Come Gino Palumbo cambiò il racconto dello sport

Nel centenario della nascita

10 GENNAIO 1921

 

Se i napoletani sono neri, sono nero anch’io

Gino Palumbo

 

  Quando il 5 novembre del 1976 Gino Palumbo diventò direttore della Gazzetta dello sport, aveva già fatto succedere alcune cose di cui si parla ancora oggi. Aveva trovato una bicicletta per Fausto Coppi di ritorno dalla guerra. Aveva inventato le pagelle. Aveva alimentato a lungo con Gianni Brera una polemica editoriale e ideologica sul calcio d’attacco e il calcio difensivista, su bellezza e catenaccio, le radici di ciò che oggi in modo orribile sintetizziamo con giochisti e risultatisti. Aveva imposto la polemica sui 6 minuti di Rivera nella finale ai Mondiali del 1970. Aveva fatto al Corriere della sera il più alto giornalismo pop nelle pagine sportive da caporedattore e il più popolare giornalismo alto nelle pagine di politica da vicedirettore. Gli restava un’ultima cosa da fare. Cambiare la lingua e lo sguardo del giornalismo dei quotidiani sportivi, mentre contemporaneamente la neonata Repubblica adottava il modello del Giorno di Baldacci per occuparsene (competenza tecnica, profondità critica, chiarezza e linearità espositiva secondo Ada Gigli Marchetti in Il Giorno: cinquant’anni di un quotidiano anticonformista).

 

Da direttore del Corriere della sera, Ugo Stille riconobbe che Gino Palumbo aveva dato alle nostre cronache sportive un impareggiabile impulso e una straordinaria carica di vitalità, non solo organizzando il lavoro dei suoi collaboratori con un continuo fervore di idee, ma portando nei suoi articoli lo splendore del talento, dell’umanità e sensibilità che lo distinguevano tra i giornalisti sportivi. Aveva capito e dimostrato che lo sport, il calcio soprattutto, era diventato un fenomeno collettivo e che le pagine dovevano adeguarsi alla nuova realtà: quelle pagine restano ancora oggi un punto di riferimento per il Corriere e per tutto il giornalismo italiano

Palumbo era arrivato a Milano nel dicembre del 1961, lasciando il Mattino nel quale si era formato. Era nato a Cava de’ Tirreni, figlio di Amedeo, un avvocato penalista del foro di Salerno molto apprezzato, noto socialista, e di Rosalia Bellet, nella vulgata la donna che gli regalò a nove anni una macchina da scrivere giocattolo

A 14 anni aveva bussato alla porta della redazione napoletana della Gazzetta dello Sport, in via Santa Brigida, non distante dalla chiesa dov’è sepolto il pittore Luca Giordano. Ha scritto pochi mesi fa Vittorio del Tufo in un ritratto in due puntate per il Mattino che si era presentato in calzoni corti dal grande Arturo Collana, capo della redazione, detto ‘o sceriffo per l’andatura alla John Wayne, chiedendogli di collaborare. «Ma che vi credete, giovanotto, che questo è l’asilo infantile?», lo gelò don Arturo, l’uomo che avrebbe dato il nome allo stadio del Vomero, che però gli permise di frequentare la redazione «ma solo due volte la settimana». Gino era ‘o piccirillo, aveva i capelli color grano, un quadernetto con i riassunti dell’Iliade e dell’Odissea e una passione enorme: il giornalismo. Diventò il ragazzo di bottega di via Santa Brigida. La Gazzetta, prima di diventare il suo destino, fu il suo trampolino di lancio.

 

  In sostanza andava a comprare il caffè e le sigarette. Ma ottenne di pubblicare un piccolo articolo senza firma e andava a seguire gli allenamenti del Napoli. Tra l’armistizio e la Liberazione, nel dicembre del 1944, quando il ventitreenne Palumbo scriveva per la Voce, l’ala destra del Napoli, Umberto Busani, venne a sapere che a Caserta, come attendente di un tenente della Royal Air Force, c’era Fausto Coppi e cercava una bicicletta. Busani lo presentò a Gino Palumbo: «Vorrei riprendere a correre, ma ho solo una bicicletta militare con le gomme piene, mi riempie di dolori. Il suo giornale può aiutarmi?». Palumbo ne tirò fuori un titolone – Date una bicicletta a Fausto Coppi – al quale risposero in tre. Venne scelta quella di Giuseppe D’Avino, un falegname di Somma Vesuviana, una Legnano da corsa verde oliva, e nell’aprile del 1945 fu con quella che Coppi tornò a casa, da Caserta alla sua Castellania, 800 km in cinque giorni, per poi rinascere Campionissimo con altri 4 Giri, 3 Sanremo, una Roubaix, 5 Giri di Lombardia e un Mondiale. 

«Coppi non ha mai dimenticato il gesto. Quando organizzavo il Giro di Campania, lo onorava con partecipazioni di assoluta eccellenza», avrebbe raccontato negli anni Ottanta a Mario Fossati per Repubblica

 

A guerra finita, Palumbo venne assunto dal Mattino, dove con una generazione di giornalisti napoletani diede vita alla redazione de I ragazzi dell’Angiporto. L’Angiporto Galleria, nel racconto di Del Tufo, era quattro rampe di scale consunte, un ballatoio traballante e la porta a vetri col gallo. In quelle stanze oggi popolate di ombre dopo la guerra passò mezza Italia: giornalisti, scrittori, attori, rivoluzionari, belle donne e uomini di successo. Stanze della memoria frequentate anche da fior di poeti, come Giosuè Carducci e Gabriele D’Annunzio, che nella sede del Mattino comporrà numerose poesie che verranno poi pubblicate in prima pagina. E nella vicina sede dell’Unità, nello stesso stabile, personaggi del calibro di Mario Alicata, Maurizio Valenzi, Renato Caccioppoli, Massimo Caprara, Luigi Incoronato, Gerardo Marotta, Luigi Compagnone, Domenico Rea, Anna Maria Ortese. L’Angiporto conviveva con la Broadway napoletana; mentre i giornalisti del Mattino e dell’Unità, ma anche di Paese Sera e del Tempo, battevano sulle tastiere, attori, cantanti e soubrettes occupavano appartamenti e soffitte in Galleria.

 

  È il Mattino di Gino Palumbo, dove la notizia era la sua bibbia, il suo credo: la trattava come un bravo sacerdote dice messa – ha scritto Cesare Lanza su La Verità – con rispetto, trasmettendo la fede a chi lo ascolta. Una volta mi disse: – Ci sono tante notizie, ogni giorno. Il problema è trovare la notizia, quella che interessa alla gente più di tutte le altre. E trattarla in modo che tutte le curiosità siano esaurite, secondo possibilità umane e senza soggezione verso chiunque. Ci vuole un talento particolare, un istinto naturale: come un rabdomante che cerchi l’acqua. E Palumbo trovava l’acqua, cioè la notizia, anche in mezzo al deserto.

In quella avventura ebbe accanto a sé una generazione di firme che fecero la scuola giornalistica napoletana: Riccardo Cassero e Romolo Acampora, Giuseppe Pacileo e Lello Barbuto, Clodomiro Tarsia e Cesare Marcucci, Ernesto Tempesta e Gerardo Guerra, Gianni De Felice e Gegè Maisto, Franco Esposito e Ciccio Assini, Mario Caruso e Maurizio Mendia. 

I ragazzi di Gino sono attenti agli umori dei tifosi. Le riunioni dello Sport cominciano sempre con una domanda: «Di cosa parla la gente oggi?», ricorda Del Tufo.

Fondarono il settimanale Sport Sud, nella notte tra il 25 e il 26 ottobre 1953, perché chiedevano inutilmente più pagine per la loro redazione nel quotidiano. Erano gli anni di Jeppson, il centravanti svedese pagato 105 milioni. Palumbo ingaggiò una lunga polemica con Achille Lauro, presidente del Napoli, sindaco della città, editore del Roma concorrente. Antonio Scotti, che era il capo della redazione sportiva, arrivò a sfidarlo a duello dopo un articolo di fondo sul Comandante. Il Mattino ne sottolineava gli errori e ne denunciava i conflitti d’interesse. Il Roma replicava definendo sciacalli quei corsivi, fino al giorno in cui Palumbo trovò nella casella della posta due biglietti da visita, di Antonio Pugliese (caporedattore del Roma) e Pasquale Scopece, schermidore. Lo invitavano a nominare due padrini. Antonio Scotti, offeso, chiedeva riparazione. Palumbo prese lezioni di spada alla palestra Partenope dal maestro Mimmo Conte e all’alba del 10 giugno del 1959 si presentò davvero in un viottolo di campagna a Quarto – giudice lo sciabolatore Arturo De Vecchi, olimpionico nel 1928 e nel 1932 – toccando dopo un paio di riprese con la lama il braccio a Scotti e mettendo fine alla sfida alla prima goccia di sangue, seguita da un caffè, entrambi in canottiera. 

 

  Altra regola: ascoltare il parere dei colleghi poligrafici, sempre. Se un tipografo dice «questo titolo non lo capisco, non mi è chiaro», è il segnale che il titolo bisogna cambiarlo, punto e basta

Gino Palumbo

 

  Alfio Russo, direttore del Corriere della Sera, aveva sentito parlare di lui. Voleva scuotere il giornale per rispondere al Giorno di Gianni Brera. Sua madre lo spinse ad accettare: «Non puoi dire no al Corriere. Se rifiuti per me, non potrei perdonarmelo. Devi andare a Milano». Racconta Lanza: E qui fu il trionfo. Libero di fare ciò che volesse, Gino impose il suo stile, clamoroso soprattutto nelle pagine del lunedì: grandi titoli, grandi fotografie, grandi dibattiti. Sotto processo, di volta in volta i protagonisti della commedia nazionalpopolare del football: senza sconti per nessuno, e la notizia, sempre la notizia, al centro di tutto. Un successo strepitoso, lo sport diventò un giornale nel giornale. Il pubblico non era abituato a quella schiettezza e gradí moltissimo, avvertiva l’onestà imparziale di Palumbo, che trattava tutti, grandi e potenti club come quelli piccoli e provinciali, allo stesso modo.

 

Nel libro Le prime pagine de La Gazzetta dello sport, Franco Arturi spiega: Fino ai primi anni Sessanta del Novecento, lo sport, per strano che possa sembrare oggi, era trattato sulle colonne dei giornali in modo freddo e tecnico, quasi asettico, oppure grondante di enfasi e retorica. I gusti e le passioni dei singoli redattori venivano inflitte, è il caso di dirlo, in lunghissime articolesse a lettori cui nessuno chiedeva se queste dosi massicce di scherma o di lotta, di ginnastica o di canottaggio fossero davvero gradite. Anche perché il pane della scienza veniva spezzato da sacerdoti-esperti più che divulgatori e testimoni, incuranti della missione di allargare la cerchia degli interessati. Palumbo aprì le finestre e il giornalismo non fu più lo stesso. Il suo approccio non fu mai sperimentale o improvvisato, ma al contrario contenuto in una vera e propria teoria giornalistica. La chiave popolare fu la prima a essere usata, con tutto ciò che essa significa: apertura, spiegazione, scelta di terreno informativo. La seconda parola magica fu umanizzazione: il personaggio, non la tecnica, era il centro dello sport; l’emozione e l’enfasi ne erano i logici corollari: un po’ alla volta i lettori trovavano sulle colonne del giornale lo stesso spirito con cui palpitavano sulle tribune degli stadi. Il campione era un uomo come chi ne osannava le gesta: i suoi sentimenti, le reazioni emotive lo avvicinavano al pubblico e un giornale popolare doveva raccontarli

 

Accaddero due cose, entrambe in qualche modo prevedibili. La prima: la reazione di Brera, che prese a chiamare quella redazione Partenope Sera. La seconda è che il partenopeo distante dal cliché e dall’iconografia classica, divenne subito nelle definizioni un atipico. Palumbo veniva detto “il napoletano freddo” o ancora “il napoletano bianco”. Teorizzava la supremazia del calcio offensivista, dello spettacolo, segnare un gol in più dell’avversario. Il suo eroe era Rivera. Gianni Brera aveva invece le tesi opposte. Sosteneva la necessità fisica, etnica e culturale per gli italiani di fare ricorso al Catenaccio e Gianni Rivera, figuriamoci, era un abatino

Vennero alle mani incrociandosi in tribuna stampa in un Brescia-Torino. Brera aveva dato del Pulcinella ad Antonio Ghirelli. Palumbo gli mollò uno schiaffo. Al lettore Gianni Stufa che nel 1986 gli scrisse a Repubblica per avere una sua versione dei fatti, Gianni Brera raccontò così l’episodio: 

 

  Un tempo i giornalisti italiani con la maturità liceale non sapevano molto di sport e gli altri sapevano di sport nei limiti della loro cultura ma non erano molto più che amanuensi. Ginetto Palumbo è un furbo cavese (de’ Tirreni) con vive ambizioni manageriali e grande voglia di lavorare. Di calcio, a Napoli, non ne masticava molto. Giunto a Milano-Corsera, maltrattò subito il Milan, largamente sconfitto dal Real Madrid, e spiegò la sconfitta – peraltro ineluttabile – con i vieti tatticismi di Carniglia. Io reagii avvertendolo che Milano era di Serie A e l’ammonii a non trasferire da noi gli argomenti magliari che più volte avevano mandato il Napoli in Serie B. Ginetto si offese molto e si ritenne in dovere di schiaffeggiarmi pubblicamente. Lo fece dopo un Brescia-Torino in tribuna stampa. Stavo guardando uscire i calciatori quando sentii un “Ah, sei qui!”: mi volsi giusto in tempo per ricevere sulla guancia sinistra uno schiaffone col botto. Sorpreso e indignato, gli mollai l’uno-due sugli occhi e un destro al petto. Il mio uomo cadde lungo disteso (non folgorato, certo): si rialzò barcollando e istintivamente abbrancò una sedia di metallo: non per sedere, immagino. Io pensai lucidamente di finirlo con il sinistro al fegato: mi accorsi però che sarebbe caduto in una vetrata e gli tolsi la sedia per afferrarlo e tenerlo sollevato contro la parete di mattoni. Era groggy da ciondolare il capo ma, perdendo bava, muco e sangue minacciava comicamente “Ti mancio!”. Io mi rivolsi a tre colleghi bresciani che ci guardavano allibiti e gridai: “Vi decidete a prenderlo, o volete che ci ammazziamo?” Uno dei bresciani disse: “A ve conossom mia” (non vi conosciamo): in effetti il Brescia militava in Serie B. Proprio in quell’istante venne un giovane corrierista e schioccando le labbra come si fa per deplorare una cosa o per chiamare il gatto si portò via il suo capo. Tutto qui. Ginetto Palumbo ed io abbiamo fatto pace in seguito ma naturalmente eravamo troppo diversi per diventare amici. Ho detto che è furbo, Ginetto, e lo confermo. Con me ha sempre fatto contropiede: mai ha espresso un’opinione sua, salvo il domani, enunciandone puntualmente una contraria alla mia. Questo gli ha molto giovato professionalmente. Ho raccontato l’incidente occorsomi con Palumbo per metterne in evidenza il coraggio, un po’ enfatico, direi spagnolesco, e soprattutto la bravura professionale, che è davvero di prim’ordine.

Fecero la pace in occasione di un lutto di Brera. Restò un segreto. Non lo dissero a nessuno. C’era già stato il caso Rivera in Messico, ai Mondiali del 1970, le staffette con Mazzola pensate da Valcareggi per non metterli in campo insieme, dopo una turbolenta vigilia gonfia di polemiche che riguardò il milanista, sul punto di essere rispedito a casa. Quando il CT mandò in campo contro il Brasile solo negli ultimi 6 minuti l’autore del gol del 4-3 alla Germania, Gino Palumbo sul Corriere della sera prese quel frammento di partita, rimasto un dettaglio sugli altri quotidiani, e lo impose come elemento di polemica. 

 

Una decisione che tutti si augurano scaturita dalla totale incapacità dei tecnici a valutare la situazione: perché altrimenti, se non di incapacità si trattasse, potrebbe trattarsi solo di malafede o di disonestà. E ci si augura di poterlo ancora escludere. 

Tutto quanto è accaduto in quel momento è così assurdo da far supporre che l’unico scopo dell’ingresso di Rivera – ormai inutile per il risultato – sia stato quello di voler coinvolgere nella sconfitta un giocatore che sin dal primo momento i responsabili della nazionale hanno scelto quale bersaglio di una persecuzione persin disumana. Quando spudoratamente si manda in campo Rivera a sei minuti dalla fine, affinché sia anche lui a perdere, non esce Mazzola, ma esce Boninsegna. Nel momento in cui si trova il facile coraggio per infliggere una deplorevole umiliazione a un giocatore, si manca del senso di responsabilità necessario a far uscire il suo naturale sostituto

di gino palumbo, Corriere della sera, 22 giugno 1970

 

Gino – ricorda ancora Lanza – capì che quella era “la” notizia in grado di spaccare l’opinione pubblica, accendere fazioni e legioni di tifosi e di lettori, anche al di fuori dei territori calcistici. Si impadronì di quella scandalosa scelta, ne fece una notizia simbolica per l’ingiustizia e l’ignavia di chi l’aveva adottata. Ne nacque un putiferio, di cui ancor oggi c’è memoria. Il mistero di quei sei minuti non solo è sempre discusso, ma tuttora irrisolto. Questo era dunque il modo di lavorare di Gino, il suo stile. Lavoro, lavoro, lavoro. Palumbo è stato il più grande giornalista/giornalista che abbia conosciuto in vita mia. E che vuol dire giornalista/giornalista? Per me, è il giornalista indipendente, che non ha altri riferimenti all’infuori delle notizie e dello stile più adatto per coinvolgere l’opinione pubblica ai massimi livelli. Di solito è un confezionatore di pagine, spesso un direttore, un grande titolista, un organizzatore, un valorizzatore del lavoro dei suoi colleghi, un lavoratore instancabile. Non ha particolare attenzione per la scrittura, non si lascia influenzare da lobby, potentati, partiti politici. Gino era tutto questo; più di tutti, meglio di tutti

 

Il suo passaggio all’edizione del pomeriggio, il Corriere d’informazione, viene ricordata da Giulio Nascimbeni, responsabile della terza pagina di cultura, per certi titoli, secchi come frustate (“I metalmeccanici hanno ragione” o quello con l’invito alle dimissioni di un ministro per il caos postale). Sono ancora saldi nella memoria. Dai pomeriggi degli stadi, dal contatto fisico con le passioni della folla, Palumbo aveva imparato che la parola di un giornalista ha un senso soltanto se cattura quel mondo multiforme, contraddittorio, carico d’umori, di speranze e d’attese, che s’incontra nelle strade e nelle case. Gino sapeva che cosa significa scrivere la storia della porta accanto. Nelle sue cronache sportive partiva da un episodio, dal lampo di un minuto: quel gol, quella parata, quel gesto. Era come un aiuto alla memoria degli altri, l’attimo da mettere nell’album oltra la breve durata del giornale

 

Sei anni dopo Rivera, nel novembre del 1976, Palumbo tornò in Gazzetta, chiamato a risollevare il giornale da un momento di vendite in ristagno. Mino Allione aveva lavorato con Brera al Guerin sportivo e passò con Palumbo alla Gazzetta. Nell’intervista per il documentario C’era una volta Gioânn – Cento anni di Gianni Brera (3D Produzioni – Sky Arte) ha raccontato la rivalità proseguita negli anni e dei cenacoli milanesi nei quali i due continuavano a contrapporsi dopo le giornate di lavoro. «Quando alle riunioni di redazione esprimevo un parere così, contrario, lui diventava rosso come un peperone e iniziava a dire: perché tu sei breriano. Brera teneva le sue cene in via Taramelli al Riccione, Palumbo alla pizzeria Bella Napoli. Con Brera avevo mantenuto i rapporti. La sera, finito il lavoro in Gazzetta, Palumbo mi aspettava alla Bella Napoli con tanti altri. Quindi a un certo punto dovevo trovare una scusa, verso l’una, mezzanotte e mezza, dicendo che ero stanco per farmi 6-7 km in macchina e andare all’altro ristorante dove c’era Brera, perché gli faceva piacere che andassi lì con i suoi amici. Brera è stato un grande giornalista, un grande scrittore. Palumbo è stato un buon giornalista, ma è stato un immenso direttore».

 

  Nel suo primo editoriale da direttore in Gazzetta scrisse: Il giornalismo sportivo non ha mai perduto: è un giornalismo vincente. Basta leggere quante frasi del gergo sportivo oggi vengono usate in ogni campo per rendere chiari dei concetti che altrimenti rimarrebbero fumosi e oscuri. Me ne ricordo una, fra le più singolari. La pronunciò la senatrice Falcucci, vicesegretaria della DC, a commento del risultato elettorale del 20 giugno: «È accaduto come nel rugby, durante una mischia: gli avversari volevamo strapparci il pallone ma noi siamo riusciti a difenderlo e a conservarlo». E ricordo anche qualcosa d’altro. Ricordo lo stupore, l’irritazione, forse lo sdegno di molti colleghi miei allorché chiamato a responsabilità diverse, suggerii di portare anche fuori dallo sport “gli spogliatoi“, i retroscena, tutto quel che c’è dietro, dentro, oltre la notizia. Li definii in sintesi “gli spogliatoi di Montecitorio”. Ne venne fuori un putiferio: allora, nella politica, imperava “il pastone“, un articolo costruito selezionando le informazioni che arrivavano dalle agenzie dei vari partiti. Ma oggi non c’è giornale, quelli di maggior prestigio, i più seri, che non abbia il suo spogliatoio: “Vi diciamo come Berlinguer ha preparato la lettera ad Andreotti”, oppure “che cosa si sono detti al telefono De Martino e Moro”, o ancora “dietro le quinte del comitato centrale comunista”. Questa ricerca, attraverso un rapporto diretto con i protagonisti, il giornalismo sportivo la fa da vent’anni. Ed è un giornalismo che non s’è mai potuto nascondere dietro linguaggi consapevolmente o inconsapevolmente astrusi: è posto ogni volta di fronte alla realtà dei fatti, ai risultati, ai tempi, agli ordini d’arrivo. È un giornalismo sul quale il lettore può esercitare verifiche e controlli in qualsiasi momento. Perché è un giornalismo vincente: perché è un giornalismo moderno, che ha spesso rotto i conformismi e aperto strade nuove. La regista Lina Wertmüller, quando tratta con tono sprezzante gli italiani perché leggono solo i giornali sportivi, dovrebbe invece soffermarsi a riflettere e a chiedersene i motivi.

 

  Nel libro I cantaglorie (66thand2nd), Gian Paolo Ormezzano ha raccontato com’era il Gino Palumbo concorrente. Io dirigevo Tuttosport e diventavo – sportivamente, proprio il caso di dirlo – suo nemico. Era il 1976 e tre anni dopo finiva la mia direzione, anche perché Palumbo aveva rilanciato la rosea facendo un giornale nuovo, che con potenti mezzi esaltava al massimo la formula tutosportiana, brevettata da Ghirelli suo amico e maestro, di enfatizzare ed esporre alla grande certe notizie, casomai arricchendole per ambientare lo sport nel resto del mondo, intanto che lui, più popolaresco di Ghirelli, curava il dettaglio spicciolo del tifoso ingenuo, bipede che francamente io avevo lasciato perdere, penso sbagliando. 

Palumbo andava allo stadio, a vedere la partita importante, non per il reportage ma perché poi si recava in sede in tram, ascoltava cosa diceva del match la gente, raramente riconosciuto perché allergico alle apparizioni televisive, e teneva conto dei discorsi per la fattura del giornale, che collimava con i punti di vista o quanto meno dava spazio a tutti i pareri. Sono sincero, a me quel giornalismo non piaceva, anche se riconoscevo che era assai redditizio sul piano diffusionale, oltre che onestamente popolare. Io ero per un mio Tuttosport povero ma di nicchia. Diciamo che è stato una specie di cantastorie attento, serio, indagatore, propagatore. Ha fatto il giornale che la gente del tram, di ritorno dallo stadio, gli chiedeva, e meglio di lui non si poteva fare. Chi gli è succeduto, Candido Cannavò, è stato impeccabilmente palumbiano. Secondo Brera, Palumbo non sapeva niente di sport: dal suo punto di vista si poteva anche vederla così. Ma penso che pure Palumbo, sapendo bene di non sapere molto di sport o meglio di un certo sport tecnicizzato, studiasse attentamente lo sport popolarizzabile a cui tutto sommato si era sempre ispirato, traendone il massimo per il suo lavoro di giornalista organizzatore, di direttore agitatore di problemi. Sapeva di avere ingredienti personali poveri, o meno ricchi di quelli di Brera, che scriveva assai meglio di lui, e proprio per questo li usava con passione e cura, li usava fino in fondo, li sfruttava ottimamente

 

Un mese dopo l’arrivo in Gazzetta, Palumbo si trovò di fronte al caso di Cile-Italia di Coppa Davis. Il giornale si era già schierato per non andare in Cile. Palumbo intervenne per dare una sterzata lieve ma visibile, aggiungendo parole che oggi suonano attualissime. 

 

  La mia opinione è che lo sport non possa, non debba, sentirsi superiore o indifferente alla politica: lo sport è un elemento attivo, non un corpo estraneo, della vita del Paese. È quindi rigorosamente tenuto a rispettarne leggi e atteggiamenti. Se uno Stato decide di rompere i rapporti con un altro Stato, ma li rompe davvero, senza accettare scambi di alcun genere, neanche di affari, lo sport non può certo pretendere d’essere il solo a conservarli. Ma non può neanche accettare di diventare terreno di sperimentazione, di assaggio, di esercitazione demagogica della politica: ha il diritto di rifiutarsi a essere usato come cassa di risonanza solo perché la gente magari sa nulla o poco delle importazioni di rame, o della costruzioni di automobili e di macchine utensili, ma sa tutto di un incontro di tennis o di calcio. Se c’è un elenco di Stati con i quali il nostro potere politico ha deciso di non avere rapporti, quell’elenco deve essere reso di pubblico dominio

Non mise il giornale contro lo Stato durante il calcioscommesse. Non lo schierò contro il governo durante la discussione sul boicottaggio ai Giochi di Mosca ma scrisse: Molti si domandano perché mai il mondo sportivo occidentale stia difendendo con tanta fermezza l’Olimpiade di Mosca da ogni pressione politica e ogni proposta di boicottaggio. Ed insinuano il dubbio che lo sport o voglia ambiguamente sottrarsi, per pavidità o per calcolo, ad un atto di condanna dell’invasione sovietica in Afghanistan, o voglia attestarsi su una comoda quanto sterile posizione di neutralità, di indifferenza, di insensibilità, rispetto alle vicende che stanno mettendo in pericolo la pace nel mondo. Lo sport sta soltanto difendendo un suo ruolo, e lo fa nell’interesse collettivo: il suo ruolo è proprio quello di tenere aperto uno spiraglio al dialogo fra i popoli, là dove ciò resta possibile, mentre intorno la tensione cresce, s’accentua l’aggressività, si muovono flotte, aerei, truppe. La storia insegna che quando quello spiraglio si chiude e l’Olimpiade s’interrompe, significa che s’è cominciato a sparare”

Fu il direttore del Mundial di Bearzot eppure argomentò senza retorica: Pur nell’ubriacante felicità del momento, non è lecito affermare che il nostro calcio sia il migliore del mondo.

Lasciò l’incarico a Cannavò nel marzo 1983 scrivendo che il vanto di portare in tasca una tessera della Gazzetta entra nel sangue e non lo si dimentica più. 

 

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Palumbo rinunciò alla proposta dell’editore di andare a dirigere il Corriere della sera. Sapeva già di essere ammalato. Riuscì a vedere lo scudetto del Napoli, nel maggio del 1987. In una intervista per l’inserto speciale del Mattino dal titolo L’ombra azzurra del Vesuvio, si sentì chiedere da Giuseppe Pacileo come mai non avesse mai scritto una storia del calcio a Napoli, da testimone privilegiato. Rispose tirando fuori dalla borsa un fascio di cartelle dattiloscritte che fecero sobbalzare il collega che lo chiamava Maestro, definendola però una vecchia idea, al cui completamento mancavano gli eventi degli ultimi 20 anni. 

Palumbo morì il 29 settembre 1987, il giorno prima di Napoli-Real Madrid di Coppa dei Campioni. L’UEFA autorizzò il minuto di silenzio nel San Paolo senza un posto vuoto. 

 

Antonio Ghirelli lo ricordò il giorno dopo con commozione: È come se fosse scomparso il mio gemello, un altro me stesso. In un ambiente caratterizzato da una rassegnata e spesso beffarda pigrizia, Gino portò un metodo di lavoro arioso come un sonetto di Salvatore Di Giacomo e rigoroso come un teorema. La sua chiave era l’umanità, ossia l’attenzione agli aspetti umani più che tecnici dell’evento sportivo, ai sentimenti dei suoi protagonisti, alle emozioni della folla; ma la sua attenzione era scrupolosa e documentata, si ancorava a una ricerca tenace, a un duro lavoro di cronaca e, nonostante la trepidante partecipazione dei suoi lettori, rifuggiva da ogni tentazione demagogica. Per non parlare della sua assoluta, inflessibile purezza di cuore e della sua organica allergia a ogni tipo di indulgenza nei confronti dei potenti tra i quali si annoverava allora, a Napoli, il potentissimo comandante Lauro. Lo sport del Corriere della sera divenne, sotto la guida di Palumbo, un modello di eleganza e di precisione. Ai suoi servizi, limpidi e sereni, da inviato nelle grandi competizioni interne e internazionali, corrispose una rivoluzione radicale nelle pagine sportive, con un successo strepitoso. A poco meno di 60 anni, ebbe la freschezza e l’ardire di inventare un tipo di quotidiano sportivo assolutamente nuovo, che commentava gli avvenimenti a tempo di rock, centrando ogni giorno (o quasi) con l’acutezza di un laser il nocciolo del fatto e le reazioni dei lettori. Non intendo parlare né della malattia né della morte del mio compagno. Le lagrime non fanno notizia.

 

  Carlo Grandini pubblicò una foto che lui stesso aveva fatto alle tre del mattino in redazione al capo Palumbo. Gliene scattava spesso perché ritenevo – scrisse – andasse conservata, e ripetutamente aggiornata, l’immagine dell’uomo che ci aveva soggiogati e stregati imponendosi a ogni battuto il traguardo dell’impossibile: «Noi del Corriere dobbiamo arrivare al punto che i lettori non avvertano più la necessità di comprare la Gazzetta». Eravamo quattro sparuti carristi contro l’alluvione corazzata della Rosea. Ma la guerra la facemmo, senza porci l’interrogativo della nostra sopravvivenza, pancia a terra e taccuino fra i denti. Combattemmo perché Gino ci aveva ordinato di combatterla. Fu quella una ginnastica mentale, morale e fisica la cui traccia è rimasta impressa nel modo di vivere e di essere corrieristi, allievi della sua scuola. I meccanismi dell’impossibile – «la sola via percorribile per tentare di raggiungere il massimo del possibile e per essere giornalisti, non impiegati» – ci sono stati trasmessi come sangue di una trasfusione e ce li siamo portati dietro in un’epoca pur tanto diversa dalla lunga occasione, crudele e insieme poetica, in cui li succhiammo dal biberon che Gino ci aveva prescritto

 

Italo Cucci ha scritto che il più profondo legame fra il passato e il presente del giornalismo sportivo è costituito da Gino Palumbo, un tempo caposcuola di un modo di “vedere” e “raccontare” il calcio e lo sport in generale, più tardi inventore di una linea editoriale che ha portato i quotidiani sportivi ai vertici della diffusione e del gradimento. In un panorama siffatto – e indiscutibile – è davvero singolare che si voglia processare la stampa sportiva, che dev’essere piuttosto sollecitata a prendere coscienza della propria forza. Come? Intanto, accettando di ammettere che esistono pur oggi giornalisti di primissimo piano, di sicura capacità, più che degni di essere confrontati con i Famosi Colleghi di cui sempre si parla; se certi nomi si tacciono, ciò è dovuto a gelosia, e basta; aspettate che molti quarantenni d’oggi invecchino, troverete chi li definirà Maestri”. È un brano di oltre trent’anni fa. 

Ancora prima dell’avvento del digitale, Giancarlo Padovan sul Corriere della sera si domandava: L’Italia è cambiata ed è cambiato anche il giornalismo: l’inedito non esiste, il non visto è improbabile, la televisione anticipa, seleziona, mostra, deforma, in ogni caso colpisce. Che giornale farebbe oggi Palumbo? Domanda retorica, profondamente inutile e comunque con un suo senso del fascino

Quanto a Brera, nel giorno della morte di Palumbo, su Repubblica scrisse: 

  Da molti anni avevamo fatto pace. Era stato squisitamente sollecito, come sempre, nel condolersi della morte d’un mio fratello. Allora ci siamo dati la mano, convenendo che non avremmo indetto pranzi pagliacceschi, per celebrare il ritorno di un’amicizia che non c’era mai stata. Gino Palumbo ed io eravamo diversissimi; e io qui dico onestamente per sua fortuna. Gino Palumbo non aveva mai giocato a calcio e quindi non ne capiva più di tanto. A Napoli cantava ariosi poemi ad ogni gol. Il Mattino vendeva pochissimo allora e quasi nessuno leggeva, da quelle parti avventurate: ma lui aveva un seguito fra le anime candide, in ritardo di qualche secolo sui poemi cavallereschi. Il Napoli doveva osare (faceva specie sentirlo dire e scrivere da un uomo timido e mite come Palumbo). Dovendo osare sempre, finì spesso in B. Gino Palumbo (il mio Aluisinus Avis Columba) non era uno scrittore: aveva un suo lessico piano, uno stile pacato, senza voli. Si accontentava di esser chiaro; ma diceva cose tanto semplici da non dover proprio temere il contrario. Amava il suo mestiere fino a parlarne come un antico paladino in trionfanti ottave. Tante volte mi sono strabiliato nel vedere le pietruzze diligentemente accostate da lui medesimo nel suo caleidoscopio professionale. Con gli anni divenne un manager sempre più impegnato e convinto. Propiziò tirature tra il cosmico e il faraonico. Il suo giornale, graficamente splendido, faceva aggallare tutto nei titoli fino al guarda subito e butta. Io seguo addolorato il tuo funerale e dico di te tutto il bene possibile a uno che non l’ha mai pensata come te. In effetti, non ti ho mai lesinato la mia stima: chi ti ha indicato con maggior calore e sincerità al direttore editoriale della rosea nel ’76 sono stato io; naturalmente precisando, anche di fronte a te, che non sarei rimasto un minuto in una tua redazione. Queste cose riscrivo ora perché nessuno mi prenda per ipocrita. Conservo il tuo ultimo abbraccio scritto come un segno di docile e generosa bontà. Addio, bravo collega. Ti sia lieve la terra.

 

Ha ragione Borges quando dice che un uomo muore quando se ne va l’ultimo che parla di lui. 

 


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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.

A cura di Angelo Carotenuto.

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