IN CIMA AI PENSIERI
Ha vinto Marx. Il capitalismo ha perso. Solo che Marx vive nel regno del capitalismo e il capitalismo nel continente dov’è nato Marx. Succede nello sport e già così gira la testa. È la tesi del Wall Street Journal, il giornale più diffuso d’America, il foglio della finanza mondiale. Sta prendendo corpo dopo la seconda sentenza della Corte di giustizia UE dedicata al calcio, quella sul caso Lassana Diarra, a un anno circa di distanza dall’apertura alle istanze di una Superlega. Così, il WSJ si spinge a dire che nello sport il socialismo americano sta battendo il capitalismo europeo, ossia che le competizioni per club più egualitarie e redistributive che esistono negli Stati Uniti stanno iniziando a essere copiate da noi.
Jon Sindreu giunge alla sua teoria unendo puntini ancora difformi fra loro, mescolando dati oggettivi e suggestioni. Non c’è alcun dubbio che il sistema sportivo americano si preoccupi dell’equilibrio competitivo e delle pari opportunità più di quello europeo, ma il sistema di retrocessioni e promozioni è ancora distante dall’essere abbattuto, nonostante la UE, nonostante la Champions di calcio XXL, nonostante l’Eurolega di basket. Di incontestabile c’è il paradosso dell’analisi sul cosiddetto socialismo americano.
“Fuggire dai paesi comunisti verso quelli capitalisti era una pratica comune durante la Guerra Fredda. Negli sport odierni, il socialismo potrebbe diventare la scelta più popolare: è un buon affare” scrive Sindreu. Quella che su Slalom viene chiamata “la distribuzione della gioia” – cioè la turnazione delle franchigie diverse negli albi d’oro – è un tesoro non soltanto sentimentale. Se una storia non ha sempre lo stesso finale, spendi più volentieri dei soldi per sederti e vedere stavolta come va. Lo hanno capito anche alla Marvel: i super eroi non sempre vincono e qualche volta muoiono. Come ha detto una volta Jorge Valdano: il denaro non è stupido.
La sentenza Diarra, secondo iL WSJ, potrebbe essere un ulteriore fattore per determinare l’avvicinamento dell’Europa al modello americano di fare sport. “L’ironia qui, dato l’autoproclamato ethos di laissez-faire economico degli Stati Uniti, è che le sue competizioni d’élite, come NFL e la NBA, hanno forti meccanismi per riequilibrare la posta in gioco a favore dei peggiori classificati. In Europa, la culla dello stato sociale, i club sono invece come degli stati per lo più senza vincoli”.
La differenza, scrive il WSJ, risale alla nascita del calcio di base nella Gran Bretagna del XIX secolo. Una volta definite le regole, i tornei furono sopraffatti dalle candidature di partecipazione, il fattore che portò all’istituzione del sistemi che conosciamo, di promozione e retrocessione, un sistema replicato in tutta Europa. I club hanno forti legami politici, industriali e di classe con le comunità locali, spiega il WSJ ai lettori americani, alcuni dei quali conferiscono identità distinte e chiare, come la relazione tra il Tottenham e la comunità ebraica di Londra, il sostegno del Barcellona al nazionalismo catalano, le origini militari della Steaua Bucarest. Al contrario, gli sport americani moderni sono stati fin dall’inizio delle iniziative commerciali dall’alto verso il basso. Nel 1876 la National League of Professional Baseball Clubs avviò una lega chiusa a scopo di lucro, concedendo alle squadre dei diritti esclusivi per operare in una determinata città o in una regione. Così le franchigie investono grandi somme di denaro sapendo che la squadra non retrocederà mai, ma sono costrette a dividere equamente i ricavi, operando sotto una qualche forma di salary cap che avvantaggia le squadre più deboli. Nella NFL i giocatori ottengono il 48%, dei ricavi della lega con un accordo di contrattazione collettiva. I sistemi di draft danno alle squadre peggiori la prima scelta dei giocatori più promettenti al college o ai licei. Le stelle cambiano club quando diventano free agent o per mezzo di uno scambio con qualche altro giocatore: niente soldi di mezzo. Un quadro dalla chiara ispirazione socialista.
In Europa, al contrario, i club fanno crescere i loro giovani e tengono i giocatori sotto contratto finché non arriva un avversario che paga una quota per il trasferimento. Il meccanismo, ragiona il WSJ, porta i ricchi a monopolizzare tutto il talento, sia quando lo comprano come il Real Madrid, sia quando lo generano nella loro accademia come il Barcellona. Eppure, nonostante ciò, i club europei operano spesso in perdita, perché si genera quello che il WSJ definisce “una specie di paradiso marxista”, vale a dire che “in un settore di superperformer, l’approccio laissez-faire porta al potere del lavoro sul capitale, con entrate inaspettate nelle tasche di atleti e intermediari”.
Il WSJ cita una ricerca del 2020 degli economisti Luis Carlos Sánchez, Ángel Barajas e Patricio Sanchez-Fernandez, secondo cui le prestazioni finanziarie nel calcio vanno a scapito del successo sportivo. Anche i ricavi sono più bassi. Il calcio genera 41 miliardi di dollari all’anno, secondo Deloitte: solo il doppio della NFL nonostante abbia tifosi per otto volte in più. Non è una questione di branding: Real Madrid e Manchester City generano entrate da sponsorizzazioni, merchandising e licenze tra i 350 e i 450 milioni di dollari all’anno, all’incirca quanto incassano i Dallas Cowboys, la squadra dal maggior valore economico in NFL. Il grande divario è nei diritti mediatici. La trasmissione della NFL e della NBA vale rispettivamente circa 12 e 7 miliardi di dollari rispetto ai circa 2 di Premier League e Champions League, secondo Ampere Analysis. Il motivo? I vostri amici bacchettoni di Slalom pensano che il motivo sia lo spoiler. Un qualunque torneo in Europa ha meno incertezza in partenza di un torneo americano.
I primi turni della nuova Champions League, spiega il WSJ, stanno mostrando lo stesso difetto: cfr il 9-2 del Bayern Monaco contro la Dinamo Zagabria. “Le risorse finanziarie – si legge – sono troppo sbilanciate”. Xavi Puyada, direttore finanziario dell’Eurolega, dichiara al WSJ che in Europa la priorità di tutti è vincere le partite, non c’è la consapevolezza di vendere un prodotto unificato. Lo dice senza sentirsi al riparo dalla contestazione, nonostante il suo sia un torneo che se francamente se ne infischia dei valori sportivi emersi dai singoli campionati. Prima che Virtus Bologna e Milano si spartissero gli ultimi scudetti in Serie A, poteva capitare anche di vincerne uno e non andare in Coppa, come la Reyer Venezia nel 2017 e nel 2019. Le 18 squadre di Eurolega totalizzano oggi circa 540 milioni di dollari di introiti, rispetto agli 11 miliardi di dollari della NBA. La maggior parte dei club sta al mondo con perdite ingenti. Ecco perché il mese scorso l’Eurolega è diventata la prima competizione europea d’élite ad annunciare l’introduzione di fasce salariali obbligatorie, definite su una percentuale di ricavi medi e concordate con il sindacato giocatori. Flavio Tranquillo ne ha scritto qualche settimana fa su Sky Sport Insider, mettendo a confronto le differenze nei sistemi
Secondo il WSJ, Puyada mira a frenare il potere delle star e a creare una competizione più attraente ed equilibrata. Le sue fonti di ispirazione sono state il tetto salariale soft della NBA, che penalizza i trasgressori con una tassa di lusso e redistribuisce i proventi, così come il sistema della Major League Soccer. Una novità che può cambiare la scena europea, sottolinea il WSJ, è lo sbarco massiccio nelle proprietà di investitori americani, fondi come RedBird Capital Partners, Clearlake Capital, Oaktree Capital Management, decisi a gestire lo sport in modo più simile alle franchigie statunitensi, guardando a profitti, gestione del debito, ricavi da generare, analisi basate sui dati del gioco. “Il cambiamento è difficile” spiega il WSJ, nonostante l’esistenza del fair play finanziario. Tuttavia, vedrete che i nuovi investitori continueranno a premere per smettere di lasciare soldi sul tavolo. Il caso Diarra aumenta il rischio che i giocatori possano iniziare a stracciare con successo i loro contratti. Le commissioni per i trasferimenti potrebbero crollare, affossando così la principale fonte di reddito per i club di medie dimensioni e dando ai fuoriclasse ancora più potere per spremere grandi stipendi dalle squadre più ricche. “Se così fosse – dice il WSJ – un ripensamento più ampio potrebbe essere inevitabile”. Il modello, scrive il foglio della finanza americana, è pronto. “Dinanzi alle contraddizioni del sistema capitalista, il marxismo USA potrebbe avere un senso”.
Il punto vero, la grande scommessa, è arrivarci tenendo in piedi il nostro sistema di promozioni e retrocessioni, non dentro leghe chiuse, a inviti, cene di gala per privilegiati. Questo sì che è uno spettro in giro per l’Europa.