Lo Slalom del 6 gennaio | Cosa leggere, sapere e vedere

lunedì 6 gennaio 2025

#6 giorni agli Australian Open di tennis

 

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QUELLO CHE STA SUCCEDENDO

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AMERICHE

La barriera che sta cadendo nel football universitario

James Franklin ha quasi 53 anni. Ha giocato da quarterback e gli viene attribuito un approccio al football – come dire – tradizionale. È alla sua 14esima stagione da capo allenatore, tre le ha trascorse alla Vanderbilt e adesso guida Penn State. Marcus Freeman ne compie invece appena 39 venerdì. È nato in una base dell’aeronautica militare dell’Ohio, sua madre è una signora sudcoreana. Ha giocato come linebacker all’Ohio State e anche in NFL, ha trascorso un decennio da assistente allenatore, tre anni fa lo hanno promosso tra un’esplosione di urla e gioia e applausi da parte dei giocatori di Notre Dame. 

Uno o l’altro stanno per entrare nella storia, ma forse ci sono dentro già tutt’e due. Sono i primi allenatori non bianchi a raggiungere le semifinali dei play-off universitari di football in America. Chi vince diventa il primo a conquistarsi un posto in finale. Il primo dopo più di un secolo di campionati. Il Wall Street Journal ha dedicato un pezzo a questa pietra miliare che lo sport americano posa in terra in queste ore scrivendo che non saranno né gli unici né gli ultimi. Sfondano una porta, non resteranno delle eccezioni. È evidente dal confronto tra la situazione attuale e il passato. «Questa partita – ha detto Freeman – è un promemoria del fatto che siamo un modello per molte altre persone, e per molti dei nostri giocatori che hanno lo stesso aspetto che ho io. Il colore non dovrebbe avere importanza. Il lavoro sì»

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    Spagna

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Che colpa hanno i minatori, se il Real gioca troppo

 

  Si chiama Deportiva Minera, ed è una delle rappresentanti di punta del Cinderella Football Club, il circo che vive in questo periodo dell’anno il suo momento di gloria. Gennaio è il mese in cui generalmente in Spagna, in Inghilterra, in Francia, sbuca una squadra dalla serie GN e finisce per un turno di Coppa tra le zampe dorate dei grandi club. È più o meno lo stesso periodo in cui ci si lamenta che si gioca troppo. 

La Deportiva Minera è un club di El Llano del Beal, antico borgo dedito all’attività mineraria. Stasera riceve addirittura il Real Madrì e la prosopopea di Florentino Pérez nello stadio Cartagonova di Cartagena, Murcia, perché il suo campo municipal Ángel Celdrán è troppo piccino. Con una capacità di circa 2.000 spettatori, era stato costruito negli anni ’50 per una squadra di minatori. Oggi continua ad avere 2.000 posti, ma gli abitanti sono scesi a 1.300. L’anno scorso, in occasione del 75esimo anniversario del club, la Deportiva si è regalata una promozione in Quarta serie, la categoria più alta mai raggiunta nella storia da questa Cenicienta del fútbol. Dopo una stagione da sogno, il borgo continua a festeggiare. Sempre a Cartagena, in uno stadio dalla capienza di 15.000 spettatori [addirittura], la Deportiva ha eliminato nel turno precedente l’Alavés ai calci di rigore. 

La città sta vivendo un sogno con questa partita scrive El Pais, sottolineando che El Llano del Beal è il borgo più piccolo tra tutti i posti che hanno una squadra entro la serie D spagnola.  È come se stasera al posto di Inter-Milan in Arabia, ci fosse la Juventus che va a giocare a Traiana, frazione di Terranuova Bracciolini in provincia di Arezzo, 109 abitanti, con una squadra al 13esimo posto del girone E della serie D, davanti a Triestina e Ostia Mare. Invece il Terranuova Traiana ha fatto ieri 1-1 con la Fulgens Foligno e la Juventus è attesa dal Mondiale per club. 

Dicono a El Llano del Beal che «questa è la cosa più bella che ci sia capitata in città. Abbiamo vinto alla lotteria senza giocare». Sono le parole di un tal José García, 76enne che viene descritto mentre si appoggia al sottile bastone di canna, con un berretto e degli occhiali da sole. «Chi mi avrebbe mai detto che avrei visto la Minera eliminare una grande di Spagna. Nello stadio eravamo tutti congelati e ovunque guardassi c’era gente che piangeva» 

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  Francia

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La crisi economica del Lione

  È passato un mese e mezzo da quando il Lione è stato ascoltato e sanzionato dalle istituzioni del calcio francese per i suoi conti sgangherati: divieto di mercato e minaccia di retrocessione in Ligue 2 a fine stagione se non dovesse raggiungere alcuni parametri finanziari fissati. Mentre le altre squadre in crisi hanno ricevuto una lettera di richiamo in media entro 48 ore dalla loro comparizione davanti all’organismo di controllo, il Lione ha ricevuto solo questo documento ufficiale, necessario per presentare un ricorso dentro un mese, una circostanza che ha infastidito i dirigenti e che hanno spinto ad avvalersi del diritto di contestare la decisione. 

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  Cinque gol segnati al Le Havre e -7 dalla vetta. Il Marsiglia di De Zerbi è la seconda squadra di Francia alle spalle del PSG. Le statistiche di Opta dicono che ieri ha chiuso 921 passaggi, il terzo totale più alto per una squadra in una partita di Ligue 1 dopo le cifre del PSG contro il Nantes nel novembre 2024 [1009] e dello stesso PSG contro il Lorient nell’agosto 2023 [1001]. Non che sia un valore in sé, ma è un parametro che indica la conferma di uno stile. Il Marsiglia ha segnato almeno cinque gol per tre volte in 16 partite di Ligue 1, tante quante nelle precedenti 177 giornate di serie A. Così l’hashtag usato sui social è #DeZerbiBall. 

 

▥    La Supercoppa in Qatar è finita com’era atteso che finisse, il PSG ha battuto il Monaco ma ha faticato. Il gol decisivo di Dembélé è arrivato al 91esimo minuto e 28 secondi, il secondo gol decisivo più tardivo nella storia del trofeo dopo quello segnato da Alex nell’agosto 2013, sempre per il PSG Paris contro il Bordeaux [94 minuti e 30 secondi, vittoria per 2-1]. Lo 0-0 del primo tempo è stato il primo dall’edizione del 2010 [PSG-Marsiglia]: allora se la giocarono ai rigori. Voti tremendi ne abbiamo? L’Équipe ha dato tre 4 in pagella nel Monaco e anche un bel 3 per Ilenikhena, ma anche 8 al portiere Kohn peer le parate che hanno evitato il naufragio. Nel PSG ci sono quattro insufficienze [dei 5] e dei 7 per Dembélé, Hakimi e Donnarumma, ta-dà, chi l’avrebbe detto, l’italiano è tornato dopo lo shock di metà dicembre e ha risposto bene. Preciso nei calci, ben posizionato davanti a Ilenikhena e Akliouche, nervoso nel finale per un contatto con Salisu.

 

IL CALCIO ITALIANO

Le Supercoppe sono due 

È il giorno della Supercoppa, anzi delle Supercoppe. Sono due. C’è quella degli uomini [Inter-Milan] a Riad, Arabia Saudita, il posto dei Mondiali del ‘34, il posto dove 106 calciatrici hanno chiesto con una lettera a Gianni Infantino di non portare più il pallone, gli hanno chiesto di rifiutare i soldi degli sponsor e di uno stato accusato dalle associazioni umanitarie di violazioni dei diritti umani. Eppure si gioca. C’è quella delle donne [Roma-Fiorentina] nello stadio Picco di La Spezia, dove il trofeo venne assegnato già nel 2018. Non ci sono mai state due edizioni di fila nella stessa città, non c’è mai stata una finale in un grande stadio metropolitano di serie A, tutto questo a quasi trent’anni di distanza dalla prima partita giocata allo stadio Belvedere di Bardolino. 

La Stampa ricorda che Inzaghi e Conceiçao hanno vinto lo scudetto da compagni di squadra nella Lazio di Eriksson, formidabile laboratorio di calciatori e post-calciatori: sono passati in panchina Roberto Mancini, Sinisa Mihajlovic, Diego Simeone, Matias Almeyda, Dejan Stankovic – per citare solo quelli di maggior successo. Emiliano Tomasini per Sky Sport Insider ha sentito Veronica Boquete della Fiorentina per parlare non solo di calcio, ma della lotta delle calciatrici spagnole contro sessismo, omofobia e patriarcato

 

RUOTE

I quarant’anni di Lewis Hamilton

«Spero francamente di non correre fino a 40 anni. Ci sono talmente tante cose che vorrei fare che sarebbe difficile realizzarle. Ma l’evoluzione della vita è talmente rapida da spiazzarti». Così aveva detto Lewis Hamilton, era il 2021, l’ultima volta che fu in corsa per il Mondiale piloti. Invece i quaranta arrivano domani, e tutto questo viene segnalato stamattina da Daniele Sparisci sul Corriere della sera, aggiungendo che la vita a volte prende pieghe strane.  Il Corriere coglie l’occasione per fare il punto sull’Hamilton imprenditore e sul suo impero, i colossali affari vanno dal cinema alla ristorazione. Fa lavorare persino il cane Roscoe. Il suo è un business da 420 milioni. In che senso lavora il cane? Roscoe, si legge, è stato ingaggiato dall’americana Bramble come «responsabile del gusto» e assaggiatore ufficiale di cibo vegano per cani. «Se 

 

TENNIS

Il primo torneo vinto da Alexandre Müller 

Il titolo a Hong Kong di Alexandre Müller pare la riproduzione esatta della sua maniera di stare al mondo e nel tennis. Lo dice Eurosport France facendo notare che il primo successo ATP in carriera è arrivato dopo una finale in cui ha dovuto rimontare un set di svantaggio al ritrovato Kei Nishikori, la quarta rimonta in quattro partite, segnale di un grande combattente, un giocatore speciale che non si arrende mai, come nella sua lotta quotidiana contro il morbo di Crohn. All’età di 27 anni confida che il meglio debba ancora venire.

In un post sul social che un tempo si chiamava Twitter, Alexandre Müller ha ripreso quella famosa citazione dalla favola sulla tartaruga di La Fontaine, non ha senso correre, basta iniziare in tempo. Dopo Arthur Ashe nel 1975 e Alexander Bublik nel 2024, il francese è diventato il terzo giocatore della storia a vincere un torneo partendo in ogni turno, sistematicamente, un set sotto. Lui alla fine ha fatto un po’ il marpione e ha scherzato, dice che se una tattica funziona non si deve cambiare, ma tale serenità – scrive Maxime Battistella – è sorprendente. Soprattutto perché Müller non è abituato alle finali, non nel circuito ATP. Era solo la sua seconda esperienza, poco meno di due anni dopo aver perso la prima a Marrakech per entrare fra i primi-100 al mondo

Nella prima parte della sua carriera, Müller è stato soprattutto un giocatore da challenger, il circuito nel quale aveva vinto tre titoli. Raggiungere una finale nel tour ATP è un’altra cosa e avrebbe potuto rimanere paralizzato dalla posta in gioco, da questa rara opportunità. Il morbo di Crohn con cui Müller convive è una infiammazione cronica dell’intestino che gli fa perdere molte energie. Un inferno per un atleta di punta – dice Eurosport France – che tuttavia Müller ha imparato a domare. Se la presunta debolezza mentale dei tennisti francesi è un luogo comune che comporta un prezzo da pagare, Alexandre Müller è il perfetto controesempio.

  COSA QUANDO  Il sorteggio per gli Australian Open giovedì notte alle 4.30

 

  SINNERISMI

Jannik potrebbe ricomporre lo scisma della chiesa d’Oriente. È che non gli va

Oh, finalmente comincia pure la stagione di Sinner. Sono trascorsi 44 giorni dall’ultima partita in Coppa Davis contro l’olandese Griekspoor. Ha scelto di preparare la difesa del titolo adi Melbourne senza partecipare a dei tornei, ma con delle esibizioni: la prima domattina alle 6 contro Alexei Popyrin, un australiano con il nome di uno spray cicatrizzante si potrebbe dire e scherzare, se non ci fossero tanti permalosi in giro. Venerdì seconda partita contro Tsitsipas e le prime parole urbi et orbi. Da domenica notte si comincia. Nel suo pezzo sul Corriere della sera, Gaia Piccardi ci segnala un dettaglio, i sette rimbalzi della palla prima di servire, che aiutano a stare meglio

 

NEVI

L’ascesa di Lara Colturi

Succedono cose nella Coppa del mondo femminile di sci. Se ci fossero state Mikaela Shiffrin e Petra Vlhova tra di noi, forse non le avremmo viste. Ma certe volte per sentieri alternativi si scoprono panorami bellissimi, addirittura quando capita di sbagliare strada. Gianmario Bonzi, voce dello sci su Eurosport, ha definito lo slalom di ieri tra le gare più belle che gli sia capitato di commentare. Il duello tra Ljutic e Holdener, una più brava dell’altra a superarsi ed esaltarsi su pista perfetta e ben preparata. Ha vinto la croata per 16 centesimi. Le telecronache di Bonzi e Merighetti o di Bonzi e Marsaglia su Eurosport sono come quelle di Elena Pero nel tennis su Sky: non importa che sia in campo o sulla neve una maglia-una tuta azzurra. Se una cosa è bella è bella. 

È bella perché è incerta la corsa alla classifica generale di Coppa del mondo, non è ancora ben chiaro cosa sia possibile e a chi. Federica Brignone e Lara Gut-Behrami hanno perso una buona occasione a Kranjska Gora per imporre in modo perentorio la loro candidatura. Hanno lasciato punti e il pettorale rosso adesso è di Ljutic, la migliore pure nella specialità dello slalom. 

È bella perché sta venendo fuori una teenager speciale, Lara Colturi, figlia di Daniela Ceccarelli, oro olimpico a Salt Lake City ventitré anni fa. Dopo il secondo posto dietro Shiffrin nello slalom di Gurgl, ha fatto seconda dietro Hector a Kranjska Gora. Solo quattro italiane erano riuscite a salire sul podio nella stessa stagione nelle due specialità di Coppa del Mondo: Daniela Zini, Claudia Giordani, Deborah Compagnoni e Manuela Mölgg. Non ci riusciva nessuna da 14 anni. Solo che. Ecco. Come dirlo. Lara Colturi gareggia per l’Albania, e quando si mette il naso fuori dalle telecronache oneste, questa cosa pesa, diventa un rimprovero, diventa motivo di rancore nazionalistico. 

Sulla sua pagina facebook, Bonzi ha dovuto spiegare come sono andate le cose: Cosa poteva fare la FISI? Dare un team privato a una 15enne? Allora lo devi dare a tutti. Inserire gli allenatori in squadra Nazionale, però con il compito di seguire solo Lara, a 15 anni? Allora lo devi fare con tanti altri genitori-allenatori (e ce ne sono). Nelle grandi Federazioni, Austria, Svizzera, Francia, Italia, ultimamente non escono fenomeni a 16-17 anni, arrivano a 20-22 come Odermatt, Hirscher, Worley o le nostre campionesse. Non dico che il caso Colturi non debba insegnare nulla, anzi. Dimostra che il processo può essere molto velocizzato, se si ha talento. Ma se Colturi fosse entrata in squadra Nazionale (senza poter andare in Sudamerica a 15 anni, da regolamento interno), avrebbe seguito un altro iter e oggi sarebbe allo stesso livello di Collomb, più o meno. E quindi nessuno griderebbe allo scandalo, perché non sarebbero ancora arrivati grandi risultati. Bisogna almeno rendersi conto che questi risultati sono il frutto del lavoro fatto da sempre privatamente. Poi, per carità, giusto chiedersi quale debba essere il futuro dello sci alpino. Team privati? Federazioni? Team sponsorizzati tipo ciclismo?

Così, dopo mamma Ninna Quario con Federica Brignone, adesso abbiamo mamma Daniela con Lara Colturi. Stamattina Ceccarelli racconta di sua figlia a Repubblica e in cinque risposte su sette parla di sé. 

 

 

  GLI ANNI CON IL CINQUE

La Valanga Azzurra litigava. Come all’ultima Canzonissima

Certe volte le grandi storie si spengono con uno sbadiglio, spesso anche per caso. Per un paio di decenni il 6 gennaio è stato in Italia il giorno di Canzonissima, uno spettacolo di comici, sketch, balletti e soprattutto canzoni, una gara abbinata alla Lotteria di Capodanno, oggi la Lotteria Italia. Si votava così. Entravi al tabaccaio, compravi la cartolina, sopra ci scrivevi Massimo Ranieri – a casa del papà di Slalom si votava per Massimo Ranieri – leccatina al francobollo e canestro nella buca rossa sistemata fuori l’ufficio della Posta. A nessuna sala stampa veniva ancora in mente di depotenziare il voto da casa per non far vincere Geolier [infatti Massimo Ranieri vinse due volte]. 

Ma il 6 gennaio del ‘75 fu l’ultimo 6 gennaio di canzoni, e la leggendaria e ventennale storia di Canzonissima si spense nello sbadiglio di uno sciopero in RAI. Nei giorni precedenti le cronache dei quotidiani accompagnarono con attacchi di panico e un senso di ansia diffusa l’avvicinamento a una serata televisiva che rischiava di saltare. Nel dubbio vennero sorteggiati in anticipo i biglietti vincenti. Furono registrati gli interventi dei comici e dei presentatori. Si pensò di utilizzare le esibizioni dei cantanti in semifinale. Ma gli anni Settanta erano anni Settanta anche perché lo sciopero dei lavoratori alla fine tenne. L’ultima Canzonissima non la vedemmo mai. Il Corriere della sera scrisse il giorno dopo che c’era stato un ottimo film di Ford al posto delle canzoni, L’uomo che uccise Liberty Valance, preceduto da un documentario per ragazzi sulla vita delle formiche”. In effetti ci appassionammo.

Anche nel pomeriggio i programmi erano stati rivoluzionati e a più riprese interrotti. I telegiornali vennero privati dei servizi filmati. Non saltò solo Canzonissima. Anche il film Hiroshima, mon amour sul secondo canale non venne trasmesso, chissà perché, forse per non accavallarsi a LIberty Valance. Al suo posto andarono in onda dei cartoni animati e una rassegna di balli popolari jugoslavi. Sul serio. 

Quell’ultima Canzonissima finì con una grossa sorpresa e qualche polemica. Venne vinta da Wess e Dori Ghezzi, cantavano Un corpo e un’anima, il ritornello diceva E non ci lasceremo maaaai. I favoriti erano altri. I favoriti erano Massimo Ranieri [secondo], i Vianella [sesto posto], Peppino di Capri [ultimo]. Il Corriere della sera commentò così la registrazione-sintesi che al pomeriggio rimpiazzò la diretta del sabato sera: C’è da ritenere che trasmissione più deludente di quella messa in onda alle 18 non si poteva fare. Per la terza volta si è dovuto assistere alla medesima interpretazione delle canzoni da parte dei nove finalisti: si trattava della ripetizione delle esibizioni fatte nel corso delle due semifinali. A parte le canzoni, e a parte la presenza imprevista di Mike Bongiorno, l’ora di trasmissione non ha offerto alcunché di interessante: un intervento di Topo Gigio, una esibizione di ginnastica artistica da parte di una bimba romana (Mavi), un balletto e una canzone sguaiata di Raffaella Carrà”

Una canzone sguaiata di Raffaella Carrà. Qui Slalom cerca testimonianze per capire quale fosse. Tuca Tuca no: era del ‘72. A far l’amore comincia tu arriva l’anno dopo. Per favore, chi ne sa, facesse piena luce. 

Comunque. Il Corriere della sera del tempo dice: Ci saranno state tante difficoltà, è innegabile: ma era proprio impossibile – già prevedendo la mancata trasmissione serale, inserire in quella pomeridiana l’intervento a uno qualsiasi degli ospiti le cui esibizioni erano già registrate? Si è preferito tenere in serbo tutto quel materiale già pronto per un gran finale che però già dal primo pomeriggio tutti davano come irrealizzabile. Con quale animo hanno accolto i finalisti i risultati della gara? Alla felicità di Wess e Dori Ghezzi che non pensavano proprio di conquistare il primo posto, si è contrapposta la ennesima delusione per Mino Reitano, che l’anno scorso fini secondo per appena cinque voti. Aspetto con tranquillità, asseriva a pochi minuti dall’arrivo del verdetto. Poi si è sbiancato in viso ed è ammutolito

Al dramma di Mino Reitano fece seguito nei giorni seguenti quello che riguardava i vincitori. Il Corriere dell’informazione lanciò un titolo che cadde sulla testa della nazione come un’emergenza: Wess e Dori Ghezzi non vanno d’accordo: litigano in continuazione. Eppure giuravano di non lasciarsi maaaai. Strano. Da Milano la mamma di Dori Ghezzi garantiva che lei «cucina manicaretti squisiti, sa attaccare bottoni, rifare orli». Ma ‘sta ragazza neppure dopo Canzonissima riusciva a trovare un fidanzato, così raccontava il Corriere della sera: Tra i corteggiatori della cantante vi sarebbero stati tuttavia rompiscatole gelosi, autoritari e prevaricatori. Anche se per carattere un po’ nervosetta, Dori ha un grande amore per i bambini e riesce ad essere tenera e paziente con il nipotino, figlio di sua sorella che a differenza di lei si è sposata molto giovane

Non litigavano solo Wess e Dori Ghezzi. C’era un’aria frizzantina pure dentro la Nazionale di sci. Nel giorno dell’ultima Canzonissima, sulla pista di Garmisch lo slalom finì con tre italiani sul podio: primo Gros, secondo Gustav Thoeni, terzo Radici, al quinto posto De Chiesa. Si mise di mezzo Jach Bachleda al quarto posto, polacco. Ma qualche pagina dopo i contrasti nel duo della canzone, il Corriere della sera raccontava quelli della Valanga Azzurra. 

Quando Mario Cotelli tra una manche e l’altra dello slalom di Garmisch, ha perso l’equilibrio mentre controllava il tracciato senza sci ai piedi e ha compiuto uno spettacolare ruzzolone – una cinquantina di metri a gambe all’aria, pareva che non si fermasse più – sotto gli occhi di migliaia di persone che sghignazzavano, il gruppetto di italiani che stava tifando con bandiere e striscioni per gli azzurri ha avvertito un brivido sinistro: non sarà mica un brutto segno, proprio adesso che sembra fatta?.

No, nessun brutto segno, nessuna iettatura. Gros, Thoeni e Radici sarebbero rimasti saldi ai loro primi tre posti consumando una strepitosa rivincita” nei confronti degli austriaci che avevano piazzato tre uomini nei primi tre il giorno prima, nella discesa libera. 

Garmisch – scriveva Aldo Pacor – ha celebrato il trionfo degli italiani nello slalom di Coppa del mondo di sci alpino, ma non per questo tutto è filato liscio, nel tripudio generale. Le nostre prime donne si accendono facilmente: Gustavo Thoeni che ha perso il primo posto per un soffio, 5 centesimi di secondo, ha addirittura litigato con Mario Cotelli, che cercava di consolarlo e di fargli comprendere come venti punti fossero un bel gruzzolo per la Coppa. Ma Gustavo ama fare il sordo: vuole vincere e basta «e se non son capace di vincere, meglio che pianti tutto lì e che me ne torni a casa». Cosi non è nemmeno salito sul podio per le fotografie dei primi tre, perché quando Cotelli lo ha mandato bonariamente a quel paese, lui da cocciuto altoatesino ha risposto: «Adesso ci vado». Più tardi, in albergo, si è calmato. Un altro che aveva un diavolo per capello è De Chiesa che, appena è entrato nell’aristocrazia dello slalomismo, vuole subito vincere: era furibondo, nero in faccia e ingobbito, per quei due errori che lo hanno costretto al quinto posto. I nostri purosangue hanno un caratterino complesso; il giorno prima Herbert Plank, aveva avuto una reazione uguale a quella di Gustavo: «Se non riesco a fare meglio di così, torno a casa e le gare me le guardo in TV». Plank era imbestialito. Anche lui vuole essere soltanto primo, o almeno secondo a una inezia da Klammer. Adesso speriamo che gli umori si siano diluiti

Oh, invece Massimo Ranieri prese bene il secondo posto. Ai giornalisti disse: «Siete voi che mi davate favorito. Io lo sapevo che vincere sempre è difficile». Quell’anno cantava Per una donna. La parte più bella è dove dice: Ho chiuso gli occhi ed ho baciato il muro dove prima c’eri tu

 

 L’ULTIMO SCROLL

Lo zodiaco del lunedì

 

TORO   Trentotto skipper stanno ancora regatando nella decima edizione della Vendée Globe, iniziata il 10 novembre a Les Sables d’Olonne. Charlie Dalin ha attraversato per primo l’equatore, Yoann Richomme è ancora a sua volta in gioco per la vittoria finale. Erano le sette di sera ora di Greenwich quando lo skipper della Normandia con la sua Macif Santé Prévoyance hanno passato l’equatore aumentando il vantaggio sulla Paprec Arkéa e portandolo a 140 miglia nautiche. Vento leggero, velocità media nelle ultime ventiquattr’ore di 20 nodi. Il terzo Sébastien Simon ha perso ulteriore terreno, ha dovuto riparare l’albero nei giorni scorsi e ha avuto un problema al generatore del motore. L’anno scorso dovette abbandonare la regata, ha perso 100 miglia nelle ultime dieci ore e si trova a 871 di distanza da Dalin. Eurosport France qui tiene dei regolari aggiornamenti.

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