Cinquant’anni di Thrilla in Manila, il match che chiuse un’era per la boxe

 

Ali vs Frazier 1975: due vincitori e due sconfitti

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Senza il leggendario accompagnamento di un Norman Mailer e di un Giovanni Arpino, un anno dopo Kinshasa venne Manila, dopo quel Rumble venne il Thrilla, e la storia del pugilato aggiunse un match in più da ricordare. Un match che fu violentissimo, primitivo. Mark Kram ne offrì un resoconto altrettanto potente su Sports Illustrated dell’epoca. Descrisse il match come “un’esperienza ai limiti dell’umano”, dove entrambi i pugili si spingevano oltre le loro capacità fisiche e mentali. Ancora oggi la sua cronaca viene considerata una delle vette nella narrazione della boxe, una lettura imprescindibile. 

È meravigliosa e crudele la descrizione che Kram fa del gala di ricevimento che seguì il match. “Ali era stato condotto su per la scala a chiocciola ricoperta di un tappeto rosso da Imelda Marcos, la First Lady delle Filippine, come ospite d’onore del Palazzo Malacañang. Una musica dolce veniva dalla terrazza mentre la bellissima Imelda accompagnava il campione del mondo dei pesi massimi al lungo buffet ornato da enormi candelabri. I due si sussurrarono qualcosa, lei si fermò e gli riempì il piatto, e mentre lui aspettava, le candele gettarono una luce inquietante sul volto di un uomo che solo poche ore prima era sopravvissuto all’ultima inquisizione su se stesso e sulla sua arte. Il più folle degli esistenzialisti, uno dei grandi surrealisti del nostro tempo, Ali non era mai apparso così vulnerabile e fragile, così poco maestoso, così pietosamente lontano dall’universo che rivendicava come suo, esclusivo. Riusciva a malapena a reggere la forchetta e sollevò lentamente il cibo fino al labbro inferiore, raschiato dai colpi fino a essere diventato rosa. La pelle del viso era opaca e chiazzata, gli occhi privi di quella familiare meraviglia infantile. Quello destro era diventato di un viola intenso e stava iniziando a chiudersi, era una tenda scura davanti a una luce intensa. Ali masticò il cibo con fatica, poi si allontanò improvvisamente dalle candele come se si fosse reso conto della maschera che portava, come se una voce interiore lo stesse deridendo. Scrollò le spalle e l’attimo passò”. [Il pezzo è per intero qui: prendetevi 10 minuti]

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“Fu una battaglia – ha scritto una volta Emanuela Audisio su Repubblica – che lasciò macerie. Ali, 33 anni, per vincere smise di volare e di evitare i colpi, accettò che l’altro scatenasse la furia sul suo corpo. Voleva farlo sfogare, si fece bastonare, e quella notte pisciò sangue. Vinse, ma la sua bocca era tumefatta, l’occhio destro viola. Anche Frazier aveva l’occhio (sinistro) chiuso. Il suo trainer Eddie Futch con una lama da rasoio tagliò il bozzo per far defluire il sangue. Joe filò subito a letto e chiese di accendere la luce: «Non vi vedo»”. 

Roberto Fazi, inviato per la Gazzetta dello sport a Manila parlò di un mondiale selvaggio e di due pugili distrutti. Sul suo personalissimo cartellino Fazi aveva Frazier in vantaggio di cinque punti. La Gazzetta dovette spiegare che i match dal vivo sono un’altra cosa rispetto alla visione in tv. La profondità dei colpi non s’avverte. 

Nella sua cronaca Fazi ebbe un’intuizione che oggi possiamo dire profetica. Scrisse: “Mohammad Ali può darsi alla lettura del Corano e Joe Frazier alla musica jazz: per entrambi il pugilato è finito. Ali aveva intorno ai fianchi uno straterello di grasso che a Kinshasa non c’era, ma riteniamo Clay troppo intelligente per pensare a una cattiva preparazione o alle sue intemperanze sessuali. Dobbiamo ormai ritenere che il labbro di Louisville e Smoking Joe sono arrivati alla fine della carriera”. Si erano definitivamente prosciugati l’uno con l’altro. Ancora Fazi: “Alla campana dell’ultimo round Frazier non lasciava lo sgabello. Incredulità prima, esultanza poi del pubblico, tosto frenata dallo stesso Ali, che si sdraiava esausto sul ring. Tutti gli si facevano intorno: il campione accettava lo sgabello dove restava a capo chino per alcuni minuti. Era come se la fine del match avesse trovato sul ring due uomini sconfitti”

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Mario Gherarducci sul Corriere della sera trovò “malinconicamente affievolita” la potenza di Frazier, che gli parve ridotto a “un monotono robot”. Fu sorpreso dalla necessità di Ali di ricorrere allo sgabello al termine di ogni round, lui che restava sempre in piedi. Scrisse: “L’ossessionante aggressività non ha mai consentito a Clay quelle pause che sono indispensabili anche per un fuoriclasse che ormai s’avvia a compiere i 34 anni. I quasi 102 chili accusati da Clay – il peso più alto fatto registrare dal pugile di Louisville in una sfida mondiale – indicano che la sua preparazione deve essere stata meno accurata di altre volte, privandolo di quella mobilità della quale avrebbe avuto bisogno per sottrarsi all’assillante forcing di Frazier. Clay ha cosi adottato per lunghi tratti la stessa tattica usata un anno fa a Kinshasa contro Foreman: s’è chiuso in una guardia stretta e passiva – che probabilmente avrebbe indotto un arbitro europeo a contarlo in piedi – per preparare rapide sortite a due mani che hanno progressivamente fiaccato la resistenza di Frazier”. 

Di Manila ha scritto sul Guardian Thomas Hauser, l’autore statunitense del libro da cui è stato tratto Missing di Costa-Gavras e poi biografo di Muhammad Ali. Racconta di quando a distanza di tempo rivide il match insieme con Muhammad Ali, e mentre lo guardavano quello ancora sussultava davanti ai colpi di Joe Frazier, come se li avvertisse ancora sul suo corpo. 

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“Per mesi – racconta Hauser – Ali e io avevamo rivisto i suoi incontri per un libro che stavo scrivendo come suo biografo autorizzato. Avevamo visto Henry Cooper mandare Cassius Clay sull’orlo dell’oblio con un gancio sinistro perfetto. Avevamo visto Joe Frazier mandare Ali al tappeto nel 15° round del loro primo incontro al Madison Square Garden, e Ken Norton fratturare la mascella di Muhammad. Quei pugni erano iscritti nei registri della storia, come i colpi assestati da George Foreman nel Congo. Ma guardare Ali–Frazier III fu un’esperienza diversa. Nonostante fosse una delle più grandi vittorie sul ring di Muhammad, non c’era gioia nel suo volto mentre Thrilla in Manila si svolgeva. Seduto accanto a me, sussultava quando alcuni dei colpi di Frazier andavano a segno. Pareva rivivere il dolore. Quando il nastro finì, si voltò verso di me e disse: «Frazier si è arreso poco prima di me. Non pensavo di poter più combattere»”.

Jerry Izenberg, uno dei principali giornalisti sportivi dell’epoca, scrisse che non si trattava solo in u match di boxe, “Ali e Frazier stavano combattendo per qualcosa di più importante. Stavano combattendo per il dominio dell’uno sull’altro. Non ho mai visto nulla di simile. Quella notte entrambi vinsero, quella notte entrambi persero”

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