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#1 giorno a Inter vs Milan
► ANCORA UNA volta senza usare il doppio, l’Italia ha battuto il Belgio con i singolari di Berrettini e Cobolli, e si è qualificata per la finale di Coppa Davis, la terza consecutiva. Oggi l’altra semifinale tra Spagna e Germania.
◇ Sulla pista dove la McLaren non si è mai piazzata sul podio, Lando Norris ha ottenuto la pole position davanti a Max Verstappen. Oscar Piastri soltanto quinto.
◇ Lo sci è in ansia per Lara Gut-Behrami, caduta in allenamento in Colorado e con un ginocchio rotto. I Giochi sono molto a rischio e il Corriere della sera accenna all’ipotesi che possa essere addirittura la fine della carriera.
◇ La Nazionale Under-17 di calcio si è qualificata per la semifinale dei Mondiali in Qatar. Ha battuto il Burkina Faso per 1-0 con un gol di Campaniello a sette minuti dalla fine [uno squillo], ma i ragazzi africani hanno colpito un palo e una traversa. Prossima avversaria: l’Austria.
◇ L’azienda di eventi e intrattenimento Never Say Never (NSN), co-fondata da Andrés Iniesta, ha acquistato la licenza del team ciclistico Israel Premier Tech. Il team si chiamerà NSN Cycling Team, correrà con bandiera svizzera ma avrà sede operativa in Spagna, finanziato dal fondo di investimento Stoneweg. Qui per esempio ne scrive El Pais
Domani è un altro giorno, e si vedrà
Ornella Vanoni
L’abbonamento inaudito alla finale della Coppa Davis
Aveva intuito tutto Ugo Tognazzi, che d’estate a Torvajanica riuniva amici e amiche nella sua villa, e metteva in palio un trofeo con la forma di uno scolapasta. Lo commissionava al gioielliere Ettore Costa, per il mondo dello spettacolo e della televisione era diventato un oggetto di culto. Certe volte – raccontano – si giocava a tennis in modo così accanito da veder finire le serate a schiaffi e insulti. Gli sponsor cominciarono a fare la fila per aggiungere altri premi, così gli archivi riferiscono che nel 1989 lo scolapasta in argento, “cesellato a mano, laminato in oro, base in mogano decorato con forchette e spaghetti arrotolati e sul prezioso legno, due racchette” andò a Gillo Pontecorvo, ma in quell’occasione girarono pure “orologi di marca, un’auto Peugeot 205, un ciclomotore, uno scooter, prosciutti a volontà”. Quasi all’altezza della Come Si Chiama Cup di Riad. Quasi.
C’è stato un tempo in cui tra gli spaghetti – sulle copertine delle riviste straniere – fiorivano le pistole. Questo è invece il tempo delle racchette. Delle racchette e delle insalatiere, così domenica capiterà di andare a giocare per la terza volta di fila la finale della Coppa Davis. L’ultimo paese a riuscirci era stata la grande Australia di Hewitt, Rafter e Philippoussis fra 1999 e 2001 ma due le aveva perse. Questa Italia rimasta per mezzo secolo senza uno Slam e senza una Davis non solo ha trovato in Sinner un campione che ha colmato il vuoto, non solo ha aggiunto Musetti ai primi-10, ma si scopre così improvvisamente baciata dal benessere tennistico da poter fare a meno di quei due e spingersi lo stesso a un passo dalla Coppa. Francamente: chi lo immaginava pareva un ottimista senza alcuna possibilità di redenzione.
Invece Matteo Berrettini ha vinto sia con l’Austria sia con il Belgio due partite che la classifica ATP dicevano alla sua portata, mentre Flavio Cobolli si è inventato ieri sera una partita batticuore contro Zizou Bergs, cancellando sette match point prima di chiudere a sua volta con il settimo a disposizione. Stefano Semeraro su La Stampa sottolinea che è “un giocatore diverso da quello che un anno fa contro lo stesso avversario si fece stroncare 6-0 al terzo”. Chissà se gli sarà capitato di pensarci.
“Tre ore e tre minuti di un match a tratti surreale – scrive Gaia Piccardi sul Corriere della sera – ruotato, incredibile a dirsi, su un unico break nel primo set vinto da Cobolli (6-3) e poi imbottigliato come un oggetto da collezione in due tie break dirimenti, specialmente il secondo, sembrato prigioniero di un buco spaziotemporale nel quale molto accadeva ma nulla riusciva ad essere decisivo”.
Vincenzo Santopadre su La Stampa confessa che “questa volta sono senza parole anch’io. Ad un certo punto, durante il match di Cobolli, è saltato tutto, non valeva più niente. È quasi disorientante, non capisci più a che punto sei, che cosa sta succedendo. È pura adrenalina, perché è come vincerle e perderle cento volte, e i giocatori in campo e tutto il team, il pubblico, persino chi sta a casa capisce che il primo che molla di un centimetro è finito, ha perso, non ci sono margini di sicurezza”.
Come riconosce Federica Cocchi sulla Gazzetta dello sport sono “cose da Davis, anche se bistrattata e strapazzata, questa competizione a squadre riesce a risvegliare emozioni primordiali”, mentre Paolo Bertolucci si dice certo che questa partita segnerà la carriera di Cobolli, “un passaggio cruciale. Ovviamente per il significato, l’importanza del risultato. Ma anche, da un punto di vista più tecnico, perché lui, che è un giocatore nato sulla terra, ha fatto vedere di essere diventato grande anche sulla superficie dura come quella in cui si sta giocando a Bologna”.
Fino a pochi giorni fa, la Davis era una Coppa da disprezzare con discreta nonchalance: [da leggere cantilenando] e Sinner fa bene, e l’abbiamo già vinta due volte, e in fondo non è così importante come in passato. Ubaldo Scanagatta sul suo Ubitennis stamattina dice: “Si ha un bel criticare la Coppa Davis, vecchia o nuova che sia, ma le emozioni che certi suoi incontri ti danno – che ne so… se è soltanto amor patrio? – è piuttosto difficile provarle per tornei individuali che solitamente faticano a coinvolgerti allo stesso modo. Questo tiebreak di 26 minuti mi ha ricordato quello, più storicamente celebre, vinto da McEnroe nel quarto set della finale contro Borg di Wimbledon 1980”.
Sono abbastanza impressionati anche all’estero. Il magazine Tennis titola in italiano: “Mamma mia”. Una volta valeva per gli Abba e per la Svezia di Borg.
ore 12 su Supertennis: Spagna vs Germania
Il ritorno del Barcellona al Camp Nou
🟨 e le altre prima pagine di sport in Europa
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I temi del giorno
Le nuove regole finanziarie del calcio inglese
La Premier League ha cambiato il modo in cui verranno regolati i conti. Non è un dettaglio tecnico, non un aggiornamento di contorno, ma un nuovo sistema che sostituisce integralmente le Profit and Sustainability Rules [PSR], il vecchio regime delle perdite massime consentite, introducendo criteri che spostano il baricentro della sostenibilità dal rosso complessivo al costo reale della rosa. Quanto potrà spendere un club in stipendi, commissioni e ammortamenti? Cosa succede se supera il limite? È qui che entra in gioco un nuovo acronimo, lo SCR, lo Squad Cost Ratio, approvato dai club con un voto molto netto [14-6] e destinato a funzionare già dal 2026-27.
Il principio è questo: la spesa è legata alla capacità reale di generare ricavi. Ogni club avrà un tetto personalizzato — più alto per chi incassa di più, più basso per chi guadagna meno — e quel tetto dirà se stai rispettando le regole o se dovrà scattare una sanzione. Il limite base dello SCR è l’85% dei ricavi — la Green Threshold. Se i costi della rosa stanno sotto questa soglia, tutto bene. Se la superano ma restano sotto il 115% — la Red Threshold — non arrivano penalità sportive, ma si attiva una multa e si restringe automaticamente il margine concesso al club nella stagione successiva. È il cosiddetto feedback loop: se forzi la mano oggi, il tuo tetto si abbassa domani. Andare oltre il 115% comporta invece una sanzione immediata, almeno sei punti di penalizzazione, con un punto aggiuntivo ogni 6,5 milioni in eccesso.
Un cambio radicale rispetto alle PSR che puniscono spesso con anni di ritardo e con effetti collaterali ingestibili, come dimostra la vicenda tuttora aperta del Manchester City. La UEFA usa una versione ridotta dello stesso concetto: in campo europeo il limite è al 70%, non all’85%. La Premier ha allargato i cordoni per i club che non giocano le Coppe perché hanno introiti inferiori e potranno investire di più per colmare la distanza senza entrare in zona rossa subito. Ma per chi gioca in Champions o nelle coppe del giovedì, resta vincolante il 70% dell’UEFA. Lo SCR conteggia stipendi, ammortamenti, commissioni e ingaggio dell’allenatore. Esclude le spese per il settore giovanile e per la sezione femminile. Soprattutto esclude dai conti tutto ciò che non è ricavo calcistico. Hotel, parcheggi, asset extra-sportivi non conteranno più». È uno dei passaggi più rilevanti. La porta di servizio che ha aiutato Chelsea a ripulire i conti non funzionerà più.
Usando gli ultimi dati disponibili, The Athletic segnala che cinque club sarebbero oggi sopra la soglia dell’85%. Sono l’Aston Villa, il Nottingham Forest, il Leeds, il Fulham e il Bournemouth. Ma le regole scatteranno dal 2026-27. È solo una mappa delle fragilità attuali, definisce chi ha una bassa capacità di generare ricavi e un alto monte ingaggi. La proposta più discussa era quella chiamata anchoring, un tetto fisso per tutti, legato alle entrate tv del club più povero. È stata bocciata 12-7. I club più grandi hanno sostenuto che avrebbe penalizzato la competitività europea. Senza anchoring, i club ricchi potranno estendere ulteriormente il divario.
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Le analisi
Esce la Israel, entra Iniesta
Ci sono passaggi di proprietà che sembrano normali operazioni industriali, altri che aprono una breccia nella cultura sportiva di un Paese. Come l’ingresso di Andrés Iniesta nel ciclismo. Non c’è stato un annuncio spettacolare, nessun rituale da executive globale: solo una nota serale, asciutta, in cui comparivano parole che fino a ieri sembravano lontane dal suo universo — licenze, audit, fondi d’investimento, WorldTour.
L’idea stessa che Iniesta, il più timido dei fuoriclasse, decida di addentrarsi nel terreno instabile del ciclismo professionistico è già uno scossone in un ambiente dove non basta il suo talento e nemmeno la gloria sportiva accumulata in una carriera irripetibile. Qui comandano i margini di bilancio, la dipendenza totale dagli sponsor, l’equilibrio fragile tra ambizioni sportive e sopravvivenza economica. Eppure il progetto NSN — la sigla che nel suo nome contiene un piccolo manifesto, Never say Never [Mai dire mai]— è già una realtà che cambia la mappa del ciclismo europeo.
Carlos Arribas su El País racconta una storia più complicata anche dell’impresa tentata e mai realizzata da Fernando Alonso dieci anni fa, quando sfiorò l’acquisto del team Euskadi prima di rendersi conto che qualcuno gli stava gonfiando il valore degli asset. La mossa di Iniesta è diversa, più strutturata e più radicale. NSN compra la licenza del team Israel-Premier Tech, assorbe materiali, mezzi, 170 contratti di lavoro. E trova un alleato decisivo: il fondo d’investimento catalano-svizzero Stoneweg, che finanzierà l’operazione entrando nell’azionariato di NSN – come scrive Arribas.
Il risultato è un piccolo paradosso geopolitico: una squadra radicata in Catalogna che correrà con bandiera svizzera, sede operativa catalana e bici Scott americane e svizzere. Il nome sarà NSN Cycling Team. Il manager rimarrà Kjell Carlström, il leader diventa Biniam Girmay, mentre Chris Froome — quattro Tour, un’era — vede scadere il proprio contratto senza rinnovo, chiudendo così una delle carriere più lunghe del XXI secolo.
Iniesta eredita anche l’identità digitale del team: l’account X cambia nome, resta il blu, spariscono Premier Tech e le bici Factor. Finisce così l’epoca controversa di Sylvan Adams, fondatore e proprietario, il cui progetto politico è stato travolto dalle proteste di sostegno ai diritti della Palestina durante la Vuelta interrotta a Madrid, “un grande peso e un mal di testa ancora maggiore”, scrive Arribas, dal quale NSN lo solleva.
Entrare nel WorldTour significa anche entrare nei suoi numeri. Budget medi da 25 milioni di euro, stipendi che divorano l’80%, leader da due milioni, meccanici da 40.000 euro l’anno. E un trend nuovo: sponsor che diventano proprietari e prendono il controllo strategico. È così per Lidl, così per Decathlon, così sarà per NSN. Non più ex ciclisti-mecenati, ma realtà industriali che portano logiche da azienda multinazionale dentro un camion officina. In questo contesto, Iniesta appare meno come un ex calciatore romantico e più come un imprenditore che nel 2024 ha fatturato 30 milioni di euro. Con un lato d’ombra inevitabile, che Arribas non elude: “Il fallimento della sua filiale in Perù e un’indagine per presunta truffa”, aperta dalla Fiscalía per investimenti raccolti e mai tradotti in eventi reali. La Procura sudamericana ha aperto un fascicolo su Iniesta, accusato di aver raccolto investimenti fino a 600.000 euro per eventi che non si sono mai concretizzati.
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Dai campi
Che ci fanno Pippo, Pluto e Topolino in pit lane a Las Vegas
C’è un momento, a Las Vegas, in cui la notte artificiale sembra più vera del giorno. Le luci rimbalzano sulla pista, sul vetro degli alberghi, sulle vetrate dei casinò. E tra le ombre di questa città disegnata per l’eccesso, arriva un’immagine che non dovrebbe esistere: Mickey Mouse e i suoi amici Disney che avanzano nella pit lane come un piccolo corteo carnevalesco. È uno di quei fotogrammi che raccontano un’epoca più di qualsiasi analisi di mercato: la Formula Uno non sta solo entrando negli Stati Uniti, ci sta completamente sguazzando dentro.
Vedi i fan in fila, i telefonini alzati, il merchandising che scintilla di luce artificiale, e capisci che la città sta funzionando da tripla lente: ingrandisce, distorce e consacra il presente. Il vento del deserto asciuga l’asfalto, ma non l’entusiasmo — perché la corsa di questo weekend non è solo una gara. È la conferma che lo sport europeo più aristocratico e complesso si è riscritto per sedurre un nuovo pubblico che non vuole cappelli in tweed, ma show, luci, storie.
Giles Richards sul Guardian, racconta come “l’incongrua apparizione di Topolino e soci” sia diventata il simbolo perfetto di una trasformazione senza precedenti. Una metamorfosi che solo dieci anni fa sarebbe sembrata fantascienza.
Come ricorda Richards, “sarebbe stato impensabile che un’istituzione americana come Disney decidesse di legarsi alla F1”. E invece eccoci qui, con una partnership di due anni che porta la Disneyland Band a suonare l’inno nazionale e a comparire nelle celebrazioni post-gara alle fontane del Bellagio. La corsa nel deserto è solo la scenografia: il vero spettacolo è quello economico. La F1 ha appena firmato un accordo da 160 milioni di dollari l’anno con Apple per i diritti televisivi negli Stati Uniti. Non una scommessa: un investimento calcolato. Eddy Cue, uno dei dirigenti della compagnia, racconta una cena con Toto Wolff in cui l’austriaco veniva fermato ogni due passi per una foto. Cinque anni fa sarebbe passato inosservato in mezzo a Soho. «C’è un potenziale enorme per lo sport negli Stati Uniti», dice Cue.
Da quando Liberty Media ha preso in mano il campionato, i numeri raccontano che gli sponsor americani sono passati da 44 a 125. La presenza di Cadillac in griglia dal prossimo anno chiude il cerchio culturale. E Stefano Domenicali — che Richards presenta come il regista di questa espansione — si lascia andare: «Il limite è il cielo». L’obiettivo è un miliardo di tifosi nel mondo, il mercato americano è la chiave per arrivarci.
Las Vegas è il laboratorio perfetto. Attraversi la Strip e ti accorgi che la F1 sta conquistando la demografia d’oro: il 47% dei nuovi tifosi americani ha tra i 18 e i 24 anni, più della metà sono donne. Non arrivano con il bagaglio della storia europea, ma con la voglia di divertirsi. Drive to Survive li ha attirati, lo spettacolo li trattiene.
La distinzione tra sport ed entertainment si dissolve sotto le luci al neon. Nessuno si indigna se c’è una collaborazione con Hello Kitty o con Lego: le magliette vanno a ruba, le partnership sono vissute come parte del gioco. Domenicali lo dice chiaramente al Guardian: «Abbiamo capito che non basta arrivare per quattro giorni e sperare che ci amino». La F1 parla agli Stati Uniti tutto l’anno, ogni giorno, su ogni piattaforma. Il risultato è un valore di mercato di 24 miliardi di dollari, +25% in un anno, triplo rispetto a quanto Liberty Media pagò nel 2017. Numeri alimentati da colossi che vedono oltre il glamour.
Ovviamente ci sono le critiche: lo spostamento del baricentro, il rischio di marginalizzare l’Europa, l’abbraccio sempre più stretto con i petrodollari. Ma la caccia al pubblico americano era il sogno proibito della F1 da quarant’anni: ora quel sogno cammina tra i garage con le orecchie di Topolino. “Mickey in pit lane? I tempi sono cambiati e a Vegas è Fantasia per la F1” conclude il Guardian.
meduse
I tombini di Las Vegas non cambiano mai
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La newsletter Prime Tire di The Athletic racconta il déjà-vu molto imbarazzante per la Formula 1 avvenuto a Las Vegas, quella storia delle prove libere del GP interrotte da un problema ai tombini, mettendo a rischio i piloti e deludendo i tifosi che hanno pagato cifre cospicue per assistere all’evento. Il pezzo è scritto in forma personale e autoironica da Patrick Iversen, che era proprio lì, nel punto dove due anni fa un tombino aveva distrutto la Ferrari di Sainz, e allora confessa di sentirsi “un portafortuna al contrario”. Per prenderla con ironia, cita le parole della canzone Anti-Hero di Taylor Swift [“It’s me, hi, I’m the problem, it’s me”] e continua il gioco continuando a parlare con versi di lei [“I have this thing where I get older but just never wiser”, “I’ll stare directly at the sun… but never in the mirror”], mantenendo un tono leggero in situazione che per la F1 leggera non è.
Non lo è, spiega, perché “questi problemi danneggiano l’immagine della F1 e la fiducia dei tifosi, specie a Las Vegas, dove già nel 2023 l’episodio fu un disastro mediatico”. I biglietti venduti nel 2025 sono già calati rispetto all’anno scorso, “e un’altra interruzione non è ciò che gli organizzatori volevano”. Liberty Media ha lavorato per minimizzare l’accaduto: se non altro, stavolta i fan hanno visto 99 minuti su 120 di prove anziché gli otto del 2023 e l’F1 Academy ha potuto regolarmente correre le qualificazioni.
De Zerbi di nuovo in testa alla classifica
Con cinque gol segnati nel derby a Nizza, in attesa che il PSG giochi stasera con il Le Havre, il Marsiglia di De Zerbi si è ripreso la testa della classifica. L’Equipe racconta una serata che definisce surreale: sugli spalti gli ultras di casa hanno trasformato la Populaire Sud in un palcoscenico pirotecnico — fumogeni per tutta la partita, poi addirittura un fuoco d’artificio al minuto 85 per celebrare i 40 anni del gruppo — tanto da costringere l’arbitro a sospendere la partita prima di farla terminare pro forma al 90’. Ma in campo, sottolinea Clément, l’unico spettacolo vero è stato quello dell’OM [fra tre giorni in Champions con il Newcastle]. Il Nizza era irriconoscibile.
Il Marsiglia ha dominato dall’inizio, guidata da un Aubameyang ritrovato [subito in gol su assist di Pavard] e da un Greenwood scatenato, autore di una doppietta e al centro di un parapiglia dopo aver provocato gli ultras. Kondogbia, tornato dall’ennesimo stop, ha dato equilibrio nel ruolo di sentinella davanti alla difesa; Rulli ha tenuto in piedi l’OM nei pochi minuti di pressione nizzarda con tre parate preziose. Clément insiste su un dato chiave: l’OM non solo vola al Vélodrome, ma ha appena centrato quattro vittorie nelle ultime cinque trasferte, con 33 gol segnati in 13 giornate. È un rendimento notevole per una squadra che aveva iniziato male la stagione.
8. Gli incidenti per il Maccabi a Bologna
Il numero che ha segnato Virtus Bologna vs Maccabi dentro e fuori dal campo. Dentro perché 8 sono state le triple di Edwards per il quinto successo su cinque in casa. Fuori perché è stato il numero dei feriti. Giorgio Burreddu sulla Gazzetta racconta: “L’inferno fuori dal PalaDozza è scoppiato poco dopo le 20. Mancava ancora un po’ all’inizio del match di Eurolega tra Virtus e Maccabi Tel Aviv. E mentre le Vu Nere cucivano il quinto successo su cinque in casa (99-89), per le vie di Bologna è stata guerriglia. Otto feriti tra le forze dell’ordine, quindici manifestanti identificati dalla Digos. Sugli spalti del palazzo (nemmeno sold out) nessun problema. A un certo punto sono spuntate due bandiere palestinesi. E una israeliana tra i pochi (ottanta) tifosi del Maccabi. Poi tolte. Ma è stato fuori, per ore, che le strade del centro della città sono state teatro di scontri e cassonetti in fiamme”.
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Tendenze
I Mondiali batteranno le piccole patrie dei club
Ci sono squadre che vincono, e poi ce ne sono altre che fanno di più, vincono ricordando al mondo che il calcio è un linguaggio prima che un sistema. La Spagna di quest’ultimo ciclo ha qualcosa di irripetibile: una calma che pare antica, un’intelligenza collettiva che non si affanna, non forza, non insegue. Gioca come se il pallone fosse un animale domestico che torna sempre a casa, e come se ogni avversario prima o poi mostrasse, inevitabilmente, la propria crepa.
È una squadra che si permette il lusso di essere brillante senza ansia, estetica senza vanità, dominante senza violenza. Con i suoi giovani tecnici, educati alla scuola del possesso e dello sguardo, manipola il ritmo con una precisione che sembra quasi naturale: accelera quando serve, ma soprattutto rallenta quando il gioco lo chiede. La pausa è una forma di superiorità. La pausa come strumento
Così dice Jorge Valdano, su El País, nella sua rubrica scrive che “convincono e attraggono perché giocano in modo splendido”. Una doppia appartenenza che dal 2008 ha cambiato la percezione del calcio mondiale. Valdano osserva che questa eccellenza spagnola nasce in un’epoca in cui il pallone “fabbrica” atleti obbedienti, fortissimi fisicamente, prigionieri del metodo e del pressing. “La tendenza confonde il calcio con uno sport. Non sbagliatevi: prima di tutto è un gioco”. È un pensiero che è quasi un credo: il calcio per gli spagnoli continua a essere un’arte.
Nelle cantere, il gioco è ancora gioco: tecnica, criteri, comprensione del campo. La Spagna educa al pensiero, non solo al gesto. E per Valdano, questa scienza del ritmo — capire che il dominio nasce tanto dalla velocità quanto dalla pausa — sarà decisiva in un Mondiale che si giocherà a temperature impossibili e orari irresponsabili.
Una nazionale meravigliosa, stabile, vincente, che non genera scandali né angosce, ma non accende il paese. Secondo Valdano, l’abitudine all’eccellenza narcotizza più della mediocrità. Quando il dramma sparisce, sparisce anche parte del desiderio. La radio parla con stanchezza, il paese sembra distratto. “Come se così tanto tempo prima del Mondiale non valesse la pena entusiasmarsi”.
E allora si cerca una spiegazione più profonda. La patria grande — la Selección — perde terreno contro la patria chica, il club scelto da bambini e difeso come un’estensione familiare. “Ciò che importa alla gente è che lo stemma rappresenti il suo luogo di nascita e gli ricordi il padre”. La Liga, con le sue rivalità selvagge che superano ogni logica economica, domina il calendario emotivo del paese. E anche se il calcio moderno è globalizzato, mercantile, pieno di stranieri e fondi d’investimento, la gente continua a vedere nel club un prolungamento di sé. La nazionale, al confronto, sembra un’interruzione di quel mondo. Ma quando arriverà il Mondiale, si dice certo Valdano, il rumore dei club si spegnerà, e quel senso di appartenenza così ostinato e così intimo tornerà al centro. “La Spagna ha un grande privilegio: è diversa. Si chiama identità culturale”. Il calcio delle nazionali di questi giorni ha avuto questo merito: dalla rovesciata di McTominay e i due gol dopo il 90° della Scozia fino alle imprese di Curaçao e Haiti. I Mondiali – ha detto Jonathan Wilson sul Guardian – sono la forma più pura del gioco.
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Discussioni
L’ultimo baluardo degli attaccanti: Haaland salverà i numeri 9
Le domande più semplici, a volte, rivelano crepe enormi. Quando in un podcast dedicato a Denis Law qualcuno ha chiesto quale centravanti moderno gli assomigliasse davvero, nella on air è calato un silenzio imbarazzato. Non veniva in mente nessuno. Non per mancanza di rispetto verso Law, ma perché quel tipo umano – il 9 puro, feroce, verticale, con il corpo fatto per il gol – è quasi sparito dal calcio d’élite. Dagli anni Sessanta agli anni Novanta i centravanti erano statue viventi che vivevano dentro l’area: da Lineker e Shearer, fino indietro a Rush, Greaves, Hurst. Oggi la piramide si è rovesciata. Le squadre cercano fluidità, pressing, scambi. Le accademie producono ibridi, non specialisti. Il gioco modellato da Guardiola, Messi e dalle analisi, ha modificato una figura che per decenni ha tenuto in piedi il mito del gol.
Michael Grant, sul Times, mette in fila elementi di un apparente paradosso: mentre il calcio sembra essersi dimenticato di come si costruisce un 9 vecchia scuola, Erling Haaland è diventato l’unico superstite davvero attrezzato per salvarli tutti.
Grant parte dall’ovvio che nessuno vede più: “Il football vuole ancora creare assassini con un solo scopo come Law?”. Una domanda che attraversa l’intero sport. Perché gli “assassini a scopo unico” erano la norma. Gli anni Settanta e Ottanta offrivano coppie complementari – Keegan-Toshack, Rush-Dalglish, Shearer-Sutton, Cole-Yorke – uno spaccava e l’altro costruiva. Era un equilibrio fisico, quasi meccanico: colpo, sponda, profondità, gol. Poi il terreno si è smosso sotto i piedi. L’inizio del Premier-Leaguismo ha dato gloria agli Owen, e dopo sono venuti Ronaldo, Salah, tutti attaccanti larghi, tutti mondi mobili. Non è solo una questione estetica, il centrocampo è diventato il punto in cui si vincevano le partite, non più l’area. E se l’area diventava solo l’ultimo elemento della catena, allora il 9 doveva trasformarsi: venire incontro, essere falso, aprire spazi.
L’eredità contemporanea vive in Yamal, Dembélé, Saka, Kvaratskhelia, talenti liquidi che non abitano un ruolo ma una funzione – si dice così adesso. Su trenta candidati al Pallone d’Oro, ricorda Grant, solo sei sono centravanti puri. Una rarefazione del ruolo non casuale: è stata pianificata. L’Inghilterra ha costruito il suo piano giovanile 2012-2014 immaginando un calcio senza rigidità, pieno di ali a piedi invertiti. Tutti volevano un nuovo Messi. O un nuovo Ronaldo, che infatti ha dovuto finire per trasformarsi lui stesso in un 9 antico proprio quando il mondo stava smettendo di produrne.
Dove si colloca Haaland in tutto questo? Alla fine del percorso. E dunque di nuovo all’inizio. Rappresenta la figura antica riportata a una potenza moderna: una macchina da corsa, il tocco secco, la fame verticale. È il campione costruito per un gioco che non esiste più, e proprio per questo tiene in vita la possibilità che torni. Il Times spiega che non ha bisogno di mille movimenti, di 80 tocchi, di interrare il campo. Ha bisogno di due palloni giusti, e quei due palloni diventano gol. Do you remember San Siro?
Lui e Kane – gli ultimi grandi numeri 9 completi – hanno aperto una possibilità. La loro rarità li ha resi preziosi, la preziosità li ha riportati al centro. È un rovesciamento di fasi: quando una specie diventa rara, qualcuno ricomincia a volerla. Lo dice anche Les Ferdinand, con una nostalgia a malapena trattenuta. Eppure proprio Haaland sembra dimostrare che quella conoscenza non è perduta, se ne sta solo nascosta. Il City ha accelerato il gioco, ha rinunciato a una parte di controllo, gli basta un varco, gli basta il tempo di un lampo. La domanda che chiude la riflessione del Times è se Haaland sia il futuro o l’ultimo futuro possibile. È uno che riaprirà il ruolo ai ragazzi o un dinosauro splendido capitato nel pianeta sbagliato? Lui intanto segna. Domani è un altro giorno e si vedrà.
Il Rwanda, il Congo e lo sportwashing dell’Africa
L’Arsenal e il Rwanda hanno interrotto la loro partnership nata nel 2018 dopo mesi di pressione dei tifosi che hanno denunciato il coinvolgimento del paese africano nelle violenze nell’Est della Repubblica Democratica del Congo, una zona ricca di coltan e altri minerali. Le Nazioni Unite collegano il governo di Kigali al gruppo armato M23, accusato di massacri di civili e gravi violazioni dei diritti umani. La notizia, secondo The Athletic, è stata una sorpresa, e spiega come la decisione sia legata dal processo di produzione. “Se l’Arsenal desiderava che uno sponsor sulle maniche fosse incorporato nella divisa della prossima stagione, aveva bisogno di chiarezza entro l’inizio dell’anno”.
Alain Traquet su L’Équipe analizza in modo più ampio la crescente controversia intorno ai partenariati tra grandi club europei e Paesi africani che utilizzano il calcio come strumento di soft power per migliorare la propria immagine, mentre sono accusati di alimentare conflitti armati.
Traquet ricorda come il presidente rwandese Paul Kagame veda nello sport un ingranaggio politico: «Da noi, in Rwanda – dice – lo sport ha un significato particolare: non possiamo separarlo dal resto della nostra politica. È come un’industria».
Il contratto con il Paris Saint-Germain resta dunque attivo ed è stato rinnovato fino al 2028. Il club incassa circa 15 milioni l’anno, Kigali promuove turismo, natura e cultura. Tutto ciò nonostante la lettera della ministra degli Esteri della RDC che chiedeva al club di rinunciare a uno «sponsorizzazione macchiata di sangue».
Quanto alla Repubblica Democratica del Congo, essa stessa ha firmato un accordo con il Monaco [4,8 milioni in tre anni] e tiene in piedi partnership lucrose anche con Milan e Barcellona. Le critiche de L’Equipe sono durissime: con 28 milioni di congolesi che soffrono la fame e un Paese dipendente da aiuti umanitari, questi contratti sono “probabilmente tra le decisioni più scandalose mai prese dalle autorità congolesi”. Amnesty International denuncia un calcio europeo che diventa «una vetrina mondiale dello sportwashing». L’Equipe chiude dicendo: “Quando vediamo Visit Rwanda o RD Congo – Cuore dell’Africa su una maglia, dovremmo vedere anche le violenze che quella scritta tenta di nascondere”.
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Interpreti
Alison Lee e il potere segreto dei mondi inventati
Per quasi tutta la vita, Alison Lee si è trattata con una severità feroce, quella che ti mangia i bordi della giornata, i dubbi, l’ansia, i pensieri che girano in tondo sul green. Lei, una golfista di trent’anni con due vittorie in Europa ma un sogno mai realizzato sull’LPGA Tour, frenata più dalla testa che dalle mani. Pressioni, yips, paura del giudizio: un fruscio mentale che non la lasciava mai.
Elise Devline racconta allora su The Athletic come il sollievo sia arrivato all’improvviso e in modo sorprendente da un posto inatteso: i romanzi fantasy. Non come hobby marginale, ma come un vero interruttore emotivo. Lee si era iscritta a GoodReads, si era data dei piccoli obiettivi di lettura, e nei tempi morti — mattine lente, allenamenti infiniti — apriva un libro e scopriva che l’ansia si dissolveva. «Non pensavo più a me», dice. «Pensavo a quello che succedeva in quel mondo fantastico».
Quando la voce interiore tornava a dirle che stava sbagliando, beh, allora scattava un confronto immediato con qualcuno o qualcuna che nel romanzo stava sopravvivendo a torture infinite, mentre per lei si trattava solo di cercare un birdie in un pomeriggio di vento. «So che sembra stupido ma mi ha aiutato tantissimo».
Lee aveva provato altri metodi in precedenza. Non hanno funzionato. Poi è arrivato il BMW Ladies Championship 2023, quando Lee era in corsa per la vittoria e la testa ribolliva. La sera prima aveva letto qualche capitolo di Throne of Glass, la serie fantasy che oggi definisce come la sua preferita. La mattina della finale, il tragitto di un’ora verso il campo diventò un altro pezzo di evasione: «Pompavo altri capitoli, entravo in quell’altro mondo».
Serve coraggio per ammettere ciò che accadde dopo: un giro interminabile, sei ore anziché quattro e mezza, attese di dieci o quindici minuti tra un colpo e l’altro. Così, verso le ultime buche, Lee si chiuse in un bagno con il Kindle. Leggere in mezzo a un giro decisivo le sembrò una follia — ma l’alternativa era lasciare la mente a sfarfallare. Ha chiuso con due birdie. Ha perso al playoff, sì, ma era fierissima della calma trovata. «Quando leggi la vita di qualcun altro», dice, «sposta la tua un passo indietro, ti permette di pensare diversamente».
Più tardi è arrivato un altro mondo più reale dei draghi e delle magie, suo figlio Levi. La maternità, la pausa, il ritorno lento. Alcuni cambiamenti nel gioco, nel suo tempo, nelle priorità. Eppure, mentre fa colazione prima dei tornei o quando Levi dorme, riapre un libro e rientra in quel suo piccolo varco verso la quiete. Sembra stupido, continua a ripeterselo. Ma se funziona, sai che te ne frega.
I cinque gol subiti che hanno mostrato il Bielsa più intimo
Marcelo Bielsa è entrato nella sala stampa come un uomo che porta sulle spalle non solo una sconfitta, ma una confessione. Prima ancora che qualcuno gli rivolgesse una domanda, era come se avesse già deciso di aprire un varco in sé stesso. Ha parlato per 105 minuti e ogni parola è parsa una scheggia, una scheggia e una ferita, una forma di verità che ha lasciato tutti spiazzati e lui scoperto. La macchia fresca del 5-1 subito dall’Uruguay contro gli USA lo ha spinto a scegliere una strada inconsueto. Non si è difeso e non ha attaccato. Si è messo a nudo. Si è definito un generatore di tensione e senza tremare ha aggiunto: «Sono tossico». Tossico nel senso di uno che arriva e irrigidisce l’aria, uno che non riesce a sedersi a un tavolo senza aprire un giornale per non mollare mai il lavoro, quello che – dice – «non trova nessun piacere in tutto: è un karma».
Un monologo da teatro greco travestito da conferenza stampa. «Sono timido, ossessivo. Sono una persona robotica. Non mi piace il disordine. Stare con me peggiora chi mi sta accanto. Ci sono persone che vanno a mangiare fuori e tengono un diario perché non vogliono integrarsi con tutti gli altri. Io sono così. Sai su cosa si basa questo comportamento? Sulla paura. Non ti piace vincere. Hai più paura di perdere di quanto ti piaccia vincere. Chiedi a qualsiasi allenatore: l’ossessione risiede nella ricerca di risorse che ti allontanino dalla sconfitta e ti avvicinino alla vittoria. A parte i più irresponsabili, che meritano elogi, questo vale per tutti gli allenatori. Vorrei vivere l’esatto opposto di quello che vivo, come Menotti o Cruijff, grandi irresponsabili». C’è chi la sta chiamando la più drammatica confessione del calcio recente.
È questo il punto in cui il racconto di Felipe Cárdenas su The Athletic si propone come uno specchio dell’immagine di un allenatore che non ha mai finto di essere altro che sé stesso: un uomo che teme il caos, ma si offre volontariamente al caos del calcio. E poi la svolta emotiva: il Bielsa che parla di sentimenti. Lui che fa fatica a tenere lo sguardo alto, a finire con gli occhi dentro gli occhi di un altro. «Credo che l’emozione permette la crescita della virtù».
Ha raccontato di barzellette che non ha fatto ridere i suoi giocatori. Del soprannome affettuoso – el abuelito – con cui lo chiamano. Ha raccontato soprattutto di una canzone, A los Cuadros Chicos, da cui dice di essere stato «mandato fuori di testa». Ne ha citato i versi, in mezzo a ricordi di radio transistor strette in mano, cuscini portati di stadio in stadio. Una poesia di provincia, un amore infantile. Ha confessato di averla fatta ascoltare ai suoi prima di una partita importante. Ha avuto un pensiero per chi da bambino trasformava un tappo di bottiglia in una palla, un muro in una porta. Un garage, una zucchina abbandonata dal fruttivendolo, tutto era campo, tutto era palla, tutto era gioco. Questa è stata forse la sua frase più limpida: «Il calciatore professionista è stato nutrito dall’amatore».
Ma fuori da tutta questa inedita e inattesa intimità, c’è una tempesta. In Uruguay gli opinionisti parlano di crollo psicologico, di squadra allo sbando. Alcuni giornalisti suggeriscono che Bielsa non debba nemmeno essere lasciato rientrare nel Paese. Una trasmissione televisiva ha implorato: “Chiedete a Trump di negargli il visto per il Mondiale”. Bielsa non scappa. Quando gli hanno chiesto se pensava di dimettersi, ha risposto che no, non è questo il momento. Si carica la responsabilità di tutto: dei gol presi, delle voci, delle lamentele per la sua gestione, della mancanza di un piano B, persino del fatto che qualcuno – dice – si è lamentato del suo comportamento. Un passaggio della sua seduta di autocoscienza ha strappato un sorriso alla sala tesa. Ha raccontato di quando, ai tempi del Cile, decise di aprire un allenamento ai giornalisti, convinto che avessero ragione a chiedere più libertà di vedere per raccontare. Si dimenticò di mettere la protesi dei denti anteriori. Il giorno dopo, tutti i giornali mostrarono la sua fotografia senza denti.
Resta un dato: l’Uruguay con lui non era mai affondato prima. Ha battuto Argentina e Brasile, ha chiuso le qualificazioni sudamericane al quarto posto, ha mostrato lampi di identità. La sconfitta contro gli USA non può cancellare tutto questo. La federazione gli ha chiesto di restare. E lui resta. Con una ferita aperta. Resta con i difetti messi sul tavolo come carte scoperte. Resta con l’idea che il calcio senza emozione non sia niente. Resta con un compito preciso: sistemare l’attacco. La parte sdentata della squadra.
Hirscher e la rincorsa ai Giochi: ce la farà?
Marta Bassino è fuori. Cyprien Sarrazin pure. Federica Brignone ci sta provando ma certezze non ce ne sono. Di Lara Gut-Behrami sapremo nelle prossime Ore. I Giochi di Milano-Cortina hanno perso più di una stella e stamattina Stéphane Kohler su L’Équipe si occupa del ritorno di Marcel Hirscher, l’ex dominatore dello sci alpino che dopo aver ripreso in mano gli sci l’anno scorso sotto bandiera olandese non è ancora riuscito a gareggiare in questa stagione.
Kohler ripercorre il suo rientro-lampo: qualche gara modesta, e poi una grave caduta in allenamento e la rottura del crociato — il primo infortunio serio della sua carriera. Tutti pensavano fosse il punto finale della parabola, Hirscher ha deciso di continuare, con un obiettivo enorme: essere competitivo ai Giochi di febbraio.
La realtà è più complicata. Un virus lo ha bloccato a ottobre, facendogli saltare Solden e poi anche Levi e oggi Gurgl. Ieri ha scritto su Instagram: «C’è un miglioramento, tornerò a gennaio». Ma il tempo vola, e le gare saltate sono ormai tante. C’è scetticismo intorno a lui: Caroline Pflanzl dell’ORF parla di «un misto di impazienza e delusione», mentre un coach di un’altra nazionale dice che vederlo faticare «mette tristezza, la concorrenza non lo ha aspettato». Kevin Page, responsabile dei tecnici francesi, prova a restare ottimista: «Se fa tutti questi sforzi per tornare, è perché ci crede».
L’Équipe chiude allora con un interrogativo grande quanto una montagna: potrà davvero a quasi 37 anni e con così poco ritmo tornare competitivo per i Giochi? L’unica certezza è l’ennesimo rinvio.
ore 10.15 e 13.30 su Eurosport e RaiSport
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Oggi
Il musichiere Il pre-partita modificato dal Newcastle fa arrabbiare i tifosi
Una canzone sta diventando a Newcastle un terreno di scontro culturale, emotivo e identitario. Chris Waugh su The Athletic racconta e analizza la piccola ma esplosiva polemica che sta agitando il club, il cambio della musica d’ingresso a St James’ Park, con Blaydon Races messa dopo Local Hero, su richiesta dei giocatori e dello staff tecnico.
Contro Fulham e Athletic, i tifosi hanno sentito un pre-partita diverso dal solito. Pare che i giocatori abbiano chiesto di sentire una canzone più cantabile allo scoccare dei 90 minuti, cosa impossibile con Local Hero perché non ha parole. Ma Local Hero definisce il rituale del Newcastle da più di trent’anni, è quasi sacro per i tifosi, è legato ai ricordi di Shearer, Keegan, delle grandi notti europee. Il cambio è stato apportato senza consultare i gruppi del tifo ed è stato comunicato non dalla società ma da Wor Flags, il gruppo responsabili delle coreografie. Un sondaggio su quel social che una volta si chiamava Twitter ha conteggiato nel 58,2% i contrari e solo il 14,5% risulta favorevole. Tutti gli altri pare siano presi da problemi più seri. Molti considerano l’iniziativa come uno sconfinamento nella sfera popolare, giacché i giocatori passano, mentre i tifosi restano. Il Newcastle Supporters Trust ha usato parole nette. Eddie Howe ha confermato tutto è nato da una discussione nello spogliatoio. La società dice che ascolterà le reazioni e non esclude di tornare indietro o di cambiare ancora. Un ritocco minuscolo in apparenza sta mettendo a nudo una faccenda forse troppo spesso sottovalutata: quanto i simboli contino nel calcio, soprattutto in un club visceralmente comunitario come il Newcastle.
Jamie Carragher sul Telegraph offre un’analisi molto netta sul momento-bivio del Newcastle e sul rischio che Eddie Howe – “l’uomo giusto al momento giusto” – possa presto guardarsi intorno se il club non farà un salto nelle ambizioni. Carragher sostiene che Howe ha portato il Newcastle molto più avanti di quanto fosse realistico immaginare, ma ora club e allenatore sembrano viaggiare a velocità diverse. Howe vuole competere per il vertice, mentre la dirigenza – tra cambi di proprietà interna, tre direttori sportivi in quattro anni e il PSR che impone prudenza – si sta muovendo per consolidare, non per espandersi. Il Newcastle è meno brillante: corre meno, protegge meno i gol di vantaggio, perde punti in rimonta. Per Carragher non è colpa di Howe ma di un contesto instabile sopra di lui: cessioni affrettate [Isak, Anderson, Minteh], strategia incompleta, continui cambi ai piani alti. L’allenatore sta facendo miracoli senza il tipo di investimenti strutturati che hanno avuto a loro tempo Chelsea e Manchester City. “Howe sta diventando un allenatore d’élite molto richiesto. Deve per forza chiedersi cosa verrà dopo”.
ore 18.30 su Sky Sport: Newcastle vs Manchester City
Tu sì que vales Il ritorno di Joan García in porta al Barcellona
Il Barça ha vissuto settimane strane senza Joan García. La squadra scherza sui social, con Szczesny che canta Eminem — “Guess who is back? Back again” — per festeggiare il rientro del giovane portiere, atteso oggi da titolare contro l’Athletic. Una gioia collettiva, perché da quando Joan si è infortunato al menisco a Oviedo, Szczesny è sembrato quasi più triste di lui: un veterano arrivato per caso l’anno scorso, chiamato da Deco mentre era in vacanza, che si è ritrovato titolare più per necessità che per ambizione.
Il polacco ha fatto il suo lavoro: numeri discreti, molta esperienza, tanta influenza nel gruppo, soprattutto come mentore di Joan — quasi un Buffon-bis, come ha detto lui stesso. Ma la differenza in campo è stata evidente: Joan para l’80% dei tiri, Szczesny solo il 59%; i gol evitati per partita sono 3,11 contro 0,22. E non è solo questione di riflessi: Joan dà alla difesa un’uscita da dietro e una gestione dello spazio che Tek non può più garantire.
Con lui fuori, il Barça è stato costretto ad abbassarsi, a pressare peggio, a difendere in area. Con lui dentro, Flick ritrova equilibrio e coraggio. E Szczesny ritrova il ruolo che desidera: quello del veterano che aiuta, unisce, scherza. Juan I. Irigoyen su El Pais lo definisce un sospiro di sollievo per tutto il Barça.
ore 21.05 su DAZN
▥ COSA SUCCEDE IN CITTÀ Il Tribunale Amministrativo dello Sport ha aperto in Spagna un procedimento disciplinare per infrazione molto grave contro il presidente de La Liga, Javier Tebas, con l’accusa di aver pubblicato informazioni confidenziali relative ai palchi VIP e ai dati finanziari del Barcellona nello scorso aprile, in piena disputa sul Fair Play Finanziario e sull’iscrizione di Dani Olmo. La denuncia è stata presentata da un socio del club e da Miguel Galán. Le sanzioni per la presunta mancanza sono la destituzione dalla carica, l’inabilitazione temporanea da due mesi a un anno o un’ammonizione pubblica.
Paperissima La prima di Chevalier al Parco dei Principi dopo il like maldestro
Nella sera delle cinquecento partite di Marquinhos con la maglia del PSG, arriva contro il Le Havre anche il ritorno delicatissimo di Lucas Chevalier al Parc des Princes: per la prima volta dopo la polemica del suo “like” a un contenuto pro-Rassemblement National, un gesto che ha definito accidentale e contrario ai suoi valori. Durante la settimana in nazionale la vicenda è stata discussa nello spogliatoio, ma ora la vera prova sarà l’accoglienza del pubblico parigino, soprattutto del Virage Auteuil, storicamente antifascista e di sinistra. Hugo Delom su L’Equipe spiega che il Collectif Ultras Paris osserva la situazione con attenzione “vista la storia degli spalti e i valori che difendiamo”, ma non darà indicazioni ai presenti: nessuna contestazione ufficiale, nessun comunicato, per evitare strumentalizzazioni politiche. Ci saranno forse reazioni individuali, ma il CUP è orientato al dialogo più che allo scontro.
Nel resto del pubblico la situazione è meno prevedibile: qualcuno pensa che Chevalier non verrà fischiato, altri ritengono che il mix tra like controverso e inizio di stagione mediocre possa attirargli critiche. Tutto dipenderà dal campo: se Chevalier tornerà al livello mostrato a Lille, la storia verrà assorbita e dimenticata; se invece continuerà a faticare, il caso del like diventerà un ulteriore peso sulla sua popolarità e sulla sua posizione. Il suo vero doppio obiettivo, conclude Delom, è riconquistare fiducia e prestazioni, per lasciarsi alle spalle una polemica che altrimenti potrebbe restargli appiccicata a lungo addosso.
ore 21.05 su Sky Sport
Partitissima La vigilia del derby di Milano
È la partita clou di una giornata che presenta altre due Classiche secondo il lessico di Brera, squadre cioè presenti nell’albo d’oro dello scudetto [Cagliari-Genoa e Fiorentina-Juventus]. Paolo Tomaselli racconta il derby sul Corriere della sera dall’aria che si respira nelle due porte. Una sensazione strana, quasi sospesa, non di tempesta ma di una bonaccia inquietante – scrive – soprattutto attorno a Sommer, che sembra non riuscire più a “spiegare le vele e buttarsi sui tiri più complicati”. Il cuore del pezzo è il futuro. Perché dietro Sommer e Maignan — entrambi destinati a salutare Milano per ragioni diverse — si apre un derby parallelo, fatto di casting, nomi nuovi, budget limitati e occasioni mancate. Tomaselli insiste che trovare un portiere giovane, affidabile e a prezzo umano è difficile come pescare un centravanti decisivo. È qui che i destini delle due squadre si intrecciano: Caprile, Suzuki, Atubolu, Meslier, fino al più esperto Dibu Martínez, sono tutti nomi che rimbalzano da una sponda all’altra. L’ultima versione davvero brillante del portiere svizzero sembra quella dell’annata della seconda stella. Poi errori gravi a Torino, qualche buona parata in Europa, ma — scrive Tomaselli — “è come se fosse rimasto incastrato in quella posa plastica”, e i dati lo confermano: tra i primi quattro portieri della Serie A, lui è l’unico con un saldo negativo tra tiri ricevuti e parate potenziali. La tragedia che ha coinvolto lo spagnolo Martínez ha interrotto la rotazione programmata. Per Maignan è diverso. Il Chelsea lo aspetta per triplicargli l’ingaggio, la scadenza si avvicina e da gennaio potrà firmare.
Ragazzi incorreggibili Gli scaramantici del pallone
Se ne occupa stamattina Arianna Ravelli sulla Gazzetta dello sport nella sua rubrica Tra parentesi, partendo da due episodi recenti: Lotito che fa benedire i campi di Formello per fermare la raffica di infortuni, il c.t. della Nigeria che accusa il Congo di riti voodoo durante i rigori decisivi per la qualificazione agli spareggi Mondiali. Non sono aneddoti folcloristici, sostiene Ravelli, ma l’ennesima prova che la superstizione è ancora la grammatica emotiva dei momenti-limite, una lingua antica che sopravvive nonostante “dati, Gps, algoritmi, droni e mental coach”.
Il cuore del pezzo è questo: lo sport resta uno spazio dove l’irrazionale convive con la scienza. Gli staff misurano tutto, ma c’è sempre quel margine di ignoto — quel 20% dove il corpo trema e la mente cerca appigli. È lì che entrano in scena riti, gesti fissi e oggetti portafortuna: Buffon che tocca la traversa, Gattuso che legge Dostoevskij in bagno, Mourinho con i suoi lucky spots, Alonso ossessionato dal numero 14, Jordan con i pantaloncini di North Carolina, Serena Williams con i calzini identici per tutto il torneo.
Ravelli ricorda anche Rafa Nadal, simbolo della ritualità seriale, e descrive come quasi tutti gli sportivi — e persino molti tifosi — si affidino a routine, piccole ossessioni, gesti ripetuti sempre uguali. Non è magia, scrive: “È neurochimica”. Uno studio del 2016 mostra che i rituali abbassano l’ansia e aumentano la concentrazione. Anche i tifosi, secondo un sondaggio, sentono di influenzare il risultato se non rispettano i propri rituali scaramantici. La conclusione è ironica: non dovremmo ridicolizzare il c.t. della Nigeria per il voodoo — “semmai critichiamolo perché è riuscito a non qualificarsi con la squadra che aveva”.
Luna Park La brillante ascesa del Bologna
Se alle cinque del pomeriggio il Bologna avrà vinto, sarà dolce vedere l’effetto che fa con il suo nome in testa alla classifica accanto a quelli di Inter e Roma. Walter Sabatini qualche giorno fa ha detto che lo scudetto finirà sotto la finestra di Cesare Cremonini – che meraviglia sarebbe se avesse ragione, quale altra memorabile storia da raccontare. Per amore di verità, va detto che il Bologna nelle prime 11 giornate ha incontrato solo una delle prime-quattro di un anno fa [il Napoli] e dunque dobbiamo ancora mettere alla prova la sua classifica in contesti più arcigni.
ECCELLENZE | Orsolini è il capocannoniere con 5 gol e la coppia Cambiaghi-Holm sta in testa alla classifica degli assist con altre tre calciatori a quota 4. Su Cambiaghi si commette il secondo maggior numero di falli in A dopo Zaccagni. Atta è fra i primi-10 della A per tiri nello specchio, Oumar Solet è quinto per palloni toccati
ore 15 su DAZN
Scala Reale Gli americani a Cagliari
Pure il Cagliari è diventato mezzo americano. In società è entrato un gruppo di investitori che fa riferimento a Maurizio Fiori, sardo di origine e amministratore delegato di Praxis Capital Management. Tommaso Giulini mantiene la guida operativa alla maniera dei Percassi a Bergamo.
ECCELLENZE | Patrizio Masini da una parte, Adam Obert dall’altra sono i primi-due della serie A per capacità di fermare un dribbling avversario. Aaron Martin è invece quinto per passaggi chiave e terzo per numeri di cross dopo i vistosissimi Dimarco e Politano.
ore 15 su DAZN
Mille Luci La spallettizzazione della Juve e la juventinizzazione di Spalletti
C’è un giocatore che per Spalletti è già più avanti di tutti: Yildiz, «lo spaccamoduli, lo spaccaschemi, quello della fucilata nella notte» – lo ha definito ieri. Emanuele Gamba racconta così su Repubblica i primi passi della spallettizzazione della Juventus, un processo lento, artigianale, più da lima e pialla che da rivoluzione. Spalletti deve modellare una squadra che negli ultimi anni ha cambiato troppi allenatori, tutti diversi tra loro, “uno l’opposto dell’altro”. È per questo, scrive Gamba, che la Juve da anni cerca un’identità stabile.
Il tema centrale è il tempo: Spalletti lo immagina «come un oceano» e insiste sul fatto che il vero lavoro non è correggere dettagli, ma costruire una stabilità. La grande svolta — il passaggio dalla difesa a tre a quella a quattro — non è ancora arrivata: servono settimane di lavoro, soprattutto il recupero di Bremer. Ma durante la sosta qualcosa si è mosso, e lui dice di aver «visto qualcosa di nuovo». La partita di Firenze diventa un simbolo: è il giorno della juventinizzazione di Spalletti. A Firenze ha passato una vita, ma ora entrerà da nemico, prima di affacciarsi al San Paolo tra un paio di settimane con il tatuaggio sotto le maniche lunghe della camicia, lui dice comunque senza debiti morali con nessuno. Gamba introduce il caso più interessante del lavoro dell’ex c.t., e cioè Miretti. Dopo un periodo di crescita confusa e un’estate in cui era stato messo sul mercato, un infortunio lo aveva tolto dai radar. Spalletti gli ha concesso 7 minuti contro lo Sporting e sono bastati per accendersi una possibile idea: dargli compiti da regista perché è il più tecnico della rosa. Per fare il regista «non basta passarsi la palla», ha detto, e tutti questi echi riconducono al ricordo che con Locatelli, mmm, anche da responsabile della Nazionale non ci fu proprio una relazione intensa.
E a proposito di Nazionale, Lucianone è tornato a parlarne. Togliendosi qualche sassoluccio dalla scarpetta [«Si è materializzato questo discorso per cui bisogna andare allo spareggio e tutti si sono resi conto che di là s’aveva a che fare con una Nazionale forte»] ma anche facendo “qualcosa di tutt’altro che incendiario, vendicativo, rancoroso. Ha dato disponibilità, ha teso una mano” racconta Fabio Riva su La Stampa – sebbene “lo Spalletti che torna a parlare di Nazionale è un uomo – prima ancora che un ex cittì – ancora scottato nell’animo e bruciato nell’orgoglio. Un po’ Savonarola e un po’ Giordano Bruno”.
ECCELLENZE | Kean è il secondo in A per tiri totali [35, due in meno di Paz], Yildiz è al terzo posto per passaggi chiave dietro Dimarco e Paz. Solo Luka Modric al Milan chiude più passaggi di Manuel Locatelli negli ultimi 30 metri di campo. Andrea Cambiaso figura fra i primi-cinque della A per cross in area di rigore, Pablo Marì è il secondo dietro il romanista Mancini per palloni intercettati. La Juventus è la squadra con la coppia di giocatori che somma più incursioni nell’area avversaria, 38 in tutto fra Yildiz [25] e Francisco Conceiçao [11]. Marin Pongracic è il terzo più falloso in A
ore 18 su DAZN
La prova del nove La prima di Palladino e la nuova prima di Conte
Raffaele Palladino debutta sulla panchina dell’Atalanta nella città in cui è nato, e forse Antonio Conte sarà seduto sull’altra, chi lo sa, chi può dirlo, se non accadono altri fatti insoliti e straordinari. Stai a vedere che a Napoli c’è un interim e non lo sappiamo [pare la tesi de L’Equipe stamattina]. L’Atalanta è stato invece il solo club che non vi ha fatto ricorso tra quelli che hanno cambiato allenatore in panchina. È anche il solo ad aver proposto un contratto con un orizzonte più lungo del giugno prossimo. A Bergamo dicono che Palladino era sempre stata la prima scelta dei Percassi, poi le cose sono andate come sono andate su suggerimento del d.s. D’Amico. E comunque mercoledì sera Bergamo era bellissima, con la Corsarola già addobbata per Natale, e pensa che festa sarebbe un giorno uno scudetto. Antonio Giordano sulla Gazzetta ha sentito Edy Reja che ha allenato di qua e di là, sia con De Laurentiis sia con Percassi. «Così simili. Entrambi capitani di industria di profilo elevatissimo. Visionari, con idee forti, il senso del rischio d’impresa che non vuol dire però l’azzardo. Una capacità di arricchire il patrimonio societario attraverso operazioni proiettate nel futuro». Matteo Spaziante sul Foglio ha scritto del decimo bilancio in utile consecutivo a Bergamo
ECCELLENZE | Krstovic è fra i primi cinque giocatori del campionato per tiri in porta e il migliore per tiri ogni 90 minuti in campo [5 circa], ma non è fra i primi-10 per precisione nello specchio della porta, una voce nella quale spicca al contrario McTominay [sesto posto]. Lo scozzese è il giocatore presente in campo che viene fermato più volte in modo scorretto. Pasalic viene al quarto posto per passaggi negli ultimi trenta metri di campo e Giovanni Di Lorenzo all’ottavo. Il terzino è anche il terzo giocatore della A per numero di palloni toccati, dietro Modric e Bastoni. De Ketelaere è invece il migliore per passaggi in area di rigore tranne Barella e ancora Dimarco. Sempre con lui, insieme con Lookman, viene al quarto posto per numero di irruzioni in area [28]. Lookman ha segnato cinque volte contro il Napoli, compresa una doppietta al San Paolo. Bellanova è fra i primi-10 del torneo per cross in area avversaria. Nonostante sia fuori ormai già da qualche settimana. De Bruyne è ancora in testa nella voce statistica di passaggi filtranti: un dato che racconta bene cosa ha perso Conte. A proposito di perdite: Anguissa è fra i primi-otto per somma di gol e assist, il quarto per azioni da gol create.
ore 20.45 su DAZN e Sky Sport
Gli Europei di curling a Lohja, la città dei molti misteri
Questa è Lohja, piccola città della Finlandia meridionale, nella regione dell’Uusimaa, lo stesso territorio di Helsinki. La gigantesca cava di marmo di Tytyri è uno dei simboli della zona. Ospita anche una miniera-museo sotterranea che scende fino a 100 metri sotto terra. La città si sviluppa attorno al lago Lohjanjärvi, uno dei più estesi della Finlandia meridionale. In estate diventa un centro di sport acquatici, cottage, pesca, vita all’aria aperta. D’inverno, invece, capita che ospiti gli Europei di curling, a meno di tre mesi dai Giochi italiani. L’Italia fa il suol rodaggio con Joël Retornaz, Amos Mosaner, Sebastiano Arman e Mattia Giovanella fra gli uomini, con Stefania Constantini, Marta Lo Deserto, Elena Antonia Mathis, Angela Romei e Giulia Zardini Lacedelli fra le donne.
Andrà come andrà, ma intanto gli Europei a Lohja consentono di scoprire che la cava di Tytyri qualche anno fa ha ospitato un concerto heavy metal sotterraneo, con un’acustica naturale inquietante e perfetta. I musicisti raccontarono di aver sentito l’eco rimbalzare sulle pareti di roccia come se avessero migliaia di coristi. Se le cose stanno così, non è che ci si possa stupire del fatto che nella piazza centrale alcuni residenti giurano di aver assistito più volte a un fenomeno bizzarro: piccole statue di ghiaccio lasciate di notte da artisti anonimi. Appaiono all’alba, si sciolgono nel pomeriggio e nessuno ammette di esserne l’autore. I giornali locali parlano di Lohja Ice Ghost.
I misteri non sono finiti qui. Sul fondale del lago si trova un vecchio battello da trasporto affondato negli anni ’30. I subacquei raccontano che in certe condizioni di luce l’acqua è così scura da far sembrare il relitto sospeso nel vuoto. È una delle mete preferite dai sub finlandesi. Gli appassionati d’arte invece vanno alla chiesa di San Lorenzo, dove ci sono affreschi medievali unici: il più noto raffigura una scimmia che tenta di rubare dei grappoli d’uva, simbolo dei vizi umani.
Fino a pochi anni fa, in un parco cittadino c’era una scultura-installazione a forma di enorme Nokia 3310: era diventata un punto di riferimento ironico per selfie e per escursionisti [“Ci vediamo al Nokia gigante”] ma è stata rimossa durante dei lavori e i locali la rimpiangono ancora. Uno degli scopi di molte persone al mondo è cercare di rendere più infelici tutte le altre. Per fortuna ce ne sono altre più generose. Durante il Lohja Berry Festival di alcuni anni fa, la città preparò una torta ai mirtilli lunga più di 20 metri, messa insieme con sezioni portate da volontari di diverse associazioni locali. I pezzi più belli vennero serviti al pubblico, quelli più brutti dati ai pescatori come esca. Funzionavano.
Domingo Saavedra
Mai Italia e Cile avevano giocato una partita a rugby. Curioso. Marco Pastonesi ci si è dedicato sul Foglio con un’anteprima epica e affettuosa, descrivendo la straordinaria crescita del rugby nel paese sudamericano. Un movimento che fino a cinque anni fa era minuscolo e concentrato tra Santiago e Valparaíso; i tesserati sono raddoppiati fino a circa 40mila; ci sono quattro accademie regionali; il sistema economico è più solido, i media alimentano la cultura ovale. Lorenzo Massari Temer, capitano del Brasile, spiega che il Cile ha superato proprio loro come terza forza sudamericana, arrivando quasi a scalzare l’Uruguay. Sono gli effetti del Mondiale 2023, quando il Cile era l’ultima squadra del girone più duro del torneo, Ha perso tutte le partite, ma ha conquistato attenzione e simpatia per tenacia, coraggio e fede. In Francia arrivarono 45mila cileni per le partite. Il mantra della nazionale è romanzesco:“Siamo la generazione della fatica, quella che viene dalla terra, quella che ha vissuto al freddo e nelle avversità.”
La nazionale si regge su cinque giocatori che hanno un contratto all’estero e su uno stile sporco che “punta a far perdere lucidità, pazienza e disciplina agli avversari”. Negli ultimi due test contro Samoa, una vittoria e un pareggio. Il capitano Saavedra dice che “il calcio non va bene, basket e hockey non si sono qualificati ai Mondiali. Noi abbiamo un’opportunità unica” e racconta che il presidente Boric ha donato al Papa una maglia della nazionale: un gesto simbolico che illumina il momento.
ore 21.10 su Sky Sport
Guida allo sport in tv di oggi
La Francia del rugby arriva all’ultimo test-match autunnale in Nations Series contro l’Australia con l’occasione di chiudere il ciclo con una nota positiva, dopo una sconfitta netta contro i bicampioni del mondo sudafricani e una vittoria poco convincente contro le Fiji. Renaud Bourel su L’Equipe gioca con ironia sull’idea che sia “più sicuro” ospitare gli australiani che viaggiare nel loro Paese pieno di animali mortali, e dice che in fondo l’Australia non incute più il timore atletico e fisico di un tempo, pur essendo stata storicamente una delle nazioni più avanzate nella preparazione. Qualche settimana fa ha perso anche con l’Italia.
Oggi i Wallabies sono in crisi profonda: il loro serbatoio si è svuotato, competono con il rugby a XIII e con l’Aussie Rules, finiscono perfino per fornire talenti alla Francia, come Emmanuel Meafou, divenuto francese. Non gli resta che aggrapparsi ancora a certi veterani come Will Skelton. Una parabola sorprendente per una squadra che è stata due volte campione del mondo.
Nel loro declino ci sono comunque lampi: qualche buon test contro i Lions, una vittoria solida in Sudafrica prima del crollo. È il segno di quanto sia fragile l’equilibrio di questo sport, e di come il mito si scontri con la realtà economica, le fughe di talenti e nuove competizioni sostenute dal denaro del Golfo.
L’Australia ha comunque individualità di spicco — la coppia di centri Ikatau–Sua’ali’i, la giovane freccia Max Jorgensen, il pilone gigantesco Taniela Tupou — ma il quadro generale resta sbiadito. E il confronto con l’Australian Fair, l’inno così luminoso, rende ancora più evidente il grigio del momento.
La Francia, invece, deve soprattutto temere sé stessa: indisciplina, difesa fragile, poca efficacia. Sono problemi risolvibili con lavoro e precisione, ed è per questo che la terza partita di novembre è spesso quella in cui la generazione attuale dei Bleus offre la prestazione più compiuta. Il titolo è magnifico: “Il congresso dei fragili”.
In un altro pezzo più tecnico, Alex Bardot esamina un sublime paradosso. La Francia ha ruck d’attacco più lente delle altre e quelle che concentrano più giocatori: in teoria un doppio svantaggio che dovrebbe impedire alla Francia di segnare molte mete. Eppure, finiranno l’anno tra le squadre con il miglior attacco al mondo.
ore 21.10 su Sky Sport
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L’ultimo scroll
La Giornata Tipo racconta cosa è successo nel basket turco contro il coach dell’Efes, Igor Kokoskov, al centro di quella che definisce “una mezza bufera mediatica” dopo la partita di Eurolega con il Barcellona finita con la vittoria di un punto grazie a due tiri liberi di Cordinier a un secondo dalla sirena. Una giornalista gli ha chiesto a cosa avesse pensato mentre Cordinier era in lunetta e lui ha risposto «che se li avesse sbagliati, domani avrei per visto per lui un bel suicidio» mettendosi anche a ridere.
I principali giornali turchi lo hanno attaccato per “aver scherzato su un argomento così sensibile e di aver addirittura parlato di morte per un errore di un proprio giocatore. Peccato che le parole in inglese del coach siano state semplicemente tradotte male da chi non conosce il basket. Il coach, con quel suicides (suicidi, al plurale), non si riferiva al fatto che desiderasse che Cordinier si lanciasse giù dal tetto del condominio dove vive o che aprisse il gas in cucina chiudendo tutte le finestre, ma parlava del fatto che in caso di 0/2 il giocatore avrebbe dovuto fare dei suicidi in palestra. Il suicidio, da almeno una sessantina d’anni, è forse l’esercizio (spesso punitivo) più famoso dell’allenamento di pallacanestro: consiste nel correre avanti e indietro toccando la linea del tiro libero, poi quella di centrocampo, poi quella del tiro libero nell’altra metà campo, infine quella di fondo campo, entro, di norma, 25 o 30 secondi”.
La Giornata Tipo chiude manifestando solidarietà a Kokoskov e immaginandolo “con lo sguardo e la postura di chi non sa se compiere una strage di civili oppure esplodere una bestemmia articolata in grado di offendere tutte e 5 le principali religioni del mondo”.
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