Lo Slalom del 14 ottobre | Cosa leggere, sapere e vedere

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  • TENNIS  Sinner si sta Djokovizzando Il l saluto di Zio Toni al nipotino Rafa
  • DISCUSSIONI  Perché nello sport nessuno prende il congedo parentale. Ma le nuove generazioni stanno cambiando la scena
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lunedì 14 ottobre 2024

#3 giorni alla Coppa del mondo di nuoto

  ARTEFICI

Il record del mondo femminile di maratona

Il tempo di Ruth Chepngetich strabilia più dei 100 di Flo-Jo

    Ruth Chepngetich alle Olimpiadi non c’era. La squadra di atletica leggera del suo Paese, il Kenya, non l’ha convocata. Era arrivata solo nona alla maratona di Londra in aprile e le alternative non mancano. Hanno portato a Parigi Hellen Obiri, Sharon Lokedi e Peres Jepchirchir, raccogliendo un terzo, un quarto e un 15esimo posto. Bene così, deve aver pensato Ruth, che s’è messa a preparare il colpo grosso di Chicago, sulle strade che conosce e che ama. Qui aveva vinto nel 2021 e nel 2022, qui ha rivinto ieri, non solo battendo il record del mondo ma diventando pure la prima donna nella storia a correre i 42 km e 195 metri in meno di 2 ore e 10 minuti [2h09’56”]. 

Un muro abbattuto, una frontiera oltrepassata, un’impresa epocale immediatamente accostata a una maratona maschile al di sotto delle 2 ore. Mmm. Quasi. Le 2h09’56” di Chepngetich sono una prestazione di qualità superiore al record maschile fatto sempre a Chicago l’anno scorso da Kiptum [2h00’35”] quattro mesi prima dell’incidente stradale mortale. È una verità che emerge dalle tabelle con cui World Athletics paragona le diverse prestazioni delle stesse gare, tempi e misure maschili e femminili ricondotte a uno stesso parametro. Il record di Kiptum vale 1322 punti, il record di Chepngetich ne vale 1339. È una mostruosità. Equivale ai 6 metri e 26 saltati con l’asta da Mondo Duplantis. Secondo le tabelle di World Athletics è come aver corso i 100 metri maschili in 9.62 e i 100 femminili in 10.38, più veloce di Florence Griffith-Joyner. È come aver fatto 12.56 sui 110 ostacoli tra gli uomini, come aver saltato 2,12 in alto per una donna – più su di Jaroslava Mahučich – o 16,15 nel triplo, più in là di Yulimar Rojas: tutte prestazioni da 1339 punti. Ma il crono di Chepngetich non è ancora eguale a una maratona maschile sotto le due ore, una prestazione quantificata in 1348 punti. Il crono di Chepngetich vale al maschile 2 ore e 27 secondi, otto in meno del record mondiale di Kiptum. 

Se ieri a Chicago avesse corso la gara degli uomini, sarebbe stata battuta solo da dieci di loro. Due anni fa aveva fatto metà strada in 65:44, la prima metà più veloce di sempre in una maratona, ma aveva chiuso in 2h14:18, mancando quello che era al tempo il record mondiale di 14 secondi. Ieri ha avuto di fianco come riferimento, diciamo come lepri, Barnabus Kiptum ed Evans Nyakamba Mayaka per quasi tutta la gara, gente con un personale di 2 ore e 04, così non ha rallentato granché nella seconda porzione del tracciato, passando inizialmente a 64:16 e poi in 65:40.

  RUOTE

Pogačar, via dalla pazza folla

Duemila km in fuga da solo sui 10.000 percorsi in un anno

  Riassunto delle puntate precedenti. Il signorino Tadej Pogačar si presenta col grembiulino nuovo e pulito e con il fiocco in ordine al primo giorno del suo 2024 in bicicletta, e sugli sterrati toscani, quel 2 marzo di sette mesi fa, decide di farsi 81 km di fuga partendo nello stesso punto in cui era scattato nel 2022 ma un giro prima, al passaggio antecedente. È una specie di promo della sua stagione, il trailer, il coming soon, ma quel giorno non lo sappiamo ancora, quel giorno pensiamo che sia la follia di un pomeriggio che gli ha attraversato i pensieri, del resto ormai i campioni contemporanei fanno quasi tutti così, attaccano da lontano. Lezione numero uno: le Strade Bianche non è una classica ma ci dice alcune cose sulle corse-monumento che vedremo. 

Il Mondiale di Zurigo ha scolpito in modo definitivo l’insofferenza di Tadej Pogačar per le adunate di massa, via dalla pazza folla come Thomas Hardy, con quegli altri 51,7 km pedalati da solo, dopo l’attacco con cui aveva parzialmente scremato il gruppo come il latte a 101 dal traguardo, portandosi alla fine dietro il solo Pavel Sivakov, compagno di squadra alla UEA. Tanta esuberanza s’è sentita nelle gambe all’ultimo giro, quando il vantaggio è calato fino a soli 34 secondi su O’Connor. Lezione numero due: anche Pogačar si stanca. 

Al Lombardia ha addizionato altri 48 km e mezzo di fuga, secondo i calcoli de L’Équipe toccando il traguardo dei 2.000 km passati da solo, senza compagnia, senza poter scambiare due chiacchiere con qualcuno, sul totale di circa 10.000 dell’anno. Il 20% della sua stagione in fuga, ma non al modo scellerato – che so – di Claudio Chiappucci: adesso parte e poi vediamo come va a finire. Lezione numero tre: quando parte Pogačar, come va a finire lo sai già. 

TENNIS

Sinner si sta Djokovizzando

  Sotto gli occhi di Roger Federer e di fronte a colui che lo ha preceduto sul trono di numero 1 al mondo, Jannik Sinner si è preso il settimo titolo della stagione a Shanghai, dove nel corso della settimana si era costruito la possibilità di restare numero 1 fino al termine della stagione, comunque sia, anche grazie alla sconfitta di Alcaraz ai quarti di finale contro Machac. 

Lucile Alard su L’Équipe fa notare che Sinner in Cina ha accentuato ancora un po’ di più la sua egemonia sul circuito e pure su Novak Djokovic, battuto per la terza volta consecutiva e dal quale ha ereditato alcune caratteristiche, questo modo di non arrendersi mai, di mantenere il sangue freddo nei momenti più caldi, di giocare al meglio quando conta davvero. Un risvolto che poi lo stesso Djokovic avrebbe riconosciuto a fine partita, un omaggio sacro da parte del maestro dice il giornale francese, senza dimenticare di sottolineare che Sinner vive in una strana situazione, con la minaccia di una squalifica che oscura il suo orizzonte

Vincenzo Martucci sul Messaggero annota che non era previsto che il Profeta dai capelli rossi strappato allo sci completasse l’identificazione quasi totale con l’ideale più ambito: Novak Djokovic, mentre Stefano Semeraro su La Stampa racconta appunto di Federer in tribuna che parlotta con Alcaraz, di Djokovic che scherza non solo con Roger ma pure con l’ex preparatore atletico Marco Panichi e il fisioterapista Ulyses Badio seduti ora nel box di Jannik [«Due di voi mi sembra di conoscerli bene…»], e scrive allora nella sua analisi che questo non è un passaggio di consegne. Quello semmai sarebbe toccato alla generazione precedente, che invece si è fatta prepensionare senza neanche passare dal via. Sembra più un travaso di esperienza, uno scambio di regali. A Jannik e Carlos il futuro, a Djokovic e Federer l’onore e la gloria

Di questo passaggio, di questo e altri passaggi, scrive Emanuela Audisio su Repubblica. 

    FIGURINE

Il saluto di Zio Toni al nipotino Rafa

La voce che nell’addio di Rafa Nadal era finora mancata. Eccola qui. Zio Toni si è preso qualche giorno prima di scrivere il suo editoriale su El Pais, il giornale spagnolo che pubblica periodicamente una colonna di due riflessioni sul tennis. Toni Nadal usa quello spazio soprattutto per dir grazie al suo Rafa, per dirgli quanto grande sia la sua ammirazione, per parlare di “un sogno quasi perfetto”. 

Zio Toni ha spiegato i motivi di un ritiro così – non tardivo – ma ponderato, ecco: ponderato, “il momento inevitabile che si vorrebbe non arrivasse mai. Nel suo caso c’è stata un’altra circostanza particolare che lo ha spinto a prolungarlo. Rafael ha imparato a convivere con il dolore per molti anni, è riuscito a dominarlo in molte occasioni e ha visto come, nonostante dubbi e incertezze, a volte ne uscisse non solo vittorioso, ma anche rafforzato. Questo è stato uno dei motivi che lo hanno spinto a rinviare ancora e ancora la sua decisione.  In questi ultimi due anni ha continuato a darsi un’opportunità, più per fede che per ragionamento e solo alla fine ha accettato la realtà, solo quando ha avuto la conferma indiscutibile che il suo corpo non andasse oltre. Ha mantenuto ciò che mi aveva promesso qualche anno fa in una conversazione avuta in un club, quando gli raccontai che un famoso ex tennista mi aveva confessato la grande insoddisfazione della sua carriera, non il fatto di non aver ottenuto più titoli, ma la sua mancanza di perseveranza. Ho esortato allora mio nipote a non commettere quell’errore, e con più zelo di quanto mi aspettassi Rafael mi ha risposto: – Calmati, Toni. Quando me ne andrò, sarà con la tranquillità di aver provato tutto”. 

DISCUSSIONI 

Perché nello sport nessuno prende il congedo parentale

Ma le nuove generazioni stanno cambiando la scena

Congedi di paternità e maternità: perché nello sport non ne approfittano? Se lo domanda stamattina Irene Guevara su El Pais, scrivendo che pochissimi atleti approfittano del congedo per la nascita e la cura dei figli, a causa della loro breve carriera, per l’immaginario sociale e per la distribuzione ineguale dei ruoli tra uomini e donne. Così ricorda i pollici in bocca che si mettono i calciatori dopo i gol, le culle mimate, le dediche ai bambini nati due-tre giorni prima. Ma sono pochi i casi di atleti che si sono fermati dopo la paternità o la maternità – non da incinte – ancor meno quelle che hanno usufruito del congedo per parto e cura del minore. Due eccezioni sono stati David Gea, fuori per un mese, sei partite, nel 2021, e il golfista Jon Rahm, in pausa nel 2020 per la gravidanza della moglie. A volte sono considerati eroi per aver accettato la propria responsabilità di genitori. I professionisti sottolineano che si tratta di una decisione personale che viene dalla brevità della loro carriera; i sociologi aggiungono che è una conseguenza dell’immaginario collettivo sulla maternità e sulla paternità radicato nella società

El Pais racconta che Alexander Sorloth è stato criticato in aprile per essere andato a giocare una partita anche se sua moglie era uscita di conti [nella lingua madre del papà di Slalom si dice così, uscire di conti, chissà se si dice anche in italiano, in spagnolo pare di sì: haber salido de cuentas. E del resto siamo stati spagnoli]. Il suo allenatore Marcelino García lo ha elogiato in conferenza stampa per aver avuto la possibilità di restare con la moglie dopo essere diventato papà al mattino della partita, ma aveva messo al primo posto la sua professionalità. Dimostra dei valori, disse. Lo aveva fatto anche Sergio Ramos con la nascita del terzo figlio. Non erano passate nemmeno 24 ore dal parto della moglie e lui era già in ritiro con la Nazionale. Julen Lopetegui parlò di mentalità. Quando il portiere del PSV Benitez ha lasciato la sua squadra alla vigilia della partita di Champions contro la Juventus, a Zvone Boban parve una diserzione dal dovere e lo disse. Da dove nasce questa concezione? David Moscoso, professore di sociologia dello sport alla Universidad de Córdoba, spiega che «finiscono per prevalere i valori culturali dei ruoli diseguali che vengono assegnati al fatto di essere uomo o donna: l’uomo porta i soldi a casa e la donna si prende cura dei figli, dentro una struttura mascolinizzata e androgenica»


       IL TELECOSLALOM 

LO SPORT OGGI IN TV

LA GUIDA ALLA GIORNATA

TENNIS

3.30 WTA Osaka: primo turno – su Sky Sport 

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7.00  ATP Almaty: primo turno – su Sky Sport 

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8.00  WTA Ningbo: primo turno – su Supertennis, Sky Sport

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11.00  ATP Anversa: primo turno – su Sky Sport

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13.00  ATP Stoccolma: primo turno – su Sky Sport

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ACQUE

14.00 Vela, America’s Cup: gara-4, New Zealand vs Ineos Britannia – su Italia 1, Sky Sport, Mediaset Infinity, canale Youtube di America’s Cup, Sky Go e NOW

EUROGOL

18.00  Elite League U20: Portogallo vs Italia – in streaming su Vivo Azzurro Tv

20.45  Nations League: Italia vs Israele – su Rai 1 

20.45  Nations League: Belgio vs Francia, Bosnia vs Ungheria, Germania vs Olanda – su Uefa Tv

  La Francia torna in Belgio per la terza volta da luglio e secondo Vincent Duluc, editorialista numero 1 de L’Équipe per il calcio, quest’avversario arriva al momento giusto, in questa tormentata sequenza internazionale, per riportare a galla il gioco. Ma poi aggiunge: Beh, forse

C’è una discreta agitazione dentro la Francia. È cominciata con la sconfitta in casa contro l’Italia alla ripresa della stagione internazionale. È stata alimentata dalla concomitanza dell’addio a sorpresa di Antoine Griezmann ai Blues e le pressioni del Real Madrid su Didier Deschamps affinché non chiamasse stavolta Kylian Mbappé. Non l’ha chiamato, ma poi l’ha visto giocare 24 ore dopo in Liga e infine volare a Stoccolma per una festa. Per la partita di giovedì scorso contro Israele ci sono stati sono 4 milioni di spettatori alla tv, Nkunku ha segnato il suo primo gol, il laziale Guendouzi è piaciuto e Duluc prova a consolare scrivendo che non possiamo rimpiangere le pagine che vengono girate e allo stesso tempo disinteressarci di quelle che vengono scritte. Alcuni hanno fatto il loro lavoro nel tempo dando garanzie [Maignan, Koundé, Saliba, Tchouaméni, il nuovo capitano], altri dovranno dare qualcosa in più rispetto a quanto hanno fatto finora. È una necessità, senza dubbio, per Marcus Thuram che non è ancora, con i Blues, l’attaccante che si vede in campo con l’Inter

Una Francia insomma, alla ricerca di nuove stelle, dicono altrove Damien Degorre e Arnaud Hermant facendo i nomi di Bradely Barcola, Mike Maignan, Jules Kounedé e Michael Olise. Sono i quattro giocatori dalle magliette più vendute in questo momento. Finora era stato raro trovare una maglia da portiere in vendita nei negozi autorizzati. È lo stile spettacolare di Maignan, l’impressione di invulnerabilità che trasmette in campo o il suo carisma? È uno di quelli che ispirano i bambini, anche se è uno degli internazionali con meno follower su Instagram: in Francia i social network non sono sempre il miglior barometro della popolarità. Il nome di Barcola è stato il più scandito durante gli ‘allenamenti aperti al pubblico ma questo fenomeno durerà solo se continuerà a ripetere le sue prestazioni. Nella scorsa stagione, l’affermazione internazionale di Warren Zaire-Emery ha sollevato un’ondata di entusiasmo popolare che si è rapidamente placata.

La Francia non perde contro il Belgio dal ‘91


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