La Davis di Cobolli e Berrettini: pure l’Italia del ’76 non batté nessun top-20

 

   

E se diventi farfalla | nessuno pensa più | a ciò che è stato | quando strisciavi per terra | e non volevi le ali

Alda Merini

 

  

La corrida della nuova Coppa Davis

Ripetiamo insieme e diciamo: la Coppa Davis è fatta così. La Coppa Davis è stata spesso fatta così. È la casa dei Cobolli e dei Berrettini oggi, come lo è stata del tedesco Marc-Kevin Goellner quando Becker non andava, di Michael Chang se Sampras o Agassi se ne stavano in vacanza. Per vincere la quarta, la terza consecutiva e la prima in casa, dentro un’arena riempita dai bolognesi che avevano comprato i biglietti per vedere Alcaraz e Sinner, la migliore generazione di sempre del tennis italiano non ha dovuto affrontare neppure uno dei primi-10 al mondo, anzi neppure uno dei primi-20. Non ha neppure dovuto mandare in campo il doppio perché sono bastati i due singolaristi, e ovviamente non gliene si può fare una colpa: né dell’una né dell’altra cosa. 

Ma neppure le idee più ovvie possono essere oggi in maggioranza. Così, solo la vittoria dell’Italia salva in Italia la Coppa Davis da una nuova dose di critiche dettate dalla falsa moneta dei falsi ricordi, quel ritornello di com’era bella la Coppa Davis quando eccetera eccetera. Se non altro gli spettatori bolognesi sono stati risarciti con una festa, con la visione di un Matteo Berrettini tornato il giocatore che regolarmente batte i più deboli di lui e con un Flavio Cobolli batticuore [sette match point cancellati a Bergs], un ragazzo che spera di essere pronto a un nuovo decollo.  Peraltro un ragazzo dal sarcasmo raffinato quando guarda in faccia il trofeo – scrive Giulia Zonca su La Stampa – con una provocazione che si fa dedica: «Abbiamo provato a fare come i campioni del mondo del 2006: tutto il giorno alla PlayStation». Cobolli aveva 4 anni nel 2006 – sono di nuovo parole di Zonca – adesso ne ha 23 e sa che rinfacciare a chi ha la sua età le ore alla Play è uno dei tanti luoghi comuni da abbandonare e che non ci mancano i giocatori di classe perché esistono gli smartphone.

Gaia Piccardi sul Corriere della sera ha scritto: Non sarà più la vera Davis, però questa ammucchiata di Paesi sotto il cielo di Bologna è stata una bellissima festa di popolo, bandiere, emozioni collettive affidate a chi durante l’anno è accecato dalla luce abbagliante di Sinner, il gigante onnivoro che a volte rischia di divorare anche i suoi figli.  Little Big Italy si terrà l’insalatiera per un altro anno, mentre nuovi obiettivi compariranno sui radar di un tennis capace di sconvolgere il palinsesto di Raiuno, posticipare il Tg1, abbattere il totem Domenica In. E anche Stefano Semeraro su La Stampa sottolinea che la Coppa va in diretta su Rai 1, entra nelle case di tutti e stravolge la domenica degli italiani, costringendo persino il Tg1 a ritardare di 38 minuti, e bye bye pacchi e ospitate, benvenuto grande sport

Qui, una volta, la nuova Davis era tutta campagna, poi ha cominciato a crescere l’insalata italiana e quando il made in Italy chiama, siam pronti alla morte poropò poropò poropò-popò-poppò. L’insalata era nell’orto, pan e vin non ci mancavan, ci mancavano i contenitori dentro cui ficcarla, e ora che le insalatiere abbondano – puff – si possono chiudere più volentieri gli occhi su una formula che all’inizio non ci piaceva, era proprio scompagna a morte. La storia siamo noi, siamo noi queste onde del mare si lascia andare allora Riccardo Crivelli sulla Gazzetta. L’erba del vicino è sempre più verde, le insalatiere mai. La frase che dipinge bene le cose come stanno è di Gianni Valenti, ancora sulla Gazzetta: Qualcuno dirà che non è la Coppa Davis di una volta. Vero, però ormai la competizione è questa e conta solamente vincerla.

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Nostalgia canaglia

Oh, poiché non la vincerà sempre l’Italia – e quando accadrà quel qualcuno che eccepisce verrà proprio dalle fila di chi oggi festeggia – portiamoci avanti con il lavoro. La nuova Davis è meno distante da quella che viene chiamata la vera Davis di quanto l’America’s Cup di vela sia distante dalla America’s Cup del 1851. Il vero basket non aveva il tiro da tre, la vera pallavolo aveva il cambio-palla e non aveva il libero, nella vera Coppa dei Campioni non andavano le seconde, le terze, le quarte classificate. Eppure seguiamo tutto con immutato entusiasmo e senza troppi asterischi. La Davis è come Napoli in quel film di Troisi: nun ha da cagna’ [qui]. 

Non è vero che i migliori non giocano più la Davis. È vero che quest’anno non sono venuti. Alle finali del 2024 c’erano quattro dei primi-10 [Sinner, Alcaraz, Fritz, De Minaur], nel 2023 la Coppa ha vissuto una delle partite più belle dell’anno e degli ultimi anni [i tre match point annullati da Sinner a Djokovic in semifinale], nel 2022 c’erano Djokovic e Medvedev, per la prima edizione della formula-novità nel 2019 a Madrid accorsero Djokovic e Nadal. Con Djokovic e Nadal presenti, i giornali italiani erano pieni di critiche al barbaro Piqué che aveva tradito la sacra Davis di una volta. 

Solo che l’ultima edizione della sacra Davis di una volta – quella dei tre set su cinque con cinque match in tre giorni – era stata vinta nel 2018 da Coric e Cilic su Chardy e Tsonga [posizione massima: un numero #7], in semifinale avevamo visto passare una Spagna con Carreno Busta e Bautista Agut: senza Nadal. L’anno prima in finale c’erano stati Goffin e Darcis per il Belgio, Tsonga e Pouille per la Francia [anche qui un #7]. Nel 2016 aveva vinto l’Argentina del #38 Del Potro e del #41 Delbonis. 

Le verità da accettare sono allora due. La prima: se esiste una nuova Davis è perché la vecchia non funzionava più. Era in declino. Quella sì non la giocava più nessuno dei fortissimi. Lo hanno detto in tanti, molti, quasi tutti per giustificare il ritiro di Sinner: sono state messe in fila le numerose rinunce di Federer, Djokovic e Nadal. La seconda verità: la Coppa Davis è stata sempre sempre sempre il posto dove i numeri-20, i numeri-100, qualche volta i numeri-200 del mondo hanno vissuto il loro quarto d’ora di celebrità. I Black dello Zimbabwe che fanno fuori gli australiani nel 1998, l’indiano Paes [#123] che batte Ivanisevic nel 1995, senza scomodare il solito ungherese Szoke contro l’Italia – neppure così carneade come ce lo presentarono. Fa parte del fascino di questo torneo.

Gli archivi di Repubblica sono pieni di pezzi di Gianni Clerici – anni Ottanta, anni Novanta, anni Duemila – nei quali ci si lamenta che la Davis viene scansata dai migliori. Perfino la sinfonia de ai nostri tempi va a sbattere contro un elementare riscontro della realtà. Sulla strada leggendaria della leggendaria Italia del leggendario 1976, il numero-uno o due del tempo Bjorn Borg non si presentò affatto quando gli azzurri batterono 4-0 la Svezia di un certo Rolf Norberg e un certo Kjell Johansson. La Gran Bretagna priva del suo miglior giocatore [il #17 Michael Cox] arrivò a sfidare l’Italia dopo aver battuto per 5-0 una Romania a sua volta priva di Ilie Nastase numero-tre: al suo posto si erano invece affacciati in campo il signor Viorel Sotiriu [classifica non censita] e Dimitru Haradau numero #322. Il miglior giocatore battuto dalla Squadra lungo il suo cammino fu il numero #21 del mondo John Newcombe. L’anno dopo, l’anno leggendario della leggendaria finale perduta in Australia nel leggendario 1977, gli USA erano caduti in Argentina con Gottfried e Stockton singolaristi perché né Connors numero-1 né Gerulaitis numero-4 si presentarono. L‘Italia superò di nuovo una Svezia senza Borg, giocando contro il solito Rolf Norberg e un certo Birger Andersson. Vale la pena fermarsi qui. È pieno zeppo di esempi così, nella vecchia Davis di una volta che metteva in campo tutti i giocatori più forti. Sempre. Questo non avviene più ed è un peccato come dice Adriano Panatta sul Corriere della sera stamattina, cadendo nella trappola della memoria selettiva.

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Succede. Un anno vengono, un altro anno non vengono. Un anno vogliono, un altro anno s’en fout. È andata spesso così. Però vale quando la Davis la vinci e vale quando la perdi, vale quando si gioca tre su cinque in tre giorni e due su tre in una botta sola.

Anche senza Sinner e Musetti, considera L’Equipe, la splendida squadra italiana continua a dominare il tennis internazionale. Ai francesi son piaciute alcune cose. Nonostante tutte le imperfezioni su cui si insiste da anni – dice Franck Ramella – la settimana di Bologna ha regalato alcune perle, come un doppio di altissima qualità nei quarti di finale tra gli argentini Molteni-Zeballos e i tedeschi Puetz-Krawietz. Anche se non c’era nulla di soddisfacente nel vedere gli spalti vuoti all’una di notte per questo incontro. Proprio come non è soddisfacente il fatto che la coppia italiana Vavassori-Bolelli non abbia dovuto giocare per tutta la settimana in questo formato breve, con entrambi i singolaristi in ottima forma.

Cosa fare – si domanda L’Equipe. Il passaggio della Coppa dalla Kosmos di Piqué sotto l’ombrello della ITF non ha contribuito ad aumentare la sua influenza (in declino) nella governance del tennis mondiale. Ha scarso peso nelle discussioni in cui gli Slam rimangono una forza dominante e l’ATP sta aggressivamente plasmando un calendario sempre più ricco. Ci sono poche speranze di aggiungere una quarta settimana alle tre già riservate ogni anno alla Coppa Davis. Con tre turni, due dei quali giocati nel vecchio formato in casa-fuori e una fase finale a otto squadre è difficile vedere cosa potrebbe ancora cambiare. Niente prima di tre anni: la durata del contratto firmato con la città di Bologna, un immenso vantaggio concesso alla squadra italiana. Sarà quindi il momento di prendere in considerazione una competizione biennale, con due turni all’anno? I giocatori più influenti sembrano insistere in tal senso. È difficile credere che l’ITF accetti di dimezzare i propri ricavi.

Qualcosa si può correggere senz’altro. Ma non saranno mai le assenze e le presenze a fare grande o piccola una Coppa Davis. La Davis vive di suggestioni diverse dagli Slam. Vive di untold heroes e match point annullati. Per chi vuol vedere sempre e solo i migliori, c’è quel torneo di Riad con la racchetta d’oro e i diamanti. 

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