venerdì 10 gennaio 2025
#2 giorni agli Australian Open di tennis
COSA STAI PER LEGGERE, COSA SAPERE, COSA VEDERE
QUELLO CHE STA SUCCEDENDO
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| Il più difficile non è il primo bacio, ma l’ultimo
Paul Géraldy
DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA
Kvaradona se ne va
È sempre più breve il tempo in cui gli idoli stanno al mondo, o meglio il tempo nel quale stanno fermi allo stesso posto. Sono come le nuvole di De André, vanno, vengono, ogni tanto si fermano e quando si fermano sono nere come il corvo. Nero come il corvo è diventato Kvicha Kvaratskhelia a Napoli da un po’, da quando i suoi agenti hanno realizzato che altrove si possono guadagnare più milioni dei sei a cui può spingersi l’attuale datore di lavoro. Ne vogliono otto, ne vogliono nove, ne vogliono nove più bonus. Se altrove c’è chi glieli dà, un agente ha il potere di trasformare un calciatore sorridente in un corvo nero.
Era rosso il corvo al quale Jeremiah Johnson-Robert Redford non avrebbe concesso il suo scalpo nel film di Sydney Pollack. Se il corvo è nero non c’è rimedio. Lo scalpo te lo fa. Antonio Conte conosce il suo mondo, sa bene cosa è diventato. Per dir di sì a De Laurentiis aveva chiesto la conferma di KK, ora deve aver capito anche lui che tutto si consuma, tutto sembra un film da girare troppo in fretta [questi sono gli Homo Sapiens , 1977]
Gli addii si consumano ormai quasi tutti allo stesso modo. Il primo giorno gira una voce che spiazza. Lui? Se ne va? Impossibile. Il terzo giorno sta facendo le visite mediche. Il Napoli non era arretrato in estate neppure di fronte ai capricci per procura degli agenti di Di Lorenzo, per non dar l’idea a Conte che l’orizzonte fosse un altro ristorante da 10 euro. D’altra parte va riconosciuta a De Laurentiis la capacità eretica di aver tenuto Hamsik per undici anni e mezz, Insigne per dieci [ua’ Insigne, ve lo ricordate Insigne?], Mertens per nove. Koulibaly per otto, Callejón per sette. Quando ha venduto una stella in fretta, è stato dopo almeno un triennio come con Cavani o cinque anni come con Lavezzi.
Per questo sembra un paradosso, e può stupire, che gli eroi di uno scudetto storico quanto il primo del 1987 siano diventate come candele. Kim si è sciolto in un battibaleno ed è partito per la Baviera. La maschera pulcinellesca di Osimhen è andata a fare Zorro in Turchia in attesa di qualcosa all’altezza del contratto che i suoi agenti sognano. Adesso Kvicha a Paris. Del resto, se a una squadra al completo gli dici che se ne deve andare [«via, tutti via, piazza pulita» la voce del popolo qualche mese fa], la squadra ti ascolta e si organizza.
“Se il Napoli e Antonio Conte sono pronti a cedere Kvicha Kvaratskhelia è anche perché si sta rivelando meno decisivo di prima, soprattutto di fronte all’emergere del brasiliano David Neres. Il che rende il suo approdo al PSG più possibile rispetto alla scorsa estate” spiega Vincent Duluc ai lettori de L’Équipe.
“Kvaratskhelia – continua – rimarrà sempre un giocatore leggendario del Napoli, uno degli eroi della stagione scudetto, nel 2022-2023, il primo scudetto del club in trentatré anni e gli anni di Maradona. Ma diciotto mesi dopo la sua partenza non provocherà la stessa rivolta. Come gli altri, anche a lui si deve la disastrosa stagione scorsa, con il decimo posto in Serie A a 41 punti dall’Inter, e senza qualificazione europea”.
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CORRIERE DELLO SPORT-STADIO
Nuovi ricchi crescono
DI CRISTIANO GATTI
Ormai ci siamo abituati a vedere Como e il Como con altri occhi. Per noi disperati che lottiamo febbrilmente contro i debiti, è praticamente un angolo di Arabia, magari con molta più acqua, certe volte fino alle caviglie quando il lago fa il prepotente e deborda. … Se il tecnico Fabregas si sveglia una mattina con la fissa di Mbappè, tipo Trump che quando si sveglia vuole annettersi il Canada e magari l’Australia, c’è caso che qui nessuno lo prenda per matto: il padrone potrebbe persino recapitarglielo al campo. Non siamo ancora a questi livelli, non ancora a Mbappè, ma ci stiamo avvicinando di molto. Il sogno impossibile di ieri, quando il Como lanciava botti da festa patronale se piazzava alle grandi i Tardelli e gli Zambrotta, è la realtà possibilissima di oggi. … Fa bene tutto questo al calcio italiano? Dillo a quelli che frignano perchè il nostro calcio si vende ai capitali stranieri. La verità è una: puoi permetterti di fare lo schizzinoso con i capitali stranieri se hai le carte in regola con i capitali tuoi. Ma se sei squattrinato è meglio spalancare le porte e farli accomodare a capotavola. L’alternativa è una processione di libri in tribunale.
AMERICHE
La nuova NBA dove possono comandare due città sotto il milione di abitanti
E invece loro. Gli americani. Eccoli qua. I marxisti dello sport mondiale. E invece loro si trovano con i Cleveland Cavaliers in testa a una Conference con 33 vittorie e 4 sconfitte, gli Oklahoma City Thunder in testa all’altra con 30 vittorie e 6 sconfitte. Cleveland 360mila abitanti, Oklahoma 680mila. È come se in Serie A fossero prima e seconda Bologna e Palermo. Stanno segnando questa NBA con una serie di numeri che non esistevano da tempo. Sono passati quasi dieci anni da quando due squadre con una percentuale di vittorie combinata di almeno .870 si sono affrontate così avanti nella stagione regolare [quando i San Antonio Spurs di Gregg Popovich incontrarono i Golden State Warriors di Stephen Curry lungo la rotta del record di 73 vittorie]. Prima di allora, bisogna tornare indietro fino al 1972 per trovare un incontro a gennaio tra due squadre così insuperabili, quando Jerry West, Wilt Chamberlain e i Los Angeles Lakers videro la loro serie di 33 successi interrotta da Kareem Abdul-Jabbar, Oscar Roberston e i Milwaukee Bucks.
Cleveland-Oklahoma dell’altra notte è in questo momento la più probabile finale per l’anello. Perché Cleveland non ha mai perso contro avversarie di Est, Oklahoma è imbattuta contro avversarie di Ovest. Non accadeva dal 1970-71. Erano i tempi in cui le squadre di spicco erano piene di leggende NBA. I campioni di Cavs e Thunder, fa notare il Wall Street Journal, non è che siano piene di nomi familiari al grande pubblico. “La maggior parte degli americani probabilmente non saprebbe nominare un singolo giocatore e il numero di persone che sanno scrivere correttamente il nome di Shai Gilgeous-Alexander potrebbe essere ancora più piccolo”.
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Washington Post: “La NFL sposta la partita dei playoff Rams-Vikings da Los Angeles a causa degli incendi boschivi. La partita del primo turno era originariamente prevista a Inglewood lunedì sera, si giocherà invece a Glendale, in Arizona, sede dei Cardinals.
Spagna
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Andare in Arabia per un Barça-Real
Non esistono Cleveland Cavaliers, non esistono Oklahoma Thunder nel calcio spagnolo. Non li vogliono. Non sanno cosa farsene. Neppure di un Leicester ogni cinquant’anni. Il massimo della trasgressione è l’Atlético Madrid. Ogni volta che un trofeo si decide con una partita tra Real Madrid e Barcellona, un angelo in cielo di nome Florentino mette le ali. Succede spesso, succederà di nuovo nella Supercoppa che gli spagnoli sono andati a giocare in Arabia Saudita. È buffo, no? Se arrivassero i marziani domattina sul pianeta terra, molte cose troverebbero strane, e forse fra le prime mille anche andare a Riad per giocare la stessa partita di calcio che si gioca tre-quattro-cinque-sei volte l’anno in Spagna. Anche noi italiani siamo andati in Arabia Saudita a giocare la Supercoppa, ma rispetto ai marziani ci facciamo meno domande e rispetto agli spagnoli prendiamo meno volte posizione. Sarà che in Spagna la Supercoppa saudita è stata accompagnata da uno scandalo, un’inchiesta, una presidenza federale andata in crisi, ma Rafa Cabeleira su El Pais scrive che “nessun tifoso che si rispetti dovrebbe privarsi del piacere più grande che può regalarci questa Supercoppa spagnola, venduta al miglior offerente da due truffatori del settore con il benestare dei grandi club: approfittare delle pause di gioco per consultare il parere di Georgina Rodríguez sui social media”.
La moglie di Cristiano Ronaldo, dice El Pais, è una delle grandi celebrità spagnole del momento e la migliore ambasciatrice di un paese, l’Arabia Saudita, considerato – letteralmente – meraviglioso e sicuro. Per celebrare la festa nazionale dell’anno scorso, El Pais ricorda che Georgina Rodríguez indossò il tradizionale caftano posando davanti alle telecamere in un lussuoso negozio di Riad, “visibilmente felice e adattandosi alle usanze locali, lo stesso tipo di pubblicità ingannevole che le autorità del regime cercano, subappaltando il più piccolo dei tornei ufficiali del nostro calcio. Al momento sono noti i piani della Liga di spostare una partita su suolo americano, passo precedente a quello di mettere all’asta gratuitamente il prodotto e ripetere l’esperienza laddove si otterranno i maggiori vantaggi economici”.
Cabeleira continua scrivendo che “Georgina sembra così a suo agio nel paese delle esecuzioni sommarie da aver lasciato intendere che rispetterà la regola del digiuno diurno nel mese sacro del Ramadan, cosa davvero sorprendente perché se abbiamo imparato qualcosa dal suo reality show su Netflix, è che la modella e imprenditrice ama mangiare a tutte le ore, con un debole particolare per i prodotti iberici, così difficili da incastrare tra credenze religiose e restrizioni dietetiche locali”.
Non è che El Pais ce l’ha con Georgina Rodríguez. È tutto un mondo, tutto un sistema che finisce sotto accusa. Finisce sotto accusa la “curiosa, se non strana – scrive Cabeleira – capacità di alcuni atleti, soprattutto calciatori, di astrarsi quasi completamente dalla realtà e limitare ogni tipo di valutazione sulla giustizia alle decisioni di un arbitro o ai commenti di un giornalista. Per ogni Socrates, per ogni Éric Cantona o per ogni Toni Kroos abbiamo centinaia, migliaia di giocatori che non oserebbero mai denunciare il razzismo, l’omofobia o il machismo, se il messaggio non fosse sponsorizzato da un marchio di abbigliamento sportivo. O se non fossero costretti da qualche organismo, come spesso accade con la UEFA o la FIFA, molto dediti alle campagne globali e alla ripetizione di slogan di massa, ma inclini a seppellire le loro buone intenzioni sotto montagne di denaro inespugnabili. È l’unica cosa che conta in queste finte avventure: non c’è progresso né evoluzione nel sorridere mentre ritiri il conto”.