Le britanniche fra le prime otto in Europa. Una squadra finanziata con zero sterline

  GLI EUROPEI DI PALLANUOTO

 

Nel paese dove gli sport di squadra li hanno inventati quasi tutti, alla fine se ne fanno bastare due. Il calcio e il rugby. Mettiamoci anche il cricket. Gli altri quasi non ci sono. Se esistono, restano invisibili. Quando Londra ha ospitato nel 2012 le Olimpiadi, aveva una nazionale qualificata di diritto ai tornei di basket, di pallavolo, di pallamano, ma è stato quasi un motivo di imbarazzo. I ragazzi della pallacanestro non partecipavano dal 48 – anche allora per diritto da paese organizzatore – e le ragazze non s’erano mai viste prima. La pallavolo aveva lasciato una traccia semi-anonima con la partecipazione della squadra femminile agli Europei del 71. La pallamano non era mai esistita, se non in quel 2012. Qualche tempo fa il Wall Street Journal azzardò una spiegazione. Scrisse che in Inghilterra c’è tanto verde, troppo verde, e con tutti quei prati a disposizione o cerchi il gol o cerchi la meta. I playground in giro sono pochi, ci vanno i figli degli immigrati dell’Est. 

La pallanuoto, ecco. La pallanuoto è un’eccezione. Ma lontana. Tra il 1900 e il 1920 la squadra maschile vinse quattro ori consecutivi alle Olimpiadi, da allora puff, spariti. Esiste insomma una radice, ma non dà più frutti. Qui non c’entrano i prati e non c’entrano i campetti. Qui c’entrano i soldi, i soldi e il sistema di finanziamento dello sport olimpico britannico. La linea fu chiara, chiarissima, quando nel 2017 Liz Nicholl diede un’intervista a Emanuela Audisio per Repubblica. Gallese, ceo di UK Sport – la cassaforte dell’attività – la donna che decideva a chi attribuire i finanziamenti dello Stato. Una signora minuta, bionda, occhi azzurri, anche se in tanti la raffigurano con la falce in mano scrisse Audisio. La Gran Bretagna aveva toccato il fondo ai Giochi 96 di Atlanta con un oro, 8 argenti e 6 bronzi. A Londra si era piazzata terza nel medagliere con 65 podi dietro USA e Cina, quattro anni dopo a Rio addirittura seconda. 

Liz Nicholl allora spiegò: «Programmazione, serietà, realismo. Non siamo un ente di beneficenza. Investiamo sul futuro e dove si vince. Finanziamo gli sport con soldi pubblici, quindi abbiamo una responsabilità. Non ci dobbiamo occupare di far fare movimento alla popolazione, ma della programmazione olimpica. Trattiamo con il governo, presentiamo un piano, onesto e sincero, otteniamo fondi, per Tokyo sono 385 milioni di euro, e li ridistribuiamo senza tanti giri inutili, a chilometro zero. Paghiamo direttamente gli atleti e forniamo loro tutto quello di cui hanno bisogno in termini di assistenza tecnica, logistica, medica. Ma entrare nel programma non è un matrimonio. Ognuno di loro è sottoposto a continua verifica. E se i risultati non sono in linea con le aspettative, escono dal programma. Noi non dobbiamo essere politicamente corretti o fare buone azioni, ma costruire una leadership sportiva. UK Sport è un organismo governativo, indipendente dal comitato olimpico britannico e dalle federazioni sportive. Noi non partiamo dalla base per andare alla ricerca del risultato, facciamo l’opposto, partiamo dal risultato, e mettiamo in campo tutto il necessario per sostenerlo. Altrimenti azzeriamo gli aiuti. Se molti sport di squadra come volley e basketball non hanno possibilità, io perché devo finanziarli? Per sentirmi buona a Natale? Io uso soldi pubblici, devo avere criteri di scelta trasparenti, devo rispondere dei miei investimenti. Non puoi fare sport ad alto livello, a spese dello Stato, se non hai risultati. Io devo programmare il costo della vittoria, non quello della sconfitta». 

Una specie di signora Thatcher dello sport. Aveva tagliato anche il rugby in carrozzella «ma sulla mia lavagna olimpici e paralimpici sono uguali. Non faccio differenze, né tiro a sorte. Noi analizziamo i risultati mondiali, cerchiamo di capire dov’è il futuro. E se non sono da medaglia per me sono out. Hanno anche fatto ricorso e hanno perso». Amen. Finito. 

 

La pallanuoto aveva capito l’antifona nel luglio del 2014. Le ragazze venivano dall’oro ai Giochi del Commonwealth e da una vittoria in amichevole contro la Spagna, una vittoria prestigiosa, promettente. Ma a febbraio UK Sport aveva già annunciato che i 4 milioni e mezzo di sterline inizialmente assegnati per permetterle di accedere ai Giochi di Rio erano stati ridistribuiti altrove. Spiegazione: «La pallanuoto è tra gli sport che non sono in grado di dimostrare di avere una possibilità realistica di arrivare ai primi otto posti a Rio 2016 né di poter puntare a una medaglia nel 2020». I soldi? Niente allora. Si arrangiassero.

British Swimming non presentò ricorso, sapeva di non avere scampo. «Le giocatrici – dissero dalla federazione – ora si concentreranno sulla ricerca di un impiego, anziché sul raggiungimento di prestazioni migliori». Fran Clayton, una di loro, disse che il taglio dei finanziamenti avrebbe imposto «un cambiamento di vita per il quale non sono pronta. Mi aspettavo di far parte di una squadra radunata a Manchester, in stage a tempo pieno, invece ho dovuto ripensare tutto. Temo per l’impatto che questi tagli ai finanziamenti avranno sulla pallanuoto in questo paese. Sebbene esista una forte rete di club, dov’è l’ispirazione per le più giovani se non esiste una nazionale a cui aspirare?». 

Rosie Morris, la capitana, disse che peccato, perché eravamo così affiatate. Avevano anche loro il classico allenatore greco giramondo, Kostas Vamvakaris. Allargò le braccia e disse: «Molte ragazze sono giovani e hanno un grande potenziale, ma tutto questo andrà perso se non esiste la volontà politica di sostenere un programma dedicato. Allenarsi un paio di giorni a settimana non soddisferà gli standard richiesti per sfondare a livello internazionale».  

 

Le sei squadre maschili e femminili delle nazioni all’interno del regno hanno ricevuto un sostegno forfettario di 100.000 sterline da Swim England a partire da marzo 2017, ma zero sterline da British Swimming per anni, perché UK Sport guarda altrove.

Come aveva previsto British Swimming, la partecipazione agli Europei del 2014 sarebbe rimasta l’ultima in un grande evento. Che si fa? Stringiamo la cinghia, si dissero, resistiamo, qualcosa accadrà. Aspettarono un nuovo giro di fondi, ma pure nel 2020 UK Sport ha tenuto chiuse le borse dei finanziamenti per il successivo quadriennio. Questo in corso. L’unico spiraglio è stato il riconoscimento del lavoro svolto per la creazione di una comunità. «Siamo stati informati – disse la federazione – che probabilmente ci sarà un sostegno futuro per i progressi compiuti».  Swim England, Scottish Swimming, Swim Wales e molti gruppi di volontariato si sono messi allora in giro per le scuole. Questo è successo. Sono andati avanti a costo zero per lo Stato, in un’attività finanziata dalle famiglie o dalle giocatrici stesse. L’organizzazione benefica indipendente The Swimming Trust, in collaborazione con Swim England, ha iniziato a offrire 500 sterline a dieci diverse scuole statali nel tentativo di introdurre alunne e alunni alla pallanuoto. I fondi possono essere utilizzati per comparre palloni, calottine, porte o per pagare l’affitto delle piscine. Obiettivo: aumentare il numero di praticanti nel giro di cinque anni.

Toby King, presidente del Water Polo Leadership Group di Swim England, nel 2020 disse: «Siamo ovviamente delusi dal fatto che UK Sport non abbia assegnato alla pallanuoto alcun finanziamento diretto neppure in questa fase, ma ci consola il fatto che siano stati propensi a riconoscere la qualità del nostro programma. Non vediamo l’ora di fare molto di più in futuro, quando speriamo di riprendere un certo grado di normalità».  

Ora c’è qualcosa in più della normalità, c’è un piccolo grande miracolo in corso agli Europei, dieci anni dopo l’ultima volta. È successo che la federazione internazionale abbia allargato le maglie della partecipazione, portando a 16 il numero delle squadre. Le ragazze si sono prese un posto eliminando nazioni marginali come Portogallo e Finlandia, gli uomini nonostante tutto sono rimasti fuori. Una volta arrivate alla fase finale di Eindhoven, la nuova formula che prova a limitare gli scompensi ha consentito alle britanniche di vincere tre partite su tre nella divisione 2, contro Germania Slovacchia e Bulgaria. Si sono guadagnate la chance di giocare da sfavorite il play-off per un posto ai quarti di finale, hanno pareggiato con Israele e hanno vinto la partita ai rigori.

La squadra che costa zero sterline è fra le prime otto d’Europa. L’avventura dovrebbe essere finita qui. L’avversaria di oggi ai quarti di finale è l’Olanda campione del mondo, ma vai a sapere. La stella britannica si chiama Katie Cutler, 22 anni, marcatrice di boa. È venuta a giocare in Italia, in serie A con il Bogliasco per 600 euro al mese. Ne ha scritto Valerio Giacoia su Domani. È di Bristol, si trova a metà del suo percorso di studi in medicina e dice di voler lavorare in futuro in un pronto soccorso. Oppure va a finire che UK Sport si commuove, apre la borsa e investe sulle ragazze della pallanuoto per provare a qualificarsi a Los Angeles 2028 oppure Brisbane 2032. 

 

 

in tv e in streaming | ore 20.30 Rai Sport: Ungheria-Italia [quarti di finale femminili]

 

Su Eurovision Sport [gratuito]: ore 16 Spagna-Croazia [quarti di finale femminili] | 17 Germania-Israele [girone divisione 2 maschile]  | 17.30 Olanda-Gran Bretagna [quarti di finale femminili] |  17.45 Slovacchia-Romania  [girone divisione 2 maschile] | 19 Francia-Grecia [quarti di finale femminili] | 19 Serbia-Malta  [girone divisione 2 maschile] | 20.15 Olanda-Slovenia [girone divisione 2 maschile]

 

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