La testa perduta di Xabi Alonso

 

   

Che cos’è infatti l’autorità in mano a un superiore temerario, se non una spada in mano a un pazzo?

Tommaso da Celano

  

Le immagini dell’esonero di Xabi Alonso sono arrivate prima che Xabi Alonso fosse esonerato. Un attimo dopo la vittoria del Barcellona nella Supercoppa, Kylian Mbappé ha iniziato a far cenno ai compagni di lasciare il campo, nessuna passerella d’onore andava concessa ai vincitori. Xabi Alonso invece gli chiedeva di restare. Voleva contrastare un gesto di mancanza di grazia sportiva. Non appartiene a Xabi. Ma Mbappé deve essersi realmadridizzato più di quanto lo sia Xabi – che pure al Bernabéu c’è stato più volte di lui. Così ha insistito e la squadra ha obbedito. A Kylian, non al suo allenatore. Per mostrare, stabilire e scolpire nella pietra chi è che comanda in quel posto.

Sette mesi dopo un abbraccio strombazzato, Xabi Alonso e il Real Madrid si sono separati descrivendo la rottura come consensuale, quando l’aggettivo migliore da scegliere sarebbe stato inevitabile. Mezz’ora dopo le quattro, il consiglio si è riunito con un unico punto all’ordine del giorno. A Xabi e al suo staff è stato rimproverato di non aver messo in pratica il calcio visto a Leverkusen, che la condizione fisica della squadra non era ideale, che i calciatori non sono migliorati e che nessuno sembra giocare per lui. Eppure, il Real Madrid è tra le prime otto nella fase a gironi di Champions League, ha passato il turno in Coppa del re, si trova a quattro punti dal Barcellona dopo aver battuto i catalani all’andata a ottobre. Perfino nella scala fuori scala del Real  si fa fatica a definirla una crisi irrimediabile. Nelle 24 partite in cui Xabi Alonso ha diretto il Real, sono arrivate lo stesso numero di vittorie, lo stesso numero di pareggi e lo stesso numero di sconfitte messe insieme da Flick nelle sue prime 24 a Barcellona. 

Più che una crisi sembra la conferma che Florentino Pérez non ha mai creduto veramente nel suo allenatore. Pochi minuti dopo l’esonero, Marca ha mandato online un pezzo in cui diceva “le cinque cose che sono costate il posto a Xabi”. Velocissimi.

Xabi Alonso era la migliore figurina da esporre nel momento in cui andava colmato il vuoto di Ancelotti, con il quale qualcosa si era spezzato, al punto da spingerlo a riallacciare dei contatti sospesi con il Brasile. L’eleganza non ha mai fatto venir fuori nulla. Non tutti hanno creduto in Xabi al Real. Molto in fretta si è sentito solo, e ancora più solo quando Florentino non  ha speso una parola per lui per difenderlo da Vinicius [qui ne scrisse Valdano]. Le squadre di calcio sono animali istintivi e spietati. Hanno capito con chi dovevano stare.

Allenare il Real Madrid è difficile per questo, anche se chi ci riesce bene passa per un semplice gestore. Arrivare dopo Ancelotti ha messo Xabi nella sgradevole condizione di sembrare un preside cattivo dopo l’insegnante che non ti dà i compiti a casa per il week-end. Ma nessuno dice di no al Real Madrid, nemmeno chi capisce quanto sia difficile trasformare una cultura basata sulla brillantezza individuale e sulla accondiscendenza in un collettivo moderno nel quale tutti pressano, tutti difendono, tutti obbediscono.


LEGGI ANCHE

xabi real
Pressione e condizionamenti, il difficile mestiere di allenare il Real


Nelle ricostruzioni che girano adesso in Spagna, Florentino Pérez è il presidente che voleva cacciarlo dopo la sera stessa della sconfitta con il Celta. Xabi disse che ci sarebbe stata una reazione, e in effetti ci fu. Il Real ha vinto tutto dalla partita con il Manchester City in poi, ma il suo stile di gioco non ha convinto dentro la stanza che conta, spingendo Guardiola a dire «que mee con la suya», che facesse la pipì da solo. Dieci anni dopo, Xabi Alonso salta per lo stesso identico motivo di Rafa Benitez. Se ne va così il quattordicesimo allenatore voluto da Florentino. 

Orfeo Suárez su El Mundo dice che se a qualcuno paiono sorprendenti i tempi dell’esonero, “la realtà è che la miccia era già innescata. A metà stagione, il progetto è imploso, con chiari segnali che l’allenatore non era riuscito a raggiungere il suo obiettivo. Il Madrid di Xabi, che aveva iniziato pressando alto e giocando nella metà campo avversaria, con Güler come guida, è finito accampato nella propria area di rigore in Supercoppa. Non è il primo allenatore a soccombere alla sfida di trasformare una squadra la cui direzione è determinata dalla dirigenza e la cui motivazione si percepisce nello spogliatoio, dove l’allenatore non è sempre sulla stessa lunghezza d’onda. I risultati vengono prima, ma lo è anche l’alchimia con Florentino Pérez. Xabi Alonso è stata una scommessa della dirigenza, ma non una scelta personale del presidente, come Zidane o Mourinho”. E il presidente – in queste ore – ci tiene molto a farlo sapere. 

Manuel Jabois, la firma culturale che fa irruzione nelle pagine di sport di El Pais, ricorda che qualcuno una volta ha detto che il mestiere di allenatore del Real Madrid si deve fare da single. “Nemmeno Mick Jagger negli anni ’60 avrebbe potuto gestire questo lavoro: dopo due mesi al Bernabéu, si sarebbe tagliato i capelli e si sarebbe iscritto a giurisprudenza”. Ma è difficile far passare stamattina Xabi Alonso per uno sprovveduto, un uomo inconsapevole di coa sia quello spogliatoio, visto che l’ha abitato da calciatore. “Ha cercato qualcosa di simile al suo amato Luis Suarez in Gonzalo perché non lo ha trovato in Endrick in allenamento – queste sono solo supposizioni – né in Mbappé o Vinicius – queste non sono supposizioni – in partita. È lì che sono iniziati i problemi. Forse ha cercato di fare di Güler una specie di Kroos perché non gli hanno portato nessuno che gli somigliasse minimamente; anzi proprio nessuno, in realtà. In ogni caso, sarebbe sciocco non ritenerlo responsabile delle prestazioni della squadra e delle sconfitte. Ha cambiato idea, è sceso a compromessi con giocatori che meritavano delle punizioni [forse per volere della dirigenza? Sarebbe peggio], e alla fine non sapeva che tipo di Real Madrid voleva. A rendere tutto ancora più sconcertante, il fatto che ci siano giocatori, tra cui Bellingham, il cui livello è a volte così allarmante che non si sa se non amino il ruolo o semplicemente non amino il calcio”.


LEGGI ANCHE

Caso Vinicius, il silenzio di Florentino ha tolto autorevolezza a Xabi Alonso


Todo cambia. Bisogna imparare a leggere le scene che mutano. Miguel Riaño su El Mundo ha scritto: “La sensazione è che in quest’epoca di iper-professionalismo, e in questo momento decisivo in cui la Spagna è in ritardo, il piano sportivo del Real Madrid non sia chiaro. Nella gloriosa era di Florentino Pérez esiste la convinzione che se i numeri e il business plan sono solidi, allora la storia, lo stemma, la maglia, lo stadio, lo slancio e tutti i cliché contano come sempre. Non è così. Il calcio non è solo undici contro undici, e la Germania non vince sempre. L’Italia ha giocato la sua ultima Coppa del Mondo nel 2014 e novanta minuti al Bernabéu non sono sempre molto lunghi. Quali sono i meccanismi interni dell’istituzione calcistica più importante della storia?  Il problema di fondo è questo: nonostante abbiano messo insieme le migliori squadre della storia, nessuno ha mai saputo veramente perché vincessero quando vincevano. Quindi è impossibile capire perché stiano perdendo ora”.

Undici ha scritto che “il problema di fondo è proprio questo: di Zidane o Ancelotti ne esistono pochissimi al mondo. Di Real pure ce n’è uno, è vero. Ma trovare il connubio giusto, in grado di far sbocciare un’alchimia collettiva foriera di trionfi continentali a ripetizione, è un processo molto delicato e precluso ai più.  Magari con Arbeloa il Real riuscirà a inventarsi il nuovo Zidane – spoiler: difficile. Eppure questa storia dice una volta di più che in un club così atipico e galattico, dove i calciatori sono aziende, i trofei status symbol e le vittorie quasi un obbligo morale, più l’allenatore è “ingombrante” – col suo credo tattico altrove visionario –, più si ritrova di fronte a un compito impossibile”. 

Ma Xabi Alonso è andato a fondo da solo, se non con l’idea di calcio che voleva introdurre, almeno con l’idea di mondo e di sport che nessuno gli ha estirpato. Non sette mesi da dipendente di Florentino. La passerella d’onore al Barcellona andava concessa. «Que mee con la suya». Almeno ci ha provato. 


LEGGI ANCHE

Quel giornalismo felice di far felice i potenti: il caso Florentino Pérez


 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.