God Bless NBA: dove i bacini d’utenza non contano

AMERICHE

Il campionato dove possono comandare due città sotto il milione di abitanti

E invece loro. Gli americani. Eccoli qua. I marxisti dello sport mondiale. E invece loro si trovano con i Cleveland Cavaliers in testa a una Conference con 33 vittorie e 4 sconfitte, gli Oklahoma City Thunder in testa all’altra con 30 vittorie e 6 sconfitte. Cleveland 360mila abitanti, Oklahoma 680mila. È come se in Serie A fossero prima e seconda Bologna e Palermo. Stanno segnando questa NBA con una serie di numeri che non esistevano da tempo. Sono passati quasi dieci anni da quando due squadre con una percentuale di vittorie combinata di almeno .870 si sono affrontate così avanti nella stagione regolare [quando i San Antonio Spurs di Gregg Popovich incontrarono i Golden State Warriors di Stephen Curry lungo la rotta del record di 73 vittorie]. Prima di allora, bisogna tornare indietro fino al 1972 per trovare un incontro a gennaio tra due squadre così insuperabili, quando Jerry West, Wilt Chamberlain e i Los Angeles Lakers videro la loro serie di 33 successi interrotta da Kareem Abdul-Jabbar, Oscar Robetson e i Milwaukee Bucks. 

Cleveland-Oklahoma vista l’altra notte è in questo momento la più probabile finale per l’anello. Perché Cleveland non ha mai perso contro avversarie di Est, Oklahoma è imbattuta contro avversarie di Ovest. Una circostanza che per due capoliste non accadeva dal 1970-71. Erano i tempi in cui le squadre di spicco erano piene di leggende NBA. I campioni di Cavs e Thunder, fa notare il Wall Street Journal, non è che siano piene di nomi familiari al grande pubblico. La maggior parte degli americani probabilmente non saprebbe nominare un singolo giocatore e il numero di persone che sanno scrivere correttamente il nome di Shai Gilgeous-Alexander potrebbe essere ancora più piccolo.  

Eppure, The Athletic dice che Cavs e Thunder mostrano una nuova strada da seguire nella NBA ricostruita. Jason Lloyd scrive che i Cavaliers sono stanchi di aspettare i loro fiori. Sono entrati nel giardino e hanno iniziato a raccoglierli. Cavs e Thunder stanno fornendo un modello alle squadre del futuro: roster profondi, formazioni versatili e uno stile di gioco implacabile. Mentre una vecchia era di superstar inizia a svanire, la lega sta demolendo l’era dell’empowerment dei giocatori. Vuoi vincere? Fallo nel modo più difficile, attraverso il draft e lo sviluppo dei giocatori. C’è ancora spazio per un grande scambio o per la firma di free agent, ma i proprietari non possono più spendere tanto per arrivare in cima, indipendentemente da quanto siano ricchi

NON CI SONO PIU’ LE DINASTIE DI UNA VOLTA

È un indirizzo politico, non c’è un altro modo per dirlo. Dunque piace a molti, scontenta altrettanti. Donovan Mitchell probabilmente non vincerà il titolo MVP quest’anno, ma è una certezza per l’All-Star Game e porterà con sé probabilmente Garland, Evan Mobley e Jarrett Allen. I Cavs hanno così tanta profondità che il coach Kenny Atkinson fa fatica a gestirla. Le squadre nei play-off non fanno ruotare più di otto uomini, in genere.

I playoff sono una guerra di logoramento. Le squadre sono esauste, ferite e talvolta prosciugate spiega The Athletic. I Cavs possono far girare dieci uomini. 

Il Wall Street Journal però suono la campana della narrazione corrente sull’altra sponda. Se non ci sono le dinastie, dice quella versione, la gente non si appassiona. Ora, in parte a causa delle regole finanziarie che consentono ai giocatori migliori di guadagnare di più se rimangono con le loro squadre originali, il campo da gioco della NBA si è livellato. La resa dei conti tra Cavs e Thunder è tipica di questa nuova lega, ricca di talento ma un po’ più povera di storyline. Ci sono molti momenti Wow, ma molti fan si domanda: Aspetta, questi chi sono?.

Può darsi. Di certo non accade ai fan di Cleveland e Oklahoma. Ci deve pur essere un momento in cui Bologna e Palermo possono competere per la gioia. Per non far la fine di Pippo Baudo a Sanremo 2000, quando disse: mai più deve succedere che gli Avion Travel possano vincere il festival. Il pezzo si chiamava Sentimento.

The Athletic spiega: Resta da vedere quanti occhi attirerebbero le finali NBA Cavs-Thunder, ma da un punto di vista puramente cestistico queste squadre hanno tutto ciò che un tifoso di basket potrebbe desiderare

Cleveland e Oklahoma City sono il 18esimo e il 26esimo mercato televisivo della lega, ma il sistema USA non se n’è mai fatto un cruccio. A Cleveland ci sono stati LeBron e Kyrie Irving. Vedere due piccoli mercati in finale per un titolo è una possibilità reale non solo in NBA, ma pure nella NFL con Kansas City, Buffalo, Detroit, Green Bay. Hanno tutte ottime probabilità di raggiungere il Super Bowl il mese prossimo. Se il calo degli ascolti tv della NBA fosse colpa dell’ascesa delle squadre di piccole città, come si spiega che la NFL quel calo non lo registra?

The Athletic dice: C’è ancora spazio per squadre come Boston e Golden State nella NBA, ma solo se guidano entro i limiti di velocità come tutti gli altri. Le corsie riservate al carpooling sono chiuse.  Se la NFL è il re della parità, la NBA è il principe. La vittoria dei Cavs è un ottimo esempio del perché. Gli indici di ascolto televisivi continuano a essere un argomento di discussione in tutta la NBA. È ragionevole sottolineare che non sono un problema per i dirigenti della lega, lo sono sicuramente per i partner televisivi.  La lega raccoglierà circa 76 miliardi di dollari nei prossimi 11 anni, indipendentemente da quanti guarderanno le partite. Tocca ai dirigenti televisivi capire come vendere e commercializzare il prodotto. Quel che la lega ha da vendere, dovrebbe essere indipendente dalle città rappresentate. Stelle come Mitchell e Gilgeous-Alexander hanno già firmato contratti mostruosi con i loro club di piccole dimensioni. Gilgeous-Alexander è arrivato al punto di dire dopo l’ultima sconfitta di Oklahoma che non riesce a immaginare di lasciare la città. Ha 26 anni e un contratto per altre due stagioni dopo questa.  Mitchell ha elogiato in modo simile Cleveland e la franchigia dei Cavaliers. Ha firmato un’estensione del contratto la scorsa estate. C’è stato un momento in cui pensava di tornare a casa a New York, ma i Cavs hanno costruito una squadra competitiva attorno a lui e lo scorso gennaio ha capito di avere tutto ciò di cui ha bisogno qui.  L’era dei superteam è finita. La vecchia NBA è morta. E i Cavs stanno già raccogliendo i fiori.

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