Partita finisce quando arbitro fischia
Vujadin Boskov
▻ È vero che tutti gli occhi saranno sulla prima curva. È vero che c’è nell’aria l’odore dello zolfo. È vero che questo GP di Abu Dhabi adesso sembra un antico match di boxe a mani nude. Ma sono vere anche altre due cose. La prima: c’è un arbitro. La seconda: nessuno si fida di lui. Quasi meno che di Verstappen, detto sotto voce. Il direttore di gara si chiama Michael Masi ed è uscito dalla gara in Arabia più o meno triturato, per la trattativa condotta via radio sulla nuova griglia di partenza in corsa.
Masi è un 42enne australiano in carica dal 2019. Frédéric Ferret su l’Équipe di stamattina gli dedica un ritratto di due pagine, scrivendo che “i bambini sognano di diventare un astronauta, un pompiere o un agente di polizia. A volte le loro speranze si estendono fino a diventare un pilota da corsa. Non Michael Masi. Lui sognava di diventare qualcosa di completamente diverso. Da bambino voleva fare lo chef. E poi molto velocemente, nonostante uno stage in un grande ristorante di Sydney, la sua città natale, si è staccato dall’idea. L’obiettivo della sua vita è diventato presto quello di seguire il percorso di Charlie Whiting, il leggendario direttore di gara di Formula 1, morto improvvisamente per un’embolia polmonare all’alba della stagione 2019, in Australia”.
Chris Whiting è quello che il giornale francese definisce un uomo da bello e cattivo tempo, insediato nel suo ruolo per 22 anni da Bernie Ecclestone. Un accentratore che andava a controllare anche l’immondizia, ogni giorno, sul serio. “Charlie era IL riferimento”. Articolo a lettere maiuscole. “Non era solo un direttore di gara, era anche il direttore tecnico. Per sostituire questo maniaco del lavoro che per quattro decenni ha costruito le regole del gioco della F1 e le aggiornava quotidianamente, la FIA ha dovuto raddoppiare i posti. Nicolas Tombaztis ora gestisce la tecnica. Masi si occupa della gara”.
Significa che va in sopralluogo sulle piste e ogni venerdì sera, compreso ieri, novanta minuti dopo le seconde prove libere, fa un discorsetto pieno di e raccomandazioni, affinché la domenica vada tutto bene. Si deve a lui il ripescaggio dopo molti anni della bandiera bianconera, un equivalente del cartellino giallo, andata in disuso. In Brasile, Verstappen ne ha avuta una. Si deve a lui la scoperta che via radio la corsa può diventare un suk, ha scritto l’Équipe l’altra settimana. Un mercato di scambi.
«Non è difficile da gestire – sono le sue parole – queste conversazioni vanno avanti da anni. La novità è che ora vanno in onda». E bisogna rispondere in fretta. Come a Silverstone, quando Toto Wolff gli suggerì di andare a controllare le email, gliene aveva mandata una sull’incidente tra Hamilton e Verstappen. Masi non fece refresh e non l’aprì. «Non sono influenzato da nessuno – dice – secondo le decisioni favorevoli a questo o quello, la vostra opinione sui nostri giudizi cambia. Ci sarà sempre uno felice e uno arrabbiato. Come nel calcio o nel tennis. Fa parte del mio lavoro».
Al quotidiano francese dice che vorrebbe godersi anche lui l’ultimo GP, «una grande battaglia con due grandi scuderie e due grandi piloti. Voglio che questo sia un grande campionato e che incoroni un grande campione». Nell’incontro con i piloti ieri sera ha detto che non vuole un finale con un incidente come Senna-Prost, Schumacher-Hill o Villeneuve-Schumacher. Anche se tutti lo sospettano. «Non devo decidere il titolo – sono ancora sue parole – se ci dovesse essere un incidente, lo guarderemo con attenzione e se qualcuno ne avrà la in colpa, sarà penalizzato in base alla gravità della sua azione. Non ci sono io al volante delle macchine. I piloti prendono le loro decisioni».
Visto dall’Inghilterra che trepida per Hamilton, visto da Uche Amako del Telegraph, Masi è l’uomo che nel 2020 privò il pilota britannico della vittoria a Sochi. Viene definita la più grossa controversia nella quale sia finito. Lui replica in modo più diplomatico e rende omaggio al suo predecessore dicendo di non potersi mettere nei panni di Whiting. In una intervista di un anno fa con il New York Times dichiarò che «quando le persone mi chiedono com’è sostituire Charlie, io rispondo che no, sono diventato direttore di gara in Formula 1 e delegato alla sicurezza, ma non sto sostituendo Charlie. Nessuno potrà mai farlo».
| Tutta questa attesa morbosa e sulfurea per l’auto-scontro ha causato un incidente diplomatico con Sky Sports UK, costretta a rimuovere dai trailer del GP di domani le immagini di un incidente tra Verstappen e Hamilton. La Red Bull ha protestato, sì è fatta sentire, ha giudicato che fosse un riferimento malizioso. Pareva un coming soon.
Martin Samuel su Daily Mail riassume gli ultimi parapiglia di vigilia e scrive che Christian Horner ha accusato la Mercedes di aver cercato di diffamare Max Verstappen, disegnandolo come pazzo e irresponsabile. L’editorialista del Daily Mail è più laico e disinvolto. “È una rivalità come quella di Senna e Prost. Non c’è stupirsi che tutti gli occhi siano puntati sulla prima curva”.
Sul Foglio sportivo di stamattina, Umberto Zapelloni torna a considerare a sua volta l’ipotesi dell’incidente che metterebbe fuori causa i due, finendo per assegnare il titolo all’olandese grazie al maggior numero di GP vinti: 9 a 8.
“Peccato – dice – che quella vittoria in più è quella ottenuta nel Gran premio del Belgio, una gara che non c’è stata. Vincere un mondiale grazie alla vittoria in un Gran premio assegnato a tavolino (con punteggio dimezzato) dopo due giri dietro alla Safety Car sarebbe davvero il peggior finale possibile per il campionato più combattuto degli ultimi anni. … Assegnare un campionato perché Max ha vinto una gara che non c’è stata sarebbe come apparecchiare il pranzo di Natale, poi prendere dentro la tovaglia e tirare tutto giù per terra. … Sono stati due fenomeni va riconosciuto. Max è stato platealmente più scorretto, ma più bravo nelle partenze; Lewis più furbo in certe manovre e più forte mentalmente. Ma in Formula 1 non c’è grande campione che non abbia qualche scheletro nell’armadio. Tutti in un modo o nell’altro hanno cercato di andare oltre i limiti fin dai tempi di Fangio. Solo che ai tempi non c’erano le telecamere di Netflix a sorvegliarli giorno e notte”.