| La fiamma rossa è un punto preciso, fermo
e ancora tutto può cambiare, muoversi, ribaltarsi
Gianni Mura
prima di tutto
Ho visto Muradona
Per parlarsi da un Diego all’altro occorreva franchezza e lealtà, e ce ne furono, sia l’una sia l’altra. Giovanni Diego Mura detto Gianni – così era all’anagrafe – ne dedicò presto, prestissimo, a Diego Armando Maradona. Nell’estate del 1984 Enzo Biagi aveva preso a chiamarlo nei suoi pezzi l’asso degli assi, muovendo una sorta di sarcasmo rassegnato verso cotanti miliardi in uscita da Napoli verso Barcellona, lui che ai tempi di Beppe Savoldi – due miliardi spesi nel 1975 – aveva difeso Ferlaino scrivendo che il problema della città non era comprare il centravanti del Bologna, ma non saper vendere Gava.
Gianni Brera invece diceva che si stava compiendo a quel modo sotto i nostri occhi l’evidente hispanidad di Napoli, “non scriverò mai un rigo per disapprovare questi ineffabili alunni del sole. Andrò piuttosto a vedere Maradona e sarò lieto di ammirarne il genio”.
Trent’anni dopo Jeppson e una decina dopo Beppe-gol, anche Mario Sconcerti scriveva che “non c’è nessun motivo perché si debba continuare a parlare di scandalo. Il calcio ha vissuto fino ad ora nella confusione economica anche e soprattutto perché i suoi dirigenti si concedevano gratuitamente lussuose vetrine. Adesso che sono chiamati ad esporsi in modo pesante è almeno prematuro coinvolgerli in moralismi che pochissimo hanno da spartire col nuovo calcio. Si dice che Napoli ha mille altri problemi. È purtroppo vero, ma l’errore sta nel considerare il Napoli una coda della città” – affermazione, questa, che meriterebbe ancora oggi non un editoriale ma un convegno.
Mura aveva scolpito Diego nel nome, anche se non se ne parlava mai. Era il nome del nonno paterno, le famiglie al sud ci tenevano a tramandarlo. Forse la prima volta che la cosa ebbe una sua evidenza fu con un podcast di Gian Luca Favetto per Radio Tre poco dopo la sua morte. Qualche mano aggiunse allora l’informazione anche alla pagina Wikipedia e adesso si trova là, alle primissime righe. Diego se ne sarebbe andato otto mesi più tardi nello stesso drammatico 2020. Solo allora divenne finalmente chiaro si era aperta la stagione delle perdite e del passato remoto, e che avevamo tutti visto Muradona.
L’ARRIVO IN ITALIA
In quell’agosto del 1984, mentre si discuteva di sociologia e finanze della squadra-città, la squadra-vulcano, la squadra-sirena, Gianni Diego Mura era interessato ad altro, “son curioso – scrisse per cominciare – di sapere come giocherà il Napoli in termini di copertura. Credo che, di tutti gli allenatori italiani, Marchesi sia il più lontano dalle idee sul calcio di Maradona (che è, tatticamente, figlio di Menotti). Pure, il bilancio deve quadrare, magari con l’arretramento di Bertoni. Per Maradona, fin qui esibitosi nel suo stadio, tra gente che subito l’ha voluto e riconosciuto suo, è il primo impatto con la provincia italiana che abbonda di distudaferai. Così li chiamava Nereo Rocco. Sono quelli che, di mestiere, spengono i lampioni”.
A tutti gli effetti fu una profezia. Il primo stutalampioni si manifestò alla domenica numero uno dell’esperienza di Diego in serie A, stadio Bentegodi di Verona, un tedesco di nome Hans Peter Briegel lo annullò e iniziò a costruire un’impresa: tra poco sarà di nuovo sui giornali per il quarantennale. Maradona era stato nei pezzi di Mura già in due Mundial, sempre con una misura che era distanza, distacco, disincanto. Il Maradona pre-Messico 86 e pre-scudetto aveva ancora quell’aura da giocoliere incompiuto. Anche il 4 settembre 84, quando entrò nella rubrica bonsai di Mura sul più bel gol della domenica. “L’ha segnato Maradona – raccontò – non è un caso. Anche se ogni prodezza dell’argentino viene ormai amplificata, e non solo a Napoli. È l’82esimo: Bertoni lancia con un pallonetto Maradona, che tira d’istinto sul portiere del Pescara. Respinta, la palla arriva nei pressi dell’argentino. Lui si distende a terra, fa quasi finta di essersi fatto male. Di spalle alla porta, riesce ad anticipare l’uscita del portiere: pur a terra ha un balzo, prende la palla con il destro e la deposita alla destra del portiere. In aerea non esistono mai palle perse ha poi detto, Maradona”.

Ma restava un tipo da sondare con diffidenza, e diffidenza era poco. “Maradona ha trovato casa, siamo tutti più tranquilli”, scrisse Mura a proposito di uno degli eccessi che stava stabilmente sui giornali [22 settembre ‘84]. Si parlò di 18 milioni mensili d’affitto, e si parlava ogni di’ di festa dei soldi spesi da Ferlaino, a lungo il dubbio fu se si trattava di uno spreco o di un investimento. Novembre ‘84: “È indubbio che l’oro di Napoli per Maradona rientra un po’ alla volta nelle casse del Napoli, ma le spese per Maradona. e compagni non hanno riscontro adeguato nella realtà agonistica, anche se fiammeggia la dimensione onirica”.
Il Napoli era in zona retrocessione, si rimise in piedi con un girone di ritorno da capoclassifica e una media spettatori al San Paolo di 77.597 spettatori. Mura riconobbe [luglio 85] che “le fredde cifre dicono che Maradona è l’unico sudamericano ad aver giocato 30 partite (come Platini e Laudrup): ossia, niente bue, niente squalifiche, tutti i cartellini timbrati”.
IL DIVO, IL PERSONAGGIO, IL CAMPIONE
Fu l’estate in cui la squadra venne affidata a Ottavio Bianchi. “I colleghi di Napoli – scrisse – si mettono le mani nei capelli: dopo un anno di Marchesi, un anno di Bianchi, questo nemmeno con le tenaglie parla. Capisco, è un bel problema, ma quelli che parlano senza aver nulla da dire sono anche peggio. Se fossi un tifoso del Napoli sarei molto contento di ritrovarmi in panchina quest’ uomo di pochi capelli e poche parole, dalla faccia bergmaniana, che amputa con precisione chirurgica le risposte e le domande, che dai suoi ricordi (deve pure averne qualche zaino) screma ogni riverbero sentimentale, servendoli freddi, levigati, spolpati, nemmeno il muschio di un’emozione, il lichene di un rimpianto. Gli si indovinano, dietro, spazi cui non è dato accedere. Eppure, eppure, attenzione a quest’altro OB. Ottavio è un nome datato, come Osvaldo. Stessa estrazione operaia (il padre di Bianchi era tipografo). Stesso realismo. E poi la Lombardia è specializzata nel produrre allenatori ex milanisti che vincono lo scudetto (Trapattoni, Radice, Bagnoli). Bianchi è nato a Brescia e vive a Bergamo alta, un sogno di pietra”. Il primo OB aveva appena vinto lo scudetto a Verona.
Il Napoli stava diventando qualcos’altro. Sui dribbling di Maradona si mettevano taglie come nei film western e tagliole come nei campi d’uva per Pinocchio. Romeo Anconetani, presidente del Pisa, promise cinque milioni ai suoi per battere il Napoli. “Non mi sorprende – scrisse Mura se Anconetani si chiede e chiede ai cronisti: Ma cos’ha Maradona più di Giovannelli? Ad Anconetani, 6 per aver esternato l’interrogativo, che si può rovesciare: cos’ha Giovannelli in meno? Risposta: nessuno ha ancora chiamato il figlio Paolo Giovannelli di nome, mentre il signor Mollica di Boscoreale ha imposto al suo bimbo, nato il 24 luglio, il triplice Diego Armando Maradona. Onomastico, beninteso, da festeggiare il 30 luglio. E meno male che non ci ha aggiunto Cyterszpiler, un po’ scomodo da portare”.
Si stava nelle cronache da Napoli alle calcagna del Diego personaggio, e il Diego personaggio stava al Diego Mura come la luce su una felce. Troppa. “A Lecce Maradona s’è confessato e par che viva peggio d’un baraccato. In tre stanze stanno in otto”. Ecco. Nessuna villa, nessun lusso, nessuna piscina. Alla fine aveva scelto una casa bassa in una curva di Posillipo, manco così panoramica. Però le notti di Posillipo, vai a sapere.
“Maradona calci vietati” scrisse Mura sulle cose che scrissero in giro quando el Diez si fece male giocando di notte con gli amici in un circolo. “Che circolo? chiuso? Vizioso? Si presenta al campo “zoppicando vistosamente”. Chiaro, altri modi di zoppicare non esistono: si cammina. Maradona non s’arrabbia più di tanto, il giovedì non zoppica più, l’Unicef lo arruola, ma qualcosa non quadra nel discorso del circolo: c’è una talpa all’interno che telefona ai giornali appena lui gioca a calcetto e si fa male o c’è qualcuno che gli vuole male e s’inventa gl’infortuni? Non lo sapremo mai, è uno dei tanti misteri di Napoli”.
LA PUNIZIONE ALLA JUVENTUS
Il primo vero prodigio fu il gol su punizione contro la Juventus da dentro l’area. Gianni Diego scrisse: “Un uomo solo al comando della nave dei sogni: la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Diego Armando Maradona, il suo sinistro non perdona. Dicono abbia scavalcato san Gennaro, che non ha il vantaggio di esibirsi tutte le domeniche. Pallonetto è un quartiere di Napoli, non solo la specialità di Maradona. Quasi tutti i suoi gol sono allegri e beffardi come la sua faccia, che è fin troppo ovvio definire da scugnizzo. Facce come la sua propongono finte Lacoste e finte Vuitton a Sanità, con vero entusiasmo. Che differenza con Jeppson e Krol, profeti venuti dal Nord, elevati a bandiera più per necessità che per convinzione: Napoli o altrove, per loro, era lo stesso. Forse Sivori s’avvicinava a Maradona, per doti giocolieristiche, ma con una carriera alle spalle, mentre Maradona, tra tante cose, ha anche l’età dalla sua. Adesso non è più importante sapere se Maradona è uomo-squadra: è uomo-città. Non è un giocatore del Napoli, ma di Napoli. Non il capitano del Napoli, ma di Napoli. E come tale si esprime. Non è colpa sua se spesso gli fanno domande terribilmente banali (ma anche la gioia e il dolore, a pensarci bene, sono banali). Attenzione a come lui parla: come un ministro, un ambasciatore, un uomo di potere e responsabilità. Responsabilmente parla, con profonda sincerità e singolari intuizioni (“piaccio tanto ai bambini perché anch’io sono un bambino“). Maradona è quello che sembra e sembra quello che è. Maradona parla per tutti: per Ferlaino e Allodi, per Marino e Bianchi, per Ciccillo e Pascalone. Maradona può. Napoli può”.
Un gol da violinista, lo definì, “un trillo ad effetto, con Maradona la palla difficilmente è scaraventata in porta con un tiro secco e forte, ci va come un uccellino, in volo lento e sempre nuovo. Il figlio del falegname di Lanus a Barcellona era un emigrante, a Napoli no. Meglio, è come se in jumbo fosse tornato il nipote di quelli partiti sui bastimenti dal molo dell’Immacolatella, forse non c’ era e non c’è tanta differenza fra un basso di Napoli e un barrio di Baires. E certe caratteristiche di Maradona (il senso e la necessità della famiglia numerosa e allargata, la casa che non trova) lo napoletanizzano in proiezione esterna e lo fanno aderire sempre più strettamente alla sua città. C’è molto sentimento nel calcio che Maradona produce, è un razzo nella città dei fuochi. Raramente, credo, il nostro calcio ha mostrato un’adesione così immediata fra l’anima di una città e quella di un uomo (non di una squadra, o almeno non direi, ancora). Anche la lingua aiuta: guappo, guapo, lo capiscono anche a Baires, tango e tammurriata hanno le stesse cadenze. Maradona, artefice magico, estrae dal cilindro del suo piede miracoli a gettone. Meglio non credere più ai miracoli, Maradonapoli è oro; è ora, forse”.
LO SCUDETTO
Continuava a prender calci ogni domenica, una volta reagì, fu espulso, Mura scrisse che “nel codice penale, la provocazione è un’attenuante, nel codice sportivo no”. È nella sua opera omnia che si può rintracciare questa tendenza al contro-pensiero, molto più che al retro-pensiero. In questo i due Diego sono stati simili, nella propensione a sedersi come Brecht dalla parte del torto perché gli altri posti erano occupati. Che fastidio ascoltare parole già ascoltate, pensieri già pensati, una volta Mura diede 5 nei suoi Cattivi Pensieri a Carlo Nesti, “perché alla sua età non ci si può distrarre e declamare, sul calcio del Napoli, variopinto come la pizza e vibrante come il mandolino”. Il Napoli aveva vinto 3-1 a Torino e fu la prima domenica che lo scudetto parve possibile. “Ascoltati quesiti affascinanti e ferrei – scrisse Mura – tipo se Laudrup non segnava finiva 0-0? e il Napoli vinceva lo scudetto se al posto di Carmignani c’era Zoff? Molte cose – ne concluse – fanno pensare che è l’anno buono”.
Fu così. L’anno buono. E arrivò l’onda di parole uguali. “Quando il Napoli comprò Maradona – eccepì allora Mura – molti insorsero: non è giusto, prima sistemate le fogne, costruite gli ospedali, trovate posti di lavoro ai disoccupati. Era demagogia, impossibile essere d’accordo: il Napoli-calcio non poteva accollarsi tutti i problemi della città. Adesso che il Napoli è arrivato al suo primo scudetto, molti dicono: si cancella l’immagine dei bassi, della camorra, il Napoli che funziona sia il simbolo della Napoli che funziona. Anche questa è demagogia, e anche stavolta è impossibile essere d’accordo. La camorra resta, come i bassi, la disoccupazione e i problemi di degrado comuni ad altre città. Non finisce in prima pagina perché ci va lo scudetto, com’è giusto. Ma lo scudetto non può essere lo smacchiatutto di una città. E seguire i disinvolti cantori può essere pericoloso, anche se non costa nulla. Un po’ come bere vini dolci e gradevoli che lasciano, il giorno dopo, un gran mal di testa. Nei giorni della festa grande si leggeranno cose atroci, ma questo già succede tutti i giorni”.
LE DISCESE ARDITE
Presto si sarebbe manifestato il Maradona che faceva telefonare a Soccavo dal salotto di casa: Diego ha mal di schiena, preferisce riposare.
“A Maradona sembra di rivedere un film già proiettato in Catalogna, non posso smentirlo perché smentirei me stesso a distanza di sette giorni. Si sta ripetendo, in una certa misura, Barcellona, ma Diego non ha dubbi: sappiano i tifosi che lui continuerà sempre e comunque a fare quello che gli pare. A Napoli, che non è Barcellona, lo scrittore Domenico Rea insorge: “Ma sì, se ne vada, prima di diventare ancora più grasso e antipatico”. Questa faccenda del grasso è interessante. Secondo versioni più amichevoli, Maradona è gonfio. Per via del cortisone, non delle patate fritte”. Quel Diego passeggiatore in campo avrebbe preso una domenica un tre in pagella da Giuseppe Pacileo sul Mattino, si giocava a Udine: “Dovrebbe vergognarsi – diceva il commento – se solo conoscesse la vergogna”. Diego si era presentato minaccioso di sera fuori gli studi della tv privata dove il giornalista interveniva al programma del lunedì sera. “Basta non adorarlo – scrisse Mura – e ti è contro. Maradona parla sempre come se avesse Dio seduto sulla spalla e questo passi pure, purtroppo non è l’unico, ma ammettesse mai una volta un suo errore”.
Chiedi chi era Mura
Repubblica ricorda stamattina Gianni Mura con un pezzo di Emanuela Audisio
“Il suo modo di raccontare: dallo sport arrivava alla vita, poi tornava indietro trascinandosi appresso tutto, dove la scrittura era la speranza di raddrizzare le cose e dare loro la possibilità di esistere e di farsi storia. in cattedra ci saliva solo per scenderne. Si schierava, non giudicava, rispondeva sempre a tutti su tutto. Aveva credibilità: quando la vita ti metteva davanti a un bivio, Gianni era il confronto, un modo per capirti meglio: sia per Julio Velasco, ct del volley, che per Damiano Tommasi, ex calciatore, ora sindaco di Verona. Non è vero che era un tipo da pane, salame e vino rosso, apprezzava anche lo champagne, e la raffinata semplicità della passatina di ceci e gamberi di Fulvio Pierangelini, suo cuoco preferito, di cui si era documentato anche sulla tesi di laurea. E intanto ti spiegava la grandezza di Alfonso Gatto.
… Gianni questo amava, la capacità e la voglia di deviare dal percorso, il fermarsi per un ricordo che non è mai niente, combatteva l’ottusa convinzione che per raccontare l’oggi non è importante sapere cosa è successo ieri. Prima di scrivere, bisogna leggere (molto). E saper vedere, ascoltare, sentire. Anche resistere. Gianni era sempre dall’altra parte, ma era anche un conservatore nel vero senso della parola, non buttava via niente, sapeva che è molto facile perdere qualcosa ed è molto difficile riaverla indietro. C’è più dignità e sapienza nel suono che fa la palla che nei droni. Non era per le patrie, ma per l’appartenenza a un luogo, a un sentimento, rivendicava il noi, non solo nello sport, concordava con la scrittrice spagnola Belen Gopegui sulla legge dell’insieme: le gocce che cadono dal cielo sono gocce e al tempo stesso pioggia”.
Ma quando l’onda s’alzava su Maradona, Diego Mura era là, accanto a Diego Armando.
“Su Corriere salute di lunedì un titolo ambiguo – qui siamo nel ‘90 – Se mangi così diventi come Maradona. Come Maradona in che senso? Dubito che la nutrizionista americana Nancy Clark sappia come si diventa Maradona, dubito che lo sappia Maradona stesso. Ma un 8 non glielo leva nessuno (comunque io glielo spedisco)”.
I MONDIALI IN ITALIA
Fu dalla sua parte quando San Siro fischiò l’inno argentino nella sera in cui s’apriva il Mondiale delle notti magiche. Fu dalla sua parte quando per tutto il mese accadeva in ogni stadio italiano perché Maradona aveva smesso di fare simpatia, aveva portato non uno ma due scudetti al Napoli, era il contro-potere che ce l’aveva fatta. Prima della finale all’Olimpico, Mura si chiese: “Maradona è l’ultimo genio del calcio: una partita in cui gioca lui può valere anche solo per l’attesa che inventi qualcosa. È proprio necessario schierarsi, pro o contro Maradona, pro o contro la Germania? Godiamoci lo spettacolo, godiamoci l’ultima partita del Mondiale. Per uno sport senza rancore e senza violenza”. Invece fu una notte di fischi ancora più assordanti, nel frattempo Diego aveva fatto fuori l’Italia e aveva sparecchiato la finale preparata contro la Germania. Fu la notte degli hijos de puta e delle lacrime dopo il rigore generoso di Brehme.
Maradona prese da Mura i quattro e i due in pagella quando era grande, prese carezze quando era nella polvere. Mondiali 1994. Quelli del ritorno, celebrati con gli amati anagrammi.
“E godi, Diego. Perché tutto serve, anche essere richiamati in Nazionale, anche pensarci e dire di sì, anche temere di non farcela, anche polemizzare con Menem e annunciare che se lui farà una grande festa per l’Argentina mondiale (tanto vale sognare in grande) Maradona non ci andrà. Forse anche essere squalificati quindici mesi per droga serve. Fa male ma serve. E godi, Diego, anagramma regalato sotto l’acqua di Foxboro da un giornalista abbastanza vecchio per sapere che le stelle nuove sono spesso le stelle vecchie, quelle che si riconoscono all’orizzonte. Maradona ne ha passate tante, tante ne ha combinate. Ma sul suo piede sinistro, sulla punta, sui lati, sotto, c’è il segno della classe. Ha tagliato i capelli corti corti. Il massaggiatore Carmando assicura che Diego è più tonico qui che a Italia 90. Adesso pesa 75 chili. Anche quattro anni fa, gli dico. Eh, così dicevamo noi, ma erano 78. E perché dovrei smentirlo? Da settimane Diego mangia una gran quantità di verdure (patate, cavoli, insalata e carote) e gioca il suo quarto Mondiale. Uno lo ha visto vincere dall’Italia. Uno lo ha vinto. Uno lo ha perso in finale, piangendo e maledicendo l’Italia che fischiava lui, fischiava il suo inno. Figli di puttana. Maradona c’è ancora e chi ama il calcio non può che esserne felice, come quando da piccoli si vedevano i fuochi d’artificio senza sapere come funzionava tutta la faccenda, sapendo solo che era bello. Argentina tigre nana, è il giorno degli anagrammi, è il giorno di Maradona”.
IL DOPING AMERICANO
Aveva appena fatto gol e urlato alla telecamera. Un’infermiera lo aveva preso per mano a Boston e lo accompagnava in un laboratorio. Diego si lasciò prendere e portare con un mezzo sorriso rimbambito, incosciente come certi cani verso l’ultima siringa del veterinario.
“Vedo che il bravo Luigi Compagnone anagrammando Diego Maradona gli trova il destino: e a me donai droga. Sempre anagrammando, si può escludere Grondona (non droga), si capisce Maradona (e droga dà animo) e si va oltre: demonio da gara ama grande odio, fino al saluto finale (addio, amo grane), fino al doppio saluto finale in veneto: addio, a ramengo. Addio gare, mona. Però noi che ne abbiamo viste e sentite tante, noi che sapevamo, noi che speravamo, ci siamo rimasti male come quelli che preparano il picnic del secolo e piove per due giorni. Cosa ne faremo di tutta questa buona roba? E lui, il talento selvaggio, solare e smodato, il trapezista al volteggio senza rete sotto, come andrà avanti? Un uomo ferito, rotto, distrutto non è mai uno spettacolo, non è una sentenza, è solo un dolore”.
Era una lezione in poche righe. Non si sputa su un uomo nella polvere. Diventa calce, e la calce seppellisce. C’è chi sa suonare le trombe e chi si trova meglio al violoncello. Il violoncello si deve abbracciare per cavarne un suono che commuova. Un uomo nella polvere non si scalcia e non si scaccia. Neppure se è stato Maradona.
Quando Diego fece quarant’anni e diceva che gli sembrava di averne settanta, “con la testa fredda, il cuore caldo e il bicchiere pieno” Gianni Diego gli augurò “una lunga vita serena, ma so che è un augurio stupido. Vorrei che fosse felice, che della felicità che ha regalato gli tornasse indietro anche solo il dieci per cento, basterebbe. L’augurio è sincero ma stupido perché so bene che la serenità e Diego Armando Maradona sono inconciliabili. La serenità è uno stato che non gli appartiene, esattamente come la penombra. O luce, o buio. Le brujas, le stregone di Lanus, che per pochi soldi leggevano il futuro, quando Diego venne al mondo videro stelle nelle pozzanghere di fronte all’ospedale, e di quelle parlarono. Un cammino luminoso per il figlio del falegname. Le stregone avevano scartato subito l’acqua sporca, ma le pozzanghere sarebbero tornate sulla sua strada, fino ad assediargli il cuore, ad accorciargli la vita, a strappargli lo strascico di stelle”.
Quasi i 60 anni imminenti di Pelè parevano di meno. Parlare di Maradona era sempre stato parlare anche di O Rei. In principio era solo rivalità fra contemporanei con Michel Platini. Prima di uno Juve-Napoli, Mura li aveva messi a confronto dando voti alle loro caratteristiche. Ci infilò anche la voce “Orecchini: 1-0”. Ma dopo la mano de Dios, il gol del secolo, i guizzi fra i belgio, l’assist a Burruchaga, dopo l’Azteca, Maradona aveva solo Pelé come riferimento. “Non è come Gesù e Barabba, ma quasi”. Ci fu un sondaggio popolare, Mura previde che “vincerà sicuramente Maradona, io ho già scritto a favore di Pelè e non cambio idea”.
LA CORONA DI PIÙ GRANDE
Invece la cambiò. La cambiò nel giro di un anno, e sarebbe meraviglioso stamattina capire perché, cosa fu, cosa intervenne. Sul Venerdí del 15 ottobre 2010, a ridosso del settantesimo compleanno di Pelé (23 ottobre) e del cinquantesimo di Maradona (30 ottobre), tracciò un bilancio definitivo tra i due sudamericani in corsa per il titolo di più grande della storia.
Attaccò così: “Maradona è megli’e Pelé? I tifosi del Napoli lo hanno cantato per anni e io non ci ho mai creduto, ma adesso ho cambiato idea. Nello sport non ci si può sottrarre a domande del genere che, in altri settori mai vengono poste, neppure per passare il tempo (Berlusconi è meglio di De Gasperi? La pastiera è meglio del panettone?). Finché si trattava di Coppi e Merckx, la risposta era automatica: Coppi è stato il più grande e Merckx il più forte. La grandezza è qualcosa che sfugge anche agli stessi numeri che, nella carriera di un calciatore, contano qualcosa. In Nazionale, Pelé e Maradona hanno giocato lo stesso numero di partite (91) segnando rispettivamente 77 e 34 gol. In assoluto, 1363 partite con 1280 gol Pelé, 702 con 356 gol Maradona. Grossolanamente arrotondando, Pelé segna un gol a partita e Maradona uno ogni due. Ma ci può stare, perché entrambi avevano il 10 sulla maglia, ma Pelé era più attaccante, Maradona più trequartista. Diego è alto 1.67, traccagnotto, grandi cosce. Un divino scorfano, secondo Gianni Brera, e insieme la conferma della democrazia del calcio: tutti possono giocare, anche i bassotti che magari non segneranno molto di testa (eventualmente si arrangeranno con la mano, e sarà la mano de Dios) ma col pallone fanno tutto quello che vogliono e, se non c’è il pallone, si arrangeranno con un’arancia. Questo fu il benvenuto di Maradona a Osvaldo Soriano, accompagnato da Gianni Minà a Trigoria, nel 1990”.
E ancora: “Pelé è alto solo 6 centimetri più di Maradona, eppure nella memoria collettiva è altissimo e forse, per noi italiani, pesa quel gol di testa, a Mexico ’70: Pelé sovrasta Burgnich e sembra galleggiare in aria. Un gigante. Se stiamo alle doti calcistiche, Pelé calciava coi due piedi e Maradona solo con il sinistro. Mentre Pelé ha passato tutta la carriera in Brasile, venerato dal pubblico e rispettato dagli avversari, passando a far cassa ai Cosmos solo a fine carriera, Maradona ha affrontato il campionato spagnolo (in cui Goikoetxea gli frantumò una caviglia) e quello italiano, durissimo. Non è colpa di Pelé, a quei tempi le frontiere erano chiuse, è solo una constatazione. Poi, Pelé è diventato un uomo-immagine della Fifa, una sorta di ambasciatore del pallone, grande amico di Henry Kissinger e di Sepp Blatter. A modo suo, un uomo di potere, mentre Maradona, a parte un forte sostegno a Menem, è stato un uomo contro: contro Blatter, gli orari delle partite (a mezzogiorno in Messico), la scarsa forza rappresentativa dei calciatori, ossia di quelli che fanno spettacolo. Pelé non si sarebbe mai fatto fotografare con una t-shirt su cui c’era scritto “Bush stop” né s’è mai fatto tatuare le immagini del Che e di Fidel Castro. Maradona sì. Pelé non sarebbe andato a trovare presidenti come Chávez e Morales, Maradona sì. A Pelé non è mai passato per la testa di fare l’allenatore. A Maradona sì. Tra alti e bassi (come tutta la sua vita) Maradona con l’Argentina è stato eliminato dalla Germania ai mondiali in Sudafrica. Maradona è stato il grande campione e il cattivo ragazzo (sottaniere, drogato, frequentatore di feste della camorra) ma uno dei complimenti più centrati gli viene da un avversario (in panchina, Arrigo Sacchi): «Giocare contro Diego era come giocare contro il tempo. Sapevi che prima o poi lui avrebbe segnato, o fatto segnare».
È bello pensare stamattina, cinque anni dopo l’ultima parola di Giovanni Diego, che fu la dimensione sentimentale a correggere la rotta della sua preferenza. “Ha anche fatto sognare, più di Pelé, che rappresentava la perfezione e giocava nella squadra più forte, il Santos. A Napoli ha cambiato un copione che sembrava già scritto a favore delle potenze (calcistiche ed economiche) del Nord. Pelé giocava un calcio forse più bello, ma con meno allegria. Va anche ricordato che il calcio in tv era assai meno presente e quindi Pelé lo si poteva ammirare solo ai mondiali (nel 1962 e nel 1966, segnati da sistematici pestaggi avversari) o in qualche amichevole giocata in Italia dal Santos. Maradona l’abbiamo visto di più e una cosa si può dire serenamente: regalava consapevolmente allegria, non buoni esempi. Poi, ognuno è libero di perdersi (e ritrovarsi) come gli pare, ma se oggi affermo che Diego è stato più grande di Pelé è perché mi riallaccio a quello che dicono in Brasile. «Se parlate di Pelé, la gente si toglie il cappello. Se parlate di Garrincha, piange. Era l’alegria do povo, l’allegria del popolo». Proprio quel che è stato Maradona. È qui la differenza”.
È stato bello avere vent’anni, essere stati spettatori. È stato bello aver visto Muradona.
La distanza. La distanza è tutto.
La prima domenica senza Gianni Mura
2020 Lo sai, Gianni, qual è l’ultima parola che hai scritto? Mente. Poi hai messo il punto. Era domenica scorsa, la tua rubrica, non te ne eri stancato. Mente. L’unica parola italiana che esiste con queste cinque lettere. Non ha anagrammi. La tua ultima parola è una parola che non si scompone, non si permuta, non ha affinità. È unica. Anche se un pignolo direbbe che può essere sostantivo o verbo. La prossima volta parliamo dei pignoli, ora non è il momento. | Leggi qui
La musica di Gianni Mura
2021 Ventiquattro giorni prima che a Sanremo vincesse Laurent Jalabert battendo allo sprint Maurizio Fondriest, Gianni Mura a Sanremo c’era andato per il festival, per la prima volta, sanando in fondo un vuoto anomalo per un appassionato come lui. Nell’archivio di Repubblica la parola canzone appare nei suoi pezzi 269 volte e canzoni 169. Facciamo che siano la stessa cosa e in totale fa 438. Musica 428 volte. Musica + canzoni fa 866. Per dire: fuorigioco arriva a 498. | Leggi qui
Fumo di Mura: tre anni senza Cattivi Pensieri
2023 Da qualche settimana in Italia si discute del proposito di estendere il divieto di fumo ai tavoli all’aperto di bar e ristoranti, alle fermate all’aperto di metro, bus, treni e traghetti, nei parchi in presenza di bambini e donne incinte. Un piccolo spunto per ricordare Gianni Mura: galleria dei suoi pezzi sulle sigarette | Leggi qui
L’eretico Mura: gli 0 e i 10 nei suoi Cattivi Pensieri
2024 Gilberto Lonardi, docente di Letteratura italiana all’università di Verona ha definito una volta i Cattivi Pensieri «cose scritte con un piglio a volte leggero, divertente, ma lui guardava negli angoli della vita e dell’esistenza, non solo italiana, da parte sua c’era uno sforzo anche di ricerca». Emanuela Audisio ha scritto che Mura «amava gli irregolari, il fumo, la libertà, i romantici, quelli che si buttano a salvare l’amico anche se non sanno nuotare, quelli che fanno, senza chiedersi se conviene, tutto quello che è sulla strada» | Leggi qui
L’ultimo Pantamura
2024 DI ALIGI PONTANI Gianni amava Pantani, lo amava proprio. Quel tipo di amore pieno di gratitudine che si prova quando si incontra qualcuno capace di entrare dentro zone sconosciute o assopite del tuo universo emotivo, risvegliandole. Gianni si emozionava quando vedeva Pantani, e ne era felice, e dunque riconoscente, e sapeva ricambiare a modo suo: scrivendo dei pezzi meravigliosi | Leggi qui