Lo Slalom del 5 gennaio | Cosa leggere, sapere e vedere

lunedì 5 gennaio 2026

 # 2 giorni allo  slalom di Madonna di Campiglio

 

 

     

►  L’INTER HA risposto al Milan e al Napoli [2-0 alla Lazio], ha battuto il Bologna per 2- e si è ripresa la testa della classifica. Tre punti importanti per la Fiorentina: 1-0 alla Cremonese con gol di Kean all’ultimo sospiro. Ora la zona salvezza si trova a -3. Il Torino ha battuto il Verona. 

◇  L’Italia ha esordito nella United Cup con una sconfitta contro la Svizzera. Jasmine Paolini è stata battuta da Belinda Bencic e dopo la vittoria di Cobolli su Wawrinka il glorioso doppio misto Errani-Vavassori è stato battuto al terzo set. La prossima notte spareggio con la Francia per il passaggio del turno. Nelle altre partite della notte la Cechia ha battuto la Norvegia [Mensik b. Ruud] e Cori Gauff ha aperto Usa-Spagna perdendo da Bouzas Maneiro in tre set sconcertanti [1-6 7-6 0-6]. 

◇  Marocco e Camerun sono la terza e la quarta nazionale qualificate per i quarti di finale della Coppa d’Africa. I padroni di casa hanno battuto la Tanzania per 1-0 e il Camerun ha eliminato il Sudafrica [2-1]. Oggi Egitto-Benin e Nigeria-Mozambico.

 

   

Sindacato è una bella parola che proviene dal greco “dike”, cioè giustizia, e “syn”, insieme: syn-dike, “giustizia insieme”

Papa Francesco

 

  

Djokovic è stanco di fare il sindacalista

Ora che Novak Djokovic ha tagliato i ponti con la Professional Tennis Players Association, il sindacato che doveva essere l’anti-ATP nelle intenzioni ribelli del più incontenibile fra i tennisti dell’età contemporanea, resta da capire chi prenderà la guida di un mondo che avrebbe molti punti da sistemare e altrettanti nodi da sciogliere, dai calendari affollati alle competizioni a squadre quasi tutte uguali. Sinner e Alcaraz sembrano avere caratteri diversi e se Djokovic si defila dicendo che i miei valori e il mio approccio non sono più in linea con l’attuale direzione dell’organizzazione, bisognerà guardare prima o poi l’orizzonte per capire cosa arriva nel tennis e chi vorrà farsi carico del ruolo di leader sindacale. 

Djokovic ha scritto su Twitter o come diavolo si chiama stamattina di avere continua preoccupazione riguardo alla trasparenza, alla governance e al modo in cui la mia voce e la mia immagine sono state rappresentate. A marzo, la PTPA aveva intentato una class action contro i tour femminile e maschile, la federazione internazionale tennis e l’agenzia per l’integrità sportiva, accusandole di abuso sistematico, pratiche anticoncorrenziali e palese disprezzo per il benessere di chi gioca. In seguito, i quattro tornei del Grande Slam sono stati aggiunti come imputati. Ma al momento della presentazione della causa, Djokovic non era elencato tra i querelanti; lo erano invece Pospisil e altri giocatori. 

Quella di Djokovic allora non è la fine di una ribellione, ma la fine dell’illusione che una sola figura — per quanto grande — possa riformare un sistema così stratificato. Djokovic esce di scena non perché ha perso, ma perché ha capito che questa battaglia non può essere vinta da un singolo, nemmeno da chi si candida a essere il più grande di sempre. Una ritirata che non è una sconfitta, ma una presa d’atto politica e personale insieme, perfettamente coerente con il percorso controverso di Djokovic. Novak aveva fondato la PTPA per colmare un vuoto. Nel tennis i giocatori sono imprenditori di sé stessi, ma senza quegli strumenti di tutela collettiva tipici degli sport di squadra. L’idea era di dar voce a chi produce il valore – si dice così – in un sistema dove il sindacato ufficiale [ATP] è in realtà parte e controparte. In termini politici è come se la CGIL fosse a Palazzo Chigi. Ma neppure la PTPA è stata un sindacato, casomai ha giocato da pubblico mistero, ha messo sulla pubblica piazza atti di accusa, e soprattutto morali.

Djokovic, col tempo, deve aver capito due cose. La prima: la sua presenza schiacciava tutto. Ogni battaglia della PTPA diventava mediaticamente la battaglia di Djokovic. Non è altruismo retorico quando dice “voglio che siano altri a farsi avanti”. Probabilmente deve essere subentrata la consapevolezza che un leader ingombrante quanto lui impediva la nascita di una leadership diffusa.

La seconda: la battaglia sindacale richiede un compromesso permanente, mentre Djokovic è un uomo di principi non negoziabili. Le sue parole su “trasparenza, governance e uso della mia immagine” raccontano che non è più disposto a riconoscere la PTPA come uno spazio che lo rappresenti davvero. Il fatto che non fosse tra i firmatari della class action è centrale. Djokovic sostiene la causa, ma rifiuta il ruolo di volto giudiziario dello scontro. È come se dicesse: la denuncia è giusta, ma non posso essere io l’uomo che la porta fino in fondo. Non può o forse non vuole diventare un’istituzione, neppure un’istituzione alternativa a quelle che contesta.

“Mi concentrerò sul mio tennis, sulla mia famiglia, e su contributi allo sport che riflettano i miei principi” ha scritto nel finale del suo messaggio. È un addio che sposta la sfida dalla politica organizzata all’esempio individuale. Forse lo vedremo ancora più imprendibile, più immarcabile, più ribelle. Ma le battaglie di Djokovic saranno davvero di Djokovic. Di Djokovic e basta. 

 


  

 Che cosa stanno leggendo in Europa

⬤  ⬤   Il ritorno di DD, titola L’Equipe stamattina dedicando la foto della prima pagina a Dembélé e Doué, i protagonisti in maglia PSG del derby vinto con il Paris FC. In mansarda c’è la Dakar. 

⬤  ⬤  ⬤  Marca celebra il 5-1 del Real Madrid sul Betis: Gonzalo è un magotitola in prima per la sua tripletta e per una vittoria balsamica prima della Supercoppa. As gioca con le parole e inneggia al canterano chiamandolo Golzalo. Titolo imparabile: È nata una stella. Ma ci sono stati altri fischi per Vinicius. Tutto questo sul Mundo Deportivo catalano occupa uno spazietto laterale in mezzo ad altri tre titoli, mentre la ribalta è tutta per la vittoria del Barcellona nel Clasico del basket: 105-100. La “lezione tattica di Xavi Pascual diventa nel titolo un Pascualazo a Madrid. Vabbè. 

 ⬤  A Bola in Portogallo mette grossa così la notizia che il Benfica si butta su Lucca del Napoli, un altro pezzetto del mosaico dell’andirivieni di gennaio, gente che aveva appena fatto il trasloco e si prepara a farne un altro. Lo sponsor del calciomercato deve essere Bolliger. 

⬤    E veniamo a noi. La Gazzetta celebra il ritorno dell’Inter al primo posto, anzi dell’Interona – come si legge nel titolo in prima pagina, interamente dedicata alla serie A. E poi è Toro vero. Ha segnato tre gol a Verona. Tutto calcio e tutta A pure sul Corriere dello sport-stadio: Corsa a tre e bagarre scudetto. Tuttosport: Toro! Tre salti di gioia. QS: Inter, la legge della Thula. Poi un giorno parliamo di questa cosa della Thula. Ma per bene. Serve spazio. 


 

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Le analisi

 

Attenti a come spendete i vostri soldi

Il turno che ha aperto il mese di gennaio ha ribaltato l’attesa più diffusa del campionato. Il ritorno del calciomercato con il suo dizionario di parole che tradiscono il grado di calore della trattativa, in un range che va da siamo ai dettagli, manca la firmafino a piace, ma bisogna convincere il club a cederlo e il giocatore abbassarsi l0ingaggio. Il calciomercato funziona come scorciatoia ai problemi delle squadre. È la medicina universale. 

Invece segnano quelli che ci sono da sempre, o quasi. Paolo Condò sul Corriere della sera racconta stamattina nel suo commento questo scarto inatteso. Aspettiamo da settimane il mercato di gennaio come momento salvifico della stagione, per dare finalmente gli attaccanti alla Roma, il regista alla Juve e il difensore al Milan, ed ecco che il turno introduttivo al mese di operazioni segna l’affermazione» di giocatori che non sono certo novità. Politano, sette anni a Napoli. Zielinski, quattordici stagioni italiane sulle spalle. Leão, al Milan dal 2019. McKennie, più longevo alla Juve di quanto si ricordi. È una giornata che parla di continuità, di fiducia sedimentata, di conoscenza reciproca tra giocatori e contesto. E che invita a una cautela quasi morale davanti all’idea di comprare per risolvere.

Il discorso di Condò si allarga allora alla credibilità stessa del mercato. Osserva che dal punto di vista dei direttori sportivi questo è un campionato contraddittorio, perché agli innesti riusciti si contrappongono flop pesanti, che pesano sulla reputazione dei nostri mercanti”. Il dato è impietoso: “Nella giornata numero 18 hanno segnato soltanto due nuovi  (e non certo della serie A): Colombo per il Genoa e Simeone per il Torino.”, a conferma di un reclutamento spesso deficitario e di soldi spesi senza ritorno immediato.

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Discussioni

   

La  fine degli allenatori manager 

Sulla panchina del Chelsea sta arrivando un bel tipo

Liam Rosenior sta lasciando Strasburgo e arriva oggi a Londra per discutere il contratto con il Chelsea. Liam Rosenior è quel tipo al quale hanno chiesto qualche volta che potere abbia un allenatore oggi, e lui risponde che quasi nessuno. Lo dice sul serio, senza ammiccamenti: se tratti male un giocatore, quello chiama l’agente, l’agente chiama il club e tu hai perso lo spogliatoio. Fine. 

A Strasburgo questa idea l’ha portata fino in fondo. Niente regole fuori dallo spogliatoio, niente elenchi di divieti. All’inizio i giocatori lo prendevano per pazzo. Poi hanno capito che la responsabilità, se non la imponi, devi guadagnartela. È diventata una delle realtà più giovani e interessanti di Ligue 1, un laboratorio evidente per il Chelsea con cui condivide proprietà, dirigenti, strategie, al punto che i tifosi alsaziani parlano apertamente di succursale. Rosenior oggi è in mezzo a questa ambiguità. Da un lato lo Strasburgo che cresce, dall’altro Stamford Bridge che chiama. 

Rivista Undici ne restituisce un ritratto bizzarro. Ha 42 anni, l’aria da studente più che da ex difensore di Premier, una venerazione ossessiva per lo studio. Durante la gavetta ha preso appunti su tutto, fino a costruire una presentazione PowerPoint da 450 pagine. Non ha decisamente non il dono della sintesi. Anche l’aspetto – faccia pulita e occhiali da nerd – riflette la particolarità dell’approccio: nel segno dell’empatia, della sfera psicologica all’interno del rapporto allenatore-giocatori. E di un notevole bagaglio intellettuale, calcistico e non.

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Amorim esonerato per non aver capito come cambia il ruolo

Ruben Amorim era arrivato al Manchester United con l’idea di essere qualcosa di più di un allenatore. Non un semplice interprete di un progetto altrui, ma il futuro centro di gravità dell’intero sistema tecnico. Non lo avevano avvertito. Quel ruolo in Inghilterra non esiste più. Ecco perché sono nate le frizioni, non sui risultati, ma sul potere. Su chi decide, su chi comanda davvero. Di nuovo. Come al Chelsea.

Negli ultimi giorni questa frattura era diventata più visibile, fino alla rottura di stamattina e al suo esonero. Amorim aveva parlato in conferenza stampa proprio come quelli che stanno per andarsene. Aveva rivendicato controllo, aveva messo in discussione la struttura, aveva fatto capire che il tempo poteva non essere un suo alleato. Quando un allenatore inizia a ragionare così, a farlo in pubblico, a esporsi, a non trattenersi più, l’epilogo è quasi sempre lo stesso.

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Dai campi

 

Le montagne russe del Marsiglia

Il Marsiglia continua a muoversi come su delle montagne russe, capace di raggiungere altezze vertiginose e di precipitare nella disperazione più totale, di generare le promesse più gloriose prima di svanire. L’OM di Roberto De Zerbi è sconcertante, totalmente imprevedibile.  È il giudizio de L’Equipe di stamattina. Diciotto mesi dopo l’arrivo dell’allenatore italiano in Francia, la squadra vive ancora a fase alterne e ogni avversario che arriva al Vélodrome ha sempre una ragione per sperare. Anche il Nantes, decisamente in difficoltà, ha ritrovato ossigeno e ha vinto 2-0, confermando una sensazione ormai ricorrente.

Sono sbalzi vissuti come una specie di sortilegio. De Zerbi stesso ammette di non riuscire a spiegarseli, parlando di un problema che precederebbe il suo arrivo. Eppure, nota il giornale, le oscillazioni si sono accentuate dall’inizio della sua gestione, e il rinnovamento estivo non ha curato l’incostanza. Il bilancio di metà stagione racconta di una terza posizione condivisa con il Lille, otto punti dietro al Lens, due club che non dispongono degli stessi mezzi economici dell’OM. «Non dormo la notte pensando a come progredire», ha detto De Zerbi invitando a restare uniti, senza distruggere tutto, riconoscendo la sconfitta come meritata.

Sul piano tattico, L’Equipe è severo. Gli aggiustamenti dell’allenatore italiano hanno organizzato il disordine di una squadra apatica fin dal via, con una difesa a tre poco necessaria. Dopo l’espulsione di Vermeeren, le correzioni non hanno funzionato: sacrificare Paixão, spostare Weah, cambiare ancora uomini e ruoli ha innescato il gioco delle sedie musicaliche ha fatto perdere definitivamente il filo. «Se non metti la giusta energia, perdi contro chiunque», ammette De Zerbi, riconoscendo di non aver previsto una partenza così molle. La fragilità emotiva è riaffiorata: due espulsioni, gesti scomposti, Nadir in lacrime dopo due gialli in due minuti. Clément osserva come l’OM viva costantemente sul filo, una condizione già vista la stagione precedente. Anche le prestazioni individuali riflettono questa instabilità: Rulli alterna errori e parate decisive, Greenwood resta silenzioso quando servirebbe l’acuto del campione, Pavard ha chiuso il pomeriggio concedendo il rigore del definitivo 0-2. Scrive L’Équipe che si tratta del “punto più basso delle montagne russe”, che rende ancora più vertiginosa la prospettiva del prossimo picco: il Trophée des champions contro il PSG. 

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Che fatica fa il Marocco

Il Marocco va avanti nella sua Coppa d’Africa senza incantare, ma va avanti. Contro la Tanzania è arrivata una vittoria minima, sufficiente per entrare nei quarti e soprattutto per scacciare le cattive vibrazioni che spesso accompagnano le favorite quando il gioco non decolla. A Rabat, racconta  L’Équipe con Mathieu Grégoire la scena finale dice molto. C’è tutto nel linguaggio dei corpi, con Bilal El-Khannouss steso sull’erba, sfinito; e con Brahim Diaz che rientra in campo dopo la sostituzione mostrando una gioia misurata, quasi trattenuta. Il Marocco aveva iniziato piano, ronronnant è la meravigliosa parola adoperata [il dizionario dice che significa facendo le fusa – dovremmo usarlo anche noi più spesso: ronroronnando]. Poi ha accelerato a inizio ripresa, ha trovato il gol al 63’ e ha amministrato con esperienza l’ultima mezz’ora.Vabbè. 

Il ct Walid Regragui non cerca alibi estetici. «Questo tipo di partite, prima, le avremmo perse stupidamente. Siamo passati dalla porta di servizio, ma l’essenziale è qualificarsi: la storia ricorda solo questo». Non è vero. La storia ricorda anche gli sconfitti quando fanno battere i cuori più delle mani [Questo è Pasolini].

Per spiegarsi e accreditarsi, Regragui ha pescato dalla memoria il precedente della Francia 1998. «Abbiamo sofferto fino all’ultimo minuto, ma ricordatevi della Francia campione del mondo. Agli ottavi ha avuto bisogno del golden gol contro il Paraguay. Ai quarti ha vinto ai rigori contro l’Italia. In semifinale era sotto 1-0 con la Croazia e servì un terzino destro che non aveva mai segnato in carriera per fare doppietta». 

Il riferimento non è casuale. Anche questo Marocco entra in partita con il freno tirato. C’è anche un peso emotivo che la squadra si porta dietro, l’infortunio di Ounahi in allenamento, con molte lacrime – pare – in gruppo. «Alla pausa ho detto ai ragazzi: se volete che l’incidente accada, accadrà. O vi svegliate, o andiamo dritti contro il muro». La scossa è giunta dal solito Brahim Diaz. Ancora non al massimo del ritmo, condizionato dal ruolo secondario che ha nel Real Madrid, ma capace di aprire spazi e alleggerire la pressione.

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La Macchina del tempo 

 

 

Il grande teatro sta scappando da Milano. Colpa del boom economico

  Il 5 gennaio nel ‘66 è un mercoledì e Aldo Moro è fiducioso nella stabilità del governo di centro-sinistra. Lo ha scritto di suo pugno in un articolo che viene pubblicato su Epoca. Andrà alla Camera a sostenere che le dimissioni di Amintore Fanfani da ministro degli Esteri sono un fatto personale. Fanfani aveva lasciato il 28 dicembre per le polemiche del caso La Pira. L’ex sindaco di Firenze, suo amico stretto, era stato in missione non ufficiale ad Hanoi per tentare una mediazione nella guerra. La Pira riportò a Fanfani una presunta disponibilità del governo nordvietnamita a trattare la pace. A complicare la situazione fu un’intervista rilasciata da La Pira alla rivista di destra Il Borghese, in cui esprimeva giudizi critici e imbarazzanti su altri esponenti del governo, tra cui lo stesso presidente Aldo Moro, e sul segretario di Stato USA Dean Rusk. Le opposizioni e parte della stessa Democrazia Cristiana criticarono la gestione della vicenda, accusando Fanfani di condurre una politica estera personale e inaffidabile. Quel mercoledì Moro promette di andare a riferire in Parlamento il 12. 

Non è un 12 ma un 13 che rende milionario un signore di Milano. Ha azzeccato tutti i risultati sulla schedina del Totocalcio. Si chiama Rocco Minniti e si presenta nella sede del CONI al Foro Italico con la moglie Anna e la figlia Laura per ritirare i 120 milioni del premio. C’è sciopero dei bancari in Italia.

Sul Corriere della sera, Indro Montanelli dà l’ultimo saluto a Dino Alfieri, ex ministro della cultura popolare  nel governo Mussolini fra 1937 e 1939, ambasciatore a Berlino durante la guerra. Un giorno mi disse – scrive Montanelli – non so se siamo stati dei traditori a fare quello che abbiamo fatto, o se lo siamo stati per averlo fatto troppo tarsi. So soltanto che nessuno ce ne sarà grato e che la storia non sarà indulgente co noi. La vecchiaia per lui – così bello, elegante e galante – era stata qualcosa di mezzo tra il dispetto e l’oltraggio. Dopo la guerra era tornato a Milano, e non mi risulta che abbia avuto fastidi per le parti di rilievo che aveva svolto nel ventennio

Dove le cose stanno cambiando è in Africa. Il Corriere della sera dedica il suo editoriale d’apertura alla Rhodesia, al suo petrolio e all’atteggiamento dell’Inghilterra che ha fatto la decolonizzazione con saggezza e con abilità. Non si è ostinata a difendere posizioni che non potevano essere difese come fece la Francia in Indocina e in Algeria

La Stampa invece ha mandato Giovanni Giovannini a Nairobi per raccontare l’indipendenza del Kenya, il paese dove combatterono i mau-mau vive in stretta amicizia con gli inglesi

Scrive Giovannini: Ad arrivare in Kenia dopo un mese dì viaggio attraverso Rhodesia e Malawi, Zambia e Tanzania, sembra di giungere alle porte dell’Europa, alla soglia di casa. Grande, moderna, fresca per i duemila metri dell’altipiano, Nairobi «la splendida» non soffre il confronto con una Lusaka, che comincia appena a tentare di trasformarsi in città, e nemmeno con la pur bella Dar Es Salaam immersa nel caldo umido dell’Oceano Indiano. L’unico paragone possibile è quello con l’altra città di bianchi, con Salisbury, ma Nairobi ne esce trionfante. Il capoluogo rhodesiano resta nella memoria come un irreale caposaldo europeo, isolato nella sterminata distesa centroafricana; la capitale del Kenia si stende aperta ed accogliente con i suoi grandi viali fioriti, dal nucleo dei palazzi degli uffici e degli alberghi, alle infinite ville nascoste nel verde, alle piantagioni dei bianchi ed ai villaggi kikuyu”.

A due anni dall’indipendenza del 12 dicembre 1963, il più importante settore economico del paese, quello agricolo, è controllato come prima dagli europei – scrive Giovannini – che sono rimasti nelle loro moderne, industrializzate fattorie di caffè, tè, sisai, zucchero, sulle white highlands, i fertili altopiani dei bianchi. E nonostante un rapido processo di africanizzazione dei quadri, sono sempre impiegati inglesi ad assicurare il funzionamento di tutti i servizi essenziali, dalle poste alle ferrovie, dai porti all’aviazione civile.  Non era irragionevole temere che con l’indipendenza si scatenasse una violenta reazione nera con sequestri di terre ed espulsione degli usurpatori: se questo non avvenne, il merito fu soprattutto di Kenyatta. L’uomo che la Gran Bretagna aveva condannato nel 1952 a sette anni di prigione per connivenza — da lui negata — con i ribelli mau mau, ed aveva poi tenuto al confino fino al momento di farne il primo ministro del Kenia indipendente, seppe tenere a freno i suoi, dimostrare che con la violenza non avrebbero raggiunto nessun risultato utile. Kenyatta non è un ideologo, gli preme di far stare meglio il suo popolo. In una terra potenzialmente ricca, ci sono abitanti di certe zone che in questi storni rischiano di morire di fame a causa della persistente siccità (e con loro, gli animali: si sta progettando una strage di cinquemila elefanti che perirebbero ugualmente d’inedia ma potrebbero, prima, diventare pericolosi per gli uomini).  Perché rompere con Londra, garanzia del presente, speranza di un futuro migliore. Strillino fin che vogliono gli estremisti; di spezzare i rapporti diplomatici, il vecchio con la barba non ci pensa nemmeno.

Il Sessantotto prima del Sessantotto sembre che stia accadendo nel mondo del teatro. È sempre La Stampa a raccontarlo con Gaetano Tumiati: i milanesi che vanno a teatro sono sempre più numerosi, ma questo aumento di pubblico non coincide con un aumento di vivacità, di passione, di polemiche e di interesse. 

Si ha talora l’impressione – scrive – che Milano «consumi» teatro così come consuma burro, insaccati o benzina. L’esperimento e il dibattito, che fino a qualche anno fa erano il suo pane quotidiano, l’interessano sempre meno; la febbre particolarissima che, irraggiandosi dal Piccolo Teatro, si diffondeva in tutti gli ambienti culturali si è attenuata; ormai i milanesi non pretendono neppur più le novità, non ambiscono al privilegio di essere i primi a giudicare; preferiscono i prodotti già noti, garantiti da un marchio famoso o dai successi riportati sulle altre grandi piazze italiane. In una parola a poco a poco, quasi senza avvedersene, Milano ha abdicato a quel titolo di capitale teatrale d’Italia di cui fino ad un paio d’anni fa poteva incontrastatamente vantarsi

Nella stagione teatrale in corso, la città non ha avuto neppure una grande «prima». Tutti i maggiori successi di quei mesi sono stati ideati e presentati altrove. Sono arrivati a Milano con mesi, a volte addirittura con un anno di ritardo, dopo essere passati attraverso i trionfi di una, due, tre altre città. Modena e Ferrara possono vantarsi di aver preceduto Milano più di una volta. Le compagnie di giro, che una volta puntavano dritto sulla Madonnina, ora esordiscono regolarmente a Roma; i vari Teatri Stabili di Genova, di Torino, di Trieste eccetera, che un tempo non si muovevano o se si muovevano era soltanto per venire a Milano, oggi compiono lunghe tournées in cui Milano spesso rappresenta soltanto una delle ultime tappe. Anche nel campo dello sperimentalismo, dei teatrini d’avanguardia, dei tentativi individuali, Milano sta lentamente arretrando. I

La Stampa aggiunge che un po’ per la pesantezza di questo clima, un po’ per il miraggio romano della tv, anche gli attori più attaccati a Milano, come Sergio Tofano, Sarah Ferrati, Lilla Brignone, anche i milanesissimi Tino Carraro e Franca Valeri hanno finito per abbandonare la loro città e per trasferirsi Roma. A Milano resiste soltanto un trio: Renzo Ricci, Gianni Santuccio e Lina Volonghi. Fino a quando? Ma i più colpiti da questo declassamento sono stati i critici teatrali dei quotidiani milanesi, che la nuova situazione ha costretto addirittura a mutar vita. Una volta, ai tempi di Renato Simoni, il critico teatrale di un giornale ambrosiano non si muoveva mai da Milano. Arroccato nella sua poltrona del vecchio Teatro Manzoni, aspettava impassibile gli eventi, nella convinzione che il meglio del teatro italiano non poteva fiorire che lì. Oggi i critici milanesi, sol che vogliano rimanere aggiornati, debbono spostarsi in continuazione da Roma a Genova, da Torino a Trieste, da Palermo a Bologna, perché non sanno mai se e quando gli spettacoli che si danno in quelle città verranno rappresentati a Milano.

Perché questa rivoluzione nei teatri di Milano? È colpa del boom economico del 1960-62. Lo dice Paolo Grassi, direttore del Piccolo. L’ondata di ricchezza di quegli anni avrebbe finito per travolgere in molti strati della borghesia gli ancor deboli interessi culturali. Ad un certo momento, i pensieri fissi della crociera in panfilo, della villa in Brianza, dell’inverno a Cortina, avrebbero finito per soppiantare qualsiasi altra istanza. E la congiuntura, accentuando sia pure in tutt’altra direzione le preoccupazioni economiche, avrebbe peggiorato ulteriormente la situazione, gettando nelle file della borghesia milanese il germe di un poujadismo scettico e miope. L’unico settore dove Milano, culturalmente parlando, è nettamente avvantaggiata rispetto a Roma — mi dice — è quello degli operai e dei piccoli ceti medi. Ma per portare a teatro queste categorie sociali non bastano gli sforzi organizzativi.

Quanto al calcio, c’è grande attesa per il sorteggio dei gironi dei Mondiali. L’Italia pescherà la famosa Corea del nord. Ne scriveranno i quotidiani domani mattina. 

      

  La differenza tra Zoff e Carmignani

Il testa a testa per lo scudetto tra Juventus e Torino non è ancora cominciato. Il Napoli che ha appena comprato Savoldi è ancora lì che ambisce e spera. Il 5 gennaio del ‘76 su Tuttosport Vladimiro Caminiti ne racconta la sconfitta nello scontro diretto in casa della Juventus dopo essere andato in vantaggio proprio con Savoldi su rigore. Ma la differenza, racconta Caminiti, l’hanno fatta i due portieri. E qui parte con un ritratto memorabile di Pietro Carmignani, scambiato qualche anno prima dalla Juve con il Napoli per avere Zoff. 

Carmignani detto Gedeone, è un tipo indimenticabile. Come portiere è unico in quanto appare chiaro che potrà fare tutto, rimediando prodezze naturalmente indimenticabili, salvo volare. È del genere dei portieri piantati a terra, il cui unico esemplare come fuoriclasse è Zoff. Carmignani ha una bella testa e si raccomanda per l’aspetto distinto molto distante dal giocatore comune, che è un muscolare, ha le vene del collo irte, ti guarda di brutto e spesso anziché parlare grugnisce. Carmignani gestisce da signore, è un lucchese di Altopascio molto fine, ha le mani delicate che nemmeno un pianista ce le ha così soavi. Esse frusciano il pallone, lo solleticano, raramente gli fanno male. Carmignani non farebbe male ad una mosca. Vinceva il Napule uno a zero e il suo gioco era glorioso, il suo collettivo testimoniava a favore di testone Vinicio. La cosa più bella di Napoli ce l’avevamo sotto gli occhi, donata a Torino, degna del cielo azzurro, delle speranze per domani e dopodomani, Furino arrancava, Capello corricchiava, la Juve pareva battuta su tutto il fronte. Non chiedeteci dell’arbitro. Ha un fare mussoliniano che non ci piace. Mette pure le mani addosso ai giocatori. Ma il Napoli, purtroppo non ha più in porta Zoff. Uno e ottantadue, ottanta chili oscillanti, Carmignani vagola per l’area di porta quando il pallone è lontano, altrimenti assume la posizione a gambe larghe e resta a guardare. Non si tratta di essere crudeli, ma di evidenziare un limite. Tardelli detto Schizzo scende sulla destra e piazza quel suo traversone acrobatico. Carmignani è preso da una serie di dubbi, avanza di un passo e ci ripensa, il pallone s’incurva già in area, Peppino Damiani e sul posto, sul punto, ci mette la testa, la parabola è mortale, la capriola è allegra, corre Peppino Damiani per il campo che ha perso tutto il tripudio napoletano e si riscopre felicemente, meravigliosamente torinese. Carmignani per terra, è dentro la porta.

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Oggi

 

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Il Teleco-Slalom

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L’ultimo scroll

 

Il film sul mistero di Ingrid LeFebour

C’è una storia rimasta per quasi cinquant’anni sospesa tra mito, fraintendimento e silenzio, quella di Ingrid LeFebour, la backpacker che scomparve nel 1976 sull’isola indonesiana di Nias, proprio mentre alcuni surfisti australiani ne scoprivano le onde, inaugurando un processo destinato a cambiare per sempre quel luogo.

Una storia riportata alla luce da Lucy Small sul Guardian come un racconto di resurrezione con un attacco potentissimo. Quando Ingrid LeFebour si svegliò su una lastra di cemento, coperta da un lenzuolo, nell’obitorio di Nias, non aveva idea di come fosse finita lì

Nessuno, in realtà, lo sapeva. Per anni si era creduto che fosse morta in circostanze bizzarre, forse violente. La sua sparizione era diventata parte del folklore oscuro legato alla nascita del surf a Nias. Quella leggenda è entrata nel film Point of Change, che racconta la scoperta di Lagundri Bay e “le conseguenze spesso discutibili per la comunità locale. Alla prima proiezione del film, in Australia, c’era una persona che nessuno si aspettava di vedere in sala: LeFebour stessa. Ancora viva, e del tutto sorpresa dalla propria trasformazione in mito.

Nel 1976 LeFebour aveva 18 anni ed era arrivata a Nias da Perth con il fidanzato, inseguendo un’avventura. Dopo la partenza del ragazzo, era rimasta nel campo dei surfisti. Poi era arrivata la malaria. Quando la situazione precipitò, gli altri lasciarono l’isola. L’ultima volta che la videro, Ingrid veniva portata su una barella sopra un camion che lasciava il villaggio. E poi un buco nero. Voci di decapitazioni rituali, racconti di teste sepolte sotto un ponte, storie che Lucy Small non tratta come sensazionalismo, ma come parte del modo in cui l’Occidente ha spesso raccontato i luoghi che attraversa senza comprenderli. La verità sarebbe emersa solo decenni dopo. Quando Ingrid racconta di essere stata delirante, febbricitante, trasportata in un ambulatorio, con una febbre così alta che si pensava non sarebbe sopravvissuta alla notte, perciò fu sistemata nell’obitorio

Il risveglio fu irreale. Avvolse il lenzuolo destinato al suo corpo attorno a sé e si gettò dalla lastra per cercare aiuto. Una scena che sembra inventata: la fuga dall’obitorio, il viaggio in traghetto barattando un portasigarette d’oro, il ritorno a Perth, le ricadute della malaria. Rebecca Coley, la regista del film, dice: «Sembra davvero un miracolo che sia riuscita a tornare a casa viva». 

 

Pesaro, Senigallia, Rimini

32 giorni a Milano

Il fuoco di Rossini, Mura e Fellini

Dall’Ancona di Paolo Volponi, la fiamma olimpica si muove oggi verso l’Emilia-Romagna per arrivare stasera a Rimini. Passerà prima dalla Jesi delle fiorettiste eterne, da quella Senigallia che ci porta il ricordo di Gianni Mura, costeggerà Urbino, illuminerà Fano, toccherà Pesaro dove celebrerà la musica di Rossini, e da Gradara arriverà a Riccione, infine a Rimini. E Rimini vuol dire Fellini. 

In Gioachino Rossini, il legame con il fuoco è una scintilla di spirito ed è il calore del focolare domestico. Che cos’è il suo famoso crescendo se non un incendio? La musica di Rossini è stata spesso paragonata al fuoco che divampa. Non si tratta di un artificio tecnico, ma di una progressione armonica e termica. Inizia con un violino o un fiato, accumula energia fino a diventare indomabile con l’orchestra. Stendhal, suo grande biografo, parlava della musica di Rossini come di un calore vitale capace di risvegliare i sensi. 

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Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30. 

Chi volesse unirsi, può farlo seguendo questo link 

Lo Slalom apparirà su whatsapp nella lista Canali insieme a tutti gli altri a cui vi siete iscritti, nella sezione Aggiornamenti. A cosa serva non si sa, però pare che fa molto fico. 

           

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