Gianni De Felice, la colonna di Partenope Sera nel braccio di ferro con Brera

     

Addio a un pezzo di giornalismo sportivo leggendario

Remembering Gianni De Felice

Gianni De Felice era uno dei principali esponenti di Partenope Sera, l’insopportabile colonna napoletana presente nei quotidiani milanesi anni Sessanta. Colonna e colonia, si dovrebbe dire, insopportabile a Gianni Brera – che così la chiamava sentendosi un po’ circondato e un po’ occupato dalle eminenze di una scuola giornalistica distante da sé e dalle sue idee: la scuola napoletana di Gino Palumbo, Maurizio Barendson, Antonio Ghirelli. Erano partiti dal Mattino, erano arrivati alle scrivanie della responsabilità nelle redazioni della Gazzetta, del Corriere della sera, del Corriere dell’Informazione. 

Agli occhi di Brera avevano tutti la colpa di credere che il calcio non fosse solo calcolo e opportunismo per quella sua natura di giuoco presente pure nell’acronimo della federazione. Doveva per forza andare oltre la ricerca del particulare. Furono anni di furore e scontri ideologici, una volta finiti con qualche spintone e forse una scazzottata in una tribuna stampa.

Dalle pagine della sua rubrica per il Guerin Sportivo, l’Arcimatto, Brera derideva settimanalmente il sentimento e il cuôre [sic] che accompagnavano il racconto del calcio visto da sud, alzando argini e barricate contro la presa del potere, scolpendo sulla pagina la convinzione che il Napoli non avrebbe vinto mai nulla, finché fosse stato accompagnato da quella stampa che esigeva di divertirsi pure. 

De Felice fu in quegli anni il responsabile del calcio per le pagine del Corriere della sera e il condirettore della Gazzetta accanto a Palumbo nella irripetibile avventura del Mundial ‘82 [qui raccontata su Slalom giorno per giorno – come se fosse in tempo reale]. Una Gazzetta la cui eredità sarebbe stata tenuta viva dalla direzione di Candido Cannavò.

Brera, a dirla tutta, temeva il contagio. Temeva che con la voce forte dei giornali di Milano, la propaganda a un certo tipo di calcio sarebbe stata incontenibile.

“Un modo di raccontare il calcio forse irripetibile” scrive stamattina Carlo Baroni sul Corriere della sera, mentre sulla Gazzetta dello sport Germano Bovolenta aggiunge che De Felice “ha fatto molte cose, ha discusso e fatto discutere. Esigente, pignolo, preciso, scrupoloso. Diceva: «Avrei voluto fare il geologo o l’ingegnere o il matematico. Ho fatto il cronista. Spero bene».I colleghi lo chiamano “Serpelice”. Morde, lascia il segno. Che poi sono gli scoop, piccoli o grandi. Tre anni in rosa, con dentro tirature e vendite strepitose.  Ma poco dopo aver firmato l’editoriale sul Mundial 1982, Gianni de Felice lascia e diventa, chiamato da Federico Sordillo, presidente della Federcalcio, capo delle relazioni esterne del governo calcistico”.



  Erano anni in cui il giornalismo sportivo si sentiva cane da guardia del potere, anni nei quali venivano rivendicate le cinque righe scomode e l’ira funesta che avevano provocato. De Felice aveva definito il silenzio stampa praticato in Spagna “la pensata di cucirsi la bocca”, annotando che “chi va sui giornali, di solito ci sa stare”.  Sottinteso: questi no.  Ma da condirettore trovò che quel silenzio stampa avesse fatto crescere la categoria, aveva migliorato i giornali perché “ha avuto un effetto stimolante verso la ricerca di nuovi argomenti”.

A Vigo era tra gli scettici. Un paio di decenni dopo aveva finito per trovarsi dallo stesso lato della barricata di Brera. A difendere Bearzot era rimasto quasi da solo il Guerin Sportivo di Italo Cucci, sulle cui colonne Gianni De Felice sarebbe poi apparso come editorialista. 

Scrisse che “questi camerunesi sono calcisticamente più avanti di noi” e alla vigilia di quell’1-1 trovò che il passaggio del turno “era il traguardo realisticamente fissato per gli azzurri e questo basterebbe per salvare in qualche modo la sorte della spedizione. Un insuccesso pur grave in sé non susciterebbe l’emozione attonita che suscitò sedici anni fa lo smacco di Middlesbrough con la Nord Corea. Allora affrontammo gli asiatici, incautamente definiti “ridolini” da un Osservatore azzurro, senza immaginare neppur lontanamente una nostra sconfitta: ci pareva impossibile che gli sconosciuti coreani potessero far fuori la rappresentativa di un calcio protagonista con Milan e Inter sulla scena europea. Stavolta, invece, sappiamo che il nostro calcio non è eccelso e abbiamo conosciuto gli africani – imbattuti da Polonia e Perù – fino al punto di ammirarli e temerli. Perdere sarebbe un dispiacere, non una clamorosa sorpresa”. 

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Poi le cose cambiarono e il Mundial al Sarrià diventò epopea.

“Battere il Brasile. Due settimane fa questa proposizione sarebbe suonata come una bestemmia o una barzelletta. Oggi si può scriverla o pensarla senza arrossire”.  In realtà, lui come gli altri colleghi degli altri quotidiani di quel giorno , sanno che “la vittoria è un miracolo che possiamo soltanto sognare. Il pareggio o una decorosa sconfitta è invece un risultato che ci farebbe uscire dal mondiale a testa alta”. 

Ma non rinunciò alla sua ideologia calcistica, l’ideologia di una scuola napoletana che negli scudetti del Napoli ha trovato una realizzazione piena solo una volta su quattro, con Luciano Spalletti. Alla fine ha avuto ragione Gioann. Gli altri tre sono stati sicuramente scudetti breriani: con l’italianismo di Ottavio Bianchi nonostante Maradona, con Bigon figlio di Nereo Rocco, fino allo “scudetto juventino” di Antonio Conte. 

Se ne va un altro napoletano da ceppo normanno, uno di quei signori british accompagnati per tutta la vita dall’offesa di «non sembrare napoletano», si sa cosa significa. 

Quel clamoroso luglio ‘82 venne chiuso da un editoriale di Gianni De Felice nel quale si poteva leggere che il calcio di Bearzot in trionfo al Bernabéu era quello che “non ha ripudiato completamente la vecchia tradizione difensiva italiana, ma ha saputo modernizzarla”.

È la formula che oltre quarant’anni dopo sta sulla breccia. Gli scudetti saranno stati breriani, ma la Gazzetta più bella a Milano l’ha fatta Partenope Sera. 



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