I rumori della Champions | Le parate dei portieri al Bernabéu

Dopo i 43 gol del martedì, il mercoledì ne ha proposti 28 e con due 0-0: che orrore. Altre tre partite si sono concluse con almeno quattro gol di scarto. In questo turno sono state otto e nelle prime tre giornate il totale è salito a 15. Un anno fa stavamo parlando del 9-2 del Bayern alla Dinamo Zagabria come spia di una deriva temuta [lo squilibrio, l’allargamento a 36, la formula eccetera], ma in tutto erano state 11. La tesi interpretativa più diffusa è che le grandi hanno capito meglio la formula e l’importanza della differenza reti. Vedremo. Fuori dalla zona play-off – a quasi metà del cammino – ci sono una francese, una tedesca, una spagnola e un’italiana [la Juventus]. Un anno fa l’eliminazione veloce toccò a due tedesche, una spagnola e un’italiana. Fra le prime-8 della qualificazione diretta non c’era neppure una squadra dei Minions e così pure stavolta: tre squadre della Premier, due di Bundesliga, una di A, una di Liga, una di Ligue 1. Nel ranking UEFA stagionale il Portogallo è alle spalle degli inglesi [7.944 e 7.200], l’Italia non si schioda dall’ottavo posto [6.285 punti] ancora dietro Spagna, Germania, ma pure Danimarca, Polonia e Cipro. 

La Juventus torna da Madrid con quello che desiderava. Una partita all’altezza del Real Madrid, sintetizza il Corriere della sera nel titolo dopo lo 0-1 del Bernabéu. Ha segnato quel Bellingham che Thomas Tuchel in Inghilterra non sa come gestire al rientro dall’infortunio, non sa come reinserirlo in gruppo [se ne parlava qui]. 

Tudor ha tenuto fuori Locatelli e tutto il mercato da 110 milioni, facendo di testa sua e dando a Vlahovic una maglia da titolar, scoprendo così un atteggiamento iniziale senza timidezze. Poi, racconta Massimiliano Nerozzi, una sfida a senso unico, anche se meno sfacciatamente di quel che si temeva nella lunare vigilia: i Blancos hanno chiuso con il 66 per cento di possesso, 28 tiri (a 13), 2,81 di expected goals (Juve inchiodata a 0,86) che non sono diventate reti effettive solo per un mostruoso Di Gregorio. E una coppia difensiva (Rugani-Gatti) più affidabile dell’antifurto del Louvre

Emanuele Gamba su Repubblica considera: Igor ha dimostrato di avere la squadra dalla sua e di saper preparare partite come questa (interessante l’idea di schierare tre centrocampisti capaci di buttarsi a turno negli spazi, anche se Locatelli c’è rimasto male per l’esclusione) ma poi, certo, non esiste alchimia tattica che possa compensare il baratro tecnico tra le due squadre. Se però alla Juve si chiedeva una prestazione di personalità e carattere, l’ha data

Fabio Riva su La Stampa la definisce una dimostrazione di orgoglio, determinazione, potenzialità. Verosimilmente, la prima tappa di un processo di crescita ed evoluzione rispetto alla malaparata di Como. Domenica sera si va a Casa Sarri. Antonio Barillà, ancora sul giornale torinese, considera: Restiamo dell’idea che avrebbe fatto comodo Huijsen, svenduto al Bournemouth per 15,2 milioni due anni fa e tesserato dopo una sola stagione dai blancos per 58, sfilato ieri alla contesa da un infortunio eppure convitato di pietra. Perché Kelly, rilevato dopo la sua cessione, è più vecchio e più caro, e allora ecco che persino una sconfitta così onorevole sprigiona perplessità che valicano la tattica e affondano radici nella costruzione della squadra.

Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-stadio, scrive nel suo editoriale che dalla Juve, specie in questo periodo, non potevamo aspettarci di più a Madrid dove da tempo le distanze si sono quadruplicate. Non mi va di riparlare dell’arretramento del calcio italiano. Mi limito a ricordare cosa è successo al nostro movimento e alla Juve negli ultimi sette anni. Sette, non venti. Porta a testimonianza la formazione del 2018, la partita del bidone al posto del cuore. La Juve allineò gente come Buffon, Benatia, Chiellini, Khedira, Pjanic, Matuidi, Douglas Costa, Higuain, Mandzukic. Oltre a Szczesny, Cuadrado e Marchisio e dopo aver sottolineato gli investimenti del Real a fronte della discesa italiana, ribadisce: Sette anni, ripeto, non venti.

È una tesi interessante e suggestiva, solo che sette anni fa, quando la Juventus allineava gente come Buffon, Benatia, Chiellini, Khedira, Pjanic, Matuidi, Douglas Costa, Higuain, Mandzukic, già si diceva e si scriveva che il calcio italiano era in declino, che non ci sono più Vialli, Del Piero, Sousa, Deschamps, Ferrara, Vierchowod – per non dire del fior-fiore dei migliori stranieri al mondo. Nel 2018 Andrea Agnelli e Giuseppe Marotta definivano la serie A un torneo di transizione rispetto ai mitici anni Novanta, quando a dirla tutta già si cominciavano a rimpiangere i leggendari anni Ottanta [Zico, Platini, Maradona, Rummenigge, Falcao]. 

Il declino c’è stato, ma la retrodatazione va ritoccata. E il calcio c’entra fino a un certo punto. Era il 16 maggio del 1991 quando il Corriere della sera titolava Italia quarta potenza. Il paese aveva sorpassato Francia e Inghilterra nel valore del PIL. Il livello dei salari medi percepiti era inferiore solo a quello di giapponesi, americani e tedeschi. La crescita ha cominciato a rallentare con la crisi del sistema politico [Tangentopoli], la fine dell’apertura di credito delle banche anche alle squadre di calcio sotto l’ombrello della copertura di un garante istituzionale, un ministro Dc di qua e un ministro Psi di là. L’uscita dallo SME e la svalutazione della lira hanno dato il via alla recessione. Dal 1993 al 2007 il PIL italiano è cresciuto meno rispetto alla media UE. Il paese ha dovuto accorpare ospedali e chiudere scuole. Il costo del lavoro in Italia è il terzo più alto dei Paesi OCSE. Questo è il declino del calcio italiano. Sta nel declino di un Paese. La Juve non compra Zhegrova perché pensa che sia più forte di Vinicius. E quando peraltro la Juve compra Zhegrova, quasi sempre in giro si legge: Colpo Juve, preso Zhegrova

|  Visto dalla Spagna  Orfeo Suarez su El Mundo dice che una Juventus che non è la Juventus delle leggende, senza aver vinto una sola partita, chiarisce che questa Champions è cosa seria. Il Real Madrid ha retto con un Courtois definito un portiere serio, per un Madrid serio e con un Güler che cresce in fiducia, e la fiducia spezza le catene del talento. El Mundo riconosce a Mbappé sprazzi di classe in mezzo a lunghi di silenzi e ammette che il caos è sempre un terreno fertile per i blancos, dove il Real è imbattibile. Benedetto caos con Courtois alla porta della stanza, la stanza di una squadra capace di reggere e imporre ordine nel disordine. 

GIUDIZI UNIVERSALI   Vinicius

Vinicius visto dal Corriere della sera: La scatola di cioccolatini di Forrest Gump, non sai mai cosa ci sia dentro (le sue giocate): le sgasate con cui lascia sul posto tutti, o il dribbling da sambodrono e tiro (sul palo) che innesca il vantaggio

MANI GRANDI, MANI SENZA FINE  Chi ha parato di più

Il Corriere della sera ha dato 8 a Di Gregorio, migliore in campo: Di istinto e tecnica (di posizionamento) sul diagonale di Mbappé; e, nella ripresa, meglio di Flash su Mbappé e Diaz. Per Repubblica invece il migliore in campo è stato l’altro portiere, Courtois [7,5]. La Juventus ha giocato con coraggio e a tratti persino con spavalderia, come non era scontato in questo passaggio così delicato della stagione. Ha perso, certo, con lo stesso 1-0 di Miami al Mondiale, ma più grandi ancora sono i rimpianti con cui torna da Madrid, dove il migliore è stato il portiere degli altri, Courtois [Emanuele Gamba]. Antonio Barillà propende per il pari e ha scritto: I rimpianti si annullano, ché Courtois è miracoloso su Vlahovic almeno quanto Di Gregorio su Mbappé.

Diciannove tiri in porta ha fatto l’Atalanta contro lo Slavia Praga e nessun gol, una specie di riedizione della partita con la Lazio. Il freno di Juric è lo stesso, in Italia e in Europa: i pareggi. In serie A non ha mai perso ma i cinque pareggi sono aritmeticamente peggiori di tre sconfitte: ha lasciato 10 punti anziché 9. Ieri è arrivato il primo in Champions 

Il prossimo obiettivo per Pio Esposito è paradossale. Così scrive Paolo Tomaselli nell’attacco del suo pezzo di oggi sul Corriere della sera. Si è sbloccato in campionato, in Nazionale e adesso anche in Champions. Cosa manca nella tabella di crescita di Pio Esposito, attaccante dalla visione di gioco per ora superiore alla sua vena realizzativa? Per Cristian Chivu il prossimo passaggio è semplice: «Abbassare le aspettative da parte di tutti…».

Maurizio Crosetti su Repubblica fa notare che la stagione del Napoli sta prendendo la tipica piega del tipico secondo anno di una tipica squadra di Conte. 

Nel primo anno dei suoi bienni, per chi lo conosce bene (Giorgio Chiellini), il valore aggiunto di Antonio porta molti, molti punti in più: fino a 10. Poi, però, quasi sempre volano gli stracci. Antonio lo sa, annusa l’aria e se possibile toglie il disturbo: da Napoli se n’era praticamente andato già a primavera inoltrata, a campionato finito, poi la Juve non quagliò e Antonio (a Ischia, c’eravamo) ci ripensò. La sibillina aritmetica del Napoli e del “Conte bis” ricorda quei vecchi governi balneari che venivano varati per scollinare al di là dell’estate, e poi si sarebbe visto. Ma il compromesso non si chiama Antonio neppure quando qualcosa, in effetti, un poco compromesso sembra. Che fare, dunque? Aspettare la fine del secondo anno fatale, oppure rimettere insieme i pezzi vecchi e nuovi? Forse, l’una e l’altra cosa insieme.

A questo punto sarebbe stato meglio lasciarlo partire. Conte se ne andava alla Juventus, il Napoli prendeva Allegri ed erano tutti felici e contenti. Ah no, il Milan no. 

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