Quando arrivano certe sconfitte per 10-0: che ci fanno i dilettanti dell’Auckland ai Mondiali

      

Quando arrivano certe sconfitte per dieci a zero

Per tre volte ai Mondiali di calcio c’è stato un punteggio con nove gol di scarto. Cominciò l’Ungheria nel ‘54, non per niente era detta la Grande Ungheria, o forse siamo stati noi posteri a chiamarla così, chi lo sa, chi può dirlo. La Grande Ungheria ne fece nove [a zero] alla Corea del Sud e vent’anni più tardi lo stesso accadde in Jugoslavia-Zaire, la partita che avrebbe poi portato come conseguenza il terrore in Brasile-Zaire, con il celebre episodio della punizione battuta al contrario, Joseph Mwepu Ilunga che venne fuori dalla barriera e tirò lontano il pallone.

Gli ultimi nove gol di scarto a un Mondiale si sono visti oltre quarant’anni fa, quando ancora l’Ungheria – ma non più così Grande – mise sotto per 10-1 El Salvador, altra squadra che come Zaire era arrivata al torneo terrorizzata dalla situazione politica nel paese. 

Il calcio da allora si è messo in marcia verso un altro tipo di scenario. La FIFA ha promosso la crescita e la formazione di pezzi di mondo considerati tecnicamente sottosviluppati e marginali. Oggi capita che San Marino ogni tanto pareggi e che Andorra perda solo 1-0 in Inghilterra. Non affrontiamo il discorso di cosa può succedere con le Macedonie del nord. 

Un giorno però la FIFA si inventa i Mondiali dei club e il  velo cade. Un giorno il calcio si ritrova dentro uno stadio di Cincinnati e finisce per scoprire che “novecento milioni possono molto più di cinque” come ha sintetizzato El Pais nel commentare il 10-0 del Bayern contro i neozelandesi di Auckland. 

L’AUCKLAND

La storia di questa rumorosa sconfitta è su molti media internazionali. L’Auckland City occupa il 5.074esimo posto nell’Opta Power Rankings, la classifica dei club mondiali a cura dell’istituto di statistiche più citato al mondo. Il Bayern Monaco è sesto, uno dei pesi massimi del calcio europeo. Una partita già squilibrata in partenza, diventata ancora più sbilenca quando la squadra neozelandese ha dovuto lasciare a casa alcuni dei suoi elementi migliori. 

James Walker-Roberts su TNT Sports ha detto che a quel punto “era probabile che finisse in un solo modo, e così è stato”.

L’allenatore del gruppo partito dall’Oceania si chiama Posa, e in un’intervista all’agenzia Reuters aveva spiegato: «I miei giocatori hanno altri lavori, tuttavia hanno sempre manifestato una straordinaria dedizione al calcio. Il problema è che alcuni hanno dovuto prendersi un congedo annuale dai loro impieghi, in modo da poter disputare la Champions League. E non hanno avuto modo di rifarlo in vista del Mondiale per Club»

Nella rosa dell’Auckland City ci sono studenti universitari, un barbiere, un insegnante, un responsabile vendite della Coca-Cola, un agente immobiliare. Come scrive anche il Guardian, non tutti sono riusciti a far combaciare le ferie e i permessi con il nuovo impegno calcistico negli USA. La squadra con il ranking Opta più basso dopo i neozelandesi è l’Al Ain degli Emirati Arabi Uniti, la prima avversaria della Juventus. Occupa il 625° posto: 4.449 posizioni di differenza con l’Auckland. Se la proporzione non dà ancora la misura di cosa bisognava aspettarsi, si può allora considerare che ci sono mille posizioni di distanza fra l’Auckland venuto ai Mondiali e il Sutton United che gioca nella Quinta Divisione inglese. 

Era fatale insomma che il Bayern ne facesse dieci, probabilmente ne faranno tanti anche il Boca e il Benfica alle prossime occasioni. Il margine di vittoria più ampio nella storia del torneo – con la vecchia formula – era stato il 6-1 dell’Al-Hilal contro l’Al-Jazeera nel 2002.

La rosa del Bayern è valutata da Transfermarkt 903,5 milioni di euro, quella dell’Auckland circa 4,58 milioni. I giocatori neo zelandesi non ricevono uno stipendio ma un’indennità settimanale di 66 sterline per coprire le spese. Harry Kane ne guadagna circa 400.000 a settimana. Angus Kilkolly, attaccante, è uno di quelli che aveva finito le ferie, ma almeno è riuscito a mettersi in aspettativa non retribuita per partecipare. Dice che era capitato un girone da sogno, nion da incubo, e non voleva perdersi la possibilità di perdere così. La chiama «un’esperienza folle, un’opportunità irripetibile, provare la sensazione di essere dei professionisti senza esserlo».


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Chissà che starà pensando Thomas Müller, “il sognatore tedesco che trova i gol nello spazio” secondo la definizione dello storico del calcio Jonathan Wilson. Müller lascerà il calcio dopo il torneo e qualche anno fa mostrò una certa insofferenza per essersi dovuto abbassare a giocare con la nazionale contro San Marino. Disse che certe partite sono inutili.

Gli giunse allora dalla rocca una lettera aperta di Alan Gasperoni diventata celebre per la sua risposta. Elencava i 10 motivi per i quali San Marino-Germania era invece una partita molto utile. Il primo: “È servita a dimostrarti che nemmeno contro le squadre scarse come la nostra riesci a fare gol”.

E ancora: “È servita alla tua Federazione (e anche alla nostra) per incassare i soldi dei diritti d’immagine con i quali, oltre a pagarti il disturbo, possono costruire impianti per i ragazzi del tuo paese, scuole calcio, stadi più sicuri. La nostra Federazione, ti svelo un segreto, costruirà un nuovo campo da calcio in un paesino sperduto che si chiama Acquaviva. È servita a farmi capire che anche se vestite il modello più bello di divise dell’Adidas sotto sotto siete sempre quelli che mettono i calzini bianchi sotto i sandali”. 

Adesso a Müller è successo ancora. Alfredo Relaño, decano del giornalismo calcistico spagnolo e giurato del Pallone d’oro, ha scritto su Diario AS che “uno scarto di 10-0 scredita un campionato, perché rivela uno squilibrio nella sua concezione. Non c’è da stupirsi, ovviamente. La FIFA ha cercato di dare al calcio di club una parvenza di universalità, come se fossero la stessa cosa, ma non lo sono. Da tempo la ricca Europa recluta i migliori calciatori da ogni luogo, anche adolescenti. E se il programma mette a confronto una delle grandi del calcio mondiale con la più debole del campo, allora succede quello che succede. Il Bayern con la sua tradizionale e scellerata vocazione da rullo compressore li ha schiacciati. Il calcio ha raggiunto un discreto sviluppo tattico, tecnico e fisico a quasi tutte le latitudini , dove c’è una popolazione emergono calciatori. Ma il calcio di club è una storia diversa, i ricchi prendono tutto e gli altri si arrangiano come meglio possono. Bayern-Auckland è stata un caso estremo, ma rivela le origini sproporzionate del progetto”. 

L’editorialista di AS aggiunge che peraltro a questo Mondiale ci sono tutti, ma non proprio tutti. Mancano i campioni d’Inghilterra [il Liverpool], i campioni di Spagna [il Barcellona], i campioni d’Italia [il Napoli]. “Suppongo che in futuro la presenza europea aumenterà. Dopotutto questo torneo è in sostanza un attacco della FIFA alla UEFA”.


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Le sconfitte di cui parlava papa Francesco

Poco prima di morire Osvaldo Soriano diceva: «A cinquant’anni continuo a segnare gol che non ho mai segnato». Nei suoi libri assai filosofici sul calcio, e più che negli altri in Le undici virtù del leader, Jorge Valdano insiste sul concetto di vittoria come successo morale, di inesistenza della vittoria senza un’etica. Scrive per esempio che da tifosi “siamo disposti a vendere l’anima al diavolo. Siamo disposti a dargli tutto pur di vincere. Perché prenderci allora la briga di guardare la partita? Perché pagare un biglietto? Perché soffrire?”  Segue qui


Ora, volendo provare a volare altissimo, pare che di sconfitte riesca a parlare con slanci poetici solo l’inquilino che abita in Vaticano: prima papa Bergoglio e ora papa Prevost – a parte papa Julio Velasco, campione di vittorie e meraviglioso teorico della necessità di vivere la sconfitta in modo sano.

Comunque.

Leone XIV ha dedicato alla sconfitta parole interessanti durante l’omelia per il Giubileo dello sport, quando ha detto che «in una società competitiva, dove sembra che solo i forti e i vincenti meritino di vivere, lo sport insegna anche a perdere, mettendo l’uomo a confronto con una delle verità più profonde della sua condizione: la fragilità. Il limite, l’imperfezione, questo è importante, perché è dall’esperienza di questa fragilità che ci si apre alla speranza. L’atleta che non sbaglia mai, che non perde mai, non esiste. I campioni non sono macchine, ma uomini e donne che, anche quando cadono, trovano il coraggio di rialzarsi».

Non è un romantico elogio della sconfitta fuori tempo massimo. È un invito a guardarla negli occhi senza lasciarsi pietrificare, a chiamare un rovescio con il suo nome senza sentirsi per questo dei falliti, un invito a non restare come Baggio sempre prigionieri di un pallone calciato sopra una traversa dentro uno stadio di Pasadena. 

E comunque, benedetti ragazzi neozelandesi, la prossima volta almeno un pallone buttatelo in porta.

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