Lo Slalom del 11 luglio | Cosa leggere, sapere e vedere

 

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#2 giorni a PSG vs Chelsea 

     

►  ARYNA SABALENKA è rimasta fuori dalla finale di Wimbledon anche questa volta. È stata battuta in tre set da Amanda Anisimova, prima americana a giocare per il trofeo sull’erba dopo l’età di Serena Williams. Iga Swiatek sì, lei ce l’ha fatta: ha battuto Belinda Bencic e si gioca la chance per un sesto Slam in carriera. 

◇  La Federcalcio ha dato parere positivo per far giocare Milan-Como in Australia a febbraio. San Siro sarà occupato dalla cerimonia d’apertura dei Giochi, così la partita di serie A doveva cercarsi un altro stadio. Quello libero più vicino lo hanno trovato a Perth. 

◇  La Corte europea dei diritti umani ha stabilito che Caster Semenya non ebbe un equo processo in Svizzera sui livelli di testosterone necessari per gareggiare, ma non è entrata nel merito e ha dichiarato inammissibile il ricorso per discriminazione. 

◇  Storica qualificazione della Svizzera per i quarti di finale agli Europei femminili di calcio grazie al pareggio per 1-1 con la Finlandia. Girone vinto dalla Norvegia [4-3 all’Islanda]. Stasera Italia-Spagna.

 

 

Più alte, più giovani, più massa magra: la selezione per entrare nel Setterosa

Sono passati vent’anni più uno dall’oro olimpico della Nazionale femminile di pallanuoto in Atene, due tempi supplementari, tre gol di Miceli, sei parate di Conti sui tiri della Grecia padrona di casa in superiorità numerica, 10-9 finale per un’impresa analoga a quella del Settebello nel ‘92 in Spagna. 

In vent’anni più uno sono arrivati due bronzi mondiali e un argento olimpico, non è tanto, non è poco. L’oro europeo del 2012 sarebbe un tesoro altrettanto prezioso se il panorama femminile non fosse differente da quello maschile. Tra gli uomini fuori dall’Europa non è mai esistita una nazione in grado di piazzarsi sul podio in 21 edizioni dei Mondiali. Tra le donne gli ori delle USA sono stati otto e uno pure dell’Australia. La moneta dell’Europa perde qualcosa su scala larga. 

Così, ora che cominciano i Mondiali di Singapore, c’è grande curiosità per misurare sulla scena mondiale i progressi del Setterosa sotto la gestione di Carlo Silipo, bronzo mondiale due anni fa, sesto posto ai Giochi di Parigi, una squadra che sta cambiando faccia – nel senso che sta cambiando corpo – sta cambiando i corpi di chi gioca perché cambiano i corpi delle ragazze e delle sportive italiane. 

C’è uno studio pubblicato sul Journal of Functional Morphology and Kiniesology che ce lo dice.

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La prima Croazia ai Mondiali

Il colpo di scena arriva dai Balcani, una delle terre centrali per la pallanuoto. Per la prima volta nella storia si è qualificata per i Mondiali la Nazionale femminile della Croazia. La disparità nei risultati tra uomini e donne è una piccola grande ossessione di Slalom. Qualche settimana fa se ne parlava qui cercando ragioni sociali e culturali per questo mistero. 

La pubblicazione croata Dance già da tempo dice che la pallanuoto femminile è importante per tutto il movimento del paese e per l’intera società.

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 Leggi anche  |  La pallanuoto della Gran Bretagna finanziata con zero sterline

 9 GENNAIO 2024

 

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I temi del giorno

 

   

Il petrolio di Retegui

Benedetti ragazzi, ma chi vi consiglia. Matte’, com’è possibile che non ci sia nessuno intorno a te che ti abbia detto: pensaci bene. Se te l’hanno detto, perché non ci hai pensato? Matte’ sta per Mateo, Mateo Retegui, il ragazzo che mette la roba nella borsa e se ne va a giocare nel campionato dell’Arabia Saudita, cioè in un grande Boh nell’anno che ci porta ai Mondiali [speriamo].

La squadra si chiama Al-Qadisiyya e se è vero che un mese fa Gattuso fece trentacinque telefonate a una serie di calciatori per parlargli dei Mondiali, della maglia azzurra, dei valori, – tutta quella roba là – delle due l’una: o Gattuso non aveva il numero di Retegui in memoria o nella memoria di Retegui le parole di Gattuso sono scivolate via. 

Rivista Undici scrive che non ha più senso né indignarsi né sorprendersi. Sarebbe più utile provare a ribaltare la prospettiva, a comprendere quali sono le nuove dinamiche del reclutamento saudita. Perché sì, siamo di fronte a dinamiche nuove. Non tanto nella forma, quanto nella sostanza.

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Le analisi

 

      

Van der Poel in giallo sulla salita del suo primo giallo

Quando il Tour arrivò sul Mur-de-Bretagne nel 2021, Mathieu Van der Poel alzò il dito e noi guardammo la Luna. Andava a prendersi la maglia gialla che a suo nonno Poulidor era sempre sfuggita e allora lo indicò, lo indicò nel cielo per dire che l’aveva fatto per lui, per mettere definitivamente una pietra sopra quella storiella dell’eterno secondo. Poupou era morto solo un anno e mezzo prima. L’immaginifico Alexandre Roos scrisse su L’Équipe che Mathieu ci aveva ricordato perché amiamo così tanto il Tour de France e il ciclismo

Col tempo VDP avrebbe condannato al medesimo destino del nonno il povero Wout Van Aert, ma questa è un’altra storia – come dicono quelli bravi a raccontare. Sarebbe incantevole se il Caso oggi si divertisse a far vincere il belga proprio ora, proprio qui, su un traguardo che non è un arrivo per Puffi, come disse Jacques Sedenteur che seguiva la corsa per Slalom.

 

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Si dice che i bretoni nascano con l‘acqua del mare intorno al cuore e questo condiziona noi prima che loro. Cerchiamo tracce di questa convinzione nel loro agire, nelle forze che sentiamo agitarsi non di meno dentro di noi: un mare in tempesta, un naufragio, un oceano che sbraita un canto di disperazione e di vita. Questo alla fine portava in Bretagna un Balzac o centinaia di pittori con i loro cavalletti, le loro tele, i pennelli, i colori, i guanti con i quali si coprivano il palmo e le dita per metà, passando così le loro giornate sui promontori di roccia con un pastrano gettato sulle spalle. Decine di artisti, da Monet a Gauguin, a Matisse, hanno lavorato in bilico sulle falesie.

In Bretagna c’è sempre un angolo dal quale spruzza un po’ di pioggia, del vento, c’è questa Bretagna senza un metro di pianura, c’è questa pazza voglia di tutti di essere protagonisti. In Bretagna la corsa è più corsa e la bici è a casa sua. Il ciclismo è un piacere, un piacere faticoso ma bellissimo. In Bretagna lo sanno più che altrove. Credo che per i ciclisti bretoni si possa usare il termine che nel calcio adoperano per gli uruguagi. La garra. Hinault ha rappresentato la garra al massimo grado: era aggressivo, amava la sfida, voleva vincere per ko. Robic lo chiamavano Biquet, la Capretta, per come pedalava in salita. Era alto 1 metro e 61, aveva un naso grifagno e la voce querula, incline alla lite. Si sposò tre giorni prima della partenza del Tour 1947 con Raymonde, che gestiva un piccolo bar a Parigi. Disse: «Sono povero, lo sai, ma come dote ti porterò il Tour de France». 

Lo vinse all’ultima tappa, attaccando a Rouen sulla salita di Bonsecours e strappando il primato all’italofrancese Brambilla. Prese la prima maglia gialla e la portò al santuario di Sant’Anna, che è la patrona dei bretoni, ad Auray. Era troppo leggero per andare forte in discesa, aveva tifosi in cima a ogni salita, gli passavano sempre una o due borracce piene di pallini di piombo. In Italia lo chiamavano Testa di vetro per via di due fratture craniche, in Francia Testa di cuoio perché dopo le due fratture si era fatto un casco, sapendo che una terza poteva essergli fatale. Un giorno lo mostrò con un certo orgoglio a degli amici e a uno vennero dei dubbi. Robic allora prese un martello e si diede un colpo sulla testa. Mentre il sangue cominciava a colare disse: «Visto? Non ho sentito niente»

 [Tutto il Tour di JACQUES SEDENTEUR]

Intanto, il Caso si diverte a far tornare oggi sulla stessa salita inadatta ai Puffi quel gigante di Van der Poel con la maglia gialla. Ieri l’ha cercata per tutto il giorno, certamente per questo motivo, per il nonno. È stato all’attacco, lo hanno ripreso, negli ultimi 30 km aveva le gambe che gli facevano Giacomo Giacomo, ha resistito per arrivare al traguardo e costringere la giuria a calcoli raffinati, fino a dargli la maglia gialla per un secondo alla fine di una tappa che L’Équipe stamattina racconta come la battaglia di Normandia con una metafora guerresca. Ieri pomeriggio un messaggio sulla chat di Slalom faceva notare che primo era arrivato un irlandese nato in Inghilterra, secondo un americano, terzo un australiano, quarto uno scozzese, quinto un inglese: le nazioni di quella volta che venne salvata la democrazia in mezzo a la bocage.

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Ho perso il conto delle volte che il Tour ha attraversato la Bretagna, qualche conoscenza diretta ce l’ho con quelli che si definirebbero crus che il mio amico Carlin Petrini chiama presidi: i porcini dei boschi di Pledran, le cipolle di Yffiniac, i fagioli bianchi di Paimpol, le carote di Langueux, le cozze di Hillion. Tra le specialità, il vento meriterebbe un capitolo a parte

GIANNI MURA

La fuga di Ben Healy

        Secondo Roos stamattina su l’Équipe dovremmo rivedere oggi una tappa simile a quella di ieri, quando nella prima ora il gruppo s’è mangiato 49 km, nella seconda 46. Nella sua fuga solitaria verso il traguardo Ben Healy aveva l’aspetto di un galeotto della strada, con uno stile di pedalata da papera, alla Chaplin, un enorme schiaffo in faccia alla moderna ossessione per l’aerodinamica, ma incredibilmente efficiente: aveva preparato meticolosamente la sua impresa. Soprattutto, quella macchina sgangherata ha schiacciato i suoi compagni di fuga

Nelle sue pagelle per gli abbonati di Bicisport Alessandra Giardini ha scritto che la sua frase preferita dice molto di lui. “Se arrivo a uno sprint con qualcuno, ho già perso”. Per questo fa di tutto per non arrivare allo sprint, per essere da solo al traguardo. Viene da Kingswinford, nelle Midlands occidentali, e dalla mountain bike. Ha cominciato a vincere da ragazzo, si vanta di aver battuto Remco Evenepoel prima del passaggio tra i professionisti.

Escape Collective l’ha definita un’arte, l’arte della fuga, perché ci sono corridori che vincono con la forza bruta, che danzano sui pedali e fanno sembrare tutto facile. Ben Healy non è uno di quelli. Ben Healy fa sembrare tutto difficile, proprio come nella realtà. La sua prima vittoria al Tour è stata una mossa elaborata in inverno e lanciata a luglio. È stata pianificata con precisione e intelligenza, conoscendo i punti di forza e di debolezza, comprendendo le dinamiche che lo circondavano. Ma lo sono stati anche tutti gli altri tentativi andati a vuoto: le due tappe che avrebbe potuto vincere l’anno scorso o l’Amstel Gold Race. Il punto di questo stile di vittoria, in contrasto con la forza bruta è la sua ripetizione. Quando Tadej Pogačar vuole vincere, ce la fa. Quando un Healy vuole vincere, deve mettere tutti i tasselli al loro posto e sperare che succeda. E se non succede, deve provare e riprovare.

La rivista Rouleur dice che l’inizio esplosivo di Mathieu ricorda quello di Van Aert nel 2022 e che in fondo potrebbe finire allo stesso modo, con la maglia verde a Parigi per l’olandese, sebbene Van der Poel è un corridore che non ama niente di più che alzare le braccia in segno di gioia.

   

Storia di Narváez, il nuovo super gregario di Pogacar

Viene da un posto che si chiama San Francisco, anzi El Playón de San Francisco, e in quel punto delle Americhe, in quel punto meridionale delle Americhe che l’America di su a volte assorbe e altre volte disconosce, può capitare che il nome Jonathan venga scritto in modo sghembo. Lui è  infatti Jhonatan, come un gabbiano con le ali invertite, Jhonatan Narváez, a Torino maglia rosa nell’anno del dominio del suo futuro capitano. Il Museo Egizio lo premiò con la riproduzione della collana shebyu ispirata a quella indossata nel 1400 a.C. da Kha, l’architetto dei faraoni.

Più che un architetto dei faraoni, Jhonatan sulle salite assomiglia a quelli che portavano i mattoni sulla schiena. Deve spianare la strada a Pogacar e poi vederlo partire, ciao, buon viaggio, buona fortuna. I suoi genitori hanno venduto polli per permettergli di fare il corridore. In Ecuador è cresciuto in una fattoria dove mungeva mucche e si prendeva cura di loro, imparando – dice El Mundo – il valore dell’austerità e del sacrificio. 

Quando si presentò alla prima corsa, nella provincia di Sucumbíos, arrivò ultimo. Pioveva fortissimo. Narváez rompe gli schemi del ciclismo sudamericano classico, specializzato nell’alta montagna per la gioia dei radiocronisti colombiani. Si comporta bene anche nelle classiche e nelle corse a tappe di una settimana. Fece scalpore il fatto che la federazione del suo paese selezionasse lui e non Richard Carapaz per la corsa su strada alle Olimpiadi di Parigi. Quando c’è di mezzo Parigi, c’è sempre di mezzo Narváez. 

 

Oggi il Mur-de-Bretagne si scala due volte, la prima quando mancheranno 15 km al traguardo, la seconda invece per prendersi la vittoria. Quando il Tour viene da queste parti, il vincitore si decide sull’ascesa finale. È andata così con Cadel Evans nel 2011, con Alexis Vuillermoz nel 2015, con Dan Martin nel 2018 e con Mathieu Van der Poel nel 2021. Il Mûr-de-Bretagne è quel tipo di arrivo che premia la forza pura. Gli attacchi vincenti tendono a essere sferrati nella parte iniziale della salita, durante il primo chilometro al 10%, prima che la pendenza si stabilizzi al 4% nell’ultimo km. È una salita su cui sia gli scalatori sia i corridori veloci possono essere competitivi, finanche i più pesanti Thor Hushovd nel 2011 e Greg Van Avermaet nel 2018 sono riuscirono a tenere e difendere la maglia gialla. Secondo Rouleur finisce con un’altra vittoria di Pogacar. Bisogna ascoltarli. Ieri ‘sti fenomeni hanno indovinato che avrebbe vinto Ben Healy in fuga. 

 

 KM 51.6 Calorguen

Gianni Mura ha raccontato una volta che Hinault per tutto il resto dell’anno fa l’agricoltore e l’allevatore di vacche (ne ha 85) a Calorguen, nel paese d’Armor. Gli piacciono gli animali e se ne occupa in prima persona. Le maglie gialle di una splendida carriera le conserva in un cartone da imballaggio, in un angolo del garage

 KM 51.56  Dinan 

Circondata da 3 km di bastioni con 14 torri, 4 porte monumentali e con un castello del XIV secolo. L’abitato domina dall’alto il fiume Rance, dal cui porticciolo turistico partono piacevoli gite lungo l’estuario. L’atmosfera autenticamente medievale è ben conservata con case a graticcio dai frontoni appuntiti che testimoniano la ricchezza dei traffici dal XIV al XVII secolo e l’incompiuta basilica di Saint-Sauveur che risale al XII secolo, ma con stili architettonici dal romanico al gotico, dal rinascimento al barocco. La cittadina ha magnificamente attraversato i secoli e si può leggere come un libro di storia illustrata da edifici di epoche diverse nel centro con 70 monumenti, tante case in pietra e la torre dell’orologio: piena di fiori, ma anche di bar, ristoranti, negozi di souvenir e turisti di ogni nazionalità [Leonardo Felician, Repubblica].

 KM 72   Plancoet

François-René de Châteaubriand trascorse qui parte della sua infanzia, ci viveva la nonna. La città produce un’acqua minerale che porta il suo nome. Plancoët era il soprannome di Désiré Letort, che partecipò a otto Tour de France tra il 1965 e il 1972 e indossò la maglia gialla per un giorno nel 1969. È anche il luogo di nascita di Pascal Poisson, ex compagno di squadra di Bernard Hinault e di Laurent Fignon, vinse una tappa al Tour del 1984 a Blagnac e una alla Vuelta l’anno precedente. Ora vive in Guadalupa.

 KM 72   Pléneuf-Val-André

L’attrice Charlotte Valandrey è stata sepolta qui dopo la sua morte nel 2022. Pléneuf ospita anche le spoglie degli scrittori Raoul Ponchon e Jean Richepin, dell’editrice Simone Gallimard, nuora di Gaston.

 KM 127  Saint-Brieuc

Qui invece Hinault fece il liceo. Nel 1995 si tenne un prologo che permise a Jacky Durand di conquistare la maglia gialla. Memorabile il ruzzolone di Chris Boardman sotto la pioggia.

 KM 127  138  Piédran

Plédran è il luogo di nascita di Maurice Le Guilloux, uno dei più fedeli gregari di Bernard Hinault, partecipò a nove Tour de France tra il 1975 e il 1984 e fu l’inventore del soprannome di Tasso

   

dylan 

Il ciclismo va così. Un giorno vinci in salita alla Planche des Belles Filles e un altro giorno arrivi ultimo, con mezz’ora di ritardo in Normandia. In mezzo, tra un momento e l’altro, ci sono sei anni di km e di passione, nei quali Dylan Teuns ha infilato un altra tappa al Tour [Le Grand-Bornand 2021], una Freccia Vallone e una tappa al Giro di Romandia. Una volta – sempre al Tour – si fece 164 km di fuga verso Andorra e l’anno scorso alla Vuelta 160 verso Puerto de Ancares. Filippo Maria Ricci sulla Gazzetta racconta il suo arrivo quando il vincitore è già passato dal podio e in zona mista: “È sfinito, alle sue spalle la voiture balai sembrava volesse spingerlo, gli diceva di non mollare pestandogli la coda, ma era anche un’incombente presenza negativa. Deve il suo nome a Bob Dylan, cantante preferito di suo padre: lo invitiamo ad ascoltarsi tutto New Morning, pensando che domani mattina sarà un altro giorno, magari meno faticoso.

 

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Dai campi

    

Wilander fa il tifo per Djokovic

Bisogna iniziare a considerare l’ipotesi di far qualcosa con Mats Wilander. Sul serio. Non la può passare liscia. In ordine di gravità: soluzione numero 1 negargli l’accesso al buffet dei prossimi Internazionali d’Italia, soluzione numero 2 negargli l’accredito per il 2026, soluzione numero 3 tenerlo fuori per cinque anni, soluzione numero 4 dichiararlo persona non grata e respingerlo alla frontiera, soluzione numero 5 convocare l’ambasciatore di Svezia, soluzione numero 6 coinvolgere il tennista papa Leone XIV e disporre la scomunica. 

Mats Wilander ha avuto la tracotanza e la sfacciataggine di firmare stamattina su L’Équipe una provocazione. Ha scritto che Novak Djokovic merita di staccare Smith-Court e di restare con un venticinquesimo titolo dello Slam solo soletto in vetta alla classifica di tutti i tempi, portando un affondo non solo nei nostri piccoli cuoricini mamelici, ma anche schiaffeggiando il femminismo in tutte le sue molteplici forme. 

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Interpreti

 Lo Zecchino [della pallavolo] d’oro

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Le Invincibili di Velasco

Tijana Bošković è rientrata in tempo per giocare questa sfida contro l’Italia, ma ieri non era ancora il giorno, non era ancora il tempo della prima sconfitta dopo l’oro olimpico. Contro la Serbia è arrivata per la Nazionale di Velasco la 24esima vittoria consecutiva, la qualificazione alle finali di Nations League era stata già messa da parte mercoledì con il 3-0 al Belgio. Quest’altro 3-0 è stato costruito a suon di doppi cambi spiega Volley News, per la lunghezza e qualità complessiva della rosa, con il commissario tecnico che chiamando in causa tante, diverse giocatrici spesso nei momenti decisivi ha trovato risposte importanti e determinanti per chiudere il match. Paola Egonu si è alternata nel ruolo di opposta con Kate Antropova, 17 punti una e 9 l’altra, Cambi con Alessia Orro in regia. Bošković si è fermata a 14. 

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La Macchina del tempo 

     

Il mondo del calcio senza più innocenti

DI MARIO SCONCERTI, Repubblica, 11 luglio 1985

Abbiamo sempre avuto molta stima dell’avvocato Campana e molto spesso ci siamo trovati dalla sua stessa parte. Adesso però ci risulta sempre più difficile seguirlo. Vorremmo per esempio capire con quale pudore Campana scopre adesso che il mercato non è finito. Con quale pudore chiama ancora “artifizi diabolici” i tentativi delle società di far sottoscrivere ai loro giocatori contratti pluriennali? Come può far finta di dimenticare che non solo lo ha sempre saputo, ma che ha dato lui per primo il suo benestare a questa parte della legge sullo svincolo? Campana sa benissimo che sono stati soprattutto i giocatori a chiedere la possibilità di contratti lunghi, proprio perché così annullavano i rischi dello svincolo senza per questo essere tolti dal mercato. Non a caso oggi se un giocatore viene ceduto quando ancora sotto contratto, la sua cessione equivale a un aumento di stipendio automatico. Quando la legge fu firmata Campana non si oppose proprio perché erano enormi i vantaggi che dava ai suoi assistiti. Me lo spiegò lui stesso due inverni fa, una sera nel suo studio di Bassano. Come mai adesso li chiama artifizi diabolici? È poi sempre più difficile tollerare lezioni morali da chi rappresenta e assiste l’oggetto della follia del calcio. Le società sono in deficit, spesso pagano in nero, quasi sempre commettono pazzie. Ma otto volte su dieci lo fanno proprio per pagare gli assistiti dell’avvocato Campana. Ora è vero che questo è un mondo pieno di maneggioni, di troppo furbi e troppo bravi, qualche volta di mascalzoni. Ma soprattutto è un mondo che non ha più innocenti. Campana dirige da dodici anni il sindacato che lui stesso ha inventato. Se come sostiene il calcio è un baraccone. E’ tempo che sappia che di quel baraccone lui fa parte mani e piedi

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Oggi

 

     

 Guida allo sport in tv di oggi

Il rientro di Andy Diaz a Monte-Carlo

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