Lo Slalom del 10 settembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

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#2 giorni ai Mondiali maschili di pallavolo 

     

►  LA NORVEGIA ha risposto ai 10 gol complessivi dell’Italia contro Estonia e Israele per le qualificazioni ai Mondiali facendone 11 tutti assieme alla Moldavia. L’Inghilterra ne ha segnati cinque in Serbia, la Francia ha dovuto rimontare l’Islanda, Ronaldo ha segnato ancora una volta per il Portogallo contro l’Ungheria. In Sudamerica l’Argentina è stata battuta dall’Ecuador, il Brasile ha perso con la Bolivia – che andrà ai play-off. 

◇  La Nazionale italiana Under-21 ha vinto anche la seconda partita della gestione Baldini: 1-0 in Macedonia. 

◇  La Juventus ha inaugurato la Hall of Fame al suo museo. Luka Modric ha compiuto 40 anni. Il Camp Nou non è ancora pronto e il Barcellona dovrà giocare all’Estadio Cruyff sulla collina la partita con il Valencia. Poiché si gioca il 14 – numero di maglia di Cruyff – al Mundo Deportivo sono parecchio contenti e ci fanno la prima pagina. 

◇  La Turchia e la Grecia sono le prime due nazionali qualificate per le semifinali agli Europei di basket. Hanno superato la Polonia e la Lituania. Il turco Alperen Segun ha messo a segno una tripla-doppia: 19 punti, 12 rimbalzi e 10 assist in 30 minuti. Ne aveva piazzata una Luka Doncic nei giorni scorsi e non accadeva da trent’anni di avere un Europeo con due giocatori in tripla-doppia. Marca le ha contate e dice che sono cinque in tutto

◇  Egan Bernal è tornato a vincere una corsa dopo quattro anni. L’ha fatto in un’altra una tappa della Vuelta tagliata per le proteste dei manifestanti contro la partecipazione della Israel Premier-Tech o forse contro la Vuelta che li ha invitati. La corsa è stata neutralizzata a 8 km dal traguardo, ai piedi della salita finale. Bicisport si è accorto che Bernal ha vinto una tappa neutralizzata e accorciata in tutti e tre i Grandi Giri da tre settimane. Oggi Marca apre il giornale con una intervista a Jonas Vingegaard. La maglia roja parla del senso di insicurezza che si vive in gruppo. Eh, Jonas: dillo a chi vive a Gaza. 

 

   

Bisogna assomigliare alle parole che si dicono

Stefano Benni

  

La chiusura del Bar dello Sport

Il Bar dello Sport aprì negli stessi anni in cui le tragiche avventure del ragioniere di Ugo Villaggio stavano impilate sugli scaffali delle librerie, l’uno e l’altro anticipavano il Malaussène di Daniel Pennac e davano vita a due aggettivi parenti, benniano e fantozziano, destinati a entrare nel vocabolario della satira, del pop, della distopia che non si chiamava ancora così, del nostro realismo grottesco quanto quello del Sudamerica era magico. Così ieri mattina, Benni e Fantozzi stavano uno accanto all’altro proprio nelle righe quassù, per dire dell’assurdo accumulo di realtà improbabili nei minuti finali di Israele-Italia, il 4-2 che diventa 4-4, il 4-4 che poi è un 4-5, il 4-5 che quasi diventa 5-5.  

Quando diventi un aggettivo, allora ce l’hai fatta. Non tu, non la persona, non c’entrano la fama, i soldi, la vanagloria. Quando diventi un aggettivo significa che ce l’hai fatta a imporre una lingua, un tono, uno sguardo sulle cose, una maniera di stare al mondo [Sky Sport Insider]. Fabrizio Bocca rende omaggio al suo nume tutelare e spiega sul suo Bloooog che se questo posto esiste, ha uno spirito libero e anarchico, è una porta sempre aperta sul mondo e sembra davvero di stare dentro a un bar di paese, è perché “Bar Sport”, piccolo libro che nessuno allora si filava, lasciò in me una traccia fortissima un giorno che lo acquistai per caso, correvano gli anni 70, prima ancora che Stefano Benni divenisse uno scrittore di fama. Ricordo di averlo comprato per poche lire, in una cartolibreria romana vicina a uno studio di  pedicure, essermelo messo in tasca e averlo cominciato a leggere in una sala d’aspetto d’un callista ridendo come un cretino davanti a una serie di personaggi seriosi e molto silenziosi. Probabilmente sofferenti per i calli ai piedi. E da allora non scrivo ma cazzeggio, osservando l’umanità più disparata.

Il Bar Sport di Benni è quel posto dove – lo scrive Vito  Lamorte su Fanpagec’è chi discute all’infinito su fuorigioco inesistenti, chi ricorda gol mitici mai visti, chi inventa leggende di partite in campi fangosi. È il calcio del quartiere, degli oratori e delle “figurine Panini”, un mondo in cui il pallone è al centro di amicizie, rivalità e sogni infantili. Benni restituisce a quel calcio minore una dimensione epica e ironica, mette in ridicolo presidenti-padroni, arbitri onnipotenti, procuratori e giornalisti, mostrando come lo sport si sia trasformato in un ingranaggio commerciale che spesso dimentica la passione dei tifosi.

Ma prima ancora del Bar c’era stata la pallastrada ne La compagnia dei Celestini, dove nella stanza dei fratelli Finezza la palla non toccava mai terra, rimbalzando solo da un piede all’altro dei gemelli. L’ordine dei desideri del bambino Stefano Benni – ha scritto Marco Ciriello sul suo Mexican Journalist – recitava: calciatore, pianista, pescatore. Poi, alla fine, è diventato scrittore, riuscendo a riscriverle tutte quelle vite che desiderava e non ha avuto. Soprattutto calciatore, inventandosi la Pallastrada, un calcio selvaggio e includente, che ha parlato a tutti i bambini del mondo, soprattutto quelli arabi. Benni aveva una mitologia calcistica solitaria e selvaggia: lui, un pallone e un bosco dell’Appennino, e poi una mitologia calcistica collettiva: il Bologna che vinse lo scudetto nel 1964. Dall’unione delle due è nata La compagnia dei celestini

Sul suo Giro di Ruota, Giovanni Battistuzzi ricorda che non di solo calcio si nutrì lo sguardo dissacratore del Benni sportivo, per esempio c’è Il Grande Pozzi – altro racconto presente in Bar Sport – che irride la cosiddetta epica della bicicletta, i toni usati per le leggende, per Coppi, per Bartali. Benni racconta in quelle pagine la sfida tra due corridori immaginari, il grande Pozzi – appunto – e il famoso Girardoux. Il ciclismo tornerà anche in Achille ed Ettore, dove due amici si sfidano in una sagra di paese per aggiudicarsi una bicicletta leggendaria “piovuta dalla strada”.

Battistuzzi scrive allora che Marco Pantani lo ha spinto ad andare in bicicletta ma “quel racconto di Stefano Benni mi convinse che io ero uno à la Girardoux, uno che con la bicicletta si divertiva e che non si sarebbe mai fatto mancare niente, oltre la bicicletta. Perché la bicicletta basta a se stessa. Basta soprattutto a me stesso perché è in fondo il modo migliore per fare ogni cosa. E ti perdona tutto. Basta non competere. Basta godersi il pedalare”.

Paolo Armelli per Wired dice cheBenni era soprattutto un idealista fantasmagorico, e proprio l’infinita invenzione di mondi, di magie ma anche di disincanti era la sua chiave non solo per decifrare la realtà ma anche di decostruirla, e lasciarla nuda nei suoi paradossi, nelle sue complessità più vivide, quelle più urgenti su cui agire. Restano le sue storie così vivaci, ironiche, sbalordite e sbalorditive

Paolo Di Paolo su Repubblica aggiunge che Benni non faceva solo ridere: da acuto setacciatore di verità esistenziali nascoste nelle pieghe della vita minima, nel trantran della quotidianità, con particolare slancio e struggimento per quella di provincia, sapeva farsi – inventando una definizione su due piedi – espressionista malinconico-morale. Anima le fantasiose e fantastiche vicende dei suoi personaggi uno spirito da osservatore civile, uno che – alfiere e moschettiere – riconosce il Peggio e i peggiori e sa che, se non subito, prima o poi saranno puniti. Intanto, dalla commiserazione e dalla divertita indignazione dei lettori.

Paolo Di Stefano sul Corriere della sera ne ha cercato le radici e le ha trovate nel solco di una tradizione italiana illustre: che parte, come sappiamo, dal Contrasto di Cielo d’Alcamo e arriva a Campanile e Flaiano, passando per Ruzante, Folengo, Goldoni, Dossi, Gadda eccetera. Compagni di strada ideali di Benni, con molti altri (e per ragioni diverse), si possono intravedere nei più vecchi Luigi Malerba (classe 1927) e Gianni Celati (classe 1937) e nei coetanei Aldo Busi ed Ermanno Cavazzoni. Malerba e Celati hanno abbandonato presto la vena comica: il primo per darsi al romanzo storico; il secondo, dopo le grandi prove degli anni Settanta (poi raccolte nei Parlamenti buffi), per intraprendere le narrazioni delle pianure e delle apparenze. Cavazzoni è sempre rimasto fedele a sé stesso, così come Benni, mentre Busi va invece considerato un genio a sé. Si tratta comunque di un filone che, in questa declinazione particolare, ha un comune denominatore nelle origini padane (emiliano-romagnole-lombarde): un altro nome da ricordare è quello di Gene Gnocchi, che prosegue nelle sue sperimentazioni spericolate.

Il manifesto ricorda il tratto di strada fatto assieme con Tommaso Di Francesco, gli anni nei quali la nostra scrittura troppo spesso seria e greve per i contenuti affrontati e a noi connaturati, diventava con lui divertita e allegra pure se affrontava gli stessi temi pesanti delle nostre analisi sulla sinistra o sulla guerra. Per noi era il Benni furioso. C’era di più che non «una risata vi seppellirà» nei suoi testi. C’era e c’è una ricerca colta e critica della funzione omologante dei miti, del racconto di quelli antichi collegati a quelli contemporanei e metropolitani. Così, dalla sponda del marciapiede opposto, Giulio Silvano sul Foglio dice proprio che Stefano Benni è stato il sol dell’avvenire della generazione Y, ma poi considera che la sua fiaba è morta ben prima di lui.

Stefano Bartezzaghi su Repubblica ha scritto che tra quelle colonne continue, così austere e continuamente mobilitanti all’impegno politico e intellettuale la lettura faceva un salto, questo era il Benni del Manifesto, un teatrino delle marionette montato in un angolo della pubblica piazza. Benni faceva lo slalom tra gli stereotipi dei generi narrativi, padroneggiava i codici dell’ironia, poi la sua inventiva si allargava al mondo. Con una inimitabile tenerezza. Benni era il solo a far ridere di politica standosene davvero altrove. Era diventata la lingua di Stranalandia: infanzia e facondia, ingenuità e sapienza. Parole e creature, nomenclature e cosmologie di un demiurgo alle cui indignazioni scappa sempre un po’ da ridere, incline alla rima, alla poesia, al blues, alla lettura ad alta voce, alle sghembe disarmonie di Thelonious Monk.

Stefano Paolo Giussani su Huffington Post è convinto che Benni riderebbe dei tentativi diffusi di ricordarlo con la dovuta solennitàgiacché tu, che hai sempre detestato la retorica e le parole vuote, ci hai insegnato che si può parlare delle cose più serie ridendo, che si può denunciare l’assurdo del mondo attraverso l’ironia più tagliente. Oggi che ci hai lasciati, riprendiamo in mano la tua “Lettera dallo spazio” e troviamo tutto il tuo genio: quella capacità unica di mettere a nudo le contraddizioni umane guardandoci da fuori, come se fossimo davvero degli “alieni” per qualcun altro. Quando facevi parlare gli abitanti di Seuisprusbellusdetottukosmox, in realtà ci stavi mostrando uno specchio spietato della nostra umanità”b.

Dalla Spagna arrivano l’omaggio di Abc [maestro della satira italiana] e di El Pais, dove Íñigo Domínguez gli dà anche la corona della fantasia tragicomica

Micromega ha rilanciato in rete ieri un intervento di Benni stesso su filosofia e comicità, due pensieri della disobbedienza che spaventano i padroni del videocentrismo, un testo nel quale Benni sosteneva che la filosofia cerca verità ultime, l’ironia le penultime, la filosofia è il regno della metafisica, il comico della patafisica quotidiana.

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«Abbiamo riso tantissimo insieme, perché Stefano amava moltissimo ridere di tutto e di tutti. Mi ricordo le sue smorfie da clown e la sua capacità di fare grandi scherzi e prendersi gioco di chiunque. Una volta mi ha invitato a Bologna per una specie di convegno alternativo e mi sono ritrovato in una chiesa sconsacrata dove ho dovuto attraversare tutta la navata tra due ali di persone che cantavano La Marsigliese. Di fronte a situazioni di questo tipo, Stefano si divertiva tantissimo. In fondo era un erede della commedia dell’arte. Mi faceva ridere con le sue battute folgoranti, con le sue idee e i suoi progetti assurdi. Come quando mi parlò di un libro dedicato alla psicoanalisi degli animali, raccontandomi le irresistibili sedute psicoanalitiche di una formica individualista o di un elefante con il complesso della proboscide» Alla fine della sua vita, Fellini diceva che sarebbe morto perché non riusciva più a sognare. Secondo me, Stefano è morto perché non riusciva più a ridere».

DANIEL PENNAC intervistato da Fabio Gambaro, Repubblica

|  parole  Benni raccontato da sé stesso: lo scorrere del tempo

Col pensiero razionale è impossibile affrontare quanto è già passato e quanto ti resta senza provare vertigine. Per questo preferisco vivere nel tempo circolare della letteratura, dove posso leggere un libro scritto mezzo secolo fa come se l’autore fosse davanti a me, o posso inventare un personaggio che nell’anno tremila parla del suo passato. Un grande scienziato, credo Niels Bohr, diceva: ogni tanto vorrei avere l’idea del tempo che hanno i bambini.

 ➣   Il luogo cui hai dato la massima riconoscibilità (antropologica e culturale) è il famoso Bar Sport. Forse la prima accademia del quotidiano. Davvero i luoghi ” eterni” sono solo nei nostri ricordi?

Sì, li ricordiamo con nostalgia un po’ imprecisa. Erano belli, ma rievocandoli ci sembrano ancora più sereni e divertenti di quanto in realtà fossero. Quello che rimpiangiamo davvero è che eravamo giovani

 ➣   Lo dici quasi con una forma di rimpianto.

Lo dico consapevole di non essere mai invecchiato, è il mio corpo che ha deciso di invecchiare intervista di antonio gnoli, Repubblica, 13 agosto 2017 [per intero qui]

 Segue qui


  

 Che cosa stanno leggendo in Europa

 🟨   In Spagna il caos della Vuelta – In Francia e in Inghilterra le vicende della Nazionale – In Italia l’attesa per Juve vs Inter

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I temi del giorno

   

Gli 11 gol della Norvegia e il dibattito sulle qualificazioni

Neppure il tempo di sussultare e palpitare per i cinque gol dell’attacco spezza-reni Retegui-Kean che la Norvegia alla Moldavia ne ha fatti undici. Cinque da solo Haaland. La differenza reti in Scandinavia è schizzata di nuovo a +16 e viene da ripensare al 2-0 dell’Italia definito ieri esangue da Paolo Condò sul Corriere della sera, quando sospettava con l’imperversare norreno finiremo di pagare le modalità grottesche dell’esonero di Spalletti, che venne mandato in panchina da licenziato nella partita in cui la goleada era d’obbligo.

L’11-1 della Norvegia segue in questa finestra il 5-1 della Grecia alla Bielorussia, il 5-0 del Portogallo all’Armenia, il 6-0 della Bosnia a San Marino, il 6-0 del Belgio al Kazakistan, il 4-0 della Croazia al Montenegro. 

Così, Vincenzo Lacerenza su Rivista Undici considera che questo break internazionale ha riacceso i riflettori sul dislivello tecnico tra le superpotenze calcistiche e le selezioni minori, ovvero quelle con il Ranking FIFA più basso, ribadendo con forza l’esigenza di un barrage preliminare. Una sorta di scrematura, capace di scongiurare partite dal destino segnato, garantirebbe maggiore equilibrio e valorizzerebbe il percorso di qualificazione

È uno spunto interessante. La riflessione segnala come il Times abbia fatto notare che l’inghilterra ha giocato negli ultimi 20 anni più volte con Andorra che con l’Argentina e suggerisce così uno schema di qualificazione tipo quello asiatico o del Centro-america. Le più in basso nel ranking si sfidano fra loro, chi vince compra il vestito buono e va alla festa. 

Giustamente Lacerenza ricorda l’importanza della Nations League a fasce per la crescita tecnica di certe piccole nazionali e suggerisce un format di questo tipo che garantirebbe una progressione naturale per le squadre meno competitive, offrendo loro l’opportunità di crescere e di competere a livelli più alti in modo sostenibile e graduale. È un po’ quello che già accade con la tanto stigmatizzata Nations League, che attraverso il sistema delle leghe garantisce un ecosistema competitivo e armonico.

Giusto. In effetti la Nations League ha fatto vivere a molte nazionali situazioni di gioco mai sperimentate. Come si va in vantaggio, come si difende l’1-0, come si arriva agli ultimi minuti ancora con l’ipotesi di pareggiare. È stato così importante che molte squadre sono cresciute. Questa crescita non si può frustrare o azzerare. Sono così cresciute che nella stessa finestra degli 11-1 e dei 6-0 l’Armenia ha battuto 2-1 l’Irlanda, Cipro ha fatto 2-2 con la Romania, Andorra ha perso solo 0-2 in Inghilterra e le Faroe solo 0-1 dalla Croazia, la Svezia è caduta in Kosovo e la Germania è stata battuta dalla Slovacchia. Segue dibattito. 

La sarabanda della Spagna

Meravigliosa Spagna, spettacolo e trionfi titola il Corriere dello sport-stadio dopo le prestazioni di questi giorni della squadra campione d’Europa. Generazione di fenomeni, un calcio che fa innamorare è l’occhiello sull’intervento in cui Alberto Polverosi sottolinea come contro la Turchia, Lamine Yamal ha imperversato, eppure delle sei reti segnate ben cinque portano la firma di centrocampisti, tripletta di Mikel Merino e doppietta di Pedri, segno che il collettivo produce lo stesso livello di calcio dei fenomeni. Non solo, un paio di volte Yamal è andato a rubare la palla a Yildiz per dare una mano a Pedro Porro, terzino destro della Spagna in attesa del rientro definitivo di Carvajal. Fantasia e senso di squadra, cos’altro si può chiedere”.

L’aspetto più entusiasmante – si legge nel pezzo di Polverosi – sta forse nella bellezza dei gol di questa nazionale. Il primo, quello di Pedri, era già un piccolo capolavoro: finta su Calhanoglu e tiro piazzato dal limite dell’area sul secondo palo. Il secondo è stato come un concerto di violini, un tocco, massimo due: Zubimendi per Pedri, controllo e passaggio a Cucurella, controllo e palla di nuovo a Pedri, controllo e palla sul lato corto dell’area ancora per Cucurella, da quel momento solo un tocco, cross rasoterra in area, Nico Williams-Oyarzabal-Merino, sinistro e gol

Sì, bello, molto bello. In effetti El Mundo ha contato la bellezza in 25 passaggi, 66 tocchi e 11 calciatori coinvolti, un minuto e 15 secondi di recital senza che nessun turco potesse evitarlo. Di quanto è bello il calcio difesa-e-contropiede se ne parla un’altra volta. 

Verso Juventus-Inter

  Corriere dello sport-stadio: Il derby d’Italia nelle loro mani – Cinquantun anni dopo la sfida Vycpalek-Herrera, Juve-Inter riporta in panchina due tecnici stranieri. Tudor alle prese  con la risalita  Chivu vuole  restare al top. Dal gennaio ’74 dello Zio e del Mago è cambiato tutto, non è cambiato soltanto che la sfida tutto può essere, tranne una partita normale  ➔  Cristiano Gatti ha scritto: Guardarle adesso, le società del Derby d’Italia (ribadisco: pago bene), bilanci perennemente da ricalibrare, ricerca di soci, prestiti e fondi, mercato con lo spadone di damocle sopra, prima vendere e poi eventualmente comprare. Eppure, dopo lunghi giri, sono di nuovo lì, l’Inter stabilmente da un po’, la Juve forse quasi chissà, comunque a giocarsela

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Le analisi

 

Più circo e meno tradizione: le linee guida del Guardian per l’atletica

Quando mancano pochi giorni all’inizio dei Mondiali di Tokyo, il Guardian dice che l’atletica deve darsi un piano per sopravvivere. È di gran lunga lo sport olimpico più popolare. Milioni di persone sono rimaste incantate ai Giochi di Parigi da Noah Lyles, Armand Duplantis, Sydney McLaughlin-Levrone, Keely Hodgkinson, Femke Bol a Parigi. Ma l’atletica leggere, ha scritto Sean Ingle, non può continuare a illudersi. Non può continuare a farlo perché Ingle ha scoperto che su YouTube la gara con più visualizzazioni è stata quella fra Noah Lyles e Darren Watkins, alias IShowSpeed, un tipo con quasi 44 milioni di follower. Quella sfida sui 50 metri con 100 mila dollari in palio dello scorso mese di novembre è stata la più seguita dopo i Giochi di Parigi. Il giornalista del Guardian confessa di averlo scoperto per caso, pochi giorni fa, mentre discuteva con un atleta britannico su quale potesse essere l’evento più atteso dei Mondiali. E quello gli ha risposto: nessuno, nessuno in confronto a Lyles vs IShowSpeed. 

Eh? Al Guardian si sono messi a rimuginare su questa cosa e Ingles ha buttato giù un piano in cinque punti per venir fuori da questo paradosso, il paradosso di uno sport che non se la passa male – dice Stuart McMillan, allenatore di alcuni sprinter e di giocatori della NFL – ma le istituzioni dovrebbero trattarlo come se fosse il contrario. Perché sta andando nella direzione sbagliata.

La direzione giusta secondo Ingle – ma i lettori affezionati lo avranno già capito – la direzione giusta è Sportify [per i nuovi invece qui è spiegato di che si tratta]

Il Guardian dice che gli atleti devono accettare il fatto di essere degli intrattenitori. Non competono solo contro i loro rivali, ma anche contro altri sport e persino contro Netflix, per catturare l’attenzione e l’affetto del pubblico. Jake Paul è ben lontano dall’essere il miglior pugile del mondo, ma è uno dei più ricchi. Perché? Perché coinvolge i giovani, ispira amore e odio, fa sì che le persone si interessino a lui. L’atletica deve trovare modi decisamente migliori per attrarre la Generazione Z. Sì, Speed ​​contro Lyles era una trovata pubblicitaria. Ma ha funzionato. Un calciatore inglese potrebbe battere Keely Hodgkinson sugli 800 metri? Ne dubito. Ma scommetto che Trent Alexander-Arnold contro Keely attirerebbe l’attenzione dei ragazzi. Lo stesso vale se Lyles sfidasse il wide receiver dei Miami Dolphins, Tyreek Hill.

E poi servono telecamere nella sala chiamate, nell’area riscaldamento, bisogna usare i droni per le riprese perché la tv non riesce a restituire in pieno la velocità, i droni lo fanno: guardate lo sci. 

Il punto debole in questo ragionamento è che queste ragionamento l’ha fatto nei mesi scorsi Michael Johnson, quando ha lanciato il circuito alternativo Grand Slam Track. È stato il suo tentativo di coinvolgere di più il pubblico americano. Il verbo è al passato perché ha dovuto cancellare l’ultima tappa e le finali. È finita che la BBC ha cancellato finanche lui dalla lista dei talent che commentano i Mondiali. Come ha detto la scorsa settimana McLaughlin-Levrone, detentrice del record mondiale sui 400 metri ostacoli e testimonial della GST di Johnson: «Avere gare emozionanti fa parte del gioco, ma penso anche che se nessuno va a vederle, non aiuta nessuno». 

Solo che quando World Athletics introdusse il salto e il lancio finale che azzeravano tutti i precedenti, una sorta di jackpot che aveva perfino dei presupposti di legittimità nella tradizione, i puristi insorsero contro l’eresia. 

Anche dagli USA arriva una proposta: basta wild card per i detentori del titolo. Lo dice il sito specializzato Let’s Run. Riuscite a immaginare i Kansas City Chiefs qualificati ai playoff NFL perché hanno vinto il Super Bowl due anni fa? Certo che no, rovinerebbe l’emozione della stagione regolare. E i bye in pista rovinano totalmente l’emozione dei Trials USA, una delle gare migliori sul pianeta terra. Negli ultimi quattro campionati statunitensi negli anni di Mondiali, quasi la metà dei campioni del mondo in carica li ha saltati o non ha partecipato seriamente.

 

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Interpreti

 

   

Colin Kaepernick non ha smesso di dare fastidio: la docuserie è stata bloccata

Durante la sua carriera di sei anni con la maglia dei San Francisco 49ers, Colin Kaepernick ha lanciato per 12.271 yard e 72 touchdown con 30 intercetti. Ha corso per 2.300 yard e segnato lui stesso 13 touchdown, guidando la squadra alla finale al Super Bowl nel 2013. Ha un record di 28-30 da titolare e ha giocato per l’ultima volta in NFL nel 2016, l’anno in cui ha iniziato a protestare contro la brutalità della polizia verso i neri e contro l’ingiustizia che subiscono le persone afro-discendenti. L’ha fatto inginocchiandosi durante l’inno nazionale, inventando il gesto arrivato anche sui campi di calcio con il movimento Black Lives Matter. Il primo a introdurlo nei nostri campionati fu Marcus Thuram in Bundesliga [all’epoca se ne parlava qui]. 

Kaepernick da allora è diventato il nemico giurato della NFL, della Casa Bianca trumpiana e di mezza America. Ha continuato a esprimere il desiderio di poter giocare ancora nella NFL, ma non è mai tornato nel campionato. Accettò di sottoporsi a un provino, il provino non si tenne, cercò un contratto per altre vie, filmando i suoi allenamenti e mettendo le immagini del suo stato di forma sui sociale [se ne parlava qui]: non accadde niente. 

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Che cosa sta facendo Kaepernick lontano dal football

Ci sono stati 1.176  omicidi l’anno scorso negli USA legati a un intervento della polizia. Colin Kaepernick questo fa. Controlla morti. Autopsie gratis. Alla vigilia del Super Bowl tra Philadelphia Eagles e Kansas City Chiefs, Alex Prewitt su Sports Illustrated racconta la nuova vita del quarterback diventato il nemico numero 1 della NFL e di una certa America.

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Così, Colin si diede al sostegno di un nuovo ente di beneficenza, un’associazione che offriva autopsie gratuite dopo decessi in carcere o in seguito a interventi della polizia. Know Your Rights, e al football chi ci pensa più. Alla sua parabola e alla sua nuova vita Spike Lee aveva progettato di dedicare una docuserie, da produrre con ESPN. Sabato sera la Reuters ha battuto la notizia che il progetto è saltato. Spike Lee lo ha confermato dal red carpet di una cena della Harold and Carole Pump Foundation a Beverly Hills, per una raccolta fondi da destinare alla ricerca per la cura del cancro. Lee non ha aggiunto altro ma a The Athletic hanno fatto il mestiere loro e hanno scoperto divergenze creative tra il regista e la ESPN. In America non escludono che la serie possa essere venduta altrove.

Due anni fa Spike Lee raccontò al Washington Post la telefonata ricevuta da Kaepernick che gli proponeva di raccontare la sua storia e la definì «un’opportunità per lui di raccontare la sua storia in modo più approfondito». Cos’è successo allora al progetto? Matt Belloni su Puck aveva anticipato che la serie avrebbe allargato lo sguardo dalle vicende di Colin a una storia ampia delle ingiustizie sociali nello sport professionistico. All’interno di questo ecosistema – dice adesso The Atheltci – ESPN ha acquisito NFL Network e i diritti di RedZone, in cambio della partecipazione del 10% di ESPN da parte della NFL. L’accordo rimane soggetto all’approvazione normativa dell’amministrazione Trump. La notizia – si legge – è in netto contrasto con l’inizio del rapporto tra Disney e Kaepernick. Nel 2020, in un comunicato stampa sensazionale, la Walt Disney Company ha annunciato un accordo di prelazione con la divisione di produzione di Kaepernick. Disney ha affermato che “la partnership si concentrerà sulla narrazione di storie, con e senza sceneggiatura, che esplorano i temi della ricerca dell’equità, e fornirà una nuova piattaforma per presentare il lavoro di registi e produttori neri e ispanici.

Solo che fra il 2020 e il 2024 qualcosa – ehm – è cambiato, e in America tira una brutta aria per chi lavorava al cambiamento. Verna Myers è stata la prima donna a guidare un dipartimento di diversità e inclusione per Netflix. È stata sostituita quando Netflix nel 2023 ha perso più soldi che nell’intera sua esistenza. La stessa cosa è accaduta a Latondra Newton, responsabile della diversità in Disney. Ha lasciato l’azienda quando le è parso che il CEO Bob Chapek non avesse risposto alle minacce del governatore della Florida, il trumpiano Ron DeSantis che ha tolto le agevolazioni fiscali alla company per troppo progressismo, era troppo woke.

Anche Victoria Alonso, vicepresidente esecutivo degli effetti visivi e della post-produzione dei Marvel Studios ha perso il lavoro per essere stata irremovibile su diversità e inclusione. A Variety ha detto: «Abbiamo lavorato tanto per arrivare fin qui e ora non andremo più da nessuna parte». Il giornale universitario Berkeley Beacon di Boston, diventato celebre per un reportage sugli arresti degli studenti che manifestavano per Gaza, ha detto che «l’unico modo per vincere una partita che non finisce mai è scegliere di non giocarla».


     

Guida allo sport in tv di oggi

I tornei WTA dal Messico e dal Brasile

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L’ultimo scroll

      

I bambini menagramo di Flushing Meadows

Presi dalla corsa di Jannik Sinner verso la finale, siamo stati indifferenti alla malinconia dei bambini di Flushing Meadows. Loro. Quelli là. Quelle là. Quei piccoli disperati cacciatori d’autografi sulle loro palle da tennis giganti. Sono arrivate sulle tribune degli US Open per iniziativa della stessa azienda fornitrice del torneo, la Wilson. Il gadget più ambito. Essenziale quanto una borraccia e un cappello ha detto The Athletic. Il souvenir di una giornata diversa trascorsa allo stadio. Una tela su cui far apporre una firma. Un oggetto gigante, 28 centimetri di circonferenza che col passar dei giorni è diventato però un presagio di sventura, un oggetto di malaugurio per chi nel frattempo si batteva in campo.

Eh sì perché firmare autografi dopo una partita è una specie di rito intoccabile nel tennis. Evitare i tifosi è un’eresia. Finisce il match e loro si sporgono da transenne e balustre per uno selfie o per una firma. Certe volte accade l’impensabile. A Roma una borraccia di metallo scivolò da uno zaino e finì sulla testa di Djokovic. A NY gli zaini suono vietati, gli steward lo gridano agli spettatori in arrivo già dalla passerella della stazione della metropolitana Mets-Willets Point. Solo che quella palla gigante da 53 dollari e 29 centesimi è diventata agli occhi di chi gioca un oggetto menagramo. Sei sotto nel punteggio, stai fronteggiando un match point e intuisci frotte di piccoli fan – li senti – che scendono le scale per farsi trovare pronti con il pennarello in mano. Sono cuccioli di avvoltoio appollaiati su quell’ultimo quindici fatale. Aspettano il tuo ultimo respiro. 

James Hansen, uno dei raccontatori del torneo per The Athletic, ha scelto proprio queste scene come momento più divertente delle due settimane, gli sono parse l’equivalente sportivo del pollice verso dell’imperatore romano

Poi va a finire che in campo c’è Barbora Krejčíková, la ceca che nel tie-break del secondo set della sua partita contro Taylor Townsend ha dovuto fronteggiare 8 match point, tutti e otto mentre i bambini stringevano le palline e battevano i piedi e facevano rumore, e si affrettavano per arrivare in prima fila. Per raccogliere le preziose firme. Krejčíková ha resistito, ha vinto il tie-break, ha portato la partita al terzo set e i ragazzi con le palle hanno passato tutto il resto del tempo rannicchiati sulle scale, in attesa di poter tornare ai loro posti. È stato divertente, dice The Athletic, scoprire Krejčíková che diceva: ‘Fanculo quei bambini. 

Trump agli US Open: parliamone

Sinner e Alcaraz erano pronti. I trenta minuti supplementari di riscaldamento li ha imposti il presidente Trump in arrivo a Flushing Meadows. Le misure di sicurezza, i controlli, i tornelli, gli apparati, il potere, quella roba là. Andrew Lawrence sul Guardian ritorna sul blitz della Casa Bianca agli US Open. Era proprio l’immagine autoritaria che Donald Trump sperava di proiettare: il presidente in persona che incombeva sui maxi schermi dell’Arthur-Ashe Stadium come il presidente Mao alla Porta di Tiananmen, mentre si metteva sull’attenti durante l’inno nazionale. Ma non si poteva negare che, nonostante l’immagine fosse quella, il suono stridesse. L’ondata di applausi che si è levata per il suo saluto è stata rapidamente soffocata da un coro di fischi reso ancora più forte dal tetto chiuso per la pioggia – mentre molti altri tifosi erano stati lasciati in piedi sotto l’acqua, a sopportare le lunghe file per i controlli di sicurezza dovute alla sua presenza. In quell’imbarazzante momento di cinque secondi, mentre la bandiera a stelle e strisce veniva srotolata sul campo centrale, il presidente ha sorriso compiaciuto per la reazione negativa. Gli suonava sicuramente familiare.

Il Guardian dice che la presenza di Trump alla finale maschile degli US Open non va intesa solo come una presa di soft power, quel tipo di trovata che Vladimir Putin, Kim Jong-un e gli altri despoti da lui ammirati mettono in atto continuamente durante gli eventi sportivi. No, la presenza di Trump va intesa come una distrazione. Dio solo sa quanto gliene poteva fregare di meno della partita vera e propria. La conferma viene dal fatto che Trump ha lasciato il suo posto di lusso per entrare nel box a chiacchierare con una schiera di leccapiedi. No, la visita di Trump è stata sganciata come una bomba che stordisce per distogliere l’attenzione dai rumorosi indicatori sulla recessione, dalle speculazioni sulla sua salute e naturalmente da quei file su quel tizio il cui nome non deve essere menzionato [il pezzo è per intero qui]

     

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