#5 giorni a Wimbledon
► LA NAZIONALE femminile italiana di pallacanestro ha battuto ai supplementari la Turchia nei quarti di finale agli Europei. La semifinale mancava da trent’anni. Roberto De Ponti sul Corriere della sera scrive che “c’è un basket italiano che vince. Finalmente. Ed è femminile. Finalmente”. Intanto al vertice della Lega maschile Maurizio Gherardini subentra a Umberto Gandini. Ha 70 anni.
◇ Jasmine Paolini si è qualificata per i quarti di finale del torneo di Bad Homburg battendo Leylah Fernandez. Fuori Flavio Cobolli da Eastbourne.
◇ L’Olympique Lione è stato retrocesso a tavolino in serie B per il buco finanziario da 175 milioni di euro.
◇ Al meeting di Ostrava Armand Duplantis ha mancato non di molto il record mondiale di salto con l’asta a 6,29 dopo aver vinto la gara a 6,02. Leo Fabbri ha vinto il concorso di getto del peso con 21,70 davanti a Zane Weir con 21,39. Gout Gout primo nei 200 in 20.02.
Essere o benessere: questo è il problema
Marcello Marchesi
La fuga di Carlitos da Alcaraz
È la tradizione che vuole così, e quando di mezzo c’è la tradizione a Wimbledon non conoscono rivali. Le fragole con la panna, la coda, tutto quel bianco accecante che pare di essere dentro la scena chiave di Improvvisamente l’estate scorsa, nel caldo feroce di Cabeza de Lobo, in cima a quel tempio pagano, Sebastian & Violet, Violet & Sebastian. L’orologio verde che sul campo centrale segna per un anno il punteggio della finale precedente, fino alla prima partita dell’anno dopo. La prima partita dell’anno dopo che tocca al vincitore dell’anno prima.
Quando lunedì pomeriggio Carlos Alcaraz metterà piede sull’erba di quel circolo che manda in campo giocatori e giocatrici facendole sfilare sotto una poesia di Kipling, saranno in molti a darlo per favorito, a maggior ragione dopo la vittoria al Queen’s. In finale ha lasciato un set a Lehecka, ma come ha scritto Simon Briggs sul Telegraph il ceko deve essersi sentito “come una noce di cocco in un bagno di sudore” – qualsiasi cosa avesse intenzione di dirci.
Lehecka ha dovuto fronteggiare 18 ace di Alcaraz che lo hanno trafitto più o meno da ogni direzione. Non ha mai avuto nemmeno una palla-break. È una cosa nuova. È la reale innovazione che lo spagnolo porta al torneo, un arnese in più nella sua già meravigliosa cassetta degli attrezzi. Alcaraz ha detto di aver capito come funzione il ritmo del servizio a metà settimana al Queen’s, alla fine di una serie di allenamenti dedicati al fondamentale dei fondamentali, il colpo da cui tutto comincia. Frase centrale: «Onestamente, ora so come si sentono John Isner e Reilly Opelka». Cioè le due macchine da servizi vincenti.
Adesso sull’Auckland ci faranno un film
Il potere democratico di un calcio d’angolo
La squadra degli studenti universitari, del barbiere, dell’insegnante, del responsabile vendite della Coca-Cola e dell’agente immobiliare in ferie per giocare i Mondiali dei club comincia ad assomigliare sempre di più a quella delle Samoa americane, battute per 31-0 dall’Australia e poi protagoniste di una storia di riscatto diventata la trama di Chi segna vince, commedia disneyana di Taika Waititi. L’Auckland si era fermato a dieci, dieci gol subiti dal Bayern Monaco all’esordio dei Mondiali – e tutti a chiedersi dove finiremo signora mia di questo pass, di allargamento in allargamento della platea. Gli zimbelli dei Mondiali sono scesi a sei gol subiti nella seconda partita con il Benfica e nella notte hanno chiuso il loro girone – fermi tutti – con un pareggio. Un pareggio contro il Boca Jr, sbattuto fuori dal torneo per questo motivo.
Lo 0-10 d’apertura era stato presentato dalla FIFA come il punteggio che chiudeva una storia di inclusione, “il bello contro il meglio” in una sintesi da volantino pubblicitario. Così quando Christian Gray ha segnato il gol del pareggio contro il Boca Jr, gli è venuto da dire che «ci siamo riconquistati il rispetto dopo una dura trasferta». Mentre Nikko Boxall e Adam Mitchell hanno trascorso gran parte del loro tempo a spazzare via dall’area i cross del Boca, Gray se n’è andato nell’area di rigore avversaria a mettere la capoccia sotto un pallone che veniva da un calcio d’angolo. Era il 52esimo minuto, e nonostante tutto lo squilibrio competitivo mostrato in questi giorni ha preso il tempo a Rodrigo Battaglia, un vecchio bucaniere delle aree di rigore passato per i campionati di Spagna e Portogallo. Gli è sfilato davanti e pam – l’ha messa in porta. Dice The Athletic che i calci piazzati si confermano allora il momento più democratico di una partita di pallone, “un potente strumento di livellamento dei valori tra i pesi massimi e el squadre sfavorite. Le situazioni di palla inattiva sono curate meticolosamente: si basano in gran parte su movimenti intelligenti. Per una squadra tecnicamente più debole è l’occasione migliore per segnare un gol”.
Pochi minuti dopo la partita è stata sospesa per un fulmine caduto al Geodis Park. a quel punto “i tifosi del Boca – scrive il magazine americano – potrebbero aver penato che fosse un segno indelebile della fine dei tempi o forse qualcosa di peggio: l’eliminazione”.
A Di Maria il caldo non fa niente
Da El Pais arrivano elogi per Angel Di Maria dopo la vittoria del Benfica sul Bayern “nel corso di uno spettacolo inumano, celebrato a 35 gradi di temperatura in una caldera a Charlotte, in coincidenza con un’ondata di calore negli Apalaches” ha scritto Diego Torres.
“Carlo Ancelotti ha raccontato una volta che niente lo ha impressionato di più della prestazione di Di Maria nella finale di Coppa dei Campioni 2014, quando corse dal minuto 1 al minuto 120. Polmoni, più cuore più qualità fanno il Fideo, l’uomo che corre da campo a campo senza sosta , come toccando l’erba con la punta del piede. Più di dieci anni dopo, lo stesso uomo, lo stesso organismo più consumato ma più saggio con i suoi 37 anni si è gettato nel fuoco estivo di Charlotte come se quel mezzogiorno soffocante gli facesse l’effetto di accarezzargli le alla maniera di una brezza autunnale”.
Rivista Undici: “L’Inter Miami ha già incassato 21 milioni di euro grazie al Mondiale per Club, come se avesse vinto 71 volte la MLS” [tutto qui]
Qualcosa sta cambiando nel sentimento intorno a Simeone
L’eliminazione dell’Atlético Madrid per mano del Botafogo continua a essere un trauma per il calcio spagnolo. Ne scrive di nuovo stamattina Alfredo Relaño su Diario AS sottolineando che i colchoneros sono stati i primi europei su dodici a mancare la qualificazione.
“Non ce lo aspettavamo – dice – visto il suo livello come club e come squadra”. Il decano dei giornalisti calcistici di spagna e giurato per il Pallone d’oro riepiloga la stagione [“Ha guidato la Liga per buona parte del girone di ritorno e se ha perso agli ottavi di finale di Champions contro il Real Madrid è stato per un passo falso”], fa notare i buchi nella rosa [“mancavano un’ala sinistra, un difensore centrale in più e un altro centrocampista”], ma soprattutto sottolinea la carenza di mentalità per passare il turno.
“Simeone ha trascorso anni a costruire l’Atlético attorno a una dinamica di vittorie risicate e questa necessità di dover vincere con tre o più gol di scarto contro il Botafogo era molto contraria al loro stile. Non abbiamo mai visto i brasiliani subire una pressione seria. Il portiere ha vissuto una serata piuttosto comoda. Eppure, Simeone più di chiunque altro aveva bisogno di raggiungere almeno i quarti di finale. Il suo passo falso di quest’anno, quando ha detto che la squadra deve guardarsi alle spalle anziché verso l’alto, è stato mal accolto da una tifoseria che ama il rischio e l’avventura, che detesta la routine delle cose come stanno. Il Mondiale è stato emozionante. Essere lì era già abbastanza prestigioso, ma andarci e perdere all’esordio ha avuto l’effetto opposto. I ricavi dell’Atlético coprono a malapena lo stipendio di Simeone. Non tengo traccia dei suoi conti, ma quella critica mi è sembrata il segno di un sentimento generale”.
La stampa spagnola riferisce stamattina che Nico Williams ha comunicato all’Athletic Bilbao di volersene andare al Barcellona. Facile. The Athletic parla di clan degli amici, nel senso che “il ventiduenne si sta avvicinando al tanto atteso trasferimento in una squadra dove lo spettano molti buoni amici”, primo fra tutti Lamine Yamal.
Tre allenatori messicani ai quarti di finale
El Salvador si è auto-sabotato. È rimasto in nove alla fine del primo tempo con il Canada e lo 0-0 non ha retto. Nei primi nove minuti dopo l’intervallo ha preso i due gol fatali: uno segnato da quel Jonathan David che stamattina i giornali italiani accostano alla Juventus con caratteri grossi così e voce stentorea. David nel frattempo si era pure magnato un rigore nei minuti di recupero del primo tempo, ma tutto è bene quel che finisce bene, sebbene The Athletic scriva che “la prestazione della squadra non finirà al Louvre”. Sempre nella notte Honduras ha battuto Curaçao e abbiamo il tabellone definitivo dei quarti di finale [iniziano nella notte fra 28 e 29 giugno]: Panama-Honduras, Messico-Arabia Saudita, Canada-Guatemala, USA-Costa Rica. Solo il Panama fra tutte non ha il suo nome nell’albo d’oro. Il Canada non vince dal 2000, l’Honduras dal 1981, Costa Rica dal 1989, Guatemala dal 1967. Ah sì: anche l’Arabia Saudita non ha mai vinto. Ma qui casomai viene da chiedersi che ci faccia l’Arabia Saudita in America. Spicca la scuola tecnica messicana, con tre allenatori del paese ai quarti di finale: Miguel Herrara con Costa Rica, Luis Fernando Tena con il Guatemala e Javier Aguirre a casa sua. In panchina due europei: Hervé Renard con i sauditi e lo spagnolo Thomas Christiansen con Panama.
La retrocessione a tavolino del Lione
Era già tutto previsto, ma a Lione pensavano di aver ribaltato il tavolo vendendo giocatori a gennaio e tagliando dovunque gli stipendi. Invece è arrivata la retrocessione in serie B per violazione delle norme finanziarie. L’Équipe dedica la prima pagina alla “caduta di un club storico e del suo presidente John Textor”, uno dei rivali più aspri di Nasser Al-Khelaifi, gran capo del PSG e dell’ECA. La DNCG – più o meno sta per Direzione nazionale per la tutela della concorrenza – ha confermato martedì la retrocessione amministrativa dell’Olympique pronunciata il 15 novembre, punendo la gestione finanziaria del magnate texano, “il presidente – dice il giornale – che trascina con sé un club storico”. Il Lione ha annunciato che presenterà ricorso.
Fino a mezz’ora prima del verdetto, intorno alle otto di ieri sera, Textor manifestava ottimismo, raccontava in giro di aver finalmente capito come funziona il calcio europeo. Qualche giorno fa ha venduto le quote del Crystal Palace. Lo diceva mentre cercava un volo per Philadelphia, per raggiungere l’altra sua creatura, il Botafogo, atteso ai Mondiali dei club dagli ottavi di finale contro il Palmeiras. Non ha trovato né il volo né una sentenza favorevole. Le motivazioni della DNCG arriveranno non prima di venerdì, ma devono aver pesato i solleciti per le fatture non pagate, le ammonizioni della federcalcio francese, dell’UEFA e della FIFA [“una specie di grande slam” sfotte L’Équipe]. Textor rassicurava tutti sulla scorta di 83 milioni di euro di contributi pagati da gennaio, 30 milioni di stipendi tagliati, la cessione di Cherki al City per 42 e mezzo: insomma una cifra superiore ai 175 milioni di euro chiesi a gennaio dal DNCG.
Nel pomeriggio, racconta il giornale francese, il presidente dell’organismo Jean-Marc Mickeler aveva fatto capolino per salutare, fra strette di mano e sorrisi, “sembrava che il Lione avesse fatto pace con il calcio francese”. Ma secondo le prime indiscrezioni il DNCG “avrebbe storto il naso alla scoperta che i trasferimenti dei giocatori dal Botafogo nei prossimi mesi avrebbero dovuto migliorare il bilancio del Lione: nonostante i suoi sforzi l’Olympique rischiava di registrare un nuovo deficit significativo alla fine della prossima stagione”.
L’Équipe spiega che “l’annuncio della sanzione conferma purtroppo i timori dei dipendenti che per mesi hanno assistito a errori amministrativi, tagli di bilancio e fatture dei fornitori non pagate. Sono stati sottoposti a un piano di licenziamenti che ha portato all’uscita di un centinaio di loro. Hanno gradualmente perso fiducia nella parola dei loro dirigenti, sistematicamente fiduciosi in un piano aziendale e sistematicamente contraddetti dalle autorità. La decisione del DNCG ha gettato nel dolore tutti i tifosi dell’OL, quelli che pensavano che il funerale di Bernard Lacombe di mercoledì pomeriggio sarebbe stato sufficiente a riempirli di tristezza per tutta la settimana”.
Una piscina a 21 metri d’altezza per Marchand
L’Équipe dedica una pagina al progetto della Città del nuoto in costruzione su l’Ile di Ramier, una struttura da 32 milioni di euro gestita dai Dauphins, il club di Léon Marchand. Jacuzzi, spa, sauna, corsi di pilates e yoga. “Si stanno valutando altre fonti di reddito, tra cui l’affitto di un ristorante al terzo piano dell’edificio e un centro di supporto sanitario con fisioterapisti, osteopati e reumatologi. Saranno benvenuti anche gli studenti. Oltre alle vicine piscine di Castex e Nakache che il club continuerà a utilizzare, la Cité de la Natation avrà tre vasche, ciascuna più grande del 20-25% rispetto a quelle attualmente esistenti. L’attrazione principale è la futura piscina da 50 metri per Léon-Marchand con 10 corsie. È situata sul tetto, a un’altezza di 21 metri, con vista sulla Garonna e sulla città di Tolosa. Una delle eredità di Parigi 2024”.
TJ Shorts
La rivincita di TJ Shorts sul numero zero che porta sulla maglia
TJ Shorts è un ragazzo al quale sua madre regalò un pallone da basket quando aveva quattro anni.
Cioè. Noam Chomsky lo chiamerebbe un enunciato ambiguo, sebbene semanticamente decifrabile. I quattro anni li aveva lui, TJ, non è che li avesse sua madre.
Da allora TJ non si è più separato dal pallone.
Cioè. Adesso non per fare i pignoli. Anche questo. Non è che fosse sempre lo stesso pallone di quando aveva 4 anni. I palloni sono cambiati. È per dire che. Vabbè s’è capito.
TJ era un ragazzo di Irvine, California, città di incrocio di etnie e di coltivazione di fagioli, quando brillava per la Tustin High School eppure nessun college si faceva avanti per offrirgli una borsa di studio nella Prima Divisione della NCAA. Ha ripiegato sui college junior mettendo la maglia di Saddleback prima di trasferirsi come studente del secondo anno alla UC Davis.
Forse per una maledizione o forse perché davvero doveva andare così, alla fine della carriera universitaria la NBA era distratta. Nessuno pensò che valesse la pena spendere una scelta per lui. Shorts se ne andò a cercare uno stipendio all’estero. Lo trovò nel campionato transnazionale di Estonia e Lettonia, finendo a giocare l’Eurocup con il Ventspils nella stagione del covid, senza arrivare fino in fondo al torneo ma quanto bastava per farsi notare nell’élite del basket al di qua dell’Oceano. È stato ad Amburgo, è stato a Bonn, due anni fa a Parigi gli hanno fatto un contratto di due anni quando si sono messi in testa di scalare le gerarchie.
Stamattina le gerarchie sono definitivamente scalate. TJ Shorts ha portato a Parigi il primo scudetto della storia con la vittoria in Gara-5 sul Monaco di Spanoulis, prendendosi pure il trofeo del MVP e “cavalcando le nuvole nell’ultimo quarto” disce L’Équipe con una definizione memorabile e un 9 in pagella.
“Se questa fosse davvero la 150ª e ultima partita del playmaker americano con il Paris, non poteva che essere un saluto degno di nota. Vicino a una tripla-doppia con 27 punti, 10 assist e 7 rimbalzi, Shorts ha trascinato la sua squadra nei momenti chiave, 11 punti solo nell’ultimo quarto. Ha riscoperto i suoi classici: contropiede fulmineo, distribuzione del tiro, conclusione dalla media distanza quasi indifendibile. Con un pizzico di cattiveria in più del solito per procurarsi falli cruciali. MVP della stagione, MVP della finale”.
In effetti da un mesetto dalla Grecia dicono con forza che TJ ha raggiunto un accordo milionario con il Panathinaikos per fare meraviglie in Eurolega. Due milioni e mezzo all’anno per due anni. È la fine di un inseguimento, la fine di una rabbia che TJ si porta dentro e non nasconde. Ha preso il passaporto della Macedonia del Nord e porta il numero zero sulla maglia per ricordare il numero di borse di studio che gli sono state offerte e il numero che gli hanno dato al Draft NBA.
Guida allo sport in tv di oggi
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