Come sono cambiati i rinvii dei portieri
Fu un solo tocco di palla, eppure bastò a far scattare qualcosa. Gary Neville, al commento su Sky Sports, disse che quel tocco valeva di più, «meritava da solo di essere conteggiato come un gol». Conor McNamara, nella telecronaca internazionale, aggiunse che era stato «alla Bergkamp», forse il complimento più alto possibile per un attaccante capace di acconciarsi con eleganza e precisione un pallone che cade dal cielo.
Quel tocco di Matheus Cunha — controllo morbido su un lancio di settanta metri da Altay Bayindir, scrollata di dosso del difensore e tiro parato da Leno — era in realtà la dimostrazione perfetta di un’idea diversa: la costruzione del gioco che parte anche dalle mani – anzi, dai piedi – di un portiere.
Come scrive Michael Cox su The Athletic, oggi “sempre più attaccanti sanno trasformare i rinvii in occasioni pulite, grazie a controlli che sembrano coreografie”. È questo che ha reso di nuovo redditizio il passaggio lungo, molto diverso dal vecchio lancio alla cieca. Quando diciamo che c’è un ritorno al passato con il rinvio lungo, commettiamo un abuso. Solo la gittata è uguale. Diversa è la maniera di lanciare, diversa è la maniera di usare quel lancio. Il passaggio corto resta una scelta di principio, ma oggi – scrive The Athletic in questa analisi moooolto interessante – “c’è una differenza tra un lancio lungo e un passaggio lungo: il primo mira alla testa, il secondo ai piedi”.
La geometria del campo è cambiata. Il portiere moderno avanza, i difensori si abbassano, gli attaccanti pressano, lo spazio si dilata e diventa un territorio da esplorare. Bayindir, racconta Cox, era “quasi un difensore centrale aggiunto” nel sistema di Amorim, pronto a calciare fino al limite dell’area avversaria.
Ma tutto ruota intorno al tocco. A una tecnica che evidentemente deve essere cresciuta nella media dei calciatori. Karou Mitoma lo ha spiegato con semplicità dopo un gol al Chelsea: «Mi sono concentrato solo sul primo tocco. È stato perfetto, ha sorpreso anche me». Non un colpo d’istinto, ma il risultato di un piano studiato con Bart Verbruggen, portiere-regista del Brighton. Gli esempi si moltiplicano: il diagonale di Robert Sánchez per Garnacho, quello di Ederson per Agüero ai tempi del City. Il concetto, scrive Cox, “non è il ritorno del portiere che lancia lungo, ma la nascita del portiere come vero creatore di occasioni”. Se solo ci fosse la voglia di notarlo.
La statistica lo conferma: nove gol in Premier League nella scorsa stagione sono stati ispirati da portieri — record assoluto. Nel 2011-12, l’anno del tiki-taka totale, furono zero. Eppure non è nostalgia travestita da modernità. È che i portieri non calciavano così: oggi i loro passaggi sono piatti, chirurgici, pensati per innescare un uno contro uno, anziché la tipica battaglia sulla sponda, la spizzata e le seconde palle. È un calcio che accelera senza tradirsi, spiega The Athletic, in cui la verticalità diventa precisione, non caos.
Cox conclude che quando “i portieri fanno arrivare il pallone ai piedi e gli attaccanti lo domano come ballerini in corsa verso la porta” diventa difficile non lasciarsi affascinare. Il vecchio rinvio si è evoluto. Non è viva il parroco. Da un rinvio adesso può nascere un gesto di grazia. E il rinvio viene da chi un tempo non doveva far altro che parare. Arrendetevi.