettamente normale che una donna lo faccia e che è permesso dalla nostra religione» ha continuato Shukri, riferendosi al modo in cui viene giudicata.
Mohamed Abdi Muudey, giornalista somalo costretto all’esilio dopo aver promosso gli sport femminili nel suo Paese, spiega al magazine francese che «nel nostro Paese, nessuna donna fa sport da quando Al-Shabaab lo ha proibito. Ma l’equitazione è un caso diverso e unico, perché le ragazze possono cavalcare indossando l’hijab». Agli ultimi Giochi di Parigi la Somalia aveva un solo concorrente, Ali Idow Hassan, impegnato negli 800 e nei 1.500.
Yahye Moallim Isse, l’allenatore di Shukri, vuole far passare questo messaggio: «Merita di diventare una campionessa. Cerca di superare ostacoli e sfide. Possiamo solo incoraggiarla a dare il meglio di sé. Spero che continui, che porti qualcosa al nostro Paese per il futuro».
La Russia perde giocatrici per la guerra
Daria Kasatkina giocherà per l’Australia
Addio ai monti, disse Lucia lasciando il suo paese, addio sorgenti, addio cime inuguali. Addio Russia dice adesso Daria, numero 2 del tennis nel suo paese e numero 12 del mondo. Daria Kasatkina ha annunciato che d’ora in poi rappresenterà il suo nuovo Paese, l’Australia. Non è la prima sportiva a prendere un passaporto differente in uscita dai confini. Anastasija Kirpichnikova nuota per la Francia, Kate Antropova schiaccia per l’Italia, la differenza di Daria Kasatkina è che strappa da dissidente, dopo essersi più volte espressa contro la guerra in Ucraina. La sua richiesta di visto di residenza permanente è stata accettata dal governo dell’Australia, il paese che Kasatkina definisce accogliente, «dove mi sento completamente a casa. Adoro vivere a Melbourne e non vedo l’ora di stabilirmi qui»
Nel 2022 si era già espresso contro l’invasione in un’intervista con lo YouTuber russo Vitya Kravchenko. «Voglio che la guerra finisca. Non è passato giorno dal 24 febbraio in cui non ci abbia pensato. Non riesco a immaginare cosa stiano passando in Ucraina, è un vero incubo. Anche se ci fosse solo una piccola percentuale di possibilità di fermare tutto questo, farei tutto il possibile senza pensarci due volte».
Durante la stessa intervista fece coming out parlando della sua relazione con Natalia Zabiiako. «Ho una ragazza. Vivere nascoste diventa troppo difficile dopo un po’. Vivere in pace con sé stessi è l’unica cosa che conta». Una dichiarazione caduta nei giorni in cui i parlamentari russi presentavano una proposta di legge che vieta le discussioni pubbliche sulle relazioni LGBTQ+. “Un atto coraggioso e un messaggio politico che l’ha costretta all’esilio” scrive oggi l’Équipe riferendo che «questo cambio di nazionalità – parole ancora di Kasatkina – è una nuova dimostrazione di coraggio, anche se la riflessione è stata intensa. Alcuni aspetti di questa decisione non sono stati facili. Desidero esprimere la mia gratitudine e la mia riconoscenza alla mia famiglia, ai miei allenatori e a tutti coloro che mi hanno sostenuto finora nel corso della mia carriera da tennista. Rispetterò sempre le mie radici, ma sono entusiasta di iniziare un nuovo capitolo della carriera e della mia vita sotto la bandiera australiana». Anche Varvara Gracheva, 25 anni, moscovita, ha preso un passaporto straniero dopo l’invasione: gioca per la Francia, paese dove vive da quando aveva 7 anni.
Le migliori réclame del basket
MA COSA MI DICI MAI
La prima donna francese a schiacciare a canestro non era la prima
Era ottobre quando dalla Francia arrivò una notizia lucente e rumorosa. Dominique Malonga era diventata la prima donna del paese a schiacciare a canestro in una partita ufficiale. Bene, brava, applausi, editoriali sull’empowerment. Solo che – ehm – non era la prima. A un certo punto si è scoperto che c’era già stata una diciassettenne del Bourges, si chiama Alicia Tournebize, che un mese prima aveva schiacciato a canestro nel più totale anonimato di una partita della squadra giovanile in quarta divisione.
Alicia Tournebize è alta 1,97 m e ha un’apertura alare di 2,08 m. Un gigante nel panorama del basket femminile, ha scritto L’Équipe Magazine. È stata MVP della finale della Coppa di Francia Under-18 quando aveva 15 anni nel 2023, agile, coordinata, brava nel tiro da fuori e nel palleggio. Diciamolo: una unicorno. È la figlia dell’ex nazionale Isabelle Fijalkowski, 1 metro e 95, 204 presenze in Nazionale, e la sera del 21 settembre in occasione della prima partita della stagione, davanti a mamma e papà in tribuna, fece il suo primo tentativo in Alvernia.
Alicia Tournebize racconta che durante il riscaldamento ci prova sempre, ma in partita non sempre se ne presenta la possibilità. Però quel giorno se l’era ficcato nella testa. Così quando una palla intercettata nella sua metà del campo le ha aperto la strada verso il canestro all’inizio del secondo quarto, non si è fatta domande. Ha palleggiato tre volte, ha spinto sulla gamba sinistra e sbam, una schiacciata a due mani sopra il ferro, “autoritaria, perfino facile all’apparenza” scrive il giornale francese.
La cosa è passata sotto silenzio. Una volta passata l’euforia del momento, Alicia è tornata alla sua vita quotidiana di studentessa di matematica e geopolitica. Il 9 ottobre le è stato concesso un minuto di gioco tra le professioniste contro la squadra turca del Mersin in Eurolega prima di esordire in campionato contro il Tarbes, tre giorni dopo. Il 30 ottobre verso le 22 il piccolo mondo del basket francese è stato scosso dalla notizia che Dominique Malonga aveva appena segnato una schiacciata in Eurocup con l’Asvel. Il giorno dopo, con un’intervista a Le Parisien, mamma Isabelle volle chiarire che in realtà no, c’era stata sua figlia a schiacciare in partita qualche settimana prima. Solo che non aveva le prove.
«Ma no – dice Alicia – non è che volessi rivendicare un primato. Per me è solo un aneddoto. Mi premeva far sapere che se sei una ragazza non significa che non sai schiacciare». Mmm. Il 15 febbraio ne ha fatta un’altra, stavolta con la prova del video, in Coppa di Francia Under-18. Pare che la madre ci tenesse perché si è ritirata dal basket nell’anno in cui Lisa Leslie ha realizzato la prima schiacciata in WNBA [2002] e dieci anni prima che Liz Cambage la facesse alle Olimpiadi.
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