Essere o benessere: questo è il problema
Marcello Marchesi
L’importanza di nutrirsi d’altro per nutrire il tennis
È la tradizione che vuole così, e quando di mezzo c’è la tradizione a Wimbledon non conoscono rivali. Le fragole con la panna, la coda, tutto quel bianco accecante che pare di essere dentro la scena chiave di Improvvisamente l’estate scorsa, nel caldo feroce di Cabeza de Lobo, in cima a quel tempio pagano, Sebastian & Violet, Violet & Sebastian.
E poi l’orologio verde che sul campo centrale segna per un anno il punteggio della finale precedente, fino alla prima partita dell’anno dopo. La prima partita dell’anno dopo che tocca al vincitore dell’anno prima.
Quando lunedì pomeriggio Carlos Alcaraz metterà piede sull’erba di quel circolo che manda in campo giocatori e giocatrici facendole sfilare sotto una poesia di Kipling, saranno in molti a darlo per favorito, a maggior ragione dopo la vittoria al Queen’s. In finale ha lasciato un set a Lehecka, ma come ha scritto Simon Briggs sul Telegraph il ceko deve essersi sentito “come una noce di cocco in un bagno di sudore” – qualsiasi cosa avesse intenzione di dirci.
Lehecka ha dovuto fronteggiare 18 ace di Alcaraz che lo hanno trafitto più o meno da ogni direzione. Non ha mai avuto nemmeno una palla-break. È una cosa nuova. È la reale innovazione che lo spagnolo porta al torneo, un arnese in più nella sua già meravigliosa cassetta degli attrezzi.
Alcaraz ha detto di aver capito come funziona il ritmo del servizio a metà settimana al Queen’s, alla fine di una serie di allenamenti dedicati al fondamentale dei fondamentali, il colpo da cui tutto comincia. Frase centrale: «Onestamente, ora so come si sentono John Isner e Reilly Opelka». Cioè le due macchine da servizi vincenti.
LA MUTAZIONE
Non è una bella prospettiva per gli avversari di Carlitos. Ha già la migliore risposta del tour. Il servizio era considerato il suo punto debole. “Se inizia a fare piovere anche ace – ha scritto Briggs – i suoi avversari potrebbero anche scoprire che la loro racchetta vale quanto una padella”.
Alcaraz ha vinto 27 delle ultime 28 partite dopo un inizio d’anno in cui ha fatto pubblicità alla decrescita felice e all’andamento lento. Ha vinto solo uno dei primi cinque tornei giocati. Dopo la finale di domenica ha spiegato che una mutazione c’è stata nella mentalità, prima ancora che nella tecnica.
«Ho provato una rabbia immensa quando ho perso a Miami – ha detto – ma invece di allenarmi mi sono preso una pausa e sono andato a Cancún con la mia famiglia. Ho sentito rabbia perché molti iniziavano a chiedersi: – Cosa sta succedendo a questo ragazzo che perde e non si allena? Penso che sia stata la chiave, avere cinque, sei giorni di pausa senza prendere in mano una racchetta, senza scendere in campo. Andare in vacanza con la famiglia, staccare la testa, pensare cosa avrei potuto fare meglio. Ho ritrovato la gioia e ho ricominciato ad apprezzare il tennis, a godermi di nuovo il campo, a competere».
Il Telegraph ha parlato di “un intrigante esempio di autoanalisi” al quale non sono estranei il manager e l’allenatore di Alcaraz, Albert Molina e Juan Carlos Ferrero. Sono due persone influenti e infatti hanno un ruolo di rilievo anche nella docu-serie di Netflix Carlos Alcaraz: My Way.
IL DRAMA
Ora, a dirla tutta. I signori americani dell’entertainment sanno che ogni trama ha bisogno di un drama. Se non c’è un conflitto la cera si struje e la processione non cammina. Perciò a uno Jannik Sinner così austero, uno Jannik Sinner che come massima trasgressione si concede una canzone con Bocelli, va contrapposto un personaggio differente. Contro Borg c’era McEnroe e solo molti anni dopo avremmo scoperto quanto John c’era pure in Bjorn. Il punto è che per fare di Alcaraz un moccioso strafottente alla maniera dell’americano ce ne vuole. My Way ha dovuto forzare il modulo. Ha enfatizzato l’irritazione di Molina e Ferrero per una vacanza a Ibiza dopo il Roland-Garros dello scorso anno. Eppure, dopo la vacanza a Ibiza è arrivato il titolo sull’erba.
È la Formula Carlitos. Staccare ogni tanto ti restituisce la gioia. Deviare, uscire dalla strada principale, perdersi in un sentiero secondario e vedere cosa c’è. Scappare, mantenersi vivi, l’ha detto meglio di tutti qualche decina d’anni fa Henri Laborit.
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«Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei cargo e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione. Forse conoscete quella barca che si chiama Desiderio»
Ma quella di Alcaraz non è una diserzione. Non è una fuga per rigettare il confronto. La fuga secondo Laborit era “la variante anni Settanta di un pensiero anticompetitivo già presente in Cristo (il porgere l’altra guancia, l’accordarsi con l’avversario prima di arrivare dal giudice) e nello Jünger del “Waldgang” (“Colui che passa al bosco”)” [Camillo Langone, il Foglio].
La fuga di Carlitos da Alcaraz è quella di chi non vive di solo tennis, ma sa che nutrirsi di altro nutre il suo tennis.
“Un programma di allenamento ininterrotto – ha spiegato il Telegraph – non avrebbe fatto altro che privarlo del suo bene più prezioso: la creatività che lo distingue dal gruppo”.
Certo, avrebbe potuto perdere contro Jack Draper subito dopo il suo viaggio a Ibiza. Chissà cosa gli avremmo detto. Invece è tornato brillante a Wimbledon, la finale contro Novak Djokovic non ha avuto una storia. Perché non tornare a Ibiza anche dopo le cinque ore e ventinove minuti in finale al Roland-Garros? Non c’era motivo. Solo una volta dice di essere andato a letto tardi. Ma se anche fossero state due, il Queen’s ci racconta che gli hanno fatto bene.
Domenica, dopo aver vinto la finale con Lehecka, Alcaraz ha detto di nuovo che staccare fa bene. Ha bisogno del riposo, del divertimento, forse ogni tanto ha bisogno di silenzio, di tempo da trascorrere con gli amici, con la famiglia.
«Ne ho bisogno, e la cosa positiva è che lo so».
Quando torni, quando riattacchi, quando ricominci, scopri la voglia che ti era passata.
“Alcaraz si gode Londra – annota allora il Telegraph – e Londra si gode lui”.
Ha giocato sette tornei sull’erba in carriera, tutti nella stessa città. Ne ha vinti quattro, con un record di 29 vittorie e 3 sconfitte. Il suo tasso di successi sull’erba ha raggiunto il 91%, il più alto della storia, meglio di Roger Federer, di Rod Laver e di tutti gli altri grandi che lo hanno preceduto.