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#1 giorno alla Coppa del mondo di nuoto
► LE NAZIONALI di pallavolo sono state ricevute al Quirinale dal presidente Sergio Mattarella – che mentre sentiva parlare Julio Velasco di patria e gioventù aveva occhi azzurrissimi, più azzurri delle molte volte in cui ascolta – che so – i politici.
◇ Lorenzo Musetti è stato battuto a Shanghai da Félix Auger-Aliassime e adesso rischia il sorpasso nella classifica stagionale che assegna gli otto posti al Masters di Torino. Può essere scavalcato dal canadese o da Holger Rune, nel caso in cui uno dei due vincesse il torneo in Cina. Jasmine Paolini a Wuhan ha invece battuto Yuan e si è qualificata per gli ottavi. Anche lei è in corsa per le finali .
◇ Il Recco è stato battuto dagli ungheresi del Ferencvaros nella partita per la Supercoppa europea di pallanuoto [14-15]. Dal 14 ottobre inizia la Champions League. Nella Eurocup di pallacanestro Trento ha vinto su Buducnost e Venezia ha perso con i turchi del Bahcesehir. Trapani ha perso in Champions con Tenerife.
◇ Abbiamo la 19esima qualificata ai Mondiali [in tutto saranno 48]. È l’Egitto di Mo Salah. È stata decisiva una sua doppietta a Gibuti sul campo neutro di Casablanca. Ghana e Capo Verde si candidano a essere le prossime.
◇ È morto Miguel Angel Russo, allenatore del Boca Jrs. Era ricoverato da qualche giorno, otto anni fa si era ammalato di un tumore alla prostata.
◇ Sir Ratcliffe, proprietario del Manchester United, ha detto che Amorim ha tre anni di tempo per dimostrare di essere un grande coach.
◇ Per la prima volta dopo nove anni, i Blue Jays si sono qualificati per la finale di Conference di baseball [la ALCS] eliminando – attenzione – i NY Yankees.
Per fortuna la gente continua a dissentire sino a quando non muore in pace nel proprio letto
Gilbert Keith Chesterton
Taci, calciatore, taci e gioca
L’idea del rispetto che hanno in Lega Calcio
Dunque De Siervo si è molto dispiaciuto. È un uomo sensibile. Le parole di Adrien Rabiot lo hanno contrariato. Il francese ha avuto la colpa di chiamare una follia l’idea di andare a giocare Milan-Como [48 km di distanza, 39 minuti in treno] nella città australiana di Perth [13.700 km, 19 ore di aereo]. È successo mentre i tennisti quasi svengono in campo e i piloti di F1 corrono con una tuta refrigerante.
L’argomento di De Siervo è banale. Rabiot è ricco e deve tacere. I suoi diritti finiscono laddove comincia il suo IBAN. «Abbia più rispetto dei milioni che guadagna» gli ha detto, tanto viaggia in business e soprattutto deve «assecondare maggiormente quello che è il suo datore di lavoro, cioè il Milan, che ha accettato e spinto perché questa partita si potesse giocare all’estero».
Dai libri di scuola di De Siervo devono aver strappato le pagine su Marx e la lotta di classe, in effetti da tempo fuori catalogo. Con le sue parole, le parole di uno dei protagonisti della peggiore gestione europea della pandemia, siamo a un palmo dall’idea che si possa reintrodurre il vincolo e ignorare la Legge 91: se devono aver rispetto dei milioni che guadagnano e assecondare il datore di lavoro, perché mai i calciatori avrebbero il diritto di rifiutare un trasferimento? Diamine, gli pagano pure il trasloco.
Se non è scritto esplicitamente sul contratto, un bravo avvocato dimostrerebbe invece che Rabiot ha ragione. Milan-Como a Perth è una variazione del piano editoriale della serie A. Se Rabiot avesse saputo dell’ipotesi di dover giocare una partita in Australia, avrebbe potuto decidere per esempio di non venire in Italia.
| Antonio Barillà su La Stampa interviene con un commento del tutto condiviso in codesto podere. “Siamo tutti consapevoli – ha scritto – che la ricerca continua e forsennata di ricavi, inventando e dilatando competizioni, serva anche a sostenere gli ingaggi monstre che zavorrano il circus, ma il punto non è schierarsi tra chi intravvede un’opportunità e chi no, piuttosto soffermarsi su parole che sono inopportune di sicuro. Cosa vuol dire che Rabiot deve assecondare il Milan, quindi che un dipendente debba assecondare il datore di lavoro? Il dipendente deve garantire professionalità, impegno, serietà, ma ha pieno diritto di esprimere perplessità su una decisione che lo riguarda direttamente: vale a qualsiasi livello e non c’entra, come De Siervo rammenta, che i calciatori viaggino in business. Oltretutto, nello sfogo a Le Figaro, Rabiot non ha certo minacciato un ammutinamento, anzi ha concluso che i calciatori si sarebbero adattati, come sempre. E se era un modo garbato per dire che avrebbero subìto, restava comunque un’opinione che è antipatico stroncare. Ciò detto, crediamo anche che De Siervo sia scivolato sul rispetto: come lo pretende dai calciatori per quanto guadagnano, dovrebbe portarlo ai tifosi per la passione che ci mettono. Sicuri che sia giusto nei loro confronti spostare una partita dall’altra parte del mondo?”.
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Cosa sta succedendo in Spagna per la partita a Miami
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A De Siervo qualcuno dovrà dire che è un uomo fortunato. In Italia se la cava con una una risposta a Rabiot, in Spagna si stanno mobilitando i venti capitani della Liga. Gli impegni internazionali e le vacanze hanno impedito di farlo prima per discutere di Villarreal-Barcellona a Miami il 20 dicembre.
Per ora si sono parlati “a pezzi”, ma la sensazione generale, scrive El Mundo, è di “rabbia per la mancanza di informazioni” riguardo a un progetto che il presidente della Liga, Javier Tebas, ha presentato in pompa magna a New York.
La notizia, filtrata più dai media americani che dai canali ufficiali, ha colto i giocatori di sorpresa. Così, la prima decisione condivisa è stata quella di convocare urgentemente Villarreal, Barcellona e LaLiga stessa per un incontro chiarificatore. I rappresentanti dei calciatori vogliono sapere tutto: dal criterio che ha portato alla selezione dei club coinvolti al numero massimo di partite che in futuro potrebbero essere giocate fuori dalla Spagna. E ancora: i dettagli sugli incentivi economici, le tutele sanitarie, i tempi di viaggio, il rischio jet lag e persino la scelta dell’arbitro. L’elenco è lungo, dice El Mundo, e rivela una diffidenza profonda verso l’operazione.
Secondo il giornale spagnolo, questa sarà “la prima misura di pressione” che i capitani intendono esercitare, “perché la loro intenzione iniziale è puntare sul dialogo, ma non escludono altre azioni se le parti non si presenteranno”.
Nel frattempo, Tebas continua a vendere l’idea come un passo inevitabile verso la globalizzazione della Liga. Ha confermato la sede del match — l’Hard Rock Stadium — e ha liquidato le critiche della MLS con spavalderia, dicendo «non ho alcuna paura che altre leghe vengano a giocare in Spagna, nemmeno la Premier League», in quella che Neri Marcoré nell’imitazione di Pierferdinando Casini chiamerebbe un’orgia moderata e democratica.
Con entusiasmo da imprenditore, Tebas ha illustrato i benefici per la città ospitante, promuovendo – dice El Mundo – un’operazione di marketing più che un semplice esperimento sportivo.
Da parte sua, il Villarreal ha cercato di smorzare la tensione con un comunicato conciliante: si è impegnato a “facilitare il viaggio ai tifosi che vorranno seguire la squadra a Miami”, offrendo il viaggio gratuito, e ha previsto “uno sconto del 30% sull’abbonamento per i soci che non potranno o non vorranno partire”.
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La mossa italo-spagnola vista dall’Inghilterra
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È interessante leggere come vedono tutto dall’Inghilterra, dove Leander Schaerlaeckens sul Guardian scrive che verrà un giorno in cui non sapremo più dire quando il calcio ha perso la sua forma originaria, quel fragile equilibrio che lo aveva tenuto insieme per un secolo. Oppure lo sapremo con precisione: il 6 ottobre 2025, quando il comitato esecutivo della Uefa ha approvato – “in via eccezionale” – che due partite di campionato si giochino non fuori dalla città, non fuori dal paese, ma fuori dal continente. Una in America, Barcellona-Villarreal a Miami; l’altra in Australia, Milan-Como a Perth. Due partite per aprire un’era.
Il Guardian dice che la UEFA, nella sua nota, ha finto riluttanza, addossando la colpa alla FIFA, accusata di non avere regole chiare e dettagliate per opporsi. Ma l’impressione, osserva Schaerlaeckens, è che la diga sia ormai crollata.
“I cancelli si sono aperti. Il dentifricio è uscito dal tubetto. Qualsiasi partita può ora essere giocata ovunque ci sia un offerente abbastanza ricco”. E quando una lega nazionale non è più legata alla propria terra, aggiunge, non c’è più ritorno.
Leander Schaerlaeckens è l’autore del libro The Long Game in uscita nella primavera 2026. Scrive che dietro questa svolta UEFA c’è un lungo percorso di trasformazione, guidato in gran parte dal denaro e per il resto da metodi americani. “Tutto il calcio guarda agli Stati Uniti come a un bancomat senza codice pin”, scrive. È un sistema che ha spinto il presidente della Liga, Javier Tebas, a inseguire per sette anni il sogno di una partita del Barça a Miami, nel tentativo di competere con la Premier League, “un colosso macina-denaro costruito sul modello USA della monetizzazione sportiva”.
Ora i club sono liberi di inseguire il profitto. Ma a che prezzo? I tifosi del Villarreal perderanno una partita casalinga e riceveranno in cambio un volo gratuito per Miami: il simbolo perfetto della distanza tra il calcio e la sua gente. Persino il Real Madrid, dice il Guardian, club che più di ogni altro ha incarnato l’era dei Galacticos, “un co-istigatore della Superlega e alla corsa all’oro del pallone”, stavolta è apparso come la voce della ragione. In realtà non era voce della ragione, ma faida con Barcellona: una partita a Miami, la città di Messi, è una partita in meno in uno stadio rivale per i catalani. “Modificare unilateralmente il regime delle competizioni – continua il Guardian – rompe l’uguaglianza tra contendenti, compromette la legittimità dei risultati e apre la porta a eccezioni fondate su interessi non sportivi.”
L’Associazione dei calciatori spagnoli, i gruppi di tifosi europei e il presidente UEFA Aleksander Čeferin si sono detti contrari: il calcio deve essere giocato in Europa, i tifosi devono poterlo vedere a casa. Non possono volare in Australia o negli Stati Uniti per seguire le loro squadre. Ma alla fine, dice il Guardian, la UEFA ha ceduto, la FIFA ha acconsentito, e le leghe hanno spalancato la strada.
La conclusione di Schaerlaeckens è un epitaffio: “Il calcio europeo è ormai completamente americanizzato, votato a un capitalismo senza freni, senza confini e senza tradizioni. E ora, ufficialmente, qualcosa di essenziale è perduto”.
Un giorno, quando ci guarderemo indietro, scrive, forse ricorderemo questo momento come il punto in cui il calcio ha smesso di essere uno sport e ha cominciato a comportarsi come un mercato. O forse non ricorderemo più nulla, perché il calcio, quello vero, sarà già volato via.
lascia o raddoppia La Superlega, la Champions, la Superchampions: levamo, mettemo, levamo
La Superchampions è congelata, titola stamattina il Corriere della sera dopo l’allarma lanciato ieri mattina e un fondo critico di Daniele Dallera. “Bisogna risolvere il caso diritti tv” perché “Uefa e Efc (nuova Eca) respingono A22, attuale format salvo fino al 2033. Ma resta il pericolo della spartizione dei soldi, i grandi club sono in agguato”. Davide Stoppini chiarisce ogni cosa con il finale del suo pezzo dedicato alla discussione in corso sulla riforma dei calendari. “A patto – detta – che la soluzione non sia passare ai campionati a 18 squadre”. Ecco.
l’eredità La falsa partenza dei nuovi acquisti
David, Ferguson, Nkunku e Lang: i colpi più cari dell’estate italiana- na-na-na-na stanno in panchina. Repubblica dedica un’analisi ai tanti soldi e le poche gioie degli acquisti, “dalle promesse al flop”. Emanuele Gamba calcola che hanno giocato solo il 32% dei minuti a disposizione e il solo a essere stato titolare in più della metà delle partite è Wesley.
chi vuol essere milionario Ronaldo
Cristiano Ronaldo è Mister Miliardo, il primo calciatore della storia ad aver superato il tetto dei mille milioni di patrimonio. In banca ha staccato anche Messi, e se adesso trovasse folle dover giocare a mezzogiorno sotto il sole a 40 gradi, il presidente della lega saudita Al-De Sierv gli darebbe torto. Jacopo D’Orsi su La Stampa scrive che “in ogni caso, il fenomeno da 946 gol e 665 milioni di follower solo su Instagram, evoluzione del primo calciatore azienda che fu David Beckham, di fatto ha trasformato il football in uno sport individuale”.
ok, il prezzo è giusto La differenza tra Osimhen e Mandragora
Mario Canfora sulla Gazzetta fa il punto sul caso delle plusvalenze Osimhen rilanciato da Repubblica negli ultimi due giorni e chiude la sua ricognizione riassumendo qual è la sostanziale differenza con il caso della Juventus. “Sul fronte sportivo il club non rischia nulla. Per la Procura federale diretta da Giuseppe Chinè, che ha da tempo analizzato gli atti del processo, non ci sono le condizioni per una istanza di revocazione (il Napoli è stato assolto in primo e secondo grado) così come era accaduto, sempre nel caso plusvalenze, per la Juventus, dove c’erano prove schiaccianti. ossia intercettazioni e carte di evidente natura confessoria con i valori dei giocatori modificati”.
Com’è andata al Quirinale dal presidente Mattarella
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fammi crescere i denti daanti La verità sugli adolescenti, per favore
Lentamente, ma qualcosa si muove. Nel pieno del ricevimento al Quirinale delle due Nazionali campioni del mondo di pallavolo, davanti a un Julio Velasco che ha orgogliosamente rivendicato la diversità delle origini e delle radici del suo gruppo di lavoro, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella – il capo dello Stato – ha riconosciuto che esiste uno stigma verso l’adolescenza. Ha detto: «Due settimane fa, a Napoli, all’inaugurazione dell’anno scolastico, ho applaudito il discorso fatto da Julio Velasco. Si è scagliato contro la mia generazione, o anche quella successiva, che critica sempre i giovani. Sono perfettamente d’accordo: sta venendo su una generazione eccezionale».
Ora, diciamo la verità. Il punto di vista di Mattarella è un po’ di parte, essendo lui il più giovane d’Italia. Ma senza alcuna illusione che possa aprire una discussione sul punto o incrinare le salde coscienze boomer, se non altro fa girare il concetto.
Henrikh Mkhitaryan invece di anni ne ha 37, non i 73 di Velasco o gli 84 di Mattarella. È pienamente impregnato della solfa che Michela Marzano racconta nel suo nuovo libro Qualcosa che brilla, dove si muove questa “galassia di genitori manchevoli, confusi, che hanno fatto figli forse per convenzione, che rifuggono dalle responsabilità finché il conto non arriva durissimo” [Annalisa Cuzzocrea, Repubblica].
Alla domanda che arriva puntuale su qual è il problema della loro generazione, l’armeno risponde: «Se guardi il cielo di notte, vedi tante stelle. Se ti concentri su una sola, non vedi più le altre. Accade lo stesso con il telefono: se guardi solo quello, non vedi cosa capita attorno a te. Per questo a me non piace che si usi troppo in spogliatoio o in palestra. Anche questo influisce sulla prestazione: poi in campo abbassi la testa, guardi solo il pallone e non vedi i compagni. Questa è una malattia per tanti ragazzi, va molto oltre il calcio».
In attesa di conoscere il tempo di utilizzo del telefono di un 37enne, Simonetta Sciandivasci su La Stampa ha scritto che “sui ragazzi avevamo sbagliato le previsioni. Come facciamo quasi sempre, su tutto. Perché le nostre previsioni sono, in verità, decisioni: piccoli esercizi di controllo sulla realtà, e in certi casi guerre alla realtà. Ci confortiamo con le letture più facili, le deduzioni veloci, e le usiamo per stabilire come andrà. Avevamo previsto che gli adolescenti, i ventenni, gli universitari, i ragazzi italiani, e di tutto il mondo, di questo tempo, si sarebbero alzati dai divani solo per ricaricare gli smartphone, e che solo e soltanto da lì avrebbero condotto le loro battaglie: avevamo deciso che sarebbe andata così. Avevamo deciso che erano una generazione troppo fragile e smidollata, viziata e acerba, privilegiata e frammentata, per guidare una rivoluzione, o anche solo individuare un punto comune da tenere fermo, tutti insieme. E questo ci serviva a dirgli come avrebbero dovuto fare, perché eravamo certi che non lo avrebbero fatto. Ben lungi da dargli un esempio, non abbiamo fatto altro che dirgli di svegliarsi, alzarsi, indignarsi, ribellarsi, informarsi, appassionarsi, amarsi, scoprirsi, toccarsi. Quando hanno cominciato a fare gli attivisti sui loro profili di Instagram e TikTok, li abbiamo o derisi o sottovalutati”.
E tutto questo, per fortuna, Sergio Mattarella lo sa.
I ritiri nei Masters 1000 sono saliti a 41
Nel dibattito ormai globale sulle condizioni estreme nelle quali capita di dover giocare a tennis, si inserisce stamattina il Guardian con un’analisi di Tumaini Carayol nella quale si legge che il fenomeno non è tanto nuovo in sé quanto nelle dimensioni.
“Il numero di ritiri, ritiri e infortuni, quest’anno è stato scioccante. Con i sette ritiri o walkover a Shanghai della scorsa settimana, siamo arrivati nel 2025 a 41 nei Masters 1000, di cui nove a Madrid e otto a Cincinnati. Lunedì della scorsa settimana, al China Open di Pechino, torneo che unisce WTA 1000 e ATP 500, cinque delle 12 partite si sono concluse con un ritiro. Questo senza nemmeno considerare gli infortuni, il dolore fisico e la tensione mentale che molte giocatrici di entrambi i tour continuano a sopportare. È sempre più difficile sostenere che i tour abbiano fatto abbastanza per dare priorità al benessere. La durata della stagione tennistica è stata un argomento di discussione per decenni, con cambiamenti minimi, ma le recenti iniziative dei tour ATP e WTA sembrano non fare altro che accentuare questi problemi. Negli ultimi due anni, la WTA ha imposto controlli più severi sulla programmazione per le sue giocatrici di punta e c’è un crescente consenso sul fatto che la spinta dell’ATP a prolungare molti degli eventi ATP e WTA 1000 su due settimane sia avvenuta a scapito di chi gioca. Con sempre più giorni da trascorrere ai tornei e più tempo lontano da casa, le crescenti difficoltà fisiche e mentali sono evidenti. Non è ancora chiaro se gli organi di governo siano pronti a riconoscere questi problemi e ad adottare misure significative per risolverli”.
La Stampa: “ Musetti, si complica la strada per Torino. Ora servirà una volata senza passi falsi” ➔ Stefano Semeraro ha scritto: “Lorenzo deve guardarsi soprattutto dalla rimonta del canadese, che vincendo a Shanghai gli soffierebbe l’8° posto. Può sperare, invece nella cattiva forma di Shelton (reduce da un infortunio) e nei dubbi di Djokovic, che, ormai residente in Grecia, ha confermato per ora solo la presenza ad Atene e potrebbe decidere di marcare visita. Sempre meglio, però, contare sulle proprie forze che sulle disgrazie altrui”
Capo Verde sulla soglia dei Mondiali
Un piccolo arcipelago nel mezzo dell’Atlantico, meno di 600.000 abitanti, adesso è a un passo da un’impresa che sembra sfidare la logica: Capo Verde è a una vittoria di distanza dalla Coppa del Mondo e Ian Hawkey sul Times racconta come questa squadra, i Blue Sharks, abbia sconfitto il Camerun ribaltando gerarchie consolidate. «Ci sentivamo ancora piccoli» – ricorda Bubista, il tecnico Pedro Leitão Brito, evocando un tempo in cui partecipare anche solo alle qualificazioni era già un successo.
La magia di Capo Verde nasce dalla diaspora: giocatori nati in Portogallo, Francia, Olanda sono tornati a rappresentare il Paese dei genitori. «Vogliono venire in nazionale e non lo si può dare sempre per scontato. Vengono da lontano — molto spesso in classe economica — ma quel che abbiamo da offrire è una buona atmosfera, un legame e una buona combinazione tra giocatori esperti e giovani».
La squadra si è costruita lentamente, tra viaggi estenuanti e poche risorse. Dailon Livramento, cresciuto a Rotterdam, ha segnato il gol che ha steso il Camerun con una corsa solitaria che ha trasformato i difensori in un mucchio di ombre impotenti. Hawkey sottolinea come la prestazione dei giocatori sia spesso migliore di quelle che si vedono nei rispettivi club di appartenenza. Quello che il Times sottolinea è che Cape Verde non è solo “un miracolo sportivo, ma una parabola di comunità, orgoglio e determinazione”. Con una partita in casa contro l’eliminata Eswatini ancora da giocare, i Mondiali sono davvero vicinissimi.
La pressione in Inghilterra su Tuchel
Thomas Tuchel ha iniziato la sua avventura alla guida dell’Inghilterra leggendo All Played Out di Pete Davies, resoconto epico e commovente della Coppa del Mondo 1990. Lì si trovano narrate le gesta di Sir Bobby Robson, ma anche la misura estrema della pressione che il ruolo comporta. Ne scrive Jonathan Northcroft sul Times ricordando il nadir della carriera di Robson: la sconfitta contro il Galles nel 1984 a Wrexham, con Mark Hughes che terrorizzò una difesa improvvisata.
La stampa fu impietosa, i titoli furono: “È la fine: il disastro di Robson tocca il fondo del barile” e “Robson Out / Clough In”. Un episodio che oggi viene ricordato per spiegare la precarietà di un ct inglese: la gestione dell’Inghilterra resta un esercizio di equilibrio tra altissime aspettative e un passato che non gioca mai a favore.
Tuchel si trova allora davanti una sfida simile. La vittoria per 5-0 in Serbia ha acceso speranze e ottimismo, ma la partita contro il Galles può ribaltare tutto. La sua scelta coraggiosa di escludere Jude Bellingham dal gruppo è «una decisione a favore del collettivo, non un giudizio personale su di lui».
Northcroft sottolinea che nei club i manager possono sacrificare una stella per il bene della squadra, ma nella nazionale l’opinione pubblica amplifica ogni scelta: “Sempre ci sono proteste, e spesso quelle decisioni vengono criticate in modo spietato”. Conviene essere italiani, noi un Bellingham da lasciare fuori non ce l’abbiamo. In definitiva, ricorda Northcroft, la sfida di Tuchel è più psicologica che tecnica.
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Le analisi
All’improvviso tutti vogliono giocare a flag football
Quando Benjamin Klever entra in campo, perfino gli avversari lo applaudono. È il quarterback della nazionale tedesca di flag football, una di quelle comunità dove la linea della rivalità si confonde con quella dell’avventura comune. Quello che di vede nel salto con l’asta. Sono avversari e amici, racconta Matthias Kirsch su Die Zeit, descrivendo un ambiente dove il gioco è divertimento e i legami duraturi.
Nel racconto del magazine tedesco siamo a metà agosto, in un campo ai margini di Salisburgo, durante l’ultimo raduno prima dell’Europeo di settembre a Parigi, dove i tedeschi difendono il titolo. Sullo stesso terreno si allenano Austria, Francia e Svizzera, i rivali diretti. “I giocatori devono ancora abituarsi all’attenzione crescente, ai servizi fotografici e ai media”, scrive Kirsch, interessato a raccontare la trasformazione del flag football da sport di nicchia a disciplina fuori dall’ombra.
Fino a pochi anni fa, una preparazione del genere sarebbe stata impensabile. «Prima dei Mondiali 2021 abbiamo dormito nel palazzetto durante il raduno» ricorda Klever. Viaggi, alloggi e spese erano sostenuti dai giocatori stessi. Oggi il flag football è riconosciuto come sport del programma ai Giochi di LA: dal 2023 il comitato olimpico finanzia allenamenti, infrastrutture e staff tecnico. “Un boom che porta con sé sfide nuove, tra cui la concorrenza dei giocatori di football americano”.
Eh sì. Quelli che hanno tenuto in piedi lo sport quando era di nicchia, veterani come Klever, rischiano di passare in secondo piano. La popolarità, i fondi olimpici e l’attenzione della NFL attraggono atleti più giovani, più atletici, provenienti dai campionati professionistici del football vero. «I giocatori che arrivano dal football di contatto sono estremamente atletici, ma non sempre riescono a tradurre il loro talento nel flag football» osserva Klever. Eppure, la competizione interna cresce, la pressione aumenta: anche un veterano come lui sente friggere il terreno sotto i piedi.
L’arrivo di Said Salazar Deciga, ex medagliato messicano e nuovo allenatore della nazionale, sta accentuando il cambiamento. Con occhiali da sole, cappello da pescatore e clipboard piena di schemi, Deciga osserva, annota e seleziona la squadra. «Chiunque voglia unirsi a noi – dice – deve subordinare tutto al flag football». L’idea di avere campioni come Amon-Ra St. Brown nella nazionale tedesca accende l’entusiasmo ma allo stesso tempo – scrive Die Zeit – genera dubbi pratici e logistici.
Il caos in cui vive il West Ham
Graham Potter si è presentato al lavoro sabato mattina, anche se il suo lavoro non c’era più. In una riunione di squadra ha annunciato tra lo stupore generale di essere stato esonerato. E se n’è andato. L’allenamento è stato rimandato perché nessuno era disponibile a guidarlo, finché il nuovo tecnico Nuno Espírito Santo è arrivato e ha cominciato a preparare frettolosamente la partita con l’Everton di lunedì.
Jonathan Liew sul Guardian osserva alla sua maniera ironica che “forse, a rifletterci, era inevitabile che l’incarico più importante sui calci piazzati del West Ham finisse come molti dei loro calci piazzati quest’anno”.
Il caos non sorprende. Licenziamenti pasticciati, fughe di notizie contraddittorie, prestazioni disastrose in campo, un vuoto di leadership e direzione, acquisti catastrofici, l’iscrizione anticipata alla battaglia salvezza e tifosi in rivolta: tutto ciò suona incredibilmente West Ham. Nuno, scrive Liew, “non diventerà un meme con il volto sostituito” e “non andrà in televisione a spiegare quanto sia un genio”, eppure è l’uomo perfetto per un disastro organizzativo: mette ordine in difesa, dà energia al centrocampo, fa correre la squadra come una cosa sola e porta punti senza mai farsi distrarre dagli eccessi della dirigenza.
Ma il vero problema è più profondo. Il West Ham manca di una missione, di una visione calcistica chiara e di identità. Liew sottolinea che l’identità di un club nasce da “luogo, persone, storia, ricordi, simboli, canzoni”. E qui, nonostante l’East London, la cultura autentica e una proprietà locale, tutto sembra sbagliato: lo stadio è stato costruito per l’atletica più che per il calcio, i sedili lontani disperdono il tifo, spazi e servizi moderni svuotano la magia di una fortezza del popolo. La ricchezza c’è, i risultati no. Acquisti costosi, giovani talenti che non emergono, un club che sopravvive più per necessità che per strategia.
Liew osserva con sarcasmo che “forse il paradosso duraturo del West Ham è che, pur essendo sempre stato un club di Londra, non è mai stato veramente un club di Londra”. L’East End ha la sua identità, la sua comunità, il suo orgoglio da outsider ora smarrita in un mare di investimenti e in una sorta di gentrificazione, con ricavi che scorrono altrove. Il passato è stato smantellato: Upton Park è un ricordo, la Boleyn Ground Memorial Garden è un giardino a tema, i vecchi luoghi di ritrovo sono stati trasformati in appartamenti, ristoranti e palestre.
Il club sopravvive, ma l’anima, quella che dava senso alle canzoni, ai cori e alla passione dei tifosi, sembra dispersa tra gli investimenti e le strategie a breve termine. È un racconto di modernizzazione, caos e perdita identitaria che va oltre il calcio, diventando la parabola di una comunità smarrita e di un club che lotta per non essere solo un prodotto finanziario.
Alla fine, Liew lascia il lettore con la domanda più sconsolante: “Chiedi cos’è il West Ham oggi. Forse una domanda migliore sarebbe: dov’è”.
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Dai campi
La fidanzata di Sainz è inquadrata più dei sorpassi
Certe volte lo spettacolo della Formula 1 è lontano dalla pista. Mentre le macchine vanno a trecento all’ora, le telecamere sembrano preferire i sorrisi e gli applausi che circolano nei paraggi. Ne parla Ben Rumsby sul Telegraph raccontando come a Carlos Sainz tutto questo non va giù e come abbia deciso di rompere il silenzio su quella che definisce una strana priorità della produzione. «Si sta trasformando un po’ in una tendenza, che in qualche momento deve aver funzionato, quando alla gente interessava vedere le nostre fidanzate, vedere persone famose in televisione, le loro reazioni» ha detto a El Partidazo de COPE.
A Singapore, durante un Gran Premio in cui Sainz partiva 18esimo e ha chiuso decimo, Rebecca Donaldson, la sua fidanzata modella, ha ottenuto più attenzione dei sorpassi su Lance Stroll, Gabriel Bortoleto, Franco Colapinto, Yuki Tsunoda o Isack Hadjar. «Capisco che se c’è un sorpasso, un momento molto teso in gara, sia interessante mostrare una reazione. Hanno visto che ha funzionato in passat. Ma solo se si rispetta la competizione e si mostrano sempre i momenti importanti della corsa».
Non solo i sorpassi di Sainz sono stati tagliati. Anche il duello tra Lewis Hamilton e Fernando Alonso è stato trascurato, mentre la regia ha preferito inquadrare i festeggiamenti della McLaren per la conquista del titolo costruttori., dice il Telegraph. «Hanno perso un sacco di cose. Per m – ha detto Sainz – esagerano un po’ nel mostrare le celebrità e le fidanzate»
Formula 1 ha preferito non commentare, facendo sapere al Telegraph che si vanta di fornire «il miglior prodotto televisivo possibile a tutti i fan del mondo, in un ambiente complesso e frenetico».
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Interpreti
Il calcio per De Zerbi è riscatto sociale
Roberto De Zerbi, allenatore del Marsiglia, è stato ospite del Corriere della sera e come scrive Paolo Tomaselli “nelle stanze dove entra RDZ lascia il segno”. Il titolo sulla lunga intervista fa riferimento alla frase che si sente gridare verso i giocatori: «Per me il calcio è riscatto sociale». De Zerbi spiega: «È la prima volta che ne parlo: c’è un momento preciso della mia vita dove inizio a fare calcio per sistemare la mia famiglia. Passo dall’oratorio al Lumezzane e poi al Milan, fra il 1992 e il 1994, in coincidenza con la crisi economica in casa: siamo costretti a vendere la fabbrica di tappetini e passiamo anni molto difficili. A quel punto non scherzavo più. Uscito dalla Primavera, il giorno dopo la firma del primo quinquennale col Milan, ero in filiale a firmare il mutuo per comprare la casa ai miei genitori. Il calcio per me non è mai stato solo divertimento. «Mi ha tolto e dato. Mi nutrivo di quella motivazione: è stata un motore ma anche un freno perché quando sono riuscito a sistemare la mia famiglia ho avuto un down motivazionale. Ma quel modo di vedere il lavoro mi è rimasto dentro, come una spinta».
Ha raccontato i suoi metodi, le corse alle 5 del mattino, le sedute collettive per dirsi a voce alta i valori in cui ciascuno si identifica. Allora dice: «Non faccio l’insegnante di morale, ma voglio trasmettere quello che sono: come uomo, prima che come allenatore. Ed è normale cercare una comprensione reciproca, anche fuori dal campo. Il mio prof di italiano, Eugenio Bonomi, ogni tanto fermava il programma e ci parlava di quello che succedeva fuori di scuola. Se ti vedi tutti i giorni, non puoi parlare solo di 4-4-2».
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La Macchina del tempo
Il suo primo compleanno da giornalista
Il giorno in cui fece vent’anni, Gianni Mura stava preparando la borsa per andare a una corsa di ciclismo. Era il suo primo compleanno da giornalista, 9 ottobre 1965, e lo avrebbe passato dietro al Giro di Lombardia per dilettanti, il Gran Premio Brill, partenza da Bruzzano. […] Oh, comunque quel piccolo Lombardia venne vinto da Ercole Gualazzini, di un anno più grande di lui, un signor corridore da professionista con quattro tappe vinte al Giro, due al Tour e una alla Vuelta. Il figlio di sua figlia, Alberto Cerri, gioca nel Como.
Vent’anni più tardi, al compleanno numero 40, è già il Mura che nei Sette Giorni di Cattivi Pensieri osserva un esorbitante Preben Elkjaer e scrive che “c’è del macho in Danimarca”. [su Repubblica]
Cosa è successo il 9 ottobre su Slalom
#PioliOut – Un hashtag sulla panchina del Milan
2019 Il Milan ha esonerato Marco Giampaolo e farà firmare a Stefano Pioli un biennale da 1,5 milioni. La reazione sui social è nell’hashtag finito al secondo posto fra le tendenze Twitter. Si tratta di una contestazione alla società. Tutto qui
Il peso delle scarpe magiche nei record di Cheptgei e Gidey
2020 L’atletica si è confermata sport numero 1 nel disgraziato 2020 della pandemia mercoledì sera, quando da una serata di fine stagione, in un evento studiato di proposito, sulla pista di Valencia sono sbucati due primati del mondo: Joshua Cheptegei ha battuto il record dei 10 mila metri correndoli in 26’11″00 e limando di sei secondi il precedente tempo di Kenenisa Bekele, vecchio di quindici anni, mentre pochi minuti prima, la 22enne etiope Letesenbet Gidey aveva corso i 5 mila metri in 14’06”65, migliorando a sua volta di quasi cinque secondi il limite della connazionale Tirunesh Dibaba, stabilito a Oslo nel 2008. Tutto qui
Fury vs Wilder, due papà fragili per la corona dei massimi
2021 Uno, Tyson Fury, si chiama come il più feroce fra tutti. L’altro, George Wilder, nel cognome è perfino più selvaggio. Il primo, The Gipsy King, un pezzo di marmo alto due metri e sei centimetri, 124 chili di peso, ha schiantato un suo avversario trenta volte su trentuno, ventuno per ko. Il secondo, The Bronze Bomber, di cinque centimetri più basso, ne ha battuti quarantadue su quarantatré, e appena uno è rimasto per tutto il tempo in piedi. Fury ha perso solo da Wilder, Wilder ha perso solo da Fury. Tutto qui
L’ora più luminosa di Filippo Ganna
2022 Sulla pista del velodromo di Grenchen, in Svizzera, Filippo Ganna ha stabilito il nuovo record dell’ora, percorrendo 56,792 km e migliorando il precedente limite di 55,548 toccato dal britannico Dan Bigham lo scorso 19 agosto, nello stesso impianto. Bigham era stato mandato in avanscoperta dalla Ineos a testare ambiente e materiali. Ganna ha fatto meglio anche del 56,375 di Chris Boardman nel 1996 – il suo anno di nascita – declassata a migliore prestazione umana, fuori dalla lista del record, per l’utilizzo di una bicicletta fuori commercio. Tutto qui
Le Mani sulla Città 60 anni dopo: i suoi incroci con il calcio
2023 Quando arrivò nelle sale Le Mani sulla Città, il film aveva vinto da un mese il Leone d’oro a Venezia. Giovanni Grazzini sul Corriere della sera lo aveva definito “una cartina di tornasole che misura la maturità artistica degli spettatori”. Invitava a non giudicarlo soltanto per il modo in cui denunciava certi speculatori di aree fabbricabili, ma pure per la sua qualità artistica, “ per la verità umana dei personaggi, per la sua forza drammatica”. Tutto qui
Che cosa dicono in Germania del ritorno di Klopp
2024 C’è gente che in Germania non l’ha presa bene. Del resto c’è gente che non prende bene quasi mai niente. Jürgen Klopp va a lavorare per Red Bull e c’è uno stuolo di sopraccigli che si alzano, da annichilire Carlo Ancelotti. Deutsche Welle lo dice più chiaramente di chiunque altro in Germania. “Klopp è famoso per essere il volto di molti marchi, ma la sua carriera da allenatore è stata trascorsa con club tradizionali che si oppongono a tutto ciò che rappresenta la Red Bull”. I suoi club sì, in effetti lui molto meno. Tutto qui
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Oggi
Guida allo sport in tv di oggi
L’Eurolega di basket
20.30 Olimpia Milano vs Monaco
La prima partita europea in casa per Milano dopo la doppia trasferta di Belgrado riporta al palazzetto l’ex Mirotic, che nella squadra del principato affianca Mike James, altra vecchia conoscenza diventata nel frattempo il cannoniere dei cannonieri in Coppa. Spiazzato all’esordio dallo Zalgiris, il Monaco ha vinto la seconda partita con Dubai, segnando 10 su 18 da tre e registrando 27 assist, 14 in più dell’avversaria. Mirotic ha giocato meglio e ha chiuso con 19 punti e 7 rimbalzi , in una partita con sei giocatori in doppia cifra. Dopo aver perso all’esordio in A con Tortona, l’Olimpia ha di nuovo Josh Nebo fuori per infortunio, Vlatko Cancar e Shavon Shields sono in condizioni leggermente migliori, Lorenzo Brown dovrebbe tornare in campo presto.
su Sky Sport
20.45 Paris vs Virtus Bologna
L’avversaria della Virtus è la squadra rivelazione dello scorso anno, affidata in questa stagione a Francesco Tabellini, allenatore modenese che ha iniziato la sua carriera proprio nelle giovanili a Bologna prima di passare a Treviso e in Repubblica Ceca. Tutti i giocatori chiave della scorsa rosa hanno lasciato il club a eccezione di Nadir Hifi. TJ Short è passato al Panathinaikos, Tyson Ward ha firmato con l’Olympiakos. La squadra corre e tira. Nelle prime sei partite, Paris ha avuto una media di oltre 32 tentativi da tre a partita, non è insolito che ne tentino più da tre che da due. Anche con un marcatore come Carsen Edwards, uno dei migliori giocatori offensivi di Eurolega, la Virtus di Ivanovic dà il meglio di sé nelle partite con punteggi bassi.
su Sky Sport
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