Ci vuole un fisico bestiale perché siam barche in mezzo al mare
Luca Carboni
Il tempo di Niang, la stella cometa del basket italiano
La fisicità che l’Italia dei canestri non sapeva di avere si è manifestato tutto insieme in una sera, la sera giusta, una delle più luminose per il basket italiano così ingrigito negli ultimi vent’anni. Quando bisognava battere i campioni d’Europa in carica, i campioni del mondo di sei anni fa, sono sbucati da un angolo buio i 2 metri e 10 di Mouhamet Diouf [14 punti e 8 rimbalzi] e l’intelligenza di Saliou Niang, un’ipotesi di spacca-partite da un metro e 99, uno che da quell’altezza e con quelle braccia lunghe sa sempre in anticipo dove portarsi e dove farsi trovare. «Le prende tutte lui, le prende tutte lui» ha sottolineato a un certo punto Flavio Tranquillo in telecronaca su Sky. Dieci punti e dieci rimbalzi prima di dover andare in panchina con il ghiaccio sulla caviglia.
Che altro è successo
Anche la Francia ha scaraventato in campo una buona dose di fisicità per battere la Polonia e rendere decisivo un parziale di 16-4. Senza Alexandre Sarr infortunato, decisivo è stato Guerschon Yabusele [36 punti], una difesa aggressiva che ha tenuto gli avversari a 76 punti con 14 palle perse, 13 rimbalzi in attacco presi e solo 9 concessi in difesa alla Polonia. Doppia-doppia da 14 punti e 10 rimbalzi per Elie Okobo. L’Equipe ha dato 9 in pagella a Yabusele [ullallà] per la terza prestazione offensiva più roboante degli ultimi trent’anni dopo i 37 punti di Tony Parker nel 2008 e di Yann Bonato nel 1995.
Paola Egonu contro il suo allenatore
Stefano Lavarini è uno dei sei allenatori italiani arrivati ai Mondiali femminili di pallavolo su una panchina straniera, il secondo che la Nazionale deve affrontare dopo aver fatto fuori Giulio Bregoli e la sua Germania agli ottavi. Ma Stefano Lavarini è un po’ più speciale degli altri. Guida la Polonia ma è l’allenatore che ogni giorno lavora in palestra a Milano con Paola Egonu. Ha trascorso le ultime stagioni pure con Miriam Sylla e Alessia Orro, le due azzurre che stanno per lasciare la serie A, una diretta al Galatasaray, l’altra al Fenerbahçe. Sylla ha voluto chiarire in un post su Instagram che nella sua scelta non c’entrano i rapporti con lui. Così si raccontava in giro.
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I temi del giorno
Sinner, cannibale del tifo: l’impossibile rivalità con Musetti
Ci sono stati ventinove derby da Grande Slam per il tennis italiano, il trentesimo è una di quelle partite che viene chiamata un confronto di stili. Se non esistesse intorno a Jannik Sinner un tale plebiscito di simpatia e di consensi, la faglia che divide il suo gioco da quello di Lorenzo Musetti sarebbe perfetta per costruirci sopra un dualismo di senso compiuto.
Ma nel trasporto nazional-popolare per Sinner c’è molto di più dell’apprezzamento oggettivo per la tecnica o per l’agonismo di un campione. Nel trasporto nazional-popolare per Sinner c’è la richiesta disperata di una supplenza, l’esigenza di trovare da qualche parte un polo verso cui orientare l’ago della bussola del tifo. Appartenere a qualcosa, a qualcuno, per vivere una storia gloriosa.
Sinner è arrivato a colmare il vuoto di una Nazionale di calcio che non gioca i Mondiali dal 2014 e non passa i gironi da vent’anni, ma anche [o forse soprattutto] per compensare una rarità di successi che attraversa le grandi masse di fedeli dei grandi club. La Juventus è senza scudetti dal 2020, il Milan ne ha vinto uno in 14 anni, l’ultima Champions italiana è del 2010, mettiamoci pure la Ferrari che manca il Mondiale piloti dal 2007.
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Pensieri e parole di Flavia Pennetta nel momento del ritiro
“Lasciami dire ancora una cosa”
Ecco, ci siamo. Adesso lo dico. Fabio lo sa. Lo sa da tanto. Lo sa da quando a inizio anno abbiamo cominciato la nuova avventura, una nuova stagione, un nuovo giro del mondo, i tornei, gli alberghi, i ristoranti. Ogni volta che finiva New York ci pensavo. Questo è l’ultimo. Poi proseguivo. Ora è vero, ora è tutto vero, sparo questa verità in faccia al mondo con una Coppa in mano. Anche Roberta lo sa. L’ho battuta e gliel’ho detto, poco fa, prima, a bordo campo, mentre lei si copriva le labbra con l’asciugamano per dirmi tu sei matta, tu sei sempre stata completamente matta. Forse ha ragione lei, forse ci vuole più follia che ragione per andarsene così. Per questo non lo fa quasi nessuno. Io non la chiamo follia, io lo chiamo sentimento.
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Dai campi
Il figlio di Lauda non sapeva che lavoro facesse il papà
Nel week-end che porta al GP di Monza, il Corriere della sera ha intervistato Lukas Lauda, figlio di Niki.
Lei ha 46 anni: non era neanche nato nel 1975, quando ha iniziato a conoscere le imprese di suo padre?
«Ci ho messo diversi anni. Perché lui non ne parlava mai della Formula 1, per noi era soltanto un papà che viaggiava molto, ma quando stava a casa si dedicava completamente alla famiglia. La prima volta che mi sono reso conto che era un personaggio famoso è stato a Ibiza. Ho vissuto e sono andato a scuola lì fino a otto anni, a Sant Carles, e anche dopo ci tornavamo sempre in estate con mio fratello Mathias. Un giorno mi porta al villaggio, eravamo seduti in un bar e vedo che inizia ad arrivare gente attorno a lui».
Che cosa volevano?
«Autografi. O semplicemente stringergli la mano e fargli i complimenti, domandargli qualcosa. Non capivo, così gli ho chiesto: “Perché vengono tutti da te?”».
E lui?
«Ricordo come fosse ieri la risposta, sarà stato il 1982 o 1983: “Perché sono un pilota di Formula 1, sono stato due volte campione del mondo”. Così ho scoperto chi era veramente». – intervista di daniele sparisci, Corriere della sera
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