Lo Slalom del 6 novembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

  

Il luogo è New York, il tempo è il presente, e né l’uno né l’altro cambieranno mai

Paul Auster

 

  

L’Arsenal si è preso pure New York

Non è l’alba dell’America, perché le Americhe sono tante milioni di milioni. Non è neppure il risveglio di New York perché New York non si era mai assopita, quasi mai New York la sera va a dormire con tutte le facce, tutti i colori, tutti i fusi orari che contiene. Con o senza Donald Trump, sotto la sua torre e tutte le altre, comprese quelle che sono state buttate giù e di nuovo costruito. Ma Zohran Mamdani alla guida della città è l’arrivo di un fioraio in un labirinto di cemento, una testa che porta un’idea, le parole e la luce nel buio del caos. 

Altri diranno cosa significa politicamente. Infatti lo stanno dicendo. I media di destra mettono in guardia dal socialismo e loro – questo – chiamano caos. Il New York Post ha raffigurato il sindaco in tuta rossa, mentre regge una falce e un martello. Il futuro della città sembra scontato: criminalità e calamità all’orizzonte. Seduta nel suo studio a Midtown Manhattan, Rachel Campos-Duffy, conduttrice di Fox & Friends, ha detto che l’America non vuole diventare come L’Avana o Caracas. Joseph Bernstein sul New York Times ha scritto che per una parte della sinistra cinica nei confronti del sistema politico americano, liberarsi significa abbandonarsi alla speranza. Kathrin Benhold ha raccontato le radici globali del sindaco come il motivo dell’attenzione internazionale smisurata sul nuovo sindacoe Dionne Searcey ne descrive il destino da icona, minaccia e prova del sogno americano che gli tocca ricoprire dentro questo panorama. 

Dall’Italia. Federico Rampini sul Corriere della sera dipinge le elezioni come un segnale della resistenza democratica americana, con una nuova generazione che porta cambiamento ma deve confrontarsi con la concretezza e i compromessi del potere, mostrando che il dopo-Trump sarà guidato più dalla praticità che dall’ideologia estrema. Trump perde consensi non perché è un dittatore ma perché aveva promesso miracoli sul fronte economico e non li realizza. Con i soldi arrivano alleanze, compromessi, pragmatismo. I giovani forse saranno delusi, ma la strada per costruire il dopo-Trump non sarà l’estremismo.

Altro che – replica Gabriele Romagnoli su Repubblica – se non sono concrete le idee di Mamdani: affitti bloccati, assistenza infantile e autobus gratuiti, drogherie municipalizzate. Romagnoli parla del sogno e del rischio del potere, di come un’idea semplice possa contagiare una città, e di come ogni rivoluzione, una volta vinta, debba misurarsi con la realtà. Una storia epica e poetica, ovviamente collettiva. Una città in cui il carro dei vincitori è pieno di tassisti, bottegai, giovani precari, immigrati, socialisti senza un testo sacro. Democratici senza un passato. Ribelli costituzionali che volevano fare (e forse hanno fatto) la rivoluzione armati di una scheda.

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La Champions dell’equilibrio

DI ROBERTO LIBERALE

Una tedesca, un’inglese e un’italiana. In testa a punteggio pieno a metà strada sono rimaste Bayern Monaco, Arsenal e Inter.  Non c’è la Spagna, il paese ha vinto 7 volte nelle ultime 12 edizioni. Non c’è nessuna delle vincitrici dal 2011 in avanti. Non ci sono le prime due del ranking UEFA di fine stagione scorsa [Real Madrid, Manchester City], non c’è nessuna delle prime-quattro della Deloitte Money League che registra il fatturato dei club. Nel 2024-25 a metà cammino c’era in testa solo il Liverpool. Il Liverpool è oggi ottavo con 9 punti, gli stessi che aveva all’ottavo posto il Borussia Dortmund un anno fa. La testa di serie numero #1 ai play-off sarebbe il Galatasaray, la migliore in classifica oggi tra i Minions. Ha un punto in più di quanti ne avesse l’Atalanta un anno fa a metà corsa. 

Stanno succedendo delle cose. Nella stagione scorsa di Champions League ci sono state 144 partite che hanno prodotto 126 vittorie e 18 pareggi. La percentuale di vittorie è stata dell’87.5%, quella dei pareggi del 12.5% I pareggi stanno crescendo. Nelle 72 partite giocate, ci sono state 56 vittorie-sconfitte e 16 pareggi, per un numero di punti assegnati pari 200. A metà percorso un anno fa erano stati 206 con 62 vittorie-sconfitte e 10 pareggi. Non è solo una voce statistica. La proiezione sulla classifica finale fornisce un’ipotesi di verità. I punti al 16° posto sono gli stessi: 7 oggi [Atalanta] e 7 un anno fa [Manchester City], così come sono gli stessi quelli al 17° posto, sempre 6 e sempre l’Atletico Madrid. È nei bassifondi che si sente il peso dei pareggi. Dopo quattro giornate ci sono due squadre a 0 punti, peraltro nobilissime, Benfica e Ajax. Nel 2024-25 erano cinque e una aveva il suo nome nell’albo d’oro: Lipsia, Slovan Bratislava, Stella Rossa, Sturm Graz, Young Boys.

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La non battaglia dei sessi

Gli scontri diretti hanno sempre un fascino di definitività, e quando il campo diventa un teatro di uno scontro tra Nick Kyrgios e Aryna Sabalenka, con l’etichetta antica della Battaglia dei sessi, allora la suggestione aumenta. Così dice Giulia Merlo nella sua analisi su Domani. Tuttavia esiste una gran bella distanza rispetto all’originale del 1973. Oggi, dice Merlo, la sfida tra la numero uno del mondo e il numero 652 è prima di tutto una trovata commerciale. Gli Emirati Arabi forniscono campo e palline, la Coca-Cola Arena di Dubai aspetta 17mila spettatori e regole sono state piegate allo spettacolo: una sola palla di servizio e il campo femminile più piccolo del 9 per cento.

Risultato: Qualcosa che promette di far incrociare nel comune sdegno due bolle agguerrite e non comunicanti: i puristi del tennis e le femministe. I primi perché il campo e la singola battuta e il tennis sta diventando un insopportabile carrozzone mediatico; le seconde perché gli Emirati Arabi e il confronto rischia di nuocere al movimento tennistico femminile e Kyrgios è un misogino e così gli si dà visibilità.

Eppure, secondo Merlo ogni punto di Sabalenka avrà un peso simbolico: sarà uno schiaffo al maschilismo tossico che Kyrgios incarna con comportamenti arroganti e insulti alle ex. Rispetto al 1973, a differenza di Billie Jean King, che veramente giocava per qualcosa di più grande di lei, Sabalenka può finalmente concedersi il lusso tipicamente maschile di giocare solo per vincere

 

visioni

Favino era Bartali, ora è un maestro di tennis

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Favino, batti lei – così comincia l’intervista di Gaia Piccardi per il Corriere della sera all’attore che è stato Craxi, è stato Buscetta, è stato Bartali, adesso è un maestro di tennis, Raul Gatti, un ex giocatore pieno di disillusione. E Favino più che battere, risponde. 

«Quando Panatta dice che il tennis è lo sport del diavolo, ha ragione. È una battaglia spaventosa con la propria testa. L’attore vive spesso una condizione di solitudine, ma a differenza degli atleti non siamo mai soli nel momento della performance. Io passo metà anno in una camera d’albergo. È impossibile non fare i conti con te stesso e la tua vita vera, che in quell’istante sta andando avanti senza di te. Non ho un brutto rapporto con la solitudine, ma ho dovuto imparare. Anni fa mi metteva a disagio». 

«La pativo moltissimo, mi rendeva triste. Una delle ragioni per cui faccio l’attore è la dimensione di gruppo: il film è un lavoro di squadra. Amo andare sul set alle 8 di mattina e trovarci la troupe. Quando sono in trasferta scelgo l’appartamento, non l’albergo: ho bisogno di fingere che le mie abitudini non muoiano. Faccio la spesa, cucino… Una grande mano me l’hanno data le mie figlie, facendomi sentire sparso, ramificato nel mondo. È buffo ma è così».

Vittorio Gassman diceva che il tennis era il suo vero sport, scoperto tardi, praticato tardi. L’intervista di Piccardi si conclude con un ricordo di Favino per lui. Mostra l’anulare destro, con una piccola cicatrice e dice: «Questi due punti sono la morte di Vittorio Gassman. Sono in cucina e sto tagliando il parmigiano. La tv accesa dice che è morto Gassman. Mi giro di colpo, e mi affetto il dito. Non ho nulla della grandezza di Vittorio ma ho voluto andare sulla sua tomba al Verano. Memore del Sorpasso, quando si sveglia e chiede di fumare, gli ho lasciato una sigaretta».

 

la prova del nove  Una panchina per De Rossi

È un cordone ombelicale che si taglia, forse per sempre. Daniele De Rossi va verso una nuova vita o verso la vita nuova. Lascia la  Roma e tutto ciò che essa rappresenta. Silvia Scotti su Repubblica racconta allora l’uomo che abbandona la zona di sicurezza, la città che lo ha coccolato per una vita, per andare dove non è mai stato Capitan Futuro. Dove non è stata una bandiera. Dove sarà solo il mister. Scotti scrive che De Rossi si è regalato una nuova occasione senza più simboli, appartenenze, romanità; solo il campo. Ha rinunciato a sei milioni di euro pur di liberarsi, pur di non restare sul divano per altre due stagioni. Nessuna tentazione televisiva, voleva tornare dove si suda e si sbaglia. Il destino — suggerisce Scotti — aveva già tracciato la rotta. Dopo il Boca Juniors, la tappa doveva essere Genova. Perché c’è un legame unico tra le due squadre, un gemellaggio lungo un secolo, un filo che le unisce da sempre. La maglia che il Genoa ha indossato a marzo contro la Juve, dedicata proprio al Boca, sembrava un segno premonitore. De Rossi, che da giocatore aveva voluto solo quell’altra maglia oltre alla Roma, torna a respirare l’aria popolare e calda di una fede calcistica totale. Ricomincia da una squadra ferita, penultima, che ha vinto solo una volta, dovrà ritrovare fiducia e ritmo. Scotti descrive il suo calcio così: Cerca il controllo della partita attraverso il possesso palla, l’impostazione dal basso, non concepisce un calcio di attesa.  Mai fermo, mai neutrale, come quando giocava lui. De Rossi colpiva da calciatore non solo per le cose che faceva in campo, ma perché due minuti dopo la fine della partita sapeva raccontarla in modo lucidissimo, come se dentro la trama dei novanta minuti lui fosse stato uno spettatore sereno, e non il centrocampista che raccontavano con la vena chiusa. Buon viaggio. Con tanta simpatia. 

 

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Tendenze

 

 L’ossessione transgender: ultimo caso nel volley in Albania

Lei si chiama Nayara Ferreira, pallavolista brasiliana, gioca nella serie A albanese. È stata sospesa e sottoposta a un test di genere dopo che due squadre avversarie hanno sollevato dubbi sulla sua identità. Ferreira racconta a Deutsche Welle di sentirsi distrutta e confusa, sottolineando che ha sempre giocato in leghe femminili in sette Paesi senza mai subire simili affronti né controlli. Il suo club, il Dinamo, ha definito la decisione “assurda e un insulto” a una giocatrice con una carriera consolidata. Il pezzo dalla Germania sottolinea il sostegno delle compagne di squadra e dell’allenatore, riflettendo sulle implicazioni più ampie per il rispetto delle donne nello sport, ricordando come il tema dell’identità di genere nelle competizioni femminili sia diventato sempre più controverso a livello globale, con i riferimenti più noti ai casi di Imane Khelif e alla decisione di World Athletics di rendere obbligatori i test di genere per le atlete.

 

Il pilota che ci spiegò come si guida

Aveva guidato per un giorno una Ferrari, per un anno una McLaren e si era diviso per altre tre stagioni fra March e Surtees Brabham. Per due volte è andato a punti in un GP mondiale, un quarto posto in Spagna nel 1972 e un altro in Belgio l’anno dopo. Ma soprattutto Andrea de Adamich è stato un pezzo del racconto delle corse. È stato il primo controcanto alla versione ufficiale e istituzionale che veniva dalla voce di Mario Poltronieri in RAI. Quasi tutte le voci del tempo che colleghiamo a uno sport erano in RAI. Il ciclismo era De Zan, la boxe e l’atletica erano Paolo Rosi, lo sci era Alfredo Pigna. Ogni generazione televisiva ha avuto i suoi volti-simbolo, ma tra i volti simbolo della tv di Stato si era infilato lui dalla tv commerciale. 

Guido Meda lo ha scritto nel suo ricordo per Sky Sport Insider: De Adamich era l’automobile, come Cereghini la moto, Mike Bongiorno il quiz, Fogar l’avventura. Non servivano tanti talent, dice, ma pochi, solidi, credibili riferimenti. L’articolo ripercorre le due vite professionali di De Adamich. Il pilota anni Settanta, l’uomo televisivo negli anni Ottanta, un percorso cominciato con GrandPrix, quando Mediaset stava nascendo e il mondo dell’auto viveva una stagione di espansione e immagine. De Adamich guidava ogni macchina, introduceva ogni servizio, e con la sigla «Parapapà, parapapà…» di Augusto Martelli diventava parte di un rito domenicale.

Meda lo descrive come un divulgatore naturale: le sue erano spiegazioni di un esperto sì, ma per tutti. Aveva quella dote rara di sapere “a chi stava parlando” e di rendere accessibile la tecnica senza svuotarla. Per la tv, scrive, servivano persone così: non dei tromboni noiosi, ma appassionati autentici, capaci di parlare a tutti.

Giorgio  Terruzzi sul Corriere della sera saluta allora un pilota coraggioso, un narratore competente e un uomo generoso. La vita di De Adamich è stata come una corsa lunga e intensa e il pezzo mette in luce la doppia anima di De Adamich: pilota e imprenditore, comunicatore e divulgatore. Era preciso, pretendeva precisione; era polemico, amava discutere. Il colpo d’occhio per individuare un guasto, ogni errore dei piloti. Un atteggiamento che ha conservato sempre, telefonando agli amici sino all’ultimo per commentare, con un piglio tipico, uomini e fatti da corsa, i tic di Senna, Schumacher o Hamilton, questa Ferrari che non va; per raccontare del suo amico Carlos Reutemann, argentino raffinato nella vita e nella guida

Terruzzi ricorda il lato umano: l’affetto per gli amici, i gesti di generosità come le bottiglie di champagne inviate a Natale, e la sua famiglia. b”Addio caro Andrea. E vai piano, una buona volta.

 

Novak Djokovic

Viene, non viene, ancora non s’è capito. Torino aspetta, Musetti pure, l’impressione è che voglia farsi desiderare. Mi si nota di più eccetera eccetera. Intanto Novak Djokovic prosegue la marcia nel torneo di famiglia in Atena, oggi l’avversario è Nuno Borges, numero 46 del ranking, interprete pulito ma leggero nel ritmo di alto livello. Nole arriva da settimane di gestione fisica e mentale, ma resta il punto di riferimento assoluto della partita per controllo tattico e solidità nei fondamentali. La sua costruzione è quella che si conosce da tempi ormai biblici: profondità, variazioni di ritmo sul rovescio avversario, uso sistematico dell’angolo corto per aprire il campo e comandare col dritto in avanzamento. Borges è un giocatorino ordinato, dotato di un buon tempo col rovescio e di un dritto fluido. Sa accelerare in controtempo [boh così pare almeno dalle volte che è passato in tv]. Chi ne sa, sui siti specializzati, dice che dovrà cercare continuità al servizio e spingere nelle prime fasi degli scambi per non essere risucchiato nella rete di Djokovic. Il rischio è che la partita si trasformi presto in un esercizio di stile, dove il campione serbo impone la misura e lascia al portoghese solo la fatica di inseguire la palla. Il corpo di Nole è una bussola che non sbaglia mai il nord. Ogni colpo è un richiamo all’ordine. Borges – con quel nome – è dentro un labirinto.

  ore  12    su Sky Sport

 

Che c’è in programma al Masters femminile

LE ULTIME PARTITE DEI GIRONI

Pegula vs Paolini

Partita ininfluente per Jasmine, già eliminata – per giunta pure nel doppio. Sfida di precisione e ritmo tra due giocatrici assai diverse. Pegula arriva con il consueto tennis di geometrie controllate: servizio piatto, prime palle soprattutto interne, rovescio in anticipo per chiudere la diagonale e muovere l’avversaria fino a spegnerne la spinta. Ama i match lineari, puliti, dove può decidere il tempo della giocata. Jasmine Paolini dovrà spezzare quella linearità, sempre che ne abbia voglia e non stia pensando alla spiaggia e alle vacanze: variazioni d’altezza, dritti arrotati in uscita dallo scambio, aperture angolate per rompere il ritmo da laboratorio di Pegula. Le servirebbe continuità nei turni di battuta e lucidità tattica. Un match tra l’equilibrio formale e la mobilità creativa. Pegula misura il tennis con una livella — tutto deve restare in equilibrio, anche il respiro. Paolini funziona se gioca un tennis bambino, fatto di corse arcuate, rovesci in allungo, dritti che s’impennano.

Sabalenka vs Gauff

Cori Gauff ha rimesso in piedi le sue chance di qualificazione con la vittoria su Paolini e malgrado un servizio ancora irrisolto. Aryna Sabalenka porta la potenza frontale del suo tennis aggressivo: servizio sopra i 190 km/h, pressione costante sulla risposta, ricerca della chiusura anticipata. Il rischio, come sempre, è che l’intensità le sfugga di mano. L’americana farà la sua solita partita difensiva fondata sulla capacità di assorbire: reattività sulle gambe, rovescio compatto in contropiede, lettura delle traiettorie. Se Sabalenka riesce a imporre il suo tempo, l’americana può essere travolta; se Gauff allunga gli scambi e varia, il match può girare. Sabalenka entra negli scambi con la furia delle tempeste, Gauff è un corso d’acqua che non sfonda, ma scava.

  ore  15   su Sky Sport

  Corriere della sera: Scherzi, allenamenti e golf. Sinner dà subito spettacolo. E riparte il pressing su Cahill – A Torino Jannik atteso per ore dai tifosi, oggi i sorteggi

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