Il drama è la vita con le parti noiose tagliate
Alfred Hitchcock
artefici
Il primo campione del mondo che piacerebbe a Netflix
Max Verstappen è il nuovo campione del mondo di Formula 1. Ha impedito a Lewis Hamilton di aggiornare il record di 7 titoli che gli appartiene con Schumacher. Dal 2014 solo Nico Rosberg aveva saputo battere il britannico. La Red Bull non vinceva il titolo piloti da otto anni (Sebastian Vettel). La Mercedes ha vinto l’ottavo costruttori. Come tutto questo sia accaduto, sarà piaciuto a Netflix.
I tre episodi chiave per chi ieri faceva altro
① Verstappen è partito malissimo. Si sono spenti i semafori e quasi si spegneva pure lui. In telecronaca diretta su Sky hanno collegato la sua reazione moscia all’inserimento della marcia con troppo anticipo, addirittura una ventina di secondi, mentre Hamilton l’ha messa all’ultimo istante e vroom. Meccanismi sottili. Alla staccata del lungo rettilineo opposto, alla curva 7 Verstappen ha attaccato e passato Hamilton, Lewis è andato fuori pista, ha tagliato la chicane, s’è rimesso in testa e non ha restituito la posizione all’olandese. In modo abbastanza clamoroso per noi profani e in maniera controversa per quelli che ne sanno, la manovra è stata considerata corretta dalla direzione gara, che non ha aperto un’investigazione.
② A quattro giri dal termine il canadese Latifi è andato a sbattere contro le barriere. Dice: e che c’entra? Stava là dietro. C’entra. Il regolamento ha imposto l’ingresso della safety car. Il vantaggio che Hamilton aveva preso su Verstappen è stato azzerato. L’esito della corsa ne è uscito rivoluzionato. Verstappen è rientrato ai box e ha montato le gomme soft, è rientrato in pista, si è accodato all’avversario diretto ed è arrivato lo scenario che ieri su Repubblica aveva incredibilmente sollecitato lo scrittore Gabriele Romagnoli. Aveva scritto: “A pari punti Verstappen conquista il mondiale perché ha vinto un gran premio in più? Sbagliato. Facciano un ultimo giro, solo loro due. Lo chiamino giro della morte. Così è la vita”.
Come in una profezia che si auto-avvera, il giro della morte è finito con un sorpasso alla curva cinque, dove nessuno aveva mai passato nessun altro. Verstappen sì.
③ Il dopo. La Mercedes ha presentato un doppio ricorso per quello che è successo in regime di safety car negli ultimi quattro giri. Il primo: perché Verstappen ha messo un filo di muso della Red Bull davanti alla Mercedes. Il secondo: perché l’arbitro Michael Masi ha consentito alle macchine doppiate di superare la safety car e togliersi dai piedi dei due che si giocavano il Mondiale alla roulette araba. Questo reclamo è andato in appello.
Che cosa si dice in giro stamattina del GP di ieri
Giorgio Terruzzi per il Corriere della sera giudica “comprensibile la decisione di concedere ai duellanti un vero giro di battaglia dopo la fatale safety car, pur dentro un caos da contestazioni infinite e per certi versi legittime. Abbiamo avuto un condensato di complicanze buono per tenere aperta la polemica a lungo. Amplificata dalla sfortuna, va detto, che ha perseguitato il vecchio Lewis nel giorno del giudizio”.
Terruzzi ha trovato Hamilton “ancora una volta più brillante del suo box” e scrive che “le scene finali hanno consegnato una umanità che questo antagonismo aveva mascherato. Le rughe finalmente spianate sul volto di Verstappen, rigato dalle lacrime, illuminato dalla gioia del ragazzino che si gode un premio meritato; la signorilità di Hamilton, scovata in pochi attimi, segno di un equilibrio interiore capace di accogliere una sconfitta indigeribile ma, intimamente, non più discutibile”.
Umberto Zapelloni sul Giornale dice che “il mondiale più bello si è chiuso nel modo più folle. Tutto in un giro. L’ultimo. Il finale che avevamo sognato anche se l’ultimo giro in tribunale davanti ai commissari l’avremmo evitato volentieri. Lewis è un campione per come ha saputo perdere, incassando una sconfitta quando pensava di aver già conquistato il suo ottavo titolo. Quello che non ha funzionato negli ultimi gran premi è la gestione delle gare da parte di Masi. Ultimi giri di Abu Dhabi compresi, quando ha cambiato in corsa le regole facendo ripartire la gara prima che tutti i doppiati potessero sdoppiarsi. Cambiare le regole in corsa non è mai una bella cosa”.
L’Équipe si fa allora una domanda e si dà una risposta. La Fia ha preso la decisione giusta? Sì, però. “Perché non ha esposto la bandiera rossa a quattro giri dalla fine, per una nuova partenza? Max Verstappen avrebbe perso il vantaggio di aver cambiato le gomme (Hamilton avrebbe potuto fare lo stesso), Hamilton avrebbe perso i 12 secondi di vantaggio, con la prospettiva di una partenza da fermo dove è più facile sorpassare, e il pubblico avrebbe avuto non uno, ma tre o quattro giri ad armi uguali tra i due mostri”.
scena del giorno | Lewis Hamilton che non scende dalla macchina per un numero di minuti parso eterno (saranno stati cinque-sei). Con la visiera abbassata, mentre Verstappen festeggiava, saltava e si scioglieva, lui consumava al riparo del casco la delusione e conteneva dentro l’abitacolo la frustrazione mondiale. Dava l’idea, Hamilton, di desiderare in quel momento il martello di Thor per farne l’uso che Rita Pavone suggeriva nel 1964.
Federico Militello per Oa sport considera che “gli americani, padroni della F1, volevano lo spettacolo: quello che hanno regalato questi due campioni, con ogni probabilità, tra qualche anno verrà raccontato in un film sullo stile di “Rush”. La Mercedes ha fatto davvero la figura della guastafeste, perché in primo luogo con i suoi ricorsi ha impedito al neo-iridato di godersi appieno la festa (voi sareste sereni nel ballare e cantare, sapendo che su di voi pende la spada di Damocle di un ricorso? Io sinceramente no…). La scuderia di Stoccarda è andata a sporcare una giornata memorabile per la F1 e lo sport in generale, non accettando il verdetto della pista e battendo i piedi veramente come un bambino a cui hanno strappato di mano il gioco preferito.
Come l’hanno presa in Inghilterra
binocoli I signori del fair play | Sean Ingle sul Guardian dice che “Max Verstappen ha scoperto come i miracoli accadono sotto forma di una safety car. All’olandese è stata data un’ancora di salvezza per il titolo nell’ultimo giro. Subito dopo il traguardo più caotico e avvincente nella storia della Formula 1, Max Verstappen era in piedi in cima alla sua vettura Red Bull, i pugni che tremavano come se un fulmine lo stesse attraversando, nello stile di Frankie Dettori. Chi potrebbe biasimarlo? La Mercedes ci ha provato. Prima in pista. Poi con un appello lungo e tortuoso. La miriade di colpi di scena accaduti ad Abu Dhabi creerà grandi contenuti per la serie Netflix, Drive To Survive. Ma sarebbe stato deludente risolvere una gara così intensa nella stanza degli steward”.
La copertina del Telegraph spara: Hamilton derubato. In realtà all’interno Oliver Brown scrive che “il tumultuoso duello con Lewis Hamilton meritava di essere risolto esclusivamente in pista, non da avvocati che perlustrano arcani pezzi del codice sportivo. Esiste una facile tentazione, visto che per 57 giri la vittoria di Verstappen sembrava una causa persa: dipingere il suo Mondiale come falsato. Sarebbe il peggior torto che possiamo fargli. Ha vinto il maggior numero di gare quest’anno, ha accumulato il maggior numero di pole position, ha condotto per il maggior numero di giri ed è salito sul podio più volte di qualsiasi altro pilota nella storia della F1. Se la costanza è la virtù che definisce un campione, allora l’ha dimostrato in abbondanza. Ha anche mostrato un’abilità superlativa per vincere con un solo colpo all’ultimo giro mentre Hamilton si è difeso in tutto il suo valore. È un vero peccato che ci siano queste conseguenze tossiche, quando i due protagonisti hanno portato i loro talenti a simili altezze. Se la Mercedes continuerà a fare a modo suo, la disputa coverà per tutto l’inverno. La parte innocente in queste macchinazioni è Hamilton, la grazia personificata nella notte più straziante della sua carriera. Alla fine è Verstappen a regnare sovrano, non c’è quasi nulla che la Mercedes possa fare al riguardo, se non marciare sul quartier generale della FIA a Place de la Concorde. Sir Jackie Stewart aveva ragione, quando diceva che sarebbe stato meglio per l’automobilismo vedere vincere Verstappen. Le dinastie esistono per essere rovesciate”.
Diamine, ragazzi. Questi sarebbero gli inglesi che rosicano.
Owen Slot per il Times analizza: “Non c’è sport che assomigli di più al set di uno spettacolo televisivo quanto la Formula Uno. Si tratta di una fiction su ruote, gomme morbide o medie, e qui al Circuito di Yas Marina, con il sipario che sta per calare su tutta la produzione, ha avuto il più spettacolare e sconcertante dei colpi di scena. Ha vinto il ragazzo giusto, ma era il buono o il cattivo? Beh, era il ragazzo più fortunato. È stato uno spettacolo epico. E una volta che tutto era finito, hanno cercato di scrivere un episodio in più”.
Il solo Martin Samuel sul Daily Mail usa toni diversi e più problematici.
“Era stato annunciato come il culmine della Formula Uno – scrive – e la F1 ha dato al mondo quello che voleva. Eppure, così facendo, lo sport ha dato la sensazione di ribaltare il concetto di equità, giustizia sportiva e parità di condizioni. Ha girato la ruota del regolamento e ha deciso il titolo sulla necessità del drama e dello spettacolo promesso. Da spettatori ci è piaciuto molto. Sarà senza dubbio presto in streaming su Netflix. Tuttavia una riflessione sobria su come Max Verstappen sia diventato il pilota campione del 2021 lascia perplessi molti osservatori, per non parlare di nausea. La F1 conquisterà davvero nuovi fan con una trama così prefabbricata, quasi incomprensibile al di fuori delle quattro mura della direzione di gara? È stato questo il primo titolo di Drive To Survive, vinto in base a ciò che si crede il pubblico voglia? Il ruolo ufficiale di Michael Masi è quello di direttore di gara, ma non sta prendendo troppo a cuore e alla lettera il suo ruolo?”
Quelli che hanno perso il titolo all’ultimo GP
DI ROBERTO LIBERALE
Nella storia dei 72 mondiali di Formula Uno finora disputati, in trenta occasioni l’ultimo Gran Premio è stato decisivo, ma solo dieci volte il leader della classifica è stato rimontato all’ultima gara. In più si aggiungono i due mondiali (1974 e 2021) in cui i due contendenti erano pari prima dell’ultima gara. Ecco la lista dei dodici mondiali conclusi con una volata in rimonta o partendo alla pari:
Al netto del campionato 1950, in cui la volata finale si svolse tra due compagni di squadra, nelle altre undici occasioni ci sono stati team che hanno avuto la capacità più di altri di piazzare la stoccata finale. In particolare la McLaren ci è riuscita per ben quattro volte, contro un solo mondiale in cui è stata rimontata. L’altra faccia della medaglia è rappresentata dalla Ferrari, rimontata per ben cinque volte, contro le due in cui ha ribaltato la classifica piloti. In basso la situazione completa:
leggi anche Chi è Michael Masi, l’arbitro di Hamilton vs Verstappen
Slalom 11 dicembre 2021
Il Pianeta Verstappen
Non è semplicemente un nuovo campione del mondo. Non è nemmeno il ragazzo che ha battuto il vecchio o quello che ha interrotto una egemonia. Per Marco Mensurati, su Repubblica, Max Verstappen è l’incarnazione del “Pilota Nuovo”, quello che “manda in pensione a forza di sportellate vecchi arnesi come Fernando Alonso, Sebastian Vettel e Kimi Raikkonen, e mette in crisi anche gli ibridi come Charles Leclerc e Carlos Sainz giovani (sempre meno) promesse che però rischiano di smarrire la strada prima ancora di averla imboccata in maniera stabile”.
Verstappen è secondo Mensurati l’interprete ideale di una Formula Uno che “ha finito di cambiare la sua pelle e da sport si è ormai trasformata definitivamente in show. E che show. Una sorta di wrestling su quattro ruote. Una messa in scena in cui l’arbitro, nel caso di ieri il malcapitato australiano Michael Masi, è poco più di un elemento di colore, un signore probabilmente munito di papillon e baffetti, vocato alla drammaturgia più che al regolamento, le cui scelte sono sempre di più determinate dagli eventi. Quando non addirittura dalle necessità di sceneggiatura. Nel vecchio mondo, quello in cui lo spettacolo veniva dopo il merito sportivo, succedeva – almeno in teoria – esattamente il contrario. Alla retorica del campo, gli americani hanno invece lentamente sostituito la logica di Netflix”.
Ecco perché nella Formula Uno riscritta da Liberty Media c’è “bisogno di nuovi protagonisti, anch’essi geneticamente modificati: lottatori con muscoli gonfissimi, doti da cannibali e una propensione naturale a prendersi la scena, a qualunque costo. Un po’ acrobati un po’ attori. Proprio come nel wrestling”.
Luigi Perna sulla Gazzetta dello sport lo definisce un Mozart dei motori. “L’olandesino volante ha subito fatto vedere sorpassi magici, duelli ruota a ruota e manovre difensive smaliziate, affrontando i senatori con la sicurezza sfrontata di chi è arrivato per sovvertire tutte le gerarchie. Era sicuro che fosse l’unico modo per nuotare nello stesso acquario con squali più grandi come Hamilton, Alonso o Vettel, senza farsi sbranare. Le sue dichiarazioni di fuoco hanno fatto tremare il cliché politicamente corretto del mondo dei GP, ricordando i piloti di una volta che dicevano sempre quello che pensavano. Ma ha dovuto aspettare sette stagioni di F.1 prima di avere fra le mani una Red Bull vincente, con cui competere ad armi pari contro Lewis e la sua Freccia Nera”.
Stefano Mancini su la Stampa gli dà 10 in pagella e scrive: “ Grazie per avere reintrodotto i sorpassi in Formula 1. Grazie per aver portato una ventata di aria fresca in uno sport che era stato monopolizzato (con pieno merito, s’intenda) da un’altra squadra e un altro pilota. Grazie per aver contribuito ad animare, anche con le polemiche, il più bel campionato del secolo e forse anche più indietro nel tempo. Trionfa con merito non tanto per l’ultima, folle gara, quanto per aver combattuto da marzo in avanti senza mai abbassare la guardia”.
Marco Evangelisti sul Corriere dello sport-stadio ricorda che “troppo a lungo è apparso un’espressione artistica del padre, un robot programmato per arrivare; troppo a lungo ha identificato classe, velocità e diritto acquisito su ogni spazio vitale. Ha passato due o tre anni a vedere la macchina come una spada, gli ordini di scuderia come battute di spirito. A buttare fuori pista, senza scrupoli e senza tremori, Vettel, Raikkonen, Hamilton stesso, oppure Ocon o Bottas. E un altro paio di stagioni a scontare quei peccati originali. A farsi dimenticare prima, quindi a rimodellarsi in forme più agonisticamente civili”.
Ora la sua vittoria, continua Evangelisti, smonta “l’ottavo inno a lode e gloria di Lewis Hamilton, con tutto l’apparato di infanzia sofferta, lavori emergenziali, passioni frustrate, rivincite sul destino, crescita personale e meritorie battaglie sociali”, tutto quello che – scrive – “sarebbe stato dolce quanto un’indigestione di miele”.
parole Una personalità in quattro dichiarazioni
2015. «È divertente pensare che guido le macchine più veloci al mondo senza avere ancora la patente»
2016: «Non c’è un segreto per saper fare bene i sorpassi, è qualcosa che hai dentro, un istinto naturale: vedi uno spazio e ti ci infili, senza esitazioni»
2018: «Non devono definirmi un dio se vinco una gara, ma neppure demolirmi in un momento critico. Non ammetterò che mi dicano in faccia certe cose».
2019: «Ho letto solo due libri in vita mia».
emeroteca Epifania di un fenomeno: quando vinse il primo GP
“Cosa ci si può mai aspettare da un bimbetto di tre anni la cui mamma dice di accelerare, invece di ammonirlo a non combinare guai, nel vederlo in giardino a smanettare con il quad? Beh, che scriva la storia: diventando prima il più giovane pilota di F1, e ieri — soprattutto — il più giovane vincitore di un gp di tutti i tempi. Signore e signori, ecco a voi Max Verstappen, 18 anni e 228 giorni, già definito da qualcuno come il pilota del secolo. Esagerazioni? Forse sì. Ma forse no. Il gran premio di Barcellona è stato testimone di un segno (ulteriore) del destino, con il piccolo Max al posto giusto nel momento giusto. Per dire: non avesse, a Sochi, Kvyat tamponato Vettel, quelli della Red Bull non avrebbero mai deciso lo scambio dei due: Kvyat in Toro Rosso, Verstappen in Red Bull. E cosa succede al debutto? Che le due Mercedes fanno l’autoscontro e il giovane Max trionfa. Non è destino questo?” – di paolo rossi, la Repubblica, 16 maggio 2016
| “Avete mai sentito il verbo «gestire» sulle labbra di un diciottenne? Difficile. Perché quella è l’età degli errori e della dissipazione, altro che «gestire»: un diciottenne non fa che cercarsi occasioni e gettarle al vento, per sbaglio, per impazienza. Invece Max Verstappen, appena finita la gara, dopo l’esplosione di gioia, si è presentato ai microfoni e ha dichiarato senza quasi scomporsi: «Ho dovuto solo gestire e non fare errori». Solo. Non si può dire che abbia un aspetto da bambino, Max, ma neanche che abbia proprio un’espressione adulta. Un po’ l’uno, un po’ l’altra. La sua faccia somiglia a quella di tanti adolescenti: quando temiamo che non usciranno mai dall’infanzia, improvvisamente ci smentiscono e ci appaiono persino troppo cresciuti, poi ci giriamo e ritroviamo il sorriso del bambino. L’incostanza è la loro caratteristica (e la maledizione dei genitori, che non sanno come prenderli)”. – di paolo di stefano, Corriere della sera, 16 maggio 2016
| “Temino da fare a casa: «Immaginate una F1 più divertente». Svolgimento: regolamento meno demenziale e, soprattutto, altri 4/5 piloti come Max Verstappen in griglia. Punto. Perché avrà la faccia da schiaffi, il sorriso indisponente, perfino qualche brufolo schifoso, ma la scarica elettrica che ha dato il talentuoso 19enne alla F1 vale più di mille power unit impazzite. Certo, non avrà il carisma e i tormenti di Senna, né l’aura di Schumi, ma il pilota Max Verstappen è un vero “bastardo”, epiteto che nel linguaggio delle corse significa stima, magari sibilato a denti stretti da quelli (tanti) che gli arrivano dietro. Forse merito della mamma Sophie Kumpe, che quando aveva 3 anni lo mise su un quad gridando «accelera, accelera». Ma era già a manetta. O forse merito di papà Jos, pilota da retrovie in F1 e poi primo sponsor del figlio ma che, dopo una gara di kart finita male (una delle poche, visti i 9 titoli europei e mondiali) non gli ha parlato per una settimana. Viva la genetica. E viva la faccia tosta” – di tommaso lorenzini, Libero, 15 novembre 2016
Il Mondiale di Verstappen visto dall’Olanda: “Come Cruijff”
| Willem Vissers su De Volkskrant, il giornale dei progressisti olandesi, accosta la parabola di Verstappen a quella di Johan Cruijff. “Infinite sono le differenze tra i due. Cruijff, ad esempio, si rivelava nervoso durante le partite, mentre Verstappen è incredibilmente figo in uno sport che richiederebbe tensione, mettendo in pericolo la vita. Guardate il suo spettacolare giro finale ad Abu Dhabi, si è chiuso con il grido: Oh, mio Dio. Eppure Verstappen guida più o meno come Cruijff giocava a calcio. All’attacco. Senza esitazione. Con visibile piacere. Sfacciato. Per vincere, ma anche per intrattenere il pubblico, che entrambi credono sia/fosse uno degli aspetti più importanti nello sport commerciale. A volte sento Max ridere quando grida qualcosa alla radio di bordo, a una velocità che farebbe girare la testa ai comuni mortali. A più di cinque anni dal suo primo successo a Barcellona, Max Verstappen è campione del mondo. Ha mantenuto la sua promessa. È una ricompensa per il talento, il coraggio, l’abilità tattica e l’originalità. In questo senso è totalmente cruijffiano”.
Marcel Haenen per NRC è stato a Montfort, tremila abitanti nel Limburgo centrale, il luogo d’origine della famiglia di Verstappen. “È vero che Max è nato e cresciuto dall’altra parte della valle della Mosa, ma le sue radici sono qui. Il bisnonno Jef aveva una discarica qui. Il nonno Frans era proprietario di un bar e ha gestito la gelateria fino alla sua morte nel 2019. Il comune di Roerdalen, di cui fa parte Montfort, non aveva ancora preparato alcun festeggiamento fino a ieri, ha spiegato il vicesindaco Jan Smits”.
I campioni olandesi su ruota
1947: Theo Middelkamp è il primo olandese campione del mondo di ciclismo su strada | 1968: Jan Janssen è il primo olandese a vincere il Tour e Keetie Hage la prima olandese campionessa del mondo di ciclismo su strada | 1971: Jan de Vries è il primo campione di motociclismo (categoria 50 cc) | 1980: Joop Zoetemelk è l’ultimo olandese ad aver vinto il Tour | 1984: Egbert Streuer vince il primo titolo di campione del mondo nella categoria Sidecar | 1985: Joop Zoetemelk è l’ultimo olandese campione del mondo di ciclismo su strada | 2012: si apre la stagione delle olandesi nei Mondiali di ciclismo su strada, con sei titoli in nove anni di Marianne Vos, Chantal Blaak, Anna van der Breggen e Anniemiek van Vleuten | 2017: Tom Dumoulin è il primo olandese a vincere il Giro
Altre ruote | Van Aert vince anche sulla neve
Aveva vinto finora sull’asfalto, sul fango e sull’erba. Wout van Aert adesso ha vinto anche sulla neve, in questa strana nona prova di Coppa del mondo di ciclocross corsa in Val di Sole, come test, laboratorio e annuncio di un prossimo ingresso delle bici ai Giochi Olimpici invernali. Le vere Strade Bianche.
Filippo Cauz su Bidon scrive che “il gioco delle cose in bicicletta sta tutto lì: balzare in sella e divertirsi. Non sempre ci si riesce, a volte hanno la meglio il freddo, la stanchezza o la tensione, ma in ogni caso ci si prova. Altrimenti chi te lo fa fare di sobbarcarti un viaggio attraverso l’Europa, salire sulle montagne e prenderti una botta di gelo del genere? Alla fine della prova di Coppa del Mondo in Val di Sole si potrebbe provare a tracciare una linea nella neve per dividere chi si è divertito da chi no. Ma la linea sarebbe bianca come lo sfondo, e non si distinguerebbe. Di certo si sono divertiti i bambini che si sono rotolati a terra per tutto il pomeriggio. E di certo si è divertito van Aert, che quel sorriso stampato in faccia proprio non ha intenzione di toglierselo. Ride, firma autografi, scatta foto, parla con tutti. Correre in Italia gli piace: vince spesso e ama l’entusiasmo del pubblico, tanto che non è raro leggere qualche parola in italiano nei post sui suoi social. Scritti senza nessun segreto: «uso sempre Google Translate, altrimenti so dire solo ‘Grazie mille’».
E neve sia.