Le mani sulla città sessant’anni dopo e i suoi incroci con il calcio

Quando arrivò nelle sale Le Mani sulla Città, il film aveva vinto da un mese il Leone d’oro a Venezia. Giovanni Grazzini sul Corriere della sera lo aveva definito “una cartina di tornasole che misura la maturità artistica degli spettatori”. Invitava a non giudicarlo soltanto per il modo in cui denunciava certi speculatori di aree fabbricabili, ma pure per la sua qualità artistica, “ per la verità umana dei personaggi, per la sua forza drammatica”. 

Francesco Rosi era un autore dichiaratamente di sinistra, socialista, sebbene il montatore Mario Serandrei gli ripetesse: «Tu sei comunista e non lo sai». Sarebbe stato comunque “facilissimo condividere o respingere l’impostazione ideologica del film a seconda delle proprie idee politiche”, spiegava il Corriere della sera, ma suggeriva di non farlo, perché “l’opera non ha i segni dell’assoluto capolavoro, giacchè Rosi è ancora troppo sensibile ai toni, un po’ esteriori, della requisitoria, i quali contrastano con quella che è forse la sua vocazione più vera, di contemplatore degli scontri dialettici fra i portatori di idee, ma è fra quanto di meglio ci ha dato il cinema italiano negli ultimi anni”. 

 

Il film è una denuncia della speculazione edilizia in corso a quel tempo su Napoli. Il protagonista si chiama Edoardo Nottola, un imprenditore ricco, ambizioso. Nottola è consigliere comunale. Quando le nuove elezioni si avvicinano, crolla una vecchia casa piena di famiglie. I morti e i feriti sono molti, si scopre che l’impresa incaricata della demolizione è controllata da lui. Scoppia uno scandalo, Nottola resiste, sparge la voce che sono guai se il giro dei quattrini si arresta, fa mandar via dalle vecchie casupole le povere famiglie. Alla fine cambia partito, la maggioranza consiliare è rovesciata, lui è nominato assessore all’edilizia e nessuno potrà piu disturbarlo. Fine del film.

In sostanza è “un uomo corrotto e corruttore, al quale l’altrui debolezza spiana la strada – parole sempre di Grazzini – per la lucidità con cui è impostato il carattere del protagonista sullo sfondo di una Napoli tarlata dagli intrallazzi e dalla miseria”.

Napoli era nel pieno del laurismo. ‘O Comandante era stato due volte sindaco, prima fra il luglio del 1952 e il dicembre del 1957, poi per un pugno di mesi nel 1961. Era arrivato alla Camera per tre volte [1958, 1963, 1972], aveva cominciato la sua ascesa politica da presidente del Napoli, in una delle rare occasioni in cui l’immagine della città e della squadra di calcio coincisero. L’anno dell’incesto fu il 1952. Il 1° giugno il tribunale riconobbe Achille Lauro primo degli eletti alle Comunali, 117mila voti presi regalando in campagna elettorale pacchi di pasta e lanciando il cosiddetto proclama al popolo. Il 23 dello stesso mese corse a staccare un assegno da 105 milioni e comprò il centravanti svedese Hasse Jeppson dall’Atalanta, primo affare a cifre scandalose nel calcio napoletano e italiano.  

Gli storici raccontano che all’inizio fu tutto un equivoco. Lauro prese il Napoli senza saperlo. Ascarelli, il presidente anni Trenta, un giorno lo chiama e gli dice: «Vado a combattere in Africa, devo affidarti la mia creatura». Lauro torna a casa, racconta tutto a sua moglie, le dice di preparare una culla e si sente rispondere: «La creatura di Ascarelli? Ma quello non è neppure sposato». La creatura era la squadra. Leggende. L’incasso della partita finiva direttamente negli uffici della Flotta, la domenica sera. Del trasferimento si occupava l’ex capitano Paulo Innocenti, detto Pippone per via di un naso di un certo rispetto. Avvolgeva i soldi dentro fogli di giornale, Lauro era anche l’editore del quotidiano Roma. Ogni cosa insomma doveva essere il segno del suo padronato assoluto sulla città, sotto la bandiera del partito monarchico. Napoli apperteneva a un sovrano, e doveva appartenergli col sorriso. Questo doveva esser chiaro. 

 

Nel dubbio, Lauro si mise a combattere tutti quei film che proponevano un’immagine distorta del suo regno. Si diede a produrne, ne uscì soltanto uno. Quando il 9 ottobre del 63 Le Mani sulla Città uscì nelle sale, non era più sindaco, ma prese ovviamente malissimo il film che voleva raccontare i problemi della sua gestione e il sacco immobiliare con il quale la città stava cambiando faccia. Rosi fece ricostruire l’ufficio di Nottola, con una pianta della città stampata sui muri, all’ultimo piano dell’Hotel Jolly in via Medina, un grattacielo la cui costruzione proprio Lauro aveva autorizzato, nel cuore del centro. 

«Napoli è tutta bassa e si ritrovò questo fungo in mezzo», dice Francesco Rosi a Giuseppe Tornatore nel meraviglioso libro-colloquio uscito per Mondadori nel 2012, fonte principale di queste righe. Per documentarsi aveva cominciato a frequentare il consiglio comunale, nascosto nella tribuna dei giornalisti. Così aveva conosciuto Carlo Fermariello, un uomo del PCI, una delle voci potenti dell’opposizione, come lo era stato in precedenza l’architetto Luigi Cosenza. Rosi chiese allora a Fermariello di partecipare al film, quello rispose che doveva chiedere al partito, al partito gli dissero: – E che ci mettiamo a fare gli attori? 

«Seppi che pure Giorgio Napolitano era contrario, o almeno perplesso», riferisce Rosi a Tornatore. Eppure, regista e presidente erano stati compagni di scuola, al liceo Umberto, quartiere hiaia, nella famosa informata di teste e sguardi che nello stesso istituto comprendeva pure Antonio Ghirelli, Maurizio Barendson, Raffaele La Capria, Giuseppe Patroni Griffi. Rosi seppe che nel partito tra i favorevoli c’era Giorgio Amendola, andò a cena con lui a Torre del Greco e si fece dire: «Basta con questo perbenismo borghese, perché opporsi stupidamente a novità che possono essere utili, che possono aprire discussioni su ciò che accade a Napoli?».  

 

| «La principale difficoltà che ho incontrato nel mio lavoro di scrittore, sono io. I miei scritti mi costano molta, molta fatica, e non mi soddisfano mai. Perciò debbo usarli prima sui giornali e sui periodici, senza i compensi dei quali non potrei vivere. Insomma non posso mai scrivere il libro per il libro…» | Giuseppe Marotta

 

In effetti di cose ne accadevano. Per un misterioso disegno del Caso, il giorno dopo l’arrivo del film nelle sale moriva Giuseppe Marotta, l’autore de L’oro di Napoli, la raccolta di racconti da cui sono usciti e arrivati al cinema il guappo, il pazzariello, le pizze a credito, il professore che fa il pernacchio. Nelle pagine culturali del Corriere della sera così veniva ricordato: “Ovvio dirlo, il Marotta rivive fino in fondo una tradizione fantastica e sentimentale che nelle straducce e nei «bassi» di Napoli, non meno che nel sublime scenario dei Campi Flegrei, si testimonia, nei sembianti, nelle parole, nel costume, come nei toni della luce e negli aspetti delle cose, con una forza di suggestione che a chi la intende fa traboccare il cuore. Nella coscienza dei più miseri e ignari egli risuscita, come da atavici ricordi, qualche immagine e senso della vita cosmica che si esprimeva nelle eterne figure della mitologia. Perché negli Alunni del Sole la intonazione umoristica giuoca più che altro in superficie, come del resto in tutta la psicologia partenopea, ch’è invece singolarmente profonda; e basterebbe ricordarsi il dovizioso amalgama di buffonesco e di senso delle realtà naturali ch’è, per esempio, nel Pentamerone”.

Nel ricordo scritto da Giuseppe Maida per la Stampa “Marotta andava rivelando e ricreando il mondo dell’emigrato del Sud che scopre e impara ad amare la nebbia, il lavoro per il lavoro, il tempo ch’è danaro, la fretta, l’impersonale efficienza di un mondo organizzato sul ritmo scandito dalle ventiquattro ore dell’orologio. Questi suoi libri, in cui torna ricorrente il rimpianto della gioventù e della sua prima e invero unica patria, erano i tributi a Milano, al Nord, inzuppati in fondo di gratitudine come il pane nel latte. Se qualcuno, leggendolo, avesse voluto chiedere «Ma che cos’è Napoli? È mai possibile che si possano scrivere due, tre libri su una città?» avrebbe dovuto parlare con lui. Napoli era, per Marotta, la più vecchia città del mondo e la più giovane, la più seria e la più sfacciata, tutta antica e tutta nuova: «Una città — disse una volta — che ad ogni momento cambia colore, movimento, odore: una città che vale la pena di raccontare perché è unica». Ma a Napoli — diceva Marotta — ci sono i napoletani. Gente che una generazione di scrittori si è sforzata di raccontare, gente che si è inventata da sola, che sembra fatta apposta per cadere in una pagina”

 

L’oro di Napoli è un titolo che avremmo ritrovato spesso e volentieri accostato al calcio, ogni volta che il Napoli s’è affacciato nelle parti alte della classifica. Una variante altrettanto diffusa è stata Loro di Napoli. Comunque. In quegli stessi giorni d’ottobre del Sessantatré, la città ospitava la prima edizione di una rassegna di incontri sul cinema, il proprio cinema, rendendo omaggio a Sofia Loren, Vittorio De Sica e Totò. Grazzini sul Corriere della sera scrisse che c’era da augurarsi di vedere invitati anche Eduardo [“sebbene egli appartenga soprattutto al teatro”], i produttori Dino De Laurentiis e Goffredo Lombardo, “registi più giovani – scrisse – come Nanni Loy e Francesco Rosi, che tanto hanno contribuito alla demitizzazione della Napoli delle canzonette”. Grazzini temeva la presenza in programma di balli e serenate. 

“La vitalità espressa da De Sica, dalla Loren e da Totò – scriveva – come è stata uno dei simboli della nostra forza di ripresa del secondo dopoguerra, cosi riassume certi aspetti della polemica culturale contro il cerebralismo e l’anemia. La forza d’urto che in ambienti tanto difformi esercitano le loro figure, quasi diremmo i miti, deriva dalla loro scelta realistica. Imposta, più che consigliata, dalla natura, dalla formazione, dall’educazione napoletana. Un ragionamento unitario su questi tre nomi ha ben scarsa validità critica, mancando ogni omogeneità fra l’amaro-patetico di De Sica, l’esuberanza fisica della Loren, la smorfiosa buffoneria di Totò, ma se situiamo i tre sotto l’unico cielo di Napoli, vediamo che in qualche misura i loro connotati si integrano. Il coibente è la fiducia nella vita, sentita nel suo concreto peso d’ogni giorno; tenera, calda, grottesca, ma sempre deposito di speranze per chi la accoglie nella sua verità elementare di perenne spettacolo imprevedibile”.

Tuttavia Grazzini voleva arrivare a un altro punto, voleva arrivare a Rosi.

“Accanto al fllone del cinema più futile, il quale ripete decrepite immagini d’una Napoli canora, e avalla i funesti equivoci dettati dalle svenevolezze turistiche per il colore locale, il cinema di De Sica, della Loren e di Totò è riuscito abbastanza spesso a farci indovinare la pena che costa stare al mondo dovendo sorridere, ma anche ci ha aiutato a tenerci forti alle sorprese dell’esistenza. L’antica saggezza di Napoli, città paziente e dolorosa sotto quello smalto di letizia, vibra in molti dei loro film. Sia che celebrino l’estro fantastico e i sorrisi del cuore, sia che cantino l’esultanza dei sensi, sia che tocchino le miserie del tapino furbo e disperato, l’uomo di carne e d’ossa, e non un’astrazione intellettualistica, è al centro di questo cinema. Qui è la forza e la debolezza del «cinema napoletano». E di qui dovrebbe partire un altro discorso, per dire il rischio, umano e sociale, del sorriso stereotipato, della clemenza forzata e dell’uomo scaduto a macchietta. L’ha aperto Francesco Rosi, un altro napoletano, quasi a dire la complessità di un popolo che accoglie personalità tanto diversamente impegnate. Dopo tanti incerti avvii – continuava Grazzini – con Le mani sulla città si apre un nuovo capitolo del «cinema napoletano», scritto anche questo tenendo fissi gli occhi non su Piedigrotta ma sulla risposta che l’uomo attende dalla storia, per sapere se le bellezze del golfo, l’ombra del Vesuvio non siano, come per secoli Napoli ha creduto, il prezzo pagato al dolore e all’ingiustizia”.

 

L’ho fatta lunga, ma tra le pagine chiare e le pagine scure di Napoli e del Napoli, questo film ogni tanto ha incrociato entrambe. Durante il periodo d’oro del PSI, a Francesco Rosi fu proposto di candidarsi a sindaco di Napoli. «Rifiutai, dissi che non era il mio mestiere. Io dovevo fare il cinematografo». Poteva essere il sindaco del primo Napoli con lo scudetto sulla maglia. 

Alle amministrative del 1987, un mese e 4 giorni dopo la festa mai vista, candidati e partiti si presentarono cavalcano Maradona e le sue imprese. Il socialista Cigliano tirò fuori una foto scattata due anni prima, c’erano lui e Diego l’uno accanto all’altro a una partita per beneficenza. Fece campagna elettorale con quella. Il MSI invece mise a Santa Brigida dei manifesti di saluto alla squadra campione “che ha riscattato Napoli dalla posizione subalterna rispetto al Nord”. Ecco. Il dc Tesorone fece stampare altri manifesti: “Vota Diego”. Dove Diego era lui, ma pure Lui. Diventò sindaco Pietro Lezzi, nel racconto di Francesco Rosi «mio amico carissimo, socialista, di lui ho sempre pensato che fosse adattissimo a fare il sindaco di Napoli. Ricordo che mi disse: – Franco, non fare complimenti, se vuoi io mi ritiro. Gli risposi: – Ma che, sei matto?».  

Lezzi si presentava al campo alla vigilia di ogni partita importante, qualche volta al San Paolo, altre a Soccavo. Andava a tirare un calcio di rigore alla fine di un allenamento. Lui sul dischetto, Ferlaino in porta – imprenditore edile pure lui – in porta ma con le mani distese solo fino a un certo punto. Il rigore di Lezzi lo faceva passare. 

Aveva per titolo Le mani sulla città anche il pezzo di Gianni Mura su Repubblica qualche giorno dopo lo scudetto. Un pezzo nato da un’intervista a Claudio Garella, portiere anomalo, irrituale, ma scritto tutto in soggettiva, come fanno i registi al cinema. Diceva: 

 

“Mi chiamo Claudio Garella e sono passato dalle garellate a Garellik. Sono un uomo felice e un calciatore felice. Non chiedo giustizia alla critica, faccio parlare i risultati, che devo dividere con tutti i compagni, certo, ma per qualcosa c’entrerò pure io. Voi dico, dico voi giornalisti in generale, non ce l’ho con lei che mi ha chiamato Compare Orso, anzi mi piace, voi dite che sono brutto, grasso, sgangherato, clownesco, antiatletico, un portiere da hockey eccetera. Io invece dico che sono un portiere vero e non invidio nulla a nessuno, nemmeno a Zenga che pure è il più bravo di tutti”. 

A me di non prendere gol per 1254′ non me ne frega niente, sono robe da contabili, a me basta che si vinca 4-3, quello che posso lo paro e sennò amen. Non tengo in casa videotape di partite e nemmeno agendine con le caratteristiche degli attaccanti, mi sembra ridicolo, e non so quanti rigori ho parato nella mia carriera, un portiere mica si giudica dai rigori che para.

Quel cinese diceva che non importa se il gatto è nero o grigio, basta che prenda i topi. E io dico che il portiere basta che pari, se poi vola come un angelo o la becca di piede, come faccio spesso io, basta che la palla non vada dentro. Se va dentro, per un bel gesto atletico, io batto le mani a chi mi ha infilato. Cosa c’è di strano? Non siamo mica dei selvaggi. Criticatemi pure, dite che sono un portiere da ridere. Forse sono un portiere che sa ridere, scherzare. Le mani sulla città volevo averle io, domenica, in senso buono, per stringerla quant’è grande. Prima mi ha fatto gol Baggio, poi è entrata in porta la felicità, sono così felice che quasi mi vergogno”

– di gianni mura, Repubblica, 13 maggio 1987

 

Sono passati sessant’anni da quel Leone d’oro, da quell’uscita nelle sale, contrastata pochi giorni dopo da un decreto della magistratura. Le nuove mani sulla città sono quelle di Alex Meret.  Hanno incrociato qualche critica per gli ultimi gol presi, compreso quello in stile biliardino contro il Real Madrid. E niente, domani è il compleanno di Gianni Mura. 

 

in tv oggi ore 12.30 Sky e Dazn: Monza-Salernitana | 15 Dazn: Lazio-Atalanta e Frosinone-Verona | 18 Dazn: Cagliari-Roma | 20.45 Napoli-Fiorentina

 

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  IL CONIGLIO DAL CILINDRO

Le mani di Giroud

Devono essere gli effetti della crisi economica. È che bisogna imparare a far tutto. Così, capita che i portieri si mettano a fare i centravanti e a segnare gol come Provedel, mentre gli attaccanti vanno in porta e parano, come ieri Olivier Giroud contro il Genoa. Prima dei cinque cambi era più frequente che capitasse. Capitò a Ciccio Graziani in un Torino-Borussia ‘Gladbach in Coppa UEFA nel 1976, capitò a Bilica del Venezia che parò pure un rigore a Shevchenko. 

Marco Fallisi sulla Gazzetta dello sport scrive: “A 37 anni pensava di aver visto di tutto, ma vestirsi da portiere del Milan gli mancava”. Alberto Polverosi sul Corriere dello Sport-Stadio lo chiama un manicomio che ha portato il Milan in testa al campionato. 

0-1   

 

L’EQUILIBRISTA 

Le mani di Milinkovic-Savic

Massimiliano Nerozzi sul Corriere della sera scrive che “s’è deciso tutto in quell’incipit di ripresa: due calci d’angolo di Kostic, due uscite di Milinkovic-Savic in versione Sliding doors, ma senza essere Gwyneth Paltrow. Morale: zampata di Gatti, stavolta nella porta giusta, e zuccata di Milik”. 

2-0    

 

IL CORPO DELL’INTER TAGLIATO A META’

Le mani di Sommer

Paolo Tomaselli sul Corriere della sera dice che “c’è qualcosa che fa venire il mal di testa all’Inter e le fa perdere il primo posto: cinque punti potenziali sfumati a San Siro contro Sassuolo e Bologna sono abbastanza per pensare che ci sia un problema da risolvere, non tanto sulla Via Emilia, ma lì in mezzo al campo, dove nascono le idee e le connessioni con l’attacco. Con il Sassuolo una papera di Sommer aveva riaperto la partita, chiusa poi da una perla di Berardi.  Con il Bologna, ci vuole una cintura vecchio stile in area di Lautaro su Ferguson, rivista dalla Var dopo che l’azione era ripartita, per riaprire tutto Orsolini è freddissimo nel calciare il rigore sotto alla curva Nord contro uno specialista come Sommer, che sfiora il pallone”.

2-2 

 

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