Con questo caldo il sangue bolle
William Shakespeare, Romeo e Giulietta
Se Rafa Nadal e Novak Djokovic avessero fatto un altro mestiere, oggi Roger Federer avrebbe 30 titoli dello Slam anziché 20. Dieci delle undici finali perse sono arrivate contro di loro. Dei tre Re Maghi è stato il più colpito nel palmarès. Senza i due rivali fra i piedi, anche Djokovic sarebbe a 30 anziché a 24, ma il bottino supplementare è inferiore e le sue finali perse con avversari differenti sono di più [7 su 13]. Le 22 vittorie di Rafa Nadal sarebbero invece salite a 29 [sette finali su 8 perse con gli altri due]. Eppure, nonostante questa meravigliosa concorrenza incrociata nell’Età dell’Oro, tutt’e tre sono arrivati al cosiddetto Grand Slam Career, la collezione completa dei quattro grani del rosario del tennis. È prodigioso.
Trasferendo lo stesso giochino ai giorni nostri, Jannik Sinner è stato finora danneggiato dalla presenza di Carlos Alcaraz più di quanto Alcaraz lo sia stato da lui. In regime di monopolio, lo spagnolo sarebbe a sette Slam anziché sei, Jannik a sei anziché quattro, ma avrebbe completato l’album delle figurine Melbourne + Parigi + Wimbledon + New York. Per farcela davvero dovrà aspettare il Roland-Garros, mentre l’occasione per Carlitos arriva subito, alla prima uscita della stagione, Australia – la terra dell’ultimo fenomeno in grado di vincerli tutt’e quattro nello stesso anno [Rod Laver 1962, 1969].
Alcaraz diventerebbe il più giovane della storia a farcela ma tutti gli sguardi sono posati su di lui soprattutto per vedere, epr provare a capire, come se la caverà senza Juan Carlos Ferrero, se Carlitos è davvero diventato Carlos – come ha scritto El Pais. è l’esordio da coach nel box per Samuel López. Per anni è stato quello che guidava, accompagnava, pagava e aspettava fuori. Quello che stava in macchina mentre i giocatori dormivano tra un Future e l’altro. Stava sullo sfondo. Non ha mai avuto fretta di essere visto. Ma c’era.
All’età di 55 anni è uscito dall’ombra e ha preso il centro del box. Nel ritratto tracciato da Victor Lengronne su L’Équipe, la traiettoria di López non è una promozione improvvisa, ma una lunga fedeltà al mestiere. A vent’anni aveva già scelto di allenare. Ad Alicante, seguendo Antonio Martínez Cascales, ha contribuito a fondare l’accademia Equelite di Villena, insieme a un ragazzo che sarebbe diventato numero uno del mondo [esatto: Ferrero].
Da lì sono passati Santiago Ventura, Guillermo García-López, Nicolás Almagro, Pablo Carreño Busta. Con Carreño Busta sono arrivate due semifinali Slam e una medaglia olimpica. Ma per López non bastava. Quando è passato il treno Alcaraz, non ha esitato a salirci. Di López dicono che non forma solo il giocatore, ma la persona: trasmette gioia, entusiasmo, la sensazione che il tennis sia una meravigliosa avventura da vivere, purché resti rigorosa.

È una cifra che torna in tutte le testimonianze. López ascolta, coinvolge e spiega. Non impone niente. Sa quando proteggere e sa quando spingere. Un metodo che Ventura ha definito da secondo padre e che García-López racconta come un passaggio graduale dall’ordine a un leggero disordine, ma un disordine positivo.
La somiglianza con Ferrero e Cascales non è casuale. I tre condividono lo stesso sguardo sul gioco, lo stesso modo di leggere un punto e una scelta. López introduce però una variazione: vive tutto come meno severità e più leggerezza. In panchina non ha problemi a cercare il sorriso del giocatore e rompere la tensione con una parola fuori dal protocollo.
“Non è un allenatore autoritario. Sa usare le parole giuste nei momenti giusti – spiega L’Equipe – offrendo sostegno quando serve e responsabilità quando è il momento di prendersela”.
La creatività entra anche in campo. López ama sperimentare. Ha usato per gli allenamenti porte da calcio, oggetti improvvisati, esercizi non convenzionali. Per lavorare sul lancio di palla al servizio di Alcaraz, ha portato in allenamento un piccolo canestro da basket. Non per fare il fenomeno o stupire, ma perché credeva fosse utile a liberare il gesto.
Molti giocatori lo ricordano anche come compagno di doppio occasionale, per affetto, non per ambizione. Hanno perso, ma hanno perso insieme, portandosi appresso il segno di un rapporto diventato diverso, una complicità che non ci sarebbe stata.
Alcaraz ha vinto cinque dei suoi otto titoli stagionali con López al suo fianco. Due Masters 1000 — Miami 2022 e Queen’s 2023 — li aveva conquistati quando c’era lui nel box al posto di Ferrero. Anche i due Slam più recenti portano la sua impronta, seppur condivisa. A L’Equipe, Ventura dice che non ci sono dubbi. Non solo è pronto, ma lo era già. Il resto lo dirà il tempo.
COSA POTRESTI LEGGERE DOPO
