TOUR DE FRANCE | COL DE LA LOZE
Le Alpi di ieri e quelle di oggi
di JACQUES SEDENTEUR
Mi chiedono gli amici che cosa penso io di questo Col de la Loze. È una salita che sta dentro un certo spirito dei tempi, una salita sulla quale uno vale uno. Io nella mia macchina ne sapevo quanto il giovane collega nella macchina davanti alla mia. Nessuno dei due c’era mai venuto. Io non avevo racconti di imprese passate da tirar fuori, lui non doveva far finta di morire dalla voglia di ascoltarle. È la montagna dello 0-0, ce lo siamo detti già qualche giorno fa, la montagna che si scala con i treni che un tempo si usavano in pianura. Ma io ho ottant’anni, non sono più io a dover parlare, non ho nessun diritto a costruire. Io ho più ricordi che progetti.
Le Alpi erano il Galibier, l’Izoard, l’Isoram. Si chiamavano per me Col du Glandon, Croix de Fer, Telegraph, Allos, Lautaret. Quando il Tour sconfinava in Italia esisteva allora il Monginevro. Le Alpi erano anche il Ventoux, sono tornato per il mio ultimo Tour e non ne ho trovata nessuna. Forse è meglio. Mai tornare nei luoghi in cui si è stati felici.
Le Alpi sono per me le fatiche disumane, le sofferenze da fachiri. La superba facilità di stile con la quale si saliva un tempo non era che uno sforzo meglio dissimulato. La categoria dei grimpeur è stata uccisa dall’uso della supermoltiplica ciclistica, il grosso rapporto, in fase di avvicinamento alla montagna. A me piace l’uomo solo con sé stesso. A me i treni piacciono solo nelle stazioni. Ho visto grimpeur famosi con le gambe in croce, appoggiati a un contrafforte del monte, il petto squassato, le labbra secche, le labbra dovete guardare ragazzi miei, la bocca a succhiare l’aria fresca, asfittici. Sopra le loro teste ho visto volare uccellini minimi che li irridevano, guadagnavano le chine del monte, le forre, le gole vestite da erbe grige e aspre, i roveti secchi, i ciuffi di ginestra, e loro no, loro con le labbra secche.
Il grimpeur è misterioso. Ne sono esistiti dal fusto leggero come Trueba e Vietto, come Robic e Gaul, Bahamontes e Fuente. Altri sapevano non solo arrampicarsi ma sprintare, sapevano squagliare le ginocchia altrui sul passo, e penso a Bartali e Coppi prima di tutti, a Koblet quando ne aveva voglia, a Bobet e Gimondi, Ocaña certamente, ma pure Nencini, l’Anquetil e il Merckx delle grandi giornate, per ultimo Indurain, fino al furfantesco frullare di Armstrong.
Un uomo di 70 chili in sella a una bicicletta, sul Galibier versante Nord, sviluppa in sessanta minuti una potenza di 23 chilogrammi al secondo, significa un terzo di cavallo vapore, se non ho fatto male i conti. Salendo sul Col de la Loze, io mi sono ripercorso nelle mente le mie montagne, così terribilmente datati come me. Il Galibier aveva la pienezza del monte. Lo rivedo socchiudendo gli occhi come un enorme taglio di roccia color rosa-arancio che precede uno slargo. Le pareti che si sbriciolano in ghiaioni. L’aria che vibra, il verde-giallo dei prati e la roccia, una fascia di abeti, infine il muro, l’impennata. Quanto mi è faticoso riaprire gli occhi, esserci, fingere che tutto sia stato uguale in questo Tour senza albicocche, senza le mie cime e senza Poulidor.