La finale Bologna-Napoli: svegliarsi e sentirsi di troppo a Riad:

 

 

La finale di Supercoppa

Svegliarsi e sentirsi di troppo a Riad

 

  Se si giocasse allo stadio del Teatro delle Vittorie in Roma, dove per un po’ hanno messo in palio la corona di Canzonissima, finirebbe 3-2 per Bologna. Gol di Nilla Pizzi e doppietta di Gianni Morandi da una parte [L’edera nel 1959, Scende la pioggia nel 1969, Ma chi se e importa nel 1970], doppietta di Massimo Ranieri nel tentativo tardivo di rimonta dall’altra [Vent’anni nel 1971 e Erba di casa mia nel 1973]. 

Al teatro Ariston di Sanremo, Bologna vince 7-5. Doppietta di Nilla Pizzi [Grazie dei fiori nel 1951, Vola colomba nel 1952], e gol di Giorgio Consolini [Tutte le mamme nel 1954], Gianni Morandi [Si può dare di più nel 1987], Dodi Battaglia dei Pooh [Uomini soli nel 1990], Ignazio Boschetto de Il Volo [Grande amore del 2015] e gli Stadio [Un giorno mi dirai nel 2016]. Annullati per fuorigioco i gol di Carla Boni [è partita da Ferrara] e Iva Zanicchi [da Reggio Emilia]. 

Napoli ha segnato con Tullio Pane [Buongiorno tristezza nel 1955], Nunzio Gallo [Corde della mia chitarra nel 1957], doppietta di Peppino Di Capri [Un grande amore e niente più nel 1973, Non lo faccio più nel 1976] e infine il solito Massimo Ranieri [Perdere l’amore nel 1988]. Gol annullato agli Avion Travel per fuorigioco [erano ben oltre la linea: a Caserta], e millimetrico quello di Roberto Vecchioni [genitori napoletani]. Tweet di De Laurentiis contro i poteri forti. Rivendica due gol nelle Nuove Proposte con Antonio Maggio e Settembre, uno segnato nella serata Cover da Geolier [2024]. Dice pure che Lucio Dalla cantò in napoletano [Caruso] e che Tropico scrive con Cesare Cremonini. Bologna replica con i premi della critica a Samuele Bersani e apre il fascicolo Ron. Le Film Commission delle Regioni se la vorrebbero giocare a premi Oscar: così da una parte ci sono Federico Fellini e Bernardo Bertolucci [Pier Paolo Pasolini fece gol in Champions a Cannes]; dall’altra Sofia Loren, Paolo Sorrentino e la nomination di Massimo Troisi, più il certificato di nascita di Gabriele Salvatores, quello di matrimonio di Matteo Garrone e quello di residenza di Vittorio De Sica. 

Se esistesse Bolopoli o se esistesse Napogna, con un mucchio di luoghi comuni sarebbe un centro di gravità dall’anima complessa, in bilico tra la misura e la frenesia, la forma e la furia, i portici e i panni stesi. È di pochi giorni fa la solidarietà della Federico II all’università di Bologna dopo le polemiche sulla decisione di non attivare un corso di laurea in Filosofia destinato agli allievi dell’Accademia Militare di Modena, dopo gli attacchi del governo. «Nessuno, ma proprio nessuno», si legge nel testo, può pretendere che atenei e dipartimenti aprano a comando corsi di laurea riservati. Un principio a cui ha fatto appello il direttore del dipartimento, Andrea Mazzucchi: «L’autonomia universitaria è uno dei pilastri basilari di una democrazia». Ah, e poi ci fu quella volta che per mettere a posto il traffico, Antonio Bassolino chiamò Anna Donati – che era stata assessora comunale a Bologna sulla materia. De Magistris l’avrebbe poi confermata anche nelle sue giunte e se a Napoli esiste il Lungomare liberato, se esistono le piste ciclabili a Bagnoli, si devono a lei. 

Questa partita che Antonio Barillà su La Stampa definisce una catarsi, un dispetto al calcio-business che continua a dilatare, o inventare, competizioni non si gioca invece né al Teatro delle Vittorie in Roma, non all’Ariston di Sanremo e neppure tra Hollywood e Cinecittà, ma nel deserto di Riad, dove i napoletani stanno provando a portare in queste ore il Caravan Petrol di Carosone, Totò sceicco e Totò d’Arabia per vedere se valgono. Il deserto non è quello metaforico delle palme ma quello dello stadio, vuoto. 

Ora, non per ideologia – pare brutto che sia per ideologia – ma per l’evidenza della realtà. Se il pubblico saudita questa Supercoppa non la vuole vedere, perché gli dobbiamo dare questo dispiacere? Non è bello da ospiti presentarsi col pallone a casa loro anziché con una bella guantiera di dolci, e pretendere di giocare là – che so – un Napoli-Bologna che all’Olimpico di Roma farebbe tutti-mila spettatori. Stiamo così attenti a non disturbare e a non dare dispiaceri; se fischiano il minuto di silenzio per Gigi Riva non gli diciamo niente; se morissero di nuovo Bulgarelli e Juliano forse forse non lo faremmo neppure come accadde a gennaio scorso per Agroppi – e poi gli vogliamo far vedere per forza una partita che non vogliono vedere. E se stasera alle sette e mezza ci schiattano tutti i palloni? Come la giochiamo più la partita? Italia Uno poi che trasmette? Mila e Shiro? 

Peraltro. La pagina facebook Calcio da dietro dice che se la Supercoppa Italiana fosse realmente uno strumento a completamento di una strategia promozionale di ampio respiro, non avremmo visto la Lega di A siglare ad agosto scorso un accordo triennale per la vendita dei propri diritti TV  nelle zone del Medio Oriente e Nord Africa per complessivi 75 mln di €. Una miseria, se si pensa che attualmente la Supercoppa stessa genera da sola ben 23 mln di € di cui 6,5 percepiti direttamente dalla Lega ed il resto distribuito alle 4 partecipanti. Un capriccio saudita, non compreso (o non spiegato?) fino in fondo ai cittadini locali, utilizzato tragicomicamente come strumento di propaganda. Basti vedere i tentativi fallimentari della regia televisiva nel nascondere i tanti seggiolini vuoti dell’Al-Awwal Park Stadium di Riyadh (25 mila posti di capienza). Se questa è promozione del calcio italiano, forse andrebbe rivalutata la Santanchè e la sua campagna pubblicitaria Open to meraviglia. Questi di Calcio da dietro saranno dei poveri comunisti. 

In giro si dice che per il 2026 la Lega sta pensando di spostare la partita – no, non a Roma o Milano – ma in Florida e di tornare a giocare con la formula a due. Può darsi però che si tratti di un equivoco. Magari qualcuno ha proposto di giocare Napoli, e quelli devono aver capito Naples. Se oggi spunta tra le candidate anche Boulogne-sur-Mer ne avremo la certezza.

 

Il paese

Dieci anni fa il diritto di voto alle donne

▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔

Sono passati 10 anni e 10 giorni. Lei si chiamava Salma Biz Hizab al-Oteibi e diventò la prima donna eletta in Arabia Saudita, con un seggio nel consiglio di Madrakah, nella provincia della Mecca. In tutto le donne elette nei consigli municipali durante quelle elezioni furono venti, e ci riuscirono perché finalmente poterono votare. I consigli municipali in Arabia si occupano di servizi pubblici, parchi e condizioni delle strade. Quasi di niente. Ma quel quasi niente dopo il niente parve una rivoluzione. I giornali dell’epoca raccontarono che un’indagine pubblicata dal Centro studi Esbar rivelava come il 72,5 per cento dei sauditi non appoggiasse la candidatura femminile alle elezioni, l’11,3 percento la sopportava e l’8,7 la accettava. Per il 69,5% di coloro che la rifiutavano, la decisione violava la legge islamica, per il 63,8% andava a ledere le tradizioni e le usanze del Paese. 

Dieci anni  10 giorni dopo, Maryam accelera e frena tra i blocchi stradali di Riad con la naturalezza di chi ha imparato tardi, ma in fretta. È una delle pochissime tassiste della città. Sei anni fa non aveva la patente e la sua storia è raccontata da Paolo Tomaselli sul Corriere della Sera, ai margini della partita di stasera. Maryam fa ciò che allora sembrava precoce persino da immaginare: accompagna uomini e donne allo stadio, verso il calcio globale che entra nel paese e si espande. «Le donne ricoprono sempre più ruoli nel calcio creando fiducia e opportunità per le prossime generazioni» dice Ajwa Aljoudi, la giornalista esperta di cinema che annuncerà le formazioni di Napoli-Bologna.

Scindere la propaganda dalla realtà non è mai semplice in Arabia osserva Tomaselli. A venti chilometri dal centro, nel campo della facoltà di medicina, c’è un’altra Supercoppa, quella femminile, Al Nassr contro Al Hilal. In tribuna ci sono ragazze ovunque, racconta il Corriere, con un piccolo settore ultrà di tamburi e megafoni. Tutto confezionato per essere rilanciato sui social. Il calcio femminile nel paese è mosso da oltre mille allenatori e più di 70mila praticanti. Il campionato ha quattro anni, racconta Tomaselli, ci sono calciatrici straniere da ventotto Paesi, i budget restano lontani da quelli maschili ma chi vince guadagna mezzo milione di euro, dieci volte più che in ’Inghilterra. Ashleigh Plumptre, per esempio, al Leicester guadagnava quasi un milione, e ha scelto l’Al Ittihad. «Qui mi sento al sicuro – ha dello al New York Times – e non sono d’accordo coi tanti pregiudizi su questo Paese». I soldi aiutano a cambiare prospettiva – considera Tomaselli – ma forse aiutano anche a migliorare le cose.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.