
Erano i Magnifici Quattro. Così Emanuela Audisio su Repubblica dedica oggi una pagina a I quattro Gianni, il libro di Giuseppe Smorto che lavorò con Brera, Clerici, Minà, Mura – e che ne ha ricostruito la traiettoria e il peso in occasione del mezzo secolo di vita del quotidiano. Audisio torna su quella stagione irripetibile del giornalismo sportivo, quando la scrittura non serviva solo a spiegare un risultato ma a prendere posizione, a costruire uno sguardo sul mondo. Il libro di Smorto non mitizza, ricostruisce un mondo fatto di caratteri forti e attriti, libertà concesse e pretese, dentro un giornale che non era nato per lo sport e che proprio per questo fu costretto a inventarselo.
“Si chiamavano tutti Gianni e non erano una scuola, ma una costellazione: quattro modi diversi di stare nello sport e nel mondo, uniti da una lingua coltivata, da una curiosità vorace, da una comunità di lettori che aspettava i loro pezzi per orientarsi, non solo per sapere com’era finita una partita”.
Più che una redazione, insiste Audisio, quella redazione era un campo di tensioni creative. Repubblica dovette imparare a gestire voci che non si adattavano ai tagli, ai tempi, alle misure standard. Erano personalità ingombranti, spesso difficili, ma capaci di dare allo sport una dignità narrativa e culturale che andava oltre la cronaca.
“Repubblica li accolse come corpi irregolari in un giornale nato senza sport. Brera arrivò per raccontare Antognoni, ma senza il lunedì gli mancava la partita: come togliere la voce a una cantante. Ne soffriva davvero, al punto da vivere la vittoria dell’82 come una ferita non narrata, curata a cognac e amarezza”.
Il libro di Smorto mostra come ciascuno di loro abbia difeso un’idea precisa di responsabilità: verso il lettore, verso i protagonisti, verso la storia che stava dietro l’evento. Cercavano la coerenza, non la neutralità. Audisio riconosce allora la modernità di quelle scritture, non nell’assenza di parte, ma nella chiarezza dello sguardo. In una redazione che ebbe come leader iniziale Mario Sconcerti [“Meriterebbe un libro anche lui”, ha detto Aligi Pontani, a sua volta guida di quel settore].
“Minà non sapeva essere breve – scrive Audisio – perché non voleva esserlo. Stava sempre dalla parte dell’uomo che raccontava, mai contro. Proteggeva Ali quando la mano tremava, rifiutava lo sciacallaggio anche se faceva notizia. Sbandava solo perché il cuore correva più veloce della strada, e non chiedeva mai scusa per questo. Mura era generoso: a tavola, sulla strada, nell’amicizia, nella solidarietà, e se c’era da bastonare i potenti non si tirava indietro. Quando cresci e lavori in un pianeta con così tanta luce è facile uscire storditi. Smorto è stato bravo a fare risplendere quella luminosità, ma soprattutto a intuire che persone così sul web avrebbero funzionato benissimo. Venivano dal passato, ma portavano nel futuro cultura e qualità”.
Audisio sottolinea anche l’apparente leggerezza di Clerici, che era in realtà un altro modo di andare in profondità: deviare, allargare, mettere in relazione mondi diversi. Un sapere laterale che diventava lettura.
“Clerici vedeva il tennis come un quadro in movimento. Sapeva tutto di prese e angoli, ma poi volava via: una mostra prima della metro, un incontro casuale, una storia che entrava nel pezzo senza bussare. I punteggi li dimenticava, il talento no. E lo riconosceva sempre, molto prima degli altri”.
Una lezione forse è ancora valida, l’idea che lo sport possa essere uno strumento per parlare d’altro, senza perdere precisione. Che la scrittura abbia bisogno di spazio, di tempo e soprattutto di autonomia. E che certe firme continuino a esistere non per nostalgia, ma perché hanno lasciato un metodo, un ritmo, una libertà che ancora oggi fanno scuola.
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