Carlitos Alcaraz è diventato adulto
La chiave sta in quattro parole. Me hubiera gustado seguir. Mi sarebbe piaciuto andare avanti. Se fosse stato solo per me. Invece non ha deciso lui. È evidente. Juan Carlos Ferrero è stato lasciato. Noi che abbiamo esperienza, ce ne accorgiamo. Per giunta è stato lasciato quando non se lo aspettava, non lo immaginava. Almeno così ricostruisce L’Equipe stamattina quando scrive che “non è solo su un campo da tennis che Carlos Alcaraz maneggia l’arte del contropiede in modo impeccabile. Ha preso in contropiede tutto il mondo del tennis”.
Un divorzio che arriva nel cuore della preparazione per il 2026 e che solleva delle domande anche per il tempismo, non solo per i motivi. Carlitos ha appena concluso la migliore stagione della sua carriera. Di gran lunga la migliore. Ha vinto otto titoli, tra cui due Slam [Roland-Garros e US Open], ha riconquistato il trono di numero 1 del mondo e lo ha fatto contro un avversario alla sua altezza. Una settimana fa, gli ATP Awards hanno assegnato a Ferrero e al suo assistente Samuel Lopez il trofeo di migliori allenatori dell’anno. Alcaraz era negli USA per un paio di esibizioni alla periferia di New York e a Miami. ”Tutto sembrava andare per il meglio nel migliore dei mondi possibili” commenta L’Equipe, aggiungendo pure che i biglietti di Ferrero per l’Australia erano già stati prenotati, un dettaglio che “amplifica l’onda d’urto di questa rottura”.
Una sorpresa anche sui campi e nei locali dell’accademia Ferrero a Villena, nella provincia di Alicante, dove il povero Cobolli era andato ad allenarsi pensando che lo avrebbe fatto insieme con il numero uno al mondo. “Tutto lascia quindi pensare che questa separazione sia stata precipitosa. Diverse fonti spagnole riferiscono che un disaccordo finanziario, al momento della rinegoziazione del contratto di Ferrero, sarebbe all’origine di uno scontro avvenuto due giorni fa”. Ma le ipotesi abbondano.
“Conoscendo il livello di esigenza del tecnico spagnolo e la condotta quasi monacale della sua carriera da giocatore, era prevedibile che a volte ci fosse elettricità nell’aria con il gioioso Alcaraz”. La docu-serie di Netflix ha fatto quel lavoro lì, alimentare l’immaginario di un Carlitos farfallone e viveur. «Il suo approccio al lavoro e ai sacrifici da fare è diverso dal nostro», diceva Ferrero. «Talmente diverso che a volte mi fa dubitare, e non so se sia così che si diventa il miglior giocatore della storia».
Qualcuno in giro sostiene pure che Ferrero non avrebbe apprezzato la partecipazione alle esibizioni. Dopo alcuni giorni di riposo seguiti alla sconfitta in finale al Masters, Carlitos è salito su un volo transatlantico per sfidare Frances Tiafoe e Joao Fonseca. “Alcaraz e le esibizioni sono un tema ricorrente” dice L’Equipe, e “certi vincoli di viaggio e di fuso orario non sono sicuramente di gradimento per Ferrero, che aveva indicato come obiettivo prioritario l’Australian Open, dove il suo ex allievo non ha mai superato i quarti di finale”.
Il resto dello staff non cambia. La sintesi brutale è che è saltata la testa di Ferrero. “Quali conseguenze sportive avrà la partenza di questo pilastro del sistema Alcaraz? La risposta arriverà tra meno di un mese” ha scritto Romain Lefebvre.
Che cosa dicono in Spagna
Alejandro Ciriza su El Pais lascia intendere che si tratti di una crisi di crescenza. “Nonostante porti ancora il diminutivo, Alcaraz sta diventando sempre meno Carlitos – soprannome affettuoso che apprezza – e sempre più Carlos. In altre parole, sta crescendo. È impegnato in un viaggio parallelo: scoprire e riscoprire sé stesso. L’uomo di Murcia non è più quell’adolescente che quasi un decennio fa ha iniziato a esplorare il percorso verso l’élite con ingenuità, in macchina, con Juan Carlos Ferrero al volante, da certi epici viaggi in Brasile fino alla successiva inarrestabile ascesa. Ha realizzato il suo sogno: la vetta, il numero uno del ranking, essere una stella. Tutto finisce. Le loro strade divergono”.
E la tesi-Netflix trova pure qui un gancio: “L’approccio militaresco e i metodi rigidi dell’allenatore sono stati essenziali nel plasmare un talento che aveva bisogno di ordine e disciplina per decifrare i pericolosi codici del mondo professionistico, in contrasto con la prospettiva più giocosa del protagonista; avere successo, sì, ma non a qualsiasi costo. La felicità viene prima di tutto. … Il tennis moderno si comprende attraverso il costante rinnovamento – lo stesso Roger Federer ha avuto sette allenatori, rispetto ai sei di Novak Djokovic. La Generazione Z impone nuove regole. Nel bene e nel male, anche a rischio di fallire o di deragliare, Alcaraz vuole essere il proprietario ultimo e il responsabile della sua narrazione”.
Non è il primo legame che si scioglie nel 2025. Naomi Osaka si è separata da Patrick Mouratoglou, Cori Gauff ha lasciato Matt Daly e ora lavora con il biomeccanico Gavin McMillan, Daniil Medvedev ha chiuso con Gilles Cervara dopo otto anni. L’Equipe ha indagato nel territorio emotivo comune delle separazioni, quando un rapporto tecnico si consuma, non è quasi mai per una sconfitta, ma per usura. Lucas Pouille ricorda l’ansia nel dire addio a Emmanuel Planque: sapeva che «serviva una nuova energia» e che il legame umano sarebbe rimasto più importante dei titoli. Eric Winogradsky racconta la fine con Tsonga a Miami: «Una storia è più importante dei risultati», perché si vive più insieme al giocatore che con la famiglia. E Sam Sumyk, dopo cinque anni accanto ad Azarenka, ha capito che «se l’energia finisce, restare significa diventare inutili».
Slalom si scusa con le lettrici e i lettori per non aver mai citato Jannik Sinner in queste righe.