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# 3 giorni al GP di F1 in Messico
► I GIOCHI italiani hanno preso un altro colpo. Dopo l’infortunio a Federica Brignone si è fatta male anche Marta Bassino: operata alla tibia dopo una caduta in allenamento in Val Senales. Starà fuori dai 4 ai 6 mesi. Niente Olimpiade.
◇ L’Inter è rimasta la sola squadra italiana con una vittoria nella terza giornata di Champions. La Juventus ha perso a Madrid [1-0] e l’Atalanta non ha battuto lo Slavia Praga [0-0]. Per ora la serie A si trova con una squadra in zona qualificazione diretta agli ottavi [l’Inter], due ai play-off [Atalanta e Napoli], una fuori [Juventus].
◇ Il derby texano in NBA si è risolto con la vittoria di San Antonio su Dallas e una prima doppia-doppia di Wembanyama, 40 punti e 15 rimbalzi, zero palle perse e il 70% dal campo. Philadelphia ha vinto a Boston, con una prestazione storica per VJ Edgecombe, il rookie dei 76ers. In coppia con un Tyrese Maxey da 40 punti, ne ha segnati 34. Solo Wilt Chamberlain aveva fatto meglio con 43 punti all’esordio in NBA: era il 1959.
Il padre è sempre altrove
Aldo Busi
Ciao, mister: preferisco mio figlio
Erling Haaland aveva appena segnato il suo dodicesimo gol stagionale quando gli hanno chiesto il segreto di questa forma scintillante. Dopo aver deciso la partita del Manchester City contro il Brentford, ha sorriso e ha risposto che tutto è cominciato con la nascita di suo figlio. «Puoi essere pronto fisicamente, ma devi esserlo anche mentalmente. E con un bambino, lo sono di più: mi disconnetto dal calcio come mai prima», ha spiegato a Sky Sports. «Quando torno a casa, mi rilasso davvero. Credo di dover ringraziare mio figlio».
Come scrive Tom Burrows su The Athletic, la paternità e il calcio, due mondi spesso trascurati, si intrecciano nella vita della maggior parte dei giocatori. Danny Hollands, ex centrocampista del Charlton, disse che alla nascita delle sue tre gemelle nel 2011 — Sofia, Annabella e Mia — era arrivato «il più duro della mia vita». La moglie Natalie si caricò gran parte del peso, lui cercava di dormire quando poteva, persino negli spogliatoi prima delle partite. «Era tutto molto regimentato, come in un campo militare». Eppure quella stagione, fra biberon e allenamenti, fu una delle migliori della sua carriera: Charlton vinse la League One, Hollands non perse un minuto.
La discussione In Spagna sulla retromarcia della Liga da Miami
Dopo la marcia indietro su Villarreal-Barcellona a Miami, il gran capo del calcio spagnolo Javier Tebas ha dato del provinciale a tutti, questo siete, siete gente che vuole giocare a pallone nel cortile di casa anziché andare in tour per il mondo con un recital. Così da provinciale gli risponde Rafa Cabeleira da El Pais, dicendosi provinciale da molto prima che a Javier Tebas venisse voglia di parlare come quei tuiteros del barrio di Salamanca, dice, gente senza strada. Si dice provinciale,e con orgoglio. Dice che ci vorrebbe ben più di un appartamentino in affitto al centro di Madrid, o di una partita di Liga in uno stadio pacchiano di Miami, per togliergli l’orgoglio di essere di provincia, essere nato in un angolo del mondo dove i bar aprono prima delle scuole e il calcio si comincia a sentire tra le pozzanghere, proprio lì dove suo cugino Marcos si ruppe due denti con un pallonata. Quel posto, racconta Cabeleira, dove un tifoso non viene classificato in base al prezzo del biglietto e dove la passione non si riduce a una presentazione in PowerPoint.
Come sono cambiati i rinvii dei portieri
Fu un solo tocco di palla, eppure bastò a far scattare qualcosa. Gary Neville, al commento su Sky Sports, disse che quel tocco valeva di più, «meritava da solo di essere conteggiato come un gol». Conor McNamara, nella telecronaca internazionale, aggiunse che era stato «alla Bergkamp», forse il complimento più alto possibile per un attaccante capace di acconciarsi con eleganza e precisione un pallone che cade dal cielo.
Quel tocco di Matheus Cunha — controllo morbido su un lancio di settanta metri da Altay Bayindir, scrollata di dosso del difensore e tiro parato da Leno — era in realtà la dimostrazione perfetta di un’idea diversa: la costruzione del gioco che parte anche dalle mani – anzi, dai piedi – di un portiere.
Che fine ha fatto la moquette nel tennis
C’è stato un tempo in cui la moquette dominava i tornei di tennis indoor. Poi arrivarono Federer e Nadal, e quella superficie venne giudicata troppo rapida e rischiosa per il fisico. Finì nel mirino dei giocatori. Come ricorda Florent Oumehdi su L’Équipe, “i giocatori hanno cominciato a guardare i torneti su carpet con sospetto”. Quindici anni dopo, l’ATP decise di eliminarla, privilegiando resine e acrilici più sicuri.
Dopo i 43 gol del martedì, il mercoledì ne ha proposti 28 e con due 0-0: che orrore. Altre tre partite si sono concluse con almeno quattro gol di scarto. In questo turno sono state otto e nelle prime tre giornate il totale è salito a 15. Un anno fa stavamo parlando del 9-2 del Bayern alla Dinamo Zagabria come spia di una deriva temuta [lo squilibrio, l’allargamento a 36, la formula eccetera], ma in tutto erano state 11. La tesi interpretativa più diffusa è che le grandi hanno capito meglio la formula e l’importanza della differenza reti. Vedremo. Fuori dalla zona play-off – a quasi metà del cammino – ci sono una francese, una tedesca, una spagnola e un’italiana [la Juventus]. Un anno fa l’eliminazione veloce toccò a due tedesche, una spagnola e un’italiana. Fra le prime-8 della qualificazione diretta non c’era neppure una squadra dei Minions e così pure stavolta: tre squadre della Premier, due di Bundesliga, una di A, una di Liga, una di Ligue 1. Nel ranking UEFA stagionale il Portogallo è alle spalle degli inglesi [7.944 e 7.200], l’Italia non si schioda dall’ottavo posto [6.285 punti] ancora dietro Spagna, Germania, ma pure Danimarca, Polonia e Cipro.
La Juventus torna da Madrid con quello che desiderava. Una partita all’altezza del Real Madrid, sintetizza il Corriere della sera nel titolo dopo lo 0-1 del Bernabéu. Ha segnato quel Bellingham che Thomas Tuchel in Inghilterra non sa come gestire al rientro dall’infortunio, non sa come reinserirlo in gruppo [se ne parlava qui].
Le ginnaste russe sono tornate. Con furore e perplessità
Lo strano caso di Melnikova che si era buttata in politica
Dopo tre anni di assenza dalle competizioni internazionali di ginnastica, la Russia è tornata al centro della scena. L’invasione dell’Ucraina nel 2022 aveva spinto la Federazione internazionale all’esclusione, tagliando fuori dal circuito mondiale alcune delle migliori ginnaste. Ora, con la FIG che ha allentato le restrizioni nel 2024, le stelle di Mosca sono di nuovo in gara, formalmente come atleti neutrali individuali, ammessi solo se privi di legami volontari con l’esercito o con agenzie di sicurezza nazionali, e senza che abbiano mai manifestato sostegno al conflitto in Ucraina.
La fede e il mistero per Sydney McLaughlin-Levrone
Sydney McLaughlin-Levrone appare con il suo sorriso largo e luminoso, pronta a concedersi alla sessione fotografica sul tartan coperto di New Balance a Boston. È così che si è presentata all’incontro con L’Équipe Magazine, il settimanale francese che le ha dedicato la sua ultima copertina, dopo averla rincorsa per anni. Come scrive Nicolas Herbelot, “prendiamo Sydney McLaughlin-Levrone così com’è, una star tanto rara sulle piste quanto sui media”. Sposata nel 2022 con Andre Levrone, ex giocatore di football universitario e futuro pastore, Sydney confessa che «nella mia vita, la fede viene prima dell’atletica».
A Tokyo ha vinto il titolo mondiale sui 400 con 47’’78, a soli 18 centesimi dal record di Marita Koch stabilito quarant’anni fa. «Un 400 con due donne sotto i 48’’ per la prima volta nella storia», ricorda citando la dominicana Marileidy Paulino. La storia della sua eccellenza è anche quella di un rapporto con un coach d’eccezione, Bob Kersee, lo scienziato matto dell’atletica americana, capace di forgiare leggende dalla fine degli anni Ottanta: da Jackie Joyner-Kersee a Florence Griffith-Joyner, da Gail Devers ad Allyson Felix e ora Sydney. Con lui, McLaughlin-Levrone ha trovato un equilibrio tra allenamento e competizione, tra intensità e gestione della pressione.
«La sua influenza in questi quattro-cinque anni trascorsi insieme è stata straordinaria». La scelta di darsi a 400 e 400 ostacoli non è stata casuale: «Non ho scelto io i 400 ostacoli. Penso che siano stati loro a scegliere me». All’inizio non si divertiva, ha imparato ad amare la ritmica della corsa, il calcolo delle falcate tra gli ostacoli, l’armonia della disciplina. È cresciuta in una famiglia sportiva, ha assorbito l’ispirazione dai fratelli e dalla sorella maggiore, oltre che dai modelli televisivi: Allyson Felix e Sanya Richards. «Allyson, con la sua costanza per tanti anni, la sua umiltà, è sempre stata il mio modello numero uno». E l’incontro con Felix e Kersee a Los Angeles ha chiuso il cerchio, permettendole di vivere da vicino ciò che ammirava da lontano.
Ha imparato a bilanciare pressione e performance: i primi Giochi a 16 anni, il Covid come periodo di introspezione e crescita spirituale. «L’atletica mi aveva da sempre quasi resa prigioniera del desiderio di vincere. Ero libera di esprimermi perché posso farlo dando tutto ciò che ho per Dio». La sua identità – dice – non è legata al cronometro: la fede guida ogni scelta, la carriera viene dopo. «La maggior parte delle interviste che concedo sono legate all’atletica. Voglio assicurarmi di avere tempo per mio marito, i miei amici e la mia famiglia. Quando taglio il traguardo, mi dico: “Ok, fatto, ce l’hai fatta”».
| capitani d’azienda Michele Colaninno [ad Piaggio]
➣ Una stagione sfortunata per Jorge Martin, di nuovo fermo per infortunio. Con il campione del mondo spagnolo ci sono state tensioni, come le avete superate?
«Jorge era come Ulisse in mezzo alle sirene. Lo abbiamo aiutato a non ascoltarle. Abbiamo gestito la situazione in maniera elegante. Sono felice di averlo con noi, e aspetto con impazienza l’anno prossimo per vederlo lottare insieme a Bezzecchi per vincere il Mondiale».
➣ Lei diceva sempre: «Deve restare con noi». Perché?
«Perché non gli raccontavamo frottole, i risultati di oggi lo dimostrano». – intervista di daniele dallera e daniele sparisci, Corriere della sera
Lo specchio rotto dei Lakers senza LeBron
L’inizio della stagione NBA per i Los Angeles Lakers è stato un quadro di contrasti. Seduto in fondo alla panchina, immobile e silenzioso come una statua, LeBron James ha osservato tutto senza intervenire, mentre attorno a lui sul palcoscenico del debutto stagionale sfilavano Mark Walter, proprietario dei Dodger; Jeanie Buss, proprietaria dei Lakers; Vanessa e Natalia Bryant, vedova e figlia di Kobe, tutte a bordo campo mentre Yuki Tsunoda e gli attori Ashton Kutcher e Mila Kunis si lasciavano fotografare in momenti di leggerezza. Ma James è stato in disparte. Mmm.
«È difficile dimenticare LeBron», avrebbe commentato l’allenatore JJ Redick dopo la sconfitta con i Warriors, riconoscendo quanto la squadra dipenda ancora dal numero 6. «Quando sei concentrato sul gruppo che hai, devi far funzionare quel gruppo. Ho avuto un momento nel primo tempo in cui non riuscivamo a segnare contro la zona. Ho pensato: sarebbe bello avere LeBron in post alto», riferisce Ben Golliver su Washington Post.
Senza James, i Lakers hanno perso 119-109. Luka Doncic ha lottato con 43 punti, 12 rimbalzi e 9 assist, ma non ha mai avuto il controllo della partita – dice il Post. Il problema dei Lakers non è solo James, si legge nell’analisi di Golliver, ma la costruzione stessa della squadra: una coppia di stelle con salari sproporzionati rispetto al resto del roster, incapace di compensare assenze o prestazioni al di sotto delle attese. Coach Redick ha sottolineato disconnessioni negli schemi offensivi, la mancanza di equilibrio nella circolazione della palla. Austin Reaves ha cercato di colmare il vuoto lasciato da James, veterani come Deandre Ayton e Marcus Smart non hanno impressionato. «Quando ti manca un giocatore come LeBron, non lo puoi sostituire con una sola persona», ha detto Reaves.
L’assenza di James mette in luce un tema strutturale della NBA moderna: i cosiddetti team a due stelle faticano a sopravvivere in un campionato con rotazioni profonde, giovani energici, ritmo serrato. LeBron e Doncic devono essere sempre presenti, devono sempre andare come Vasco Rossi al massimo, altrimenti il rischio di sofferenza è immediato. L’esperienza di Giannis Antetokounmpo e dei Bucks, eliminati dopo l’infortunio di Damian Lillard, o dei Celtics privati di Jayson Tatum, è lì a ricordarlo.
Il futuro dei Lakers appare quindi sospeso tra il ritorno di LeBron e la possibilità di ripensare la squadra – suggerisce il Washington Post. L’ipotesi di spostare parte del salario di James su una stella più giovane per affiancare Doncic o distribuire il talento tra due o tre giocatori titolari diventa ogni giorno più allettante. Nel frattempo, l’infortunio di James resta una sfida.
Guida allo sport in tv di oggi
Il derby di Sinner a Vienna
▥ Sinner vs Coboli. Sinner ha iniziato perdendo solo due game contro Daniel Altmaier e allungando la striscia vincente indoor a 20 partite. Il Corriere della sera dice che non è il servizio, non sono le palle corte, queste sono “le conseguenze dell’amore“ perché ha vinto davanti ai genitori e alla fidanzata. Mentre mezzo paese fa a gara a difenderlo dall’altro mezzo che lo critica, lui mette il petto in fuori e dice che accetta le critiche, ma tira dritto, sulla Davis anzi ha detto tutto. Il numero 2 del mondo ha raggiunto almeno i quarti di finale a Vienna nelle sue ultime tre visite e sembra tornato in piena fiducia. Cobolli non ha ancora vinto in 12 partite contro avversari fra i primi-10. L’ultimo italiano in grado di battere Jannik in un derby è stato Salvatore Caruso nelle lontane qualificazioni a Cincinnati del 2020. Sinner ha segnato 310 ace nel 2025, con il 79% di punti vinti con la prima di servizio e il 45% di palle break convertite in 444 occasioni.
Come mostrare i Giochi italiani al mondo
L’Italia si guarda finalmente allo specchio e sceglie di mostrarsi al mondo. Non più con monumenti o monti innevati, ma con volti, colori, gesti. Giulia Zonca su La Stampa, racconta che “questa volta ci si stacca dalla tradizione”: niente simboli scolpiti, niente Mole o lupa capitolina, ma un primo piano di persone, “un poster tributo a chi popola i Giochi”.
Per la quarta Olimpiade di casa, Milano-Cortina 2026 affida la propria immagine a due illustratrici: Olimpia Zagnoli, che disegna con curiosità più che con passione sportiva, e Carolina Altavilla “con una mano che rivisita atmosfere da Diabolik con tinte diverse e l’idea di mettere fuori scala i corpi per proporre una disabilità non segnata dal limite”.
Due tocchi diverse per la stessa idea: togliere il mito e mettere al centro l’umano. I protagonisti dei manifesti olimpici sono atleti ironici e vivaci, “fumettosi e dinamici”, immersi in un paesaggio che fonde cielo, neve e capelli colorati.
Zonca ricorda che un tempo l’Italia olimpica voleva rassicurare, non stupire. Nel 1956 Cortina si presentava serena e funzionale, in un Paese che cercava di rinascere. Roma 1960 esplose in un concorso di gloria: “Impossibile non dare al mondo esattamente quello che si aspetta”, scrive. Romolo, Remo, capitelli e fasto: l’Italia del boom si metteva in posa. Torino 2006 trasformò la Mole in segno dinamico, elegante e commerciale, l’immagine di un Paese che vendeva design e sognava futuro.
Ora non serve più raccontarsi. Davanti non c’è chi siamo, “il Paese resta dietro, davanti c’è chi lo vive”, nota Zonca. Il Paese sparisce dietro ai volti di chi lo attraverserà, con l’invito più gentile e coraggioso: non guardare chi siamo, “vieni a stare con noi”. I poster non rappresentano, ingaggiano. L’Olimpiade italiana, per la prima volta, parla in prima persona.