La sua popolarità da polemista
Aveva vinto da calciatore due volte la Coppa Italia con il Torino, cinque volte era stato in Nazionale, e da toscano era stato seduto sulla panchina della Fiorentina. Ma la sua più grossa fetta di popolarità l’aveva mangiata da opinionista e polemista televisivo, ai tempi della Domenica Sportiva. Maurizio Crosetti su Repubblica lo ricorda così: “Granata era il volto, viola le occhiaie. Aldo Agroppi aveva dipinti in faccia due colori della sua vita, il Toro e la Fiorentina, ed erano tinte forti. Aveva lineamenti intagliati, e più il tempo passava più lo scalpello sembrava darci dentro. Il resto lo facevano i tormenti dell’anima, che era aggrovigliata come un nodo di fil di ferro. Da giocatore era insonne, pensando ai numeri 10 che avrebbe marcato il giorno dopo, lui mediano di pialla e cacciavite; da allenatore, allo stesso modo non dormiva perché l’ansia lo visitava a ora incerta e lo abitava senza pietà”.
È stato un polemista scanzonato eppure pesante, come ricorda stamattina Aldo Grasso sul Corriere della sera. “Ironico, caustico, sferzante, specie contro la Juventus di Moggi, Agroppi non le mandava a dire, facendo irritare colleghi, presidenti e soloni della carta stampata. Per questo le sue collaborazioni non duravano mai troppo a lungo. Ma radio e tv non lo hanno mai dimenticato e ricorrevano a lui nei momenti in cui avevano bisogno di un commento severo ma sincero, quando non avevano necessità di ipocrisia”.
Era il Turone del Torino, ossessionato da un non-gol che aveva riempito le cronache di una partita giocata e pareggiata in casa del ìla Sampdoria nel marzo 1972, tre anni prima dello scudetto di Radice. In squadra c’erano già Castellini, Cereser, Claudio Sala, Pulici. Marcello Lippi era il libero di quella Samp e respinse la palla sulla linea, solo che Agroppi l’aveva vista dentro, e non c’era la tecnologia, non c’era la VAR, c’era solo Barbaresco di Cormons certo di aver deciso bene a quel modo. Classifica finale: Juventus 43, Torino 42.
LA QUESTIONE DEL MINUTO DI SILENZIO Quest’uomo sarà ricordato con un minuto di silenzio sui campi della serie A nel fine settimana, non c’è stato spazio per un omaggio durante la partita di Supercoppa ieri sera. Il raccoglimento annunciato dalla federazione è stato ritirato dalla Lega, o qualcosa del genere, in fondo non vale neppure la pena ricostruire. La sostanza è chiara. Pippo Russo su Domani ricorda che “bisogna capire perché il pubblico saudita fischia il minuto di silenzio, tenendo un comportamento che a noi pare sommamente riprovevole. Qualcuno ha spiegato che, secondo un’interpretazione conservatrice dell’Islam, la pausa di silenzio è una cosa che va contro gli insegnamenti del profeta, perché “Maometto non lo ha mai fatto”. Nemmeno ai sovrani viene riservato il silenzio per celebrarne la dipartita. Posta così la questione, risulta che l’idea di commemorare qualcuno osservando una pausa muta è persino cosa oltraggiosa per il pubblico saudita. Per questo, posti davanti allo spettacolo delle due squadre radunate al centro del campo per commemorare la dipartita di qualcuno, un anno fa gli spettatori sugli spalti hanno fischiato e disapprovato. Trattasi di scarto culturale non negoziabile, né più né meno. E tuttavia, preso atto che c’è una così netta differenza nel dare significato alla cosa medesima, è stato giusto rinunciare? Con qualche riserva, data la complessità del saldo fra pro e contro, rispondiamo che no: rinunciare è stato un errore”.
Ma il calcio italiano tutto può dirsi fuorché spiazzato. Un anno fa a Riad venne fischiato Gigi Riva. Uomini dignitosi avrebbero rinunciato già per questo a 23 milioni di euro. Non foss’altro per non incorrere di nuovo nell’imbarazzo [rieccolo infatti]. I soldi sono soldi, si dirà. È vero. Ma pure l’elevatezza d’animo non è male.