Lo Slalom del 10 aprile | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

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#3 giorni alla Parigi-Roubaix

 

►  Il PSG e il Barcellona hanno vinto l’andata dei quarti di finale di Champions League contro Aston Villa e Borussia Dortmund  Roberto Mancini ha trascorso cinque ore a Bogliasco ma in mezzo a tutto il miele del cuore Samp ci ha tenuto a far sapere in ogni modo che darà solo consigli ma non ha un ruolo ufficiale: suo figlio sì, ecco, suo figlio sì. Conegliano ha battuto Novara e si è qualificata per la finale scudetto femmniile di pallavolo: sfiderà Milano  Lorenzo Musetti ha battuto Lehecka a Monte-Carlo e oggi gioca con Matteo Berrettini un derby negli ottavi di finale. Novak Djokovic è stato eliminato Il tribuna della federazione atletica leggera ha deferito e processato 19 dirigenti e 13 società per aver diffuso un articolo web contrario al presidente Stefano Mei. Il Corriere della sera la definisce una decisione senza precedenti per numero e prestigio degli incolpati. Ci sono Gabriella Dorio, Marisa Masullo e Giacomo Leone

 

  

 Che cosa stanno leggendo in Europa

 🟨   In Inghilterra il rinnovo di Salah al Liverpool – In Francia le magie del PSG – In Spagna i gol del Barcellona e la remontada che serve al Real – In Italia la celebrazione di Barella e Lautaro

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|   E tutti via a sciare e vela, wind-surf, equitazione golf: bello

Secondo me per essere bravi in quegli sport lì

non è che bisogna essere proprio imbecilli

Però aiuta

Giorgio Gaber

 

 prima di tutto

I giorni del rito della giacca verde 

  Come si intuisce dalle parole di Giorgio Gaber, il golf divide. Chi lo conosce e lo pratica, ne apprezza il contatto con la natura attraverso le lunghe passeggiate, la sua funzione di miglioramento del sistema cardiovascolare, la sua funzione nell’abbassamento del colesterolo. Chi è più distante scherza. Ironizza. Winston Churchill ha detto che «il golf è un inutile tentativo di dirigere una sfera incontrollabile verso un buco inaccessibile, con strumenti inadatti allo scopo». Lo scrittore Mordecai Richter ha scritto di un personaggio che «diceva di aver trovato Dio su un campo da golf. Non specificava a quale buca, ma pazienza». I campioni ne propagandano le qualità. Secondo Tiger Woods «il golf è una continua evoluzione, ogni giorno, ogni colpo», mentre Phil Mickelson ha detto che «lo scopo del golf non è solo vincere. È giocare come un gentiluomo, e vincere»

 

IL PERCORSO CON I NOMI DEI FIORI 

In questa cittadina sperduta della profonda Georgia, 250 miglia a esta di Atlanta, c’è il divieto di correre lungo i fairway del campo, il divieto di indossare il berretto al contrario, il divieto di portare il telefono in tasca. In questa cittadina sperduta della profonda Georgia, il golf è un vecchio rito dei bianchi che si gioca su un percorso dove ogni buca porta il nome di un fiore. In italiano sono: osmanto, camelia, corniolo rosa, corniolo bianco, fiori di pesco, forsizia, fiori di melo, azalea, magnolia, cunninghamia, ginepro, agazzino, piuma della pampa, gelsomino, bambù, fiori di Bach. 

Il campo di gioco prima del 1933 era un vivaio. Prima che arrivasse un gelo killer, alla buca 17 si ergeva il cosiddetto Eisenhower Tree, l’albero che prendeva il nome del presidente perché era lui con la sua presidenziale mazza a colpirlo con altrettanta presidenziale precisione. Tra il terzo colpo della buca 11, tutta la 12 e i primi due colpi della 13 si estende l’Amen Corner, ineluttabile nel nome come in effetti nel gioco: se lo passi bene, se non lo passi: amen. Questa cosa se la inventò nel 1953 il giornalista Herbert Warren Wind in un articolo per Sports Illustrated, ispirandosi a un pezzo jazz degli anni Trenta, Shoutin’ In The Amen Corner, dei Dorsey Brothers. 

LA GIACCA

Chi vince su questi campi può mettere una giacca verde. Non è un verde qualunque. È verde Pantone 342, nella catalogazione ufficiale delle palette dei colori. Le prime giacche furono cucite nel 1937 per i membri dell’Augusta National Golf Club. Il suo fondatore Bobby Jones era stato in visita al Royal Liverpool in Inghilterra. A cena aveva notato una schiera di capitani di club che indossavano i colori dei loro circoli. L’Augusta commissionò allora le sue giacche alla Brooks Uniform Company di New York. La prima versione presentava ampi risvolti e tasche applicate. Il disegno della spalla era meno strutturato. Non fu un gran successo. I soci trovarono che la stoffa fosse troppo spessa, scomoda da indossare quando faceva caldo. Cambiarono il fornitore.

Da allora la giacca più famosa dello sport è un monopetto a tre bottoni con lo spacco sul retro, in lana tropicale, con il logo del Masters impresso sui bottoni d’ottone e ricamato sul taschino. È il rito che si porta dietro a renderla così speciale. Il vincitore viene aiutato a indossarla dal campione uscente. Può tenerla un anno, può indossarla in occasioni ufficiali, ma quando si torna in campo 12 mesi dopo deve restituirla al club, dove gliela conservano per i ricevimenti in sede o nel caso capitasse un bis. 

Da qualche tempo i sarti ne preparano più d’una all’ultimo giorno, di diverse taglie in base alla classifica provvisoria, in modo che non si ripeta più il disagio di averne una con le maniche troppo corte come accadde a Sam Snead nel 1949, o con le maniche troppo lunghe come successe a Jack Nicklaus nel 1963. 

        La giacca più famosa dello sport

  Il verde è il colore principale del mondo

Pedro Calderon de la Barca

 

Il verde è nello sport il colore della maglia dei Boston Celtics in NBA e della Nigeria ai Mondiali di calcio, dell’Avellino in Italia e del Saint-Étienne in Ligue 1. Era verde la prima macchina di Michael Schumacher campione del mondo, la Benetton che a Treviso vinceva in verde pure nel basket, nella pallavolo e nel rugby. Era verde la maglia del miglior scalatore al Giro d’Italia fino al 2011, quando s’è trasformata nel blu di uno sponsor, ed è tuttora verde quella per la classifica a punti del Tour de France: così nacque nel 1953 perché era il colore sociale della sartoria À la Belle Jardinière. Fu tradito, sempre per ragioni commerciali, solo nel 1968, in favore del rosso.

IL TRAFFICO DEI BIGLIETTI

Oh, a parte il verde della giacca, un’altra delle tradizione più radicate al Masters di Augusta è lo scrocco dei politici. L’Augusta National Golf Club regala regolarmente biglietti molto ambiti e preziosi a importanti funzionari governativi e importanti dipendenti pubblici scrive il Wall Street Journal. Per esempio il sindaco, per esempio i giudici. Nessuno ha voluto commentare quelle che vengono descritte come accuse etiche infondate – tipo il sospetto che alcuni di questi biglietti finiscano sul mercato secondario. I bagarini. La pratica ha suscitato preoccupazione tra gli esperti di etica governativa – scrive il più grosso giornale americano –  i quali sostengono che il governo di Augusta sia esposto a un elevato rischio di corruzione e crea l’apparenza di un conflitto di interessi.

Il codice etico del comune vieta ai dipendenti e ai funzionari pubblici di accettare “un regalo da un lobbista, un fornitore o qualsiasi altra persona che cerchi di influenzarne le azioni. Un regalo è definito come qualsiasi cosa di valore superiore a 100 dollari

La maggior parte delle persone che desidera acquistare i biglietti del Masters al valore nominale deve partecipare a una lotteria annuale con scarse possibilità di vincita. Persino un biglietto per un turno di pratica di un solo giorno da 100 dollari viene venduto a oltre 2.000 dollari dai bagarini. I rarissimi Series Badge hanno un valore nominale di 450 dollari e si trovano sul mercato dell’usato a 20.000 dollari.

Kathleen Clark, professoressa di diritto alla Washington University di St. Louis, si spinge a dire che il club di golf è potentissimo e controlla a tutti gli effetti la città. È il motore dell’economia locale, che porta orde di turisti in una parte della Georgia dove altrimenti non andrebbero mai. La settimana del Masters è la più importante dell’anno per molte aziende locali.

 

  

 Il Masters di golf su Slalom

    Le parole sulla Georgia che il Masters non dice

  8 APRILE 2021   Se finanche il prudentissimo baseball si è schierato contro le legge sul voto dei repubblicani in Georgia, portando da Atlanta in Colorado il suo All-Star Game, perché il golf non dice niente da Augusta, alla vigilia del Masters? È una domanda che ne porta con sé un’altra: lo sport ha l’obbligo di schierarsi?   |  Leggi qui

    L’Asia è arrivata anche nel golf: il Masters a Hideki Matsuyama

  12 APRILE 2021   Nell’anno dei Giochi in Giappone, l’Asia è venuta a prendersi anche il golf. Lo sport dove dominavano le tigri di carta, per dirla alla Mao, o la tigre di Woods. C’è una giacca verde ad Augusta per 38 americani e da ieri sera ce n’è una anche per Hideki Matsuyama, 29 anni, il primo asiatico nella storia dopo anche un canadese, otto europei, tre africani, un sudamericano, un australiano e un figiano. L’ultimo pezzo della geografia che rende definitivamente globale uno sport come pochi altri percepito per pochi.  |   Leggi qui

    Chi è quel giovanotto in giacca verde: il Masters alla NextGen

  11 APRILE 2022   Dinanzi al primo Masters d’Augusta vinto da Scottie Scheffler, il mondo del gol si sta domandando se durerà. I primi sette giocatori nella classifica mondiale hanno meno di 30 anni. Si defilano con la stessa fretta impiegata per arrivare. Come le Nuvole di Fabrizio De André, vanno vengono, ogni tanto si fermano  |   Leggi qui

    La giacca verde di Mister Normalità

  15 APRILE 2024   Un secondo Masters per Scheffler e il golf torna a parlare del suo stile di vita semplice, niente auto veloci, vestiti appariscenti, ville a più piani. Scheffler vive per la sua famiglia e la sua fede cristiana. Quando vinse due anni fa, raccontò di aver pianto davanti a sua moglie Meredith. Stavolta le ha solo parlato al telefono, perché lei è incinta ed è rimasta a casa  |   Leggi qui

IL TABU DI MCILROY 

Tra le più grandi anomalie nella storia dello sport ci sono Michelle Kwan e Merlene Ottey senza un oro olimpico, ci sono Ivan Lendl senza un Wimbledon, Pete Sampras e John McEnroe senza un Roland-Garros, Björn Borg senza uno US Open. 

Ma forse più di tutti ancora spicca Rory McIlroy senza una giacca verde, rito fra i riti del golf, il torneo dei Masters in Augusta. Ha vinto il suo quarto e ultimo Major al PGA Championship del 2014. Sono passati undici anni senza che abbia aggiunto una quinta Monumento, come direbbero nel ciclismo. Ha messo in fila 38 sconfitte consecutive o secondi-posti e soprattutto 16 Masters giocati in totale senza neppure una giacca verde, un’assenza che lo priva del Grande Slam in carriera che solo Gene Sarazen, Ben Hogan, Gary Player, Jack Nicklaus e Tiger Woods hanno completato finora. «Nessuno, in nessun luogo, in nessun periodo dell’anno, viene sottoposto alla stessa pressione di Rory quando arriva ad Augusta» è il parere di Brandel Chamblee, consulente di Golf Channel. 

L’Équipe stamattina sostiene che abbiamo perso il conto degli insuccessi di McIlroy quando si è trattato di sferrare il colpo finale. Niente a che vedere con il controllo totale delle sue emozioni che mostra nei tornei comuni del circuito europeo e americano. Con le recenti vittorie a Pebble Beach e al The Players si è guadagnato il titolo di miglior giocatore del pianeta, ben al di sopra del numero 1 al mondo e campione in carica, Scottie Scheffler.

Eppure quando passa di qui tutto diventa più complicato. Lui spiega tutto filosofeggiando:

«In certi momenti della vita non vogliamo innamorarci per paura di ritrovarci con il cuore spezzato. Istintivamente, come esseri umani, a volte ci tiriamo indietro, consapevolmente o meno, per paura di farci male: credo che sia successo a me sul campo da golf per alcuni anni. Ma una volta superati quei momenti difficili, ti rendi conto che la vita continua e che non è poi così brutta come sembrava. Ci scrolliamo di dosso la polvere e ricominciamo. Ecco perché mi sento un po’ più a mio agio nel rivelarmi, a volte mostrando un po’ di vulnerabilità». 

Nella sua caccia finale al Sacro Graal, l’ipersensibile Rory dovrà vedersela con un percorso modificato dalle centinaia di alberi caduti sotto le raffiche del tornado Helene che nel mese di settembre ha ucciso 11 persone nella regione e almeno 249 negli Stati Uniti. 

IL MERCHANDISING E LA LINGUA

L’Équipe dedica un approfondimento al negozio, lo shop, “l’immenso edificio del merchandising dove i più temerari si lanciano come affamati sullo Gnomo, un nano da giardino d’epoca comprato a 49,50 dollari, spesso rivenduto su eBay a un prezzo fino a 15 volte superiore. Dalle casse gonfie del club più esclusivo del pianeta sfuggono alcune speculazioni sugli iscritti che sarebbero circa 300, ma la cifra è tenuta segreta; non sono un segreto i 70 milioni di dollari di fatturato stimati dopo una settimana di isteria consumistica, a 200 dollari a carrello medio per avventore, il nome con cui qui si designa un cliente.

A un’altra depravazione di dedica Barry Svrluga sul Washington Post, dove scrive che il Masters è tante cose, un annuncio della primavera, un torneo di golf strepitoso, una tradizione diversa da qualsiasi altra. È anche francamente qualcosa di fastidioso. Cioè? Cioè ha un linguaggio tutto suo, un gergo, uno slang, non che sia una imposizione ufficiale del circolo ma insomma ci siamo capiti, loro preferiscono così, e se loro preferiscono così chi siamo noi per non accontentarli. Svrluga fa l’elenco di questi tic tra i quali spiccano i cespugli. I cespugli al Masters di Augusta non sono cespugli. Vanno chiamati arbusti. Sono shrubs non sono bushes, e le televisioni – dice il Washington Post – si adeguano

 

panorami

Il golfista che fa gli inciuci

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Guida linguistica: L’inciucio non è un imbroglio. Non è un accordo sottobanco. Casomai quello sarebbe un inguacchio. L’inciucio come inguacchio è una deriva perversa, un senso deviato di cui sono responsabili i parlanti italiani. L’inciucio nel suo significato corretto è un pettegolezzo. Fare gli inciuci significa parlare alle spalle di qualcuno. Tutto qui. 

Il golfista che fa gli inciuci è un professionista. Si chiama Michael Kim. Il secondo posto al WM Phoenix Open di Scottsdale, in Arizona, gli è valso un invito al Masters. Nelle otto settimane trascorse da allora ha incassato 2,75 milioni di dollari di premi in denaro. È balzato al dal posto #104 al posto #12 nella classifica stagionale dei migliori golfisti del PGA Tour ma non ha smesso di fare quel che faceva prima. Il disvelatore di fatti e fattarielli del golf. 

Li pubblicava su coso, Twitter o come diavolo si chiama adesso, dando risposte profonde o leggere – oppure profonde e leggere – alle domande dei curiosi: come i professionisti organizzano i viaggi, quanto sono pagati i caddy, come funzionano i contratti di sponsorizzazione. 

Il Wall Street Journal gli ha fatto una telefonata e si è fatto raccontare un po’ di questi inciuci più frequenti, tipo che lui preferisce alloggiare in hotel Marriott o Hyatt perché il check-è out posticipato alle 16, gli viene perfetto per la domenica, così può finire il suo turno e farsi una doccia prima di partire per il torneo successivo. I trasferimenti devono pagarseli da soli. Sono una dozzina i giocatori che possono permettersi l’aereo provato, costa 3.000 dollari all’ora con l’elica e 6.000-8.000 per un jet. Un’altra cosa divertente da sapere è che esiste un servizio a pagamento per trasportare le mazze da golf con un grosso camion, ma Kim preferisce imbarcarle come bagaglio da stiva. Per gli appassionati del genere si trova tutto qui

A proposito di caddy. Il New York Times racconta la tradizione dei caddy afro-americani. L’immagine di un caddy nero che abbraccia un golfista bianco mostrava più di una semplice immagine di esultanza o di conforto. Catturava il legame tra due uomini che erano diventati amici. Fino al 1982, ogni partecipante al Masters doveva utilizzare un caddy dell’Augusta National. Hord Hardin, il presidente dell’epoca, cambiò la regola e dall’anno successivo fu permesso ai giocatori di scegliersi il proprio caddy. 

Fu una svolta, racconta Paul Sullivan. Perché mettere piede su quei campi era stata una rarità per i neri d’America. Il primo a giocare al Masters era stato Lee Elder nel 1975 e fino al 1990 il club non ha ammesso tra i soci uomini afro-discendenti. Mille novecento novanta. Era caduto prima il Muro di Berlino. 

 

stelline

Sì, ma chi vince

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  Nel borsino de L’Équipe strafavoriti non ce ne sono. Il vano a cinque stelle è rimasto buono, con quattro ci sono Scottie Scheffler e Rory McIlroy, con tre stelline l’attesissimo svedesino Ludvig Aberg [un anno fa secondo al primo tentativo a 4 colpi da Scheffler] e Justin Thomas, due stelle per Colin Morikawa, Bryson DeChambeau, Jon Rahm, Viktor Hovland, una stella anche per Xander Schauffele, Brooks Koepka, il cileno Joaquin Niemann apparentemente un outsider, ma attualmente il giocatore numero 1 al mondo tra i giocatori LIV, il che lo pone tra i candidati alla vittoria di domenica sera. Ha uno swing elastico, ha ricevuto l’invito dei soci dell’Augusta National e intende sfruttarlo per diventare il secondo sudamericano a vincere un Grande Slam, dopo Angel Cabrera nel 2009.

   

L’ipotesi di semifinali con quattro paesi differenti

Se le partite di ritorno dovessero confermare gli esiti dell’andata, avremmo in semifinale di Champions League una squadra spagnola, una squadra francese, una squadra italiana e una squadra inglese. Quattro club di quattro nazioni diverse. Negli ultimi quindici anni è successo solo nel 2018: con Real Madrid, Liverpool, Bayern e Roma. Non c’era la Francia ma c’era la Germania. Anche di questa distribuzione potrà vantarsi la nuova Champions XXL, ci accontentiamo di piccole cose: ma siamo ancora lontani. Si vedrà. 

    Un interno collo di Doué, una suola e un esterno di Kvaratskhelia, una piroetta di Mendes. Sotto per 1-0 con un contropiede, il PSG ha portato la ghigliottina in piazza e ha tagliato la testa alla squadra del cuore del futuro re d’Inghilterra. I francesi hanno questo vizio, i francesi ogni tanto lo fanno. L’Équipe considera che non è stata la migliore partita del PSG della stagione europea, né la più pomposa – scrive Vincent Duluc –  ma è stata una partita necessaria e costruttiva

Ah, questa è bella. È la prima volta che una partita viene definita necessaria. In genere si dice una partita seria. L’aggettivo necessario invece va molto per i libri. Necessario e urgente, dicono.

Nonostante i 29 tiri e il 75% di possesso palla, il PSG non ha ottenuto un corrispettivo nel punteggio. Doué ha impressionato, Kvaratskhelia si è divertito. Non vale ancora la semifinale ma la serata poteva finire più complicata di così. L’Aston Villa, scrive il giornale francese, ha trasformato questa partita in una gara di pazienza, il Paris alla fine è stato sollevato e felice di vincerla in proporzioni che nel primo tempo non aveva previsto. Doué e Kvara hanno dimostrato che Luis Enrique aveva ragione nel lasciare Bradley Barcola in panchina, per la prima volta nella stagione europea. Martedì prossimo a Villa Park, Unai Emery potrebbe essere costretto a passare a un piano-B, a meno che non voglia aspettare un’ora per rischiare: questo vantaggio di due gol, in quest’ottica, è fondamentale, perché cambierà gli equilibri e potrebbe permettere al Paris di avere spazi da sfruttare.

Sono stati tre gol molto diversi fra loro, analizza The Athletic, così il PSG mostra l’importanza della verità di soluzioni nel calcio

IL PSG STA DIVENTANDO SIMPATICO

Il mondo in cui il PSG gioca da qualche tempo a questa parte delizia gli amanti del calcio, ha scritto Vincent Duluc, concedendosi una galleria storica delle squadre francesi giunte al vertice del calcio europeo: dai pionieri dello Stade Reims al Saint-Étienne anni Settanta, dal Bastia emerso in Coppa UEFA con Johnny Rep e Claude Papi fino al Marsiglia campione. 

Il PSG oggi – scrive – è gravato da handicap pesanti, in nome di una popolarità nazionale: tutti i tifosi dell’OM e dell’OL lo odiano, la natura principale della sua superiorità – il denaro del Qatar – getta un’ombra costante sul rapporto tra i suoi meriti e i suoi mezzi. Il PSG ha surclassato la concorrenza in modo troppo netto per essere amato. Il pubblico riempiva gli stadi per veder giocare Neymar, Lionel Messi, Kylian Mbappé, Zlatan Ibrahimovic, Edinson Cavani o Javier Pastore. Ma la coincidenza del cambiamento di registro attorno al club dopo la partenza di Mbappé e l’impresa del Liverpool sta modificando significativamente il panorama. Tra i tifosi di calcio si nota un notevole cambiamento di atteggiamento e di sentimenti negli ultimi tre mesi, ora che il PSG sembra dare un po’ più della somma presunta dei suoi talenti.

IL PSG NON GIOCA, IL PSG DANZA

Il ballerino e coreografo Benjamin Millepied analizza per L’Équipe le somiglianze tra la sua disciplina e il gioco praticato in questa stagione dal PSG di Luis Enrique. Parla di spirito collettivo e dice che «la grande differenza è che la palla va più veloce. Anche se questi giocatori hanno un ego, non lo fanno notare. Vitinha, per esempio, muove tanta energia. Quando guardo il calcio, mi piace avere una visione complessiva. Come ci si muove insieme, in libertà. È bello sapere dove si trovano le persone in uno spazio. Anche quando si balla in coppia o in gruppo, bisogna essere consapevoli di questo. Esiste un’organizzazione di corpi. Esistono ponti tra il calcio e la danza. La cosa più interessante è la psicologia dell’atleta o del ballerino, come dar loro sicurezza, fargli raggiungere il loro potenziale facendoli sentire liberi». Ovviamente anche Millepied si è iscritto alla campagna francese per il Pallone d’oro a Ousmane Dembélé e dice che «è magnifico il movimento del suo corpo, la grande fluidità. Anche Zinedine Zidane era molto mutevole, non sapevi mai dove sarebbe andato a parare. Anche Désiré Doué è incredibile da guardare.

Il Wall Street Journal ha trovato la definizione forse definitiva per Dembélé, un enigma da 200 milioni di dollari che improvvisamente ha iniziato a segnare, mentre il Guardian se lo dà pazzamente con Kvara. Barney Ronay ha giudicato il suo colpo di suola un momento di gioia old school considerandolo la sua abilità più magistrale. E di Kvara dice: È allettante parlare all’infinito di Kvaratskhelia. Possiede una gamma di abilità e di doti fisiche davvero rare in un calcio moderno sempre più elaborato. Persino l’aspetto è vecchio stile, il fascino peculiare del mancino che avanza con passo lento, i calzettoni nemmeno arrotolati, solo sfacciatamente abbassati. Oltre, ovviamente, a quel modo unico di muoversi. Nel caso di Kvaratskhelia ha a che fare con il suo rapporto con il terreno, con la capacità di fermarsi all’improvviso, di ruotare e girarsi. Può sembrare anacronistico che i calciatori moderni siano ancora chiamati “giocatori”. Il gioco suggerisce gioia, inventiva, qualcosa di libero. Nessuno lo fa. I calciatori moderni sono unità di lavoro, pioli di una struttura, avatar posizionali. Ma Kvaratskhelia gioca

Gioca nel senso che giuoca: come sarebbe scritto pure nell’acronimo della nostra federazione. El Pais scrive con Diego Torres che Kvara è “un dribblatore magico, autore di un gol che ha fatto tremare il cemento dello stadio e ha fatto pensare al pubblico e ai suoi compagni di squadra che le cose più inaccessibili sono a portata di mano.

Ma Diego, onestamente, e con una punta di dolore, questo lo sapevamo già. 

 

Le immagini della giornata di ieri

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    Stamattina i giornali di Madrid hanno iniziato a suonare forte l’inno della remontada mentre quelli di Barcellona suonano le loro campane per l’andata esuberante degli azulgrana sul Borussia Dortmund. La Bundesliga è sotto con entrambi suoi club dopo i primi 90 minuti e rischia di restare fuori dalle semifinali, com’è accaduto per tre stagioni di fila tra il 2021 e il 2024 e com’è accaduto cinque volte negli ultimi otto anni. Il famoso modello tedesco. 

Alfredo Relano su Diario AS dice che il Barça è la cara opuesta del Madrid, l’altra faccia, dove “gli artisti offensivi fanno parte di un sistema che funziona alla perfezione sia per recuperare palla sia per creare gioco. A Madrid invece gli attaccanti sono satelliti smarriti, che non contribuiscono alla fase difensiva e attaccano a raffica.

Il giurato spagnolo per il Pallone d’oro dice che il secondo tempo del Barcellona è stato un’esplosione di gioco, con la squadra che ha messo in campo tutti i suoi punti di forza. Un calcio arioso, aperto sulle fasce, veloce, un calcio che mescola pausa e velocità ed è orientato verso la porta. Quel tipo di partita in cui tutti sembrano felici.

Con la sobrietà del giornalismo sportivo e la proporzione che distingue il rapporto tra il Mundo Deportivo e il Barcellona, l’editoriale di stamattina porta il titolo di “Tsunami azulgrana”

   

La ricognizione di Ganna sul pavé

  Filippo Ganna è stato tra i primi favoriti a fare la sua escursione sul pavé, una ricognizione per leggere il percorso e guardare come stanno messi i singoli settori di pietra fino al velodromo. Potevano bastare queste due righe se non fosse che – tadà – l’Équipe lo ha seguito con l’immaginifico Alexander Roos. 

Roos allora dice che ci sono diversi modi per riconoscere Filippo Ganna nello sciame degli Ineos. La barba ovviamente, il braccio sinistro completamente tatuato forse, ma ci sono soluzioni più semplici. Quando il convoglio si stacca sullo sfondo dell’infinito cielo boreale, basta individuare quello sul cui dorso si potrebbe appoggiare una livella, piatta come un asse da stiro.

Ganna è uscito per 165 km, cinque ore durante le quali s’è fatto i 30 settori uno a uno. C’erano 7 gradi e un vento metallico che ci sfiorava le guance nel mezzo della pianura intorno a Troisvilles. Ganna, un Braccio di Ferro mezzo addormentato, guardava dall’alto in basso i suoi compagni di squadra britannici che chiacchieravano nell’aria fresca, presi da vanterie folli nelle prime ore del mattino, in una gara di accenti incomprensibili”.

E dunque Roos lo descrive prima come una polena distesa sulla sua bicicletta e poi sui ciottoli di Haveluy come un trattore che va sui campi di colza e i solchi delle piantagioni di patate che nascondono i ghiaioni

Cinque dei trenta settori li ha pedalati a tutta per simulare la gara, proprio attaccando, e questo fa pensare che ci sono dei punti nei quali proverà a staccare gli avversari, non solo a tenerne il ritmo. Il punto chiave segnalato da l’Équipe è il Bersée a 50 km dall’arrivo. 

Nella serie di curve tecniche, il piemontese spingeva e accendeva i motori sotto lo sguardo di due grossi labrador immersi in un pisolino ai piedi di un camper già parcheggiato per aspettare la corsa di domenica

Anche all’ingresso del terribile Mons-en-Pévèle Ganna ha pedalato feroce e all’uscita non si è placato, ha tirato dritto verso Mérignies in compagnia di Ben Turner e Connor Swift. Roos scrive che son la sua faccia da orsacchiotto aveva voglia di rinfrescarsi la memoria perché sulle strade del Belgio si corre molte volte, su queste solo una volta all’anno. La Parigi-Roubaix – si legge – è la Monumento che dovrebbe adattarsi meglio a lui, anche se non è ancora riuscito ad avvicinarsi alla vittoria [6° nel 2023]. C’è una cosa che preoccupa il clan Ineos: le previsioni di pioggia, perché i ciottoli asciutti sono un mezzo migliore per trasmettere la potenza del loro capitano.

   

Che cosa sappiamo di Alejandro Tabilo che ha battuto Djokovic

Alejandro Tabilo era stato l’ultimo tennista a battere Novak Djokovic sulla terra, prima che infilasse una dozzina di partite senza sconfitte e tirasse dritto fino alla medaglia d’oro di Parigi. Sempre lui lo ha battuto ieri a Monte-Carlo mettendosi nella singolare posizione di essere 2-0 nei confronti diretti con il tennista più vincente di sempre. È il nono di sempre ad aver vinto i primi due confronti diretti con Djokovic [come Roger Federer, Rafael Nadal, Marat Safin, Guillermo Coria, Fernando Verdasco, Nick Kyrgios, Olivier Rochus e Jiri Vesely] ed è il quarto a non avergli lasciato neppure un set [come Nadal, Safin e Kyrgios]. C’è riuscito con 16 vincenti e 16 errori contro i 18 vincenti e i 29 errori del serbo. Nel 2024 Tabilo ha vinto i primi due titoli della sua carriera, ha giocato la semifinale a Roma e si è preso entro l’estate un posto fra i primi-20 per poi scivolare all’attuale 32. Nel 2025 aveva vinto 2 partite su 11. Di lui sappiamo che gli amici lo chiamano Jano, che papà Ricardo e mamma Maria sono proprietari di una lavanderia e che si sono conosciuti a Toronto; che lui ha lasciato casa a 13 anni per andarsene a formarsi da tennista nella solita Florida. Dice che adesso parla inglese meglio dello spagnolo. Il suo colpo preferito è la smorzata, gli piace nuotare e giocare a calcio, della squadra per la quale tifa non ce ne frega niente finché non chiederanno a un calciatore per quale tennista tifa. Cibo preferito: pop corn. 

 

     

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