Lo Slalom del 24 luglio | Cosa leggere, sapere e vedere

 

     

►  LA NAZIONALE femminile di pallavolo ha vinto la sua 27esima partita consecutiva e ha conquistato la semifinale di Nations League: 3-0 alle USA nella riedizione della finale olimpica dell’estate scorsa a Parigi, 21 punti di Paola Egonu. Prossima avversaria: la Polonia

◇   Ottava medaglia mondiale per l’Italia nelle piscine di Singapore. È arrivata nel nuoto artistico con Filippo Pelati e Lucrezia Ruggiero nel doppio misto tecnico

◇  La prima giornate di medaglie ai Mondiali di scherma in Georgia è finita senza podi per l’Italia e con tre sconfitte nei quarti di finale: Filippo Macchi nel fioretto maschile, Rossella Fiamingo e Alberta Santuccio nella spada femminile. Ori per Chun Choi di Hong Kong e per l’ucraina Kharkhova. Argento per Kiril Borodachev, russo sotto bandiera neutrale, il primo del suo paese a medaglia nella scherma 

◇   il Milan ha giocato la prima amichevole nel suo tour asiatico e l’ha persa 1-0 contro l’Arsenal a Singapore, gol di Saka. Prossima partita con il Liverpool a Singapore. 

◇  La nazionale spagnola di calcio si è guadagnata la qualificazione alla prima finale europea della sua storia battendo per 1-0 la Germania ai supplementari con un gol di Aitana Bonmatì. Invece i Mondiali femminili di pallanuoto sono stati vinti dalla Grecia – che aveva un solo titolo nel 2011. 

 

L’ultima volata prima delle Alpi

Sul Tour de France soffia il vento gelido della rivincita. Il tempo dei velocisti si è concluso. Nell’ultima occasione possibile Jonathan Milan è andato a prendersi un’altra tappa – anche ieri senza che Tim Merlier fosse parte dello sprint – e nuovi punti per difendere la maglia verde dalla voracità di Tadej Pogačar. La rivista Rouleur ha scritto che lo sloveno sta invertendo mezzo secolo di selezione naturale all’interno del gruppo, dove i velocisti diventano più leggeri e gli scalatori più grossi. Il campione del mondo occupa a modo suo diverse nicchie, distinguendosi come uno che può vincere in ogni modo: da leone, da lupo e da aquila in un campo di agnelli. Tale è il suo dominio in questo Tour, che è secondo nella classifica a punti senza nemmeno provarci.

Luc Herinckx spiega su l’Èquipe come abbia fatto Jonathan a spiccare il volo, grazie alle sue qualità di ciclista su pista che lo rendono uno dei più resistenti al mondo negli sforzi alla PMA [Massima Potenza Aerobica], tra i 4 a i 7 minuti.

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Uno sprint non è la playstation

JONATHAN MILAN

Mancano solo 618 km a Parigi, fa notare stamattina su L’Équipe l’immaginifico Alexandre Roos, e per gli sprinter non c’è più spazio, non c’è più scampo, li attende una traversata delle Alpi, sempre dolorosa quando si hanno cosce con una circonferenza maggiore di quella di un uccello poi una tappa per incursioni sabato e un’ultima tortura, essere invitati agli Champs-Élysées ma solo per essere infilzati sulla Butte Montmartre dalle banderillas di tutti coloro che vogliono farli fuori

La razione di tormento oggi porta i nomi del Glandon, della Madeleine e soprattutto del Col de la Loze, la montagna che per la prima volta il Tour scoprì nel 2020, era l’anno della corsa in agosto, la prima volta senza albicocche. È qui che il vento della rivincita taglierà la faccia a Jonas Vingegaard perché è qui che mise in croce Pogacar due anni fa e due anni non sono sufficienti a dimenticare. Casomai sarà interessante misurare la temperatura del piatto. In italia diciamo che la vendetta va servita fredda, in Francia pensano che sia un plat qui se mange brûlant.

Roos ha scritto che lo sloveno dice di essere concentrato solo sulla Maglia Gialla e sulla vittoria al Tour de France, ma non può ignorare che la lotta evocherà i fantasmi. La salita finale del Col de la Loze verrà fatta dall’altro versante, un vero peccato, ma è stato proprio da lì che nel 2023 Pogačar si è arreso a Jonas Vingegaard, il giorno dopo la debacle nella cronometro di Combloux, una seconda abdicazione, una Waterloo e soprattutto una rara ammissione pubblica di debolezza e di sconfitta. Si sentì dire alla radio: – Sono morto. Aveva concesso 5’45” al rivale danese.

Invece stavolta Vingegaard si presenta con più di quattro minuti di ritardo in classifica generale e qualcosa dovrà inventarsi, fosse anche solo per dovere, per atto di presenza. Cancellare le sconfitte passate – scrive Roos – è sempre stata una delle forze trainanti di Pogacar, e in ogni caso è tempo di aggiungere un po’ più di prestigio a questo quarto titolo che lo attende. È tempo di aggiungere un po’ di brillantezza al suo mantello dorato.

 

È la tappa regina, così la chiama in termini classici la rivista Rouleur ricordando a sua volta il drama del Ventitré. Anche se la salita si fermasse al km 12, con una pendenza media del 7,3%, sarebbe tra gli arrivi più duri del Tour. Invece continuerà a salire, proseguendo senza sosta per i successivi 9 km, sebbene con una pendenza media inferiore al 5,5%. Quando i corridori staranno raggiungendo il loro limite, diventerà ancora più dura, toccando un insopportabile 11% per un chilometro e poi oltre l’8% per gli ultimi tre. La vetta si trova a 2.300 metri sul livello del mare, il punto più alto del Tour, il Souvenir Henri Desgrange, e per la maggior parte dei parametri l’arrivo più duro

Il dislivello complessivo di 5.450 metri rappresenta il più ampio delle tre settimane. Il Col de la Madeleine resta un gigante di 19,2 km con una pendenza media del 7,9%, utilizzato regolarmente al Tour dal 1969. Il Col du Glandon una salita di 21,7 km la cui pendenza media del 5,1% è mitigata da un paio di brevi tratti in discesa. Oscar Onley, Kévin Vauquelin, Florian Lipowitz e Primož Roglič, insieme con Tobias Johannessen, Felix Gall e Ben Healy avrebbero le gambe adatte per la salita finale se riescono a staccarsi dal gruppo maglia gialla – impresa non da poco su una salita così selettiva avverte Rouleur. Lenny Martinez potrebbe tentare una fuga per andare a prendersi qualche punto sui traguardi del GP della montagna. Il punto è quel piatto freddo o caldo, e il vento gelido che Tadej vuole sentir soffiare. 

 

Cosa scriveva Sedenteur prima del primo Col del la Loze

i chiedono gli amici che cosa penso io di questo Col de la Loze. È una salita che sta dentro un certo spirito dei tempi, una salita sulla quale uno vale uno. Io nella mia macchina ne sapevo quanto il giovane collega nella macchina davanti alla mia. Nessuno dei due c’era mai venuto. Io non avevo racconti di imprese passate da tirar fuori, lui non doveva far finta di morire dalla voglia di ascoltarle. È la montagna dello 0-0, ce lo siamo detti già qualche giorno fa, la montagna che si scala con i treni che un tempo si usavano in pianura. Ma io ho ottant’anni, non sono più io a dover parlare, non ho nessun diritto a costruire. Io ho più ricordi che progetti. 

Le Alpi erano il Galibier, l’Izoard, l’Isoram. Si chiamavano per me Col du Glandon, Croix de Fer, Telegraph, Allos, Lautaret. Quando il Tour sconfinava in Italia esisteva allora il Monginevro. Le Alpi erano anche il Ventoux, sono tornato per il mio ultimo Tour e non ne ho trovata nessuna. Forse è meglio. Mai tornare nei luoghi in cui si è stati felici. 

Le Alpi sono per me le fatiche disumane, le sofferenze da fachiri. La superba facilità di stile con la quale si saliva un tempo non era che uno sforzo meglio dissimulato. La categoria dei grimpeur è stata uccisa dall’uso della supermoltiplica ciclistica, il grosso rapporto, in fase di avvicinamento alla montagna. A me piace l’uomo solo con sé stesso. A me i treni piacciono solo nelle stazioni. Ho visto grimpeur famosi con le gambe in croce, appoggiati a un contrafforte del monte, il petto squassato, le labbra secche, le labbra dovete guardare ragazzi miei, la bocca a succhiare l’aria fresca, asfittici. Sopra le loro teste ho visto volare uccellini minimi che li irridevano, guadagnavano le chine del monte, le forre, le gole vestite da erbe grige e aspre, i roveti secchi, i ciuffi di ginestra, e loro no, loro con le labbra secche. 

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    Le montagne del Diavolo

Un tridente e un paio di corna lo hanno reso il più famoso tifoso di ciclismo. Si fa chiamare El Diablo, in spagnolo, ma è nato nella Germania dell’Est. È al suo 32esimo Tour de France all’età di 73 anni. È il signore che vediamo in tv in calzamaglia rossa, si chiama Dieter Senft, e solo nel 2012 non si fece vedere in Francia. Accadde quando un’improvvisa embolia cerebrale lo tenne lontano. Dovette restare nella sua casa di Berlino, con sua moglie Margitta a prendersi cura di lui. 

L’Équipe gli ha dedicato un ritratto calcolando che gli siano state scattate almeno 30.000 fotografie, lui fa lo spiritoso e dice che sono altrettante le lettere d’amore che gli arrivano dalle fotomodelle di tutto il mondo. Dieter Senft sentì parlare del Tour de France per la prima volta in tv quando aveva 12 anni, sentì il nome dato al pezzo di stoffa rosso che indica l’ultimo km e qualcosa lo folgorò, attraversato dall’idea che in quel posto lui ci sarebbe andato. Prima o poi. Più poi che prima. La Germania dell’est era separata dal resto del mondo da un famoso piuttosto famoso. 

Nel frattempo si concesse qualche corsa da dilettante, cominciò a lavorare come fabbro e a costruirsi biciclette dalle forme fantasiose. Le ha accumulate una alla volta in un garage vicino casa, oggi sono una specie di museo. Era un artista abbastanza affermato quando nel novembre del 1989 quel famoso Muro cadde e la Storia – quella vera – gli offrì l’opportunità di far uscire dalla sala d’attesa il suo sogno d’infanzia dice il giornale francese.

Così arrivò al Tour del 1993 all’età di 40 anni, con un costume da lui stesso confezionato. Sulla salita del Col d’Ordino si fece conoscere accompagnando per qualche metro il colombiano Oliverio Rincón, corridore in fuga e vincitore di quella tappa. Come Spiderman per Peter Parker, El Diablo è la versione estroversa di un uomo che indossa il costume. Dieter Senft è un signore di 73 anni piuttosto timido e moderato.

Dice che quando diventa El Diablo, si sente diverso, euforico, capace di correre dietro una bici anche con cinque costole rotte. Perde la testa.

Ogni volta che arriva giugno, El Diablo prepara il suo viaggio e il piccolo camioncino dove mangia e dorme per un mese, condizioni di vita essenziali, sia per il gusto per la privazione che lo porta a lavarsi nei torrenti, sia per le ristrettezze economiche di una misera pensione da 720 euro. Nel bagagliaio mette cibo in scatola, cioccolato, acqua e coperte per le notti in montagna.

Dieter dà la colpa all’euro. Dice che prima se le cavava meglio e la gente gli lanciava bottiglie di vino e salsicce oltre le recinzioni. Oggi tutto è più caro e bisogna tenersi stretti i soldi. La grande spesa è la benzina. Nel 2012 ha perso uno alla volta tutti gli sponsor che lo aiutavano a pagare i viaggi. Aveva compiuto 60 anni e forse temevano non ce la facesse più. Ora un supporto gli arriva da ASO, l’organizzatore dell’evento che copre le spese e gli lo finanzia perché faccia il diavolo a quattro in salita. La barba è diventata bianca, Dieter continua ad attraversare migliaia di villaggi e a inseguire centinaia di corridori. Quando la corsa se n’è andata, si piazza davanti alla tv e aspetta di rivedere la flame rouge. È quello il momento in cui torniamo bambini. 

   

Toms Skujiņš

Dalla pancia del gruppo e dal basso della sua 92esima posizione in classifica generale, Toms Skujiņš di anni 34 ha scritto un bel diario sul richiamo delle montagne per la rivista Rouleur. Toms è lettone e spiega innanzitutto che le uniche montagne conosciute prima di fare il ciclista erano quelle della tv. 

Ogni tanto, non riesco ancora a credere ai miei occhi di fronte alla loro bellezza. Un’occasione che non dimentico è legata alla gara nel Parco Nazionale Jasper al Tour of Alberta canadese. Tutto quello che riuscivo a pensare era che dovevo trovarmi forse in un simulatore di realtà virtuale, perché le pareti erano ripidissime, l’aria fresca, i torrenti di montagna azzurri e l’unico segno di vita umana – senza contare gli uomini sudati in lycra intorno a me – erano le strade asfaltate. Ho capito quel giorno cosa significava qualcosa che toglie il fiato

Toms dice che è buffo pensare come un ragazzo della Lettonia, un paese che ha un’altitudine massima di 312 metri sul livello del mare, possa aver indossato la maglia a pois Tour de France. Accadde al debutto nel 2018 per una settimana, prima che arrivassero le montagne vere. 

Non avevo mai indossato una maglia da classifica e una volta arrivate le vere montagne mi sono ritrovato di nuovo in coda a guardare le capre arrampicarsi da lontano. In alta quota puoi amare il ciclismo quanto tua madre, ma non è molto divertente quando tutto ciò che sai fare è sperare di iniziare la  tappa successiva. Uno dei miei  giorni più duri è stato al Criterium del Tour of the Gila nel 2014 in New Mexico. Cosa può esserci di così difficile in una gara di un’ora? Beh, il fatto che l’intera gara si tenesse in cima a una montagna, a 1.800 metri.

Eppure, misteriosamente, Toms racconta che il suo amore per la montagna è cresciuto. Adora stare in ritiro in Andorra, dove fuori dalla finestra sento scorrere un fiume e il cinguettio degli uccelli. Le nuvole si susseguono. Da un lato ci sono pini, dall’altro enormi pareti rocciose. Riesco a vedere un po’ di neve anche se è giugno. Quando il sole tramonta e il cielo è limpido, è un bel posto per cercare le stelle cadenti e sperare che realizzino i sogni. La mancanza di inquinamento elettrico in montagna mi ricorda casa. Si pedala, si dorme, si mangia e si ricomincia. Quando si dorme a circa 2.000 metri sul livello del mare, solo salire le scale è un’impresa. Tuttavia, il corpo umano è una cosa talmente meravigliosa che piano piano ci si sente meglio. Il mio corpo odia ancora la gravità, la mia mente adora la vista dalle vette. Soprattutto se lungo il percorso ci sono gli applausi dei tifosi e anche una bibita fresca.


  

 Che cosa stanno leggendo in Europa

 🟨   In Francia le vicende del Lione – in Spagna la qualificazione della Nazionale femminile alla finale degli Europei di calcio – In Inghilterra la cessione di Rashford al Barcellona – In Italia il calciomercato di Milan e Juventus

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I temi del giorno

 

Jannik, abbi pazienza, non ci stiamo capendo niente

Jannik Sinner è un tennista molto amato e molto perdonato. Ha il privilegio di essere nato in una nazione dove i campioni dello sport hanno sempre ragione, almeno finché vincono. Se fosse nato qualche km più in là, si sarebbe forse imbattuto in una terra meno sventurata e meno bisognosa di eroi, più incline alla chiarezza, a fare domande oltre che ad ammirare risposte a due mani. 

Jannik Sinner ha ancora 23 anni. È in quell’età nella quale noi adulti pensiamo che i ragazzi abbiano bisogno di sentirsi dire qualche no per crescere. Ma non è vero. Lo diciamo ma non è così vero. Dimentichiamo di aggiungere che i ragazzi a cui dire qualche no non devono essere i nostri, sono quelli degli altri.

Jannik invece è nostro, terribilmente nostro fino al cannibalismo, un fenomeno atteso nel mondo del piccolo tennis italiano per quarant’anni e oggi spolpato. I successi di Sinner con una racchetta hanno prodotto una immedesimazione totale, uno sposalizio di cause in nome delle quali si possono chiudere gli occhi sulle cose bizzarre che gli accadono, ormai sono diventate tante. 

Jannik Sinner ha tutto il diritto di richiamare al suo angolo e riassumere nel suo staff il preparatore atletico licenziato meno di un anno fa, quando venne giudicato non più all’altezza della sua fiducia dopo la positività nano-grammometrica al Clostebol, quella infinitesimale porzione di sostanza vietata che secondo tutti gli esperti e la stessa WADA era incapace di condizionare le prestazioni. 

Ma chi pensa che un campione – un ventenne – si protegga soprattutto dicendogli dove sta sbagliando, oggi avrebbe il dovere di fargli presente che richiamando Ferrara non ha costruito una scena ideale. Sinner si sta mettendo nelle condizioni di essere criticato. Può certamente infischiarsene, lo farà, forse lo sta già facendo. Ma noi non siamo lui. Possiamo essere felici da tifosi dei suoi successi, ma restiamo qualcos’altro. Non siamo Sinner e possiamo farci venire un dubbio in piena serenità d’animo, senza cadere nel ricatto stupidotto di essere assimilati agli odiatori, ai Kyrgios, ai rosiconi, a quella scemenza del carro da cui si sale e si scende, consapevoli del dovere di cercare un equilibrio e una distanza di fronte ai campioni, della differenza che passa tra una sentenza e un’opinione, tra un giudizio e una critica.

Il punto non è se Umberto Ferrara sia o meno un bravo preparatore atletico. Lo è. Il punto è che si tratta dello stesso uomo che nelle carte di questa storia viene indicato come il responsabile dell’acquisto di uno spray vietato. Lo comprò in una farmacia di Bologna, sulla confezione c’è scritto DOPING in maiuscolo. Se infili uno scatolino del genere nella borsa e vai in giro per tornei con il numero 1 del mondo è già una faccenda che può essere giudicata strana. Per giunta poi è diventata pericolosa. 

Sia dalle carte dell’indagine sia dal licenziamento successivo, Ferrara è emerso in questa storia come la radice prima – involontaria, fortuita, accidentale – ma comunque la radice prima della contaminazione fatale, costata tre mesi di stop alla carriera del tennista più forte al mondo. Una cosa si può dire con certezza: Sinner ha pagato per qualcosa che è stata considerata un’imprudenza. Se Ferrara non compra lo spray e non lo mette in borsa, questa storia non esiste. Su questo punto siamo tutti d’accordo.

In un’imprudenza non ci sono per forza errori o malafede, a un’imprudenza basta l’esercizio di una scelta inopportuna. Anche quelle un campione stratosferico dovrebbe evitare. Come spiega Sinner agli occhi del mondo questa retromarcia? Parlò a quel tempo di mancanza di fiducia e del bisogno di aria pulita. Che cosa è successo nel frattempo? 

Jannik Sinner è un fenomenale tennista ma non gli viene ancora naturale l’arte della chiarezza nella comunicazione. C’è stata un’ombra di vaghezza nella spiegazione sull’assenza ai Giochi di Parigi, nella rinuncia all’invito di Mattarella, nella separazione da Panichi. In tutti questi casi è stato convincente nel trovare soluzioni utili, ma non tutte le soluzioni utili sono convincenti. 

Non ci sono domande che non si possono fare, insegna il figlio di David Walsh a David Walsh quando in un tema scolastico trova curioso che la famiglia cristiana sia povera: chiedi a Giuseppe e Maria cosa hanno fatto con l’oro dei re magi. Questo è. È solo amore di chiarezza, quel vecchio stupido dovere di chiedere. L’odio non c’entra. Così come dovrebbe avvertire un dovere di formazione chi sta accompagnando Sinner nel suo percorso. Jannik ha bisogno di qualcuno che gli dica le cose come appaiono a uno sguardo estraneo. Un amore così ampio – Sinner deve capirlo – non può restare per sempre acritico. 

Un mese fa Gaia Piccardi sul Corriere della sera scrisse che qualcuno si spinge spudoratamente a ipotizzare un ritorno di Ferrara. Però c’è un limite anche alle scosse sismiche che un giovane uomo può assorbire, accidenti

È quella sensazione di spudoratezza che va mostrata a Sinner. Era già discutibile che Umberto Ferrara avesse trovato un nuovo lavoro con Matteo Berrettini, non un tennista qualunque ma un compagno di nazionale in Davis, un amico di Jannik. Ora la faccenda è diventata un gomitolo aggrovigliato. Coi gomitoli intricati ci si può giocare come fanno i gatti oppure si possono sciogliere per dargli un garbo. La seconda strada è sempre più noiosa e fastidiosa. Ma in genere è così che si diventa adulti. 

         CHE COSA SI DICE IN GIRO SU JANNIK SINNER

Umbe’, vieniti a piglia’ ‘o perdono

▥   Riccardo Crivelli, la Gazzetta dello sport: Una scelta senza dubbio clamorosa e tuttavia assai coraggiosa, che una volta di più dimostra come Sinner segua sempre la strada ritenuta più adeguata alla sua crescita, senza tenere conto delle pressioni esterne: dopo il successo a Wimbledon, alcune testate anglosassoni sono tornate sul suo caso doping con toni non certo concilianti, e richiamare uno dei protagonisti di quella vicenda rappresenta la risposta più squillante alle inutili dietrologie e ai ritriti sospetti senza senso e senza prove.

▥   Gaia Piccardi, Corriere della sera: Solo Jannik sa perché ha richiamato Ferrara. C’erano altri bravi professionisti su piazza, se si volevano evitare ulteriori controversie. L’ambiente tennis torna a spaccarsi. La grande sfida, nella vita, è osservare senza giudicare.

▥   Massimo Calandri, Repubblica: Al diavolo le polemiche della stampa estera, che ha ripreso a soffiare sulle braci mai spente del sospetto, o le battute velenose di Kyrgios, che ancora una volta non s’è risparmiato un ironico cinguettio sui social. Sinner tira dritto. In 2 anni Ferrara era riuscito a fare in modo che si irrobustisse, senza pregiudicarne l’armonia dei movimenti. Da oggi, ritornano a crescere. Insieme

▥   Stefano Semeraro, La Stampa: La Volpe ci ha abituato a decisioni clamorose e repentine – dal divorzio da Riccardo Piatti a quello recentissimo con il successore di Ferrara, Marco Panichi, e con il fisioterapista Ulises Badio -, questa è forse la più sorprendente di tutte.  I tre mesi di sospensione concordati con la Wada per Jannik hanno chiuso il discorso, il resto è rumore di fondo. Dal quale però emerge un dubbio: se Ferrara, come dicono le carte, era innocente, perché silurarlo? Se Jannik la pensava diversamente, perché riprenderlo? 

▥   Vincenzo Martucci, Il Messaggero: Senza diventare più fluido e meno schivo, ha appena incrementato di 1 milione i followers Instagram, da 3.7 a 4.6, coi vlog sul canale YouTube a 130mila iscrizioni. Sa benissimo quello che fa. Jannik valuta qualità e redditività dei collaboratori, vincolandoli con contratti-capestro sulla privacy.

▥   Marco Lombardo, il Giornale: A questo punto ci sarebbe una cosa ancora da fare: visto che il ritorno di Naldi non è invece previsto, forse Jannik dovrebbe pensarci su (è un modesto consiglio, oltre a quello di leggere i giornali: scoprirebbe che siamo tutti con lui). Sarebbe spiacevole in fondo che, in una vicenda di cui l’insussistenza è ormai provata, non si trovi il modo di buttare giù anche l’ultima figurina. Ovvero, riabilitare anche Naldi, spazzando via inutili illazioni.


 

Le immagini della giornata di ieri

  Quel tesoro di Van Aert coi bambini al Tour

 🟨 La vittoria in Nations League La volata di Milan I tornei di tennis

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Le analisi

 

La vera novità sono due donne c.t. In panchina in finale

  Brutalmente le cose sono andate in questo modo. Al minuto 73 della partita di martedì sera Andrea Soncin s’è ricordato di essere italiano. Ha tolto Sofia Cantore e Barbara Bonansea dal campo con l’idea di proteggere l’uno a zero. Michela Cambiaghi, una delle sostitute, si è subito presa un cartellino giallo per perdita di tempo, e lo stesso Laura Giuliani, la portiera. Era chiaro dove volesse arrivare l’italia e con quale strategia. I minuti di recupero sono stati sette e in qualche intervista che oggi le azzurre danno ai giornali c’è del rammarico. 

Sarina Wiegmann, sull’altra panchina, non ha fatto trascorrere neppure 4 minuti dai cambi di Soncin e ha messo dentro prima Chloe Kelly, dopo Michelle Agyemang, le due calciatrici che da giorni venivano indicate come quelle che l’Inghilterra butta dentro da un certo minuto in poi per ribaltare il tavolo e cambiare i finali di partita. Se n’era accorto finanche Slalom. Agyemang ha impiegato 11 minuti per segnare, dall’85° al 96°. Kelly qualcuno in più [42] perchè nel frattempo sono arrivati i supplementari. 

Brutalmente le cose sono andate in questo modo, ma le ricostruzioni brutali possono anche essere sommarie. Michaek Cox su the Athletic scrive che alla fine persino il più accanito tifoso inglese ha provato un po’ di simpatia per l’Italia, ma questo sta diventando il modello dell’Inghilterra: negare alle avversarie ciò che ritengono di meritare

La Svezia era stata migliore in campo nei quarti di finale a Zurigo la scorsa settimana, rimontata quando era avanti di due gol. Sia la Colombia sia la Nigeria avrebbero potuto vincere ai Mondiali due anni fa. A Euro 2022 la Spagna era in vantaggio ai quarti di finale per 1-0 prima di crollare e perdere 2-1. Dunque il punto non è solo Andrea Soncin con i suoi cambi sfortunati. Il punto è soprattutto Sarina Wiegman – che fa polpette dell’inesperienza altrui. L’Inghilterra parte lenta, titubante e timida nei primi tempi delle partite sottolinea The Athletic, una specie di ninna nanna che addormenta e quando ti sei assopito morde alla gola. 

Può farlo – spiega la rivista americana online – perché nell’età dei cinque cambi nessuna nazionale al mondo dispone di cinque cambi come Sarina Wiegman. Così – direbbe il cronista Ciotola di Sportacus – la domanda del cronista è la seguente: siam odi fronte a un genio della panchina o una squadra con una profondità senza eguali?

Le sostituzioni decisive sono diventate il suo marchio di fabbrica. Ella Toone e Alessia Russo hanno fornito contributi cruciali alla vittoria dell’Inghilterra agli ultimi Europei, con Toone che ha segnato il gol del pareggio nei quarti di finale contro la Spagna e il gol di apertura in finale. Né la Svezia né l’Italia sono state in grado di eguagliare il calibro delle sostituzioni inglesi. Mead, Kelly, Beever-Jones e Agyemang costituiscono un quartetto di riserva lussuoso. Un’altra particolarità – spiega Michael Cox – è l’approccio di Wiegman ai supplementari, dove preferisce mantenere le stesse giocatrici e lo stesso sistema di gioco degli ultimi minuti, nonostante la situazione sia cambiata radicalmente.

Ma a parte questo ineluttabile segno del destino, che cos’è davvero il Wiegmann-ball? Se lo domanda Jonathan Liew sul Guardian parlando di rapina a Ginevra e di senso di irrealtà2 per la vittoria sull’Italia, più in generale della capacità inglese di vincere le partite da una condizione disperata. Accade nei tornei delle nazionali, dove la logica consueta non sempre si applica, dove il risultato è il risultato indipendentemente da come si ottenga. Dove un nuovo piano non è un piano. Basta darsi da fare.

Cos’è allora esattamente il Wiegman-ball? Qual è il suo stile di gioco, com’è possibile – si domanda Liew – che a pochi giorni dalla finale di un Europeo non si conosca la risposta? Wiegmann ha un approccio olandese al calcio ma quel senso di destino ineluttabile, la superiorità fisica, una fredda fiducia nel portare a termine il compito, la convinzione che i trofei si vincono con la pura forza di volontà la rendono molto americana nella concezione dello sport. La vittoria – dice Liew – come estensione dell’identità. 

Segue un paragone con Gareth Southgate, l’ex c.t. dei maschi considerato più bravo a creare il clima giusto che uno stratega. Forse la descrizione che Wiegman fa degli Europei 2025 dell’Inghilterra come di un film è più appropriata di quanto lei stessa pensi. Dopotutto, quando guardi un film, non sei veramente coinvolto. Sei solo lì seduto, ad aspettare che la trama si svolga davanti a te.

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Montserrat Tomé, la c.t. Del dopo caos in Spagna

Senza mai sottrarsi alle domande su Jenni Hermoso, dice El Mundo, ha plasmato un gruppo che “oggi è una forza unita e vanta un rapporto sano con lo staff tecnico. Ha riportato l’ordine naturale sulla questione della fascia da capitana con Irene Paredes e Alexia, ha aggiunto figure di spicco come Aitana, Mariona e Olga Carmona, ha aperto le porte a una nuova generazione

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Il monito del CIO sulla pista di bob a Cortina

Christophe Duby, direttore esecutivo delle Olimpiadi per il CIO ha parlato con il Corriere della sera a sei mesi dai Giochi di Milano-Cortina. L’intervista è di Marco Bonarrigo.

 ➣   Sullo stadio del bob di Cortina il Cio era stato categorico: le gare vanno svolte in un impianto già esistente all’estero. Poi la marcia indietro.

«Il potere del Cio si ferma dove comincia quello della politica. Diamo indicazioni ma non possiamo decidere al posto dei governi. La nostra posizione era chiara: riutilizzare Cesana Torinese o andare all’estero senza investire su una nuova pista, costosa e superflua».

 ➣   Ma…

«Ma il governo ha deciso diversamente perché pensa che l’investimento abbia senso per il futuro, si è assunto il rischio di impresa e noi non ci siamo potuti opporre. Bisogna essere pragmatici».

 ➣   Avete chiesto rassicurazioni, immagino?

«Ci siamo assicurati che i tempi venissero rispettati e che ci fosse un piano di emergenza all’estero».

 ➣   Adesso è tutto ok?

«Sul fronte ingegneristico possiamo solo toglierci il cappello: nessuno al mondo era riuscito a realizzare un impianto di questo livello in un tempo così breve. Ma la sfida non è finita, in autunno ci saranno le omologazioni e le verifiche organizzative».

 

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Dai campi

   

Un turco milanese

Hakan Calhanoglu alla fine deve averci ripensato oppure dalla Turchia si sono tirati indietro, chi lo sa, chi lo può sapere, adesso dice che lui è felice di restare all’Inter, avevamo capito male, anzi con Lautaro è tutto risolto, hanno chiarito, si abbracceranno, ma intanto fa esperienza del risentimento di Milano quando si sente mollata. Dopo aver trascorso l’ultimo mese a seminare indizi, con la complicità di papà e barbieri, lasciando presagire un futuro a Istanbul, il figliol prodigo è tornato a casa. Il vitello grasso certo non verrà sacrificato. Hakan finora ha assecondato i sogni dei tifosi turchi, in pare li ha anche nutriti. Poi, quando ha capito che nessuna delle due squadre di Istanbul avrebbe avuto le risorse per soddisfare le richieste dell’Inter, ha abbassato il finestrino e con voce quasi contrita ha spiegato eccetera eccetera – scrive Monica Colombo sul Corriere della sera

La Gazzetta dedica le sue prima 9 pagine al mercato di Inter, Juventus e Milan. Fioriscono campetti e camponi tra l’arrivo di Estupinan in rossonero, di Joao Mario in bianconero, gli acquisti che mancano, ne servono quattro, ne servono cinque, Vlahovic va o viene, e poi la Thula, la Thula, Chivu vuole Calha vicino alla Thula. Sebastiano Vernazza nella pagina delle opinioni ha scritto che da Chivu ci aspettiamo un’Inter con più sistemi, basta con il 3-5-2 unico. 

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L’IMPATTO DI GIANNI MORANDI SUL BOLOGNA

Ieri pomeriggio per la seduta di allenamento, si è presentato al campo: applausi dagli oltre duecento tifosi presenti, se ne è rimasto dietro le quinte, dando il “cinque” ai giocatori prima dell’entrata in campo [La Gazzetta dello sport]

Repubblica anticipa il contenuto di un’intervista all’ex c.t. Luciano Spalletti, in uscita domani sul Venerdì. A Matteo Pinci Spalletti ha detto: «Il calcio mi ha rovinato la vita. Non ho saputo far capire ai ragazzi che gli volevo bene: pensarci mi toglie il sonno. Abbiamo avuto sulle spalle una pressione devastante. Ci dicevamo che bisognava dare di più ma poi non riuscivamo a fare neanche il minimo sindacale. Da marzo a giugno abbiamo preso dei gol troppo banali per essere veri. Anche nell’ultimo ritiro prima della sconfitta con la Norvegia sono successe cose inaspettate, tanti infortuni anche facendo 20 minuti di allenamento». E infine: «Non vado a giocare a padel per farmi amici di comodo» 

  ARSENAL VS MILAN

Ventiduemila tifosi si sono radunati allo stadio di Singapore per due amori venuti da lontano, due delle squadre di quell’Occidente lontano che durante l’anno brilla in tv con le sue stelle del pallone, l’imprendibile calcio europeo che ogni si concede in tournée. The Athletic ha messo in fila i punti chiave di questa prima amichevole dopo la quale Max Allegri si è detto contento di come Leao si è mosso da attaccante. Sarà un tema. The Athletic nel frattempo sottolinea il modo in cui il diciottenne Ethan Nwaneri si è mosso nel primo tempo. L’acquisto di Noni Madueke suggerisce che il suo futuro sia al centro del campo. Nella posizione solitamente occupata da Odegaard ha fatto bella figura con un tiro a giro e un tocco al volo. Nel secondo tempo l’Arsenal ha messo in campo due quindicenni. Il centrocampista offensivo Max Dowman e il difensore centrale Marli Salmon. Lewis-Skelly e Nwaneri sono i modelli ideali. Questa coppia ha dimostrato che se si ha abbastanza talento si può arrivare in prima squadra all’Arsenal. La linea di produzione di Hale End continua.

 

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Interpreti

 

Il compleanno di Lamal e quell’antica distinzione tra l’artista e la sua opera

    La festa di compleanno di Lamine Yamal non è un evento che si dimentica in fretta. In Spagna è ancora dentro le discussioni e gli editoriali sui temi esistenziali più alti: chi siamo, dove andiamo, a che ora si mangia. Ne ha scritto anche Manuel Jabois, firma culturale di El Pais con incursioni frequenti e una rubrica settimanale nelle pagine dello sport. Ha scritto che quella festa di compleanno si colloca a pieno titolo dentro il tipico processo che cerca di separare l’artista dalla sua opera

In questo caso l’artista è un giovane calciatore molto famoso e multimilionario. Se siamo tutti figli del nostro tempo – scrive Jabois – pochi sono rappresentativi del loro come Yamal

Ora, succede che di un regista si finisca per smettere di guardare i suoi film, di un pittore i suoi quadri, che si smetta di leggere di uno scrittore i libri, quando certe biografie prendono una certa piega, quando viene fuori che sono “esseri umani ripugnanti o che votano in modo opposto al tuo  ma nessuno smetterà di festeggiare un gol di Yamal perché non gli è piaciuta la festa di compleanno

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Ve la meritate la maglia sudata

C’è un pezzo molto interessante su Sportellate a cominciare dal titolo: L’Italia del calcio, alla fine, ha scelto la retorica. Lo ha scritto Rocco Nicita, indicando come e dove ci siano ancora spazi e luoghi per analisi controvento e addirittura – addirittura – riflessioni critiche. 

Nella melassa dei valori e dei buoni sentimenti, della nazionale italiana che deve essere come una famiglia e con la maglia sudata, a metà strada fra una pubblicità da Mulino Bianco e fustino del Dash, Sportellate viene a rompere le scatole sulle nomine di Rino Gattuso e Silvio Baldini sospettando che per il futuro degli Azzurri e degli Azzurrini sono stati scelti due allenatori da percorsi nel calcio diametralmente opposti, ma che, allo stesso tempo, affini dal punto di vista caratteriale: puri, sanguigni, pasionari. Con un po’ di immaginazione, tentando un paragone epico, si potrebbe dire che la scelta è ricaduta su condottieri, più che su fini strateghi: figure che della motivazione e della comunicazione schietta – spesso tendente alla retorica – hanno fatto un marchio di fabbrica. E, se vogliamo, anche un po’ in controtendenza con il ruolo istituzionale del Commissario Tecnico

Sportellate ricorda le uscite recenti di Baldini in tv, dopo la promozione del Pescara, l’intervista in cui ha mosso un j’accuse al mondo del calcio italiano, non risparmiando le sue considerazioni sullo stato della Nazionale. Dalla «generazione di persone che non sanno più cos’è la bandiera italiana, che cosa vuol dire indossare la maglia azzurra», fino alla trappola comunicativa del citare la sempreverde Nazionale dell’82, Baldini ne ha avuto per tutti. A Nicita pare che dietro la scelta dell’accoppiata Gattuso-Baldini ci siano ragioni prettamente mediatiche. Un’operazione, in questo senso, già fallimentare in partenza. Non si può dire certo che la nomina di Gattuso sia legata a un brillante cursus honorum. Come si potrebbe spiegare, se non sotto il profilo mediatico, l’individuazione di due profili così anti-convenzionali? Quello che può sembrare un paradosso in piena regola, segue una logica finissima: il mostrarsi contro l’establishment e fare sempre riferimento ai valori di un calcio che non c’è più ha fatto breccia nel cuore di chi si è sentito tradito dall’andamento del movimento calcistico italiano. Ed è proprio qui il problema: la nomina dei due ha un retrogusto di investitura formale. Per quanto scelta di rottura rispetto al passato, avrebbe dovuto essere accompagnata da riflessioni più profonde. Di queste, al momento, non c’è traccia.

  

Come trattare Kelly Doualla e Alessandra Mao

Al festival della gioventù olimpica l’Italia s’è presentata il primo giorno con le sue due stelline più brillanti, due ragazze che qualche dirigente iscriverebbe alla Generazione Brisbane, nel senso che ci aspettiamo di vederle competitive alle Olimpiadi del 2032. Sono Kelly Doualla nell’atletica e Alessandra Mao nel nuoto. Una ha corso i 100 metri in 11.21ì, terzo crono italiano di sempre e record europeo Under-18 all’età di 15 anni e mezzo. L’altra ha nuotato i 100 stile libero in 54.98. Sono due crono che a livello assoluto valgono qualcosa nei paraggi di una semifinale olimpica. 

Ma stiamo parlando di due quindicenni. Hanno corpi destinati a cambiare. Le vicende di Benedetta Pilato ci suggeriscono prudenza. Lo sport italiano è pieno di strepitosi teen che alle soglie dei diotto-diciannove-vent’anni hanno preso altre vie. Questa generazione poi dimostra ogni giorno che passa di avere una mente aperta, di volerla proteggere, di inseguire la serenità personale prima ancora dell’ossessione per il risultato. Dunque Kelly Doualla e alessandra Mao tutto sono fuorché Generazione Brisbane 2032, nel senso – stavolta – che da qui a Brisbane 2032 chissà quante volte avranno cambiato idea su cosa desiderano, cosa vogliono, qual è il loro posto nel mondo, da che cosa si sentono o non si sentono definite. 

Ma sono meravigliose, con l’intera generazione a cui appartengono, nel battersi contro la mala-idea approssimativa che abbiamo di loro. 

Dei risultati di Alessandra Mao si è occupato il sito specializzato internazionale Swim Swam mettendo le cose nella giusta prospettiva e con le giuste parole [giovane emergente] ma facendo notare una cosa che finora non era emersa. Il tempo di Mao nuotato in America la renderebbe la seconda ragazza USA nella sua fascia d’età. Solo Missy Franklin è stata più veloce. Detiene il record nazionale statunitense della categoria con 54.03 dal 2009. Significa che negli ultimi quindici anni non è nata in America una Mao come questa nata in Italia. 

Forse la cosa più importante di tutte è che agli ultimi Europei jr intorno a Mao è stata costruita una 4×100 stile libero da argento, una 4×200 stile libero da oro e una staffetta mista mista da argento. 

Stamattina Federica Pellegrini parla dei Mondiali che iniziano in vasca nel week-end e dice a Stefano Arcobelli che la intervista a tutto campo per la Gazzetta come «con qualche miglioramento sull’1”57 anche in chiave europea, la 4×200 può tornare protagonista. Secondo me è un errore non aver portato la Mao anche se quattordicenne. I grandi eventi aiutano a capire come nuotare, a prescindere. È un’occasione persa. Non era rischioso».

Fa il paio con le considerazioni in diretta su Sky di Nicola Roggero e Stefano Baldini durante il meeting di Brescia, quando l’11.29 corso da Doualla suggeriva un suo inserimento nella staffetta 4×100 ai Mondiali di Tokyo in settembre. Baldini faceva notare che la collocazione in calendario in un periodo nel quale la scuola è appena iniziata avrebbe aiutato. 

Ecco, forse questa potrebbe essere una formula. Lasciar crescere Mao, Doualla e i pulcini in uscita dai gusci dischiusi in un contesto di squadra anche negli sport individuali. 

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«A volte mi butto in acqua con i bambini per sentirmi una di loro. Sentirsi ex è molto difficile per me nella testa, poi in acqua le sensazioni non sono più le stesse, c’è sempre quella voce che mi dice “ok se ti rimetti a nuotare da domani chissà per Los Angeles”, ma non sarà così. Matteo mi dice: “Se cominciassi ad allenarti domani, in 2 anni ti qualifichi”. Sarei felicissima la prima settimana, poi no. A 39 anni, i giovani magari pensano: cosa fa questa, che palle!».  Io non ho ancora capito cosa voglio fare. Mi diverte troppo fare tante cose. Forse perché per 20 anni della mia vita ho sempre fatto una cosa».

FEDERICA PELLEGRINI a Stefano Arcobelli, la Gazzetta dello sport

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La Macchina del tempo 

 

   

 Cosa è successo il 24 luglio su Slalom

  La fiamma olimpica è viva

  2020  Tokyo ha consegnato il messaggio di speranza per le sue Olimpiadi a Rikako Ikee, nuotatrice, 20 anni. Il secondo conto alla rovescia a un anno dai Giochi è partito così, con quest’apparizione in abito bianco dentro una scena totalmente buia, “come una sacerdotessa contemporanea in un santuario shintoista” ha scritto l’Équipe. I 12 minuti del cortometraggio Another year si chiudono con la scritta “Tokyo 2020 +1, la fiamma è ancora viva”. 

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  I commenti del mondo alla cerimonia di Tokyo

  2021  I commenti sono fedeli ai Grandi Classici. Di una cerimonia d’apertura in genere si deve dir male. Noiosa, lunga, banale: gli archivi raccontano questo. Stavolta c’era anche la necessità fatale di tenere un basso profilo. David Wharton per il Los Angeles Times parla di “una cerimonia cupa, l’unico modo in cui avrebbero potuto organizzarla, con gran parte del paese in stato di emergenza, pochi spettatori sugli spalti, per lo più telecamere, funzionari e giornalisti che guardavano dal ponte superiore dello stadio, un luogo scintillante ma in gran parte deserto, in questo quartiere alla moda di Shinjuku. Niente ha meritato la celebrazione gioiosa che caratterizzava le cerimonie del passato. I giapponesi sono stati costretti a suonare delle corde diverse”.

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Oggi

     

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