venerdì 27 dicembre 2024
#1 giorno a Lazio-Atalanta
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DISCUSSIONI
La crisi diplomatica fra Italia e Francia
Quando ieri sera ha cominciato a circolare l’edizione digitale de L’Équipe, sono cominciati i primi contatti riservati e le prime telefonate. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani si era ritagliato alcune ore di relax nella sua Fiuggi, dove è stato raggiunto dalla chiamata di Andrea Abodi, a sua volta avvertito da ambienti vicini al CONI. «Qualcosa bisogna fare» si sono detti, prima di avvertire i più alti funzionari di Palazzo Chigi, secondo alcune fonti impegnati in una mano di mercante in fiera.
La situazione ha preso nella notte la piega che ha preso, nell’esatto istante in cui la notizia è giunta sul tavolo di Giorgia Meloni. I più ardenti fra gli uomini a lei vicini, uomini di terra, di mare e dell’aria, l’hanno subito invitata a recarsi a Palazzo Venezia per tenere un discorso alla nazione, ma la direttrice Edith Gabrielli ha fatto notare che non si poteva, gli spazi sono tutti occupati dalla mostra Guglielmo Marconi. Vedere l’invisibile. Il balcone per giunta è inagibile.
In pochi minuti, con impeto virile e impavido slancio, ma al tempo stesso con impeto impavido e slancio virile, i capi del gabinetto hanno disposto un piano alternativo per consegnare all’ambasciatore di Francia una lettera con cui in nome degli uomini e delle donne d’Italia, compresi i pezzetti di territorio con le sbarre di ferro in Albania, il governo avrebbe manifestato la sua profonda contrarietà per l’iniziativa del quotidiano francese che «offende la nazione, ostacola la marcia e insidia l’esistenza medesima del popolo italiano». I più solerti collaboratori del primo ministro hanno consigliato di consegnare la dichiarazione anche all’ambasciata di Londra. «Nun famo ride» avrebbe risposto la presidente del Consiglio.
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LA CLASSIFICA FEMMINILE DELL’ANNO | 1] Simone Biles [USA, ginnastica] – 2] Summer McIntosh [Canada, nuoto] – 3] Katie Ledecky [USA, nuoto] – 4] Sydney McLaughlin [USA, atletica] – 5] Yaroslava Mahuchikh [Ucraina, atletica] – 6] Nafissatou Thiam [Belgio, atletica] – 7] Lotte Kopecky [Belgio, ciclismo] – 8] Jessica Fox [Australia, canoa] – 9] Aryna Sabalenka [Bielorussia, tennis] – 10] Aitana Bonmatí [Spagna, calcio] – L’Équipe
Il torneo
Intanto, come se nulla fosse, nel resto del mondo si gioca lo stesso a tennis. In Australia è cominciata nella notte la United Cup, il torneo che ha preso il posto dell’ATP Cup, che aveva sostituito la World Cup, che si sovrapponeva alla Davis Cup, e che adesso assomiglia alla Hopman Cup. Per il resto va tutto bene. La novità del 2025 è che le squadre potranno chiedere un pausa di 60 secondi per discutere di tattiche e strategie. In sostanza è il time-out che entra nel tennis. Il torneo si è aperto con Kazakistan vs Spagna, tra poco vanno in campo Cina e Brasile. Le 18 nazioni sono divise in 6 gironi da tre. Sono in Australia 4 giocatrici delle prime-10 WTA e 4 giocatori dei primi-10 ATP.
A guardare le classifiche gli USA sono favoriti. È l’unico team con entrambi i singolaristi da top-10: Taylor Fritz e Cori Gauff numeri #4 e #3. La Polonia fa affidamento su Iga Swiatek [#2] la cui squalifica puff è già finita. Ha un bilancio di 8 vittorie in 9 partite nella storia del torneo. Con Hubert Hurkacz l’anno scorso è arrivata in finale per il titolo. La Germania è la detentrice: si presenta con Zverev e Laura Siegemund. Le altre eccellenze: Casper Ruud [Norvegia, #6], Elena Rybakina [Kazakistan, #6], de Minaur [Australia, #9].
L’Italia esordisce domenica mattina contro la Svizzera e poi arriverà la partita con la Francia: Cobolli singolarista maschile, Paolini singolarista femminile, nel doppio misto la coppia che ha vinto gli US Open, Vavassori-Errani.
La rivista Tennis si avvicina al 2025 domandandosi quale giovane vedremo emergere definitivamente nel 2025, se Mirra Andreeva tra le donne o Mensik tra gli uomini [QUI], se questo è l’ultimo anno in tour di Novak Djokovic [QUI], chi vedremo brillare di più fra Sinner e Alcaraz [QUI]. Più da nerd la questione sulla migliore partnership del prossimo anno: Swiatek con Fissette o Rybakina con Ivanisevic? E noi che cosa ne possiamo sapere
L’EDICOLA
Che cosa stanno leggendo in Europa
La galleria delle prime pagine del giorno
RUOTE
Il primo duello nel fango fra i due van
Ci siamo. È il giorno. È il giorno del primo duello nella terra e nel fango di Mathieu van der Poel e Wout van Aert. Quello previsto a Mol è saltato per un problema gastro-intestinale del belga. Oggi torna ma già sappiamo che nella sua stagione di ciclocross non ci metterà troppo furore. Non correrà i Mondiali e tutto gli serve per presentarsi in un certo modo alle Classiche – che stavolta non può più sbagliare. A trent’anni compiuti da qualche mese ha vinto solo una Sanremo, ha fatto secondo al Fiandre e alla Roubaix, terzo alla Liegi. Solo è scritto in corsivo perché la super maggioranza dei ciclisti in carriera non ha mai vinto la Sanremo, non ha mai fatto secondo al Fiandre e alla Roubaix né terzo alla Liegi. Van der Poel invece al Mondiale di ciclocross ci va e correrà anche più spesso di Wout.
Il posto del duello si chiama Loenhout, si trova in provincia di Anversa, un posto di 4mila abitanti al confine con l’Olanda, quattro anni fa investito da un tornado senza vittime. Nell’antichità il luogo era costituito da due signorie, Loenhout e Poppendonk, il primo feudo di Hoogstraten e il secondo del duca di Brabante. Entrambe le signorie ebbero lo stesso dominus fino al XVI secolo, in seguito andarono alle famiglie Van der Marck e De Ligne, il primo con un cognome da ministro delle finanze, il secondo sembra un produttore di cioccolato.
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LETTURE
IL PODCAST
MAPPE
I sauditi hanno comprato la Bibbia della boxe
Non hanno comprato solo la boxe, ma pure la sua Bibbia. I sauditi non hanno portato in casa loro solo i match per i titoli mondiali, ma pure la più gloriosa testata, quella che ha creato miti e li ha coltivati. La leggendaria rivista americana The Ring, nata nel 1922, è diventata di proprietà della Saudi Entertainment Authority, una nuova prova della scalata del regno arabo agli sport da combattimento.
Quando Alexandre Usyk e Tyson Fury si sono sfidati di nuovo sabato scorso alla Kingdom Arena di Riyadh, Turki Al-Sheikh era seduto come al solito in prima fila. È diventato l’organizzatore dei più grandi incontri di boxe da più di un anno a questa parte per conto della Saudi General Entertainment Authority da lui presieduta. Ha studiato. Ha imparato che The Ring ha fatto la storia del pugilato, assegnando una propria cintura virtuale ai campioni del mondo di ogni categoria. Le sue classifiche sono diventate un riferimento molto più credibile di quelle stilate delle singole federazioni. Al-Sheikh allora ha tirato fuori un assegno da 9 milioni e mezzo di euro e lo ha intestato a Oscar De La Hoya, anche lui promoter, ex campione del mondo in sei categorie dai super piuma ai pesi medi, dal 2007 proprietario della rivista.
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▥ IL CALCIO ITALIANO
È Natale e nella grammatica della comunicazione intorno al calcio italiano è tempo di distribuzione delle interviste. L’Inter ha dato Marcus Thuram alla Gazzetta e Hakan Calhanoglu al Corriere dello sport-stadio. La Gazzetta dedica l’apertura del giornale al francese. Frasi messe in rilievo nella titolazione: «La mia Inter è il top d’Europa. Mai via da qui usando la clausola. Facciamo paura, non vedo nessuno superiore a noi. Il futuro? Se qualcosa arriverà, ne parlerò col club». Ovviamente dice che in Italia non c’è razzismo e che i social sono il male. Il Corriere dello sport-stadio piazza il turco a pagina 10-11. Dice: «Mi auguro di chiudere la carriera in nerazzurro e comunque resterò a vivere a Milano. Inzaghi? Il tecnico più importante che abbia avuto».
Il Corriere della sera apre le sue pagine sportive con una intervista di Alessandro Bocci a Moise Kean, attaccante della Fiorentina che domenica sfida la Juventus. Il titolo è “Fede, rap e gol”. La sintesi è semi dantesca: «Alla Juve ero precipitato nel buio, alla Fiorentina ho rivisto le stelle. È ambiziosa come me». Il rap del titolo è un riferimento al disco inciso: Chosen. Kean dice che la passione per la musica è «cresciuta insieme al calcio. A volte giocavo a pallone, altre mi concentravo sulle sfide di rap. Questo disco è un messaggio: vuol dire che devi inseguire le tue passioni. Se hai talento devi farlo vedere e dimostrare che nella vita puoi farcela, e puoi fare anche due lavori».
La Stampa invece apre l’edizione mattutina dello sport intervistando Roberto Rosetti, capo degli arbitri europei. Rosetti ferma le lancette dell’orologio e congela il tempo del calcio. Dice che spegnere la VAR oggi sarebbe impensabile. «L’avrei voluto ai Mondiali 2010: tutti videro il fuorigioco di Tevez tranne me», tuttavia giudica rischiosa la VAR a chiamata [«il gioco verrebbe stravolto»] ed è contrario pure al tempo effettivo.
Paolo Tomaselli sul Corriere della sera dedica un pezzo a Lautaro Martinez finito di nuovo in un cono d’ombra di gol, come quando da febbraio a maggio scorso ne fece solo uno contro il Frosinone. Non segna da 8 partite. Un mese fa la Gazzetta scriveva che un quinto posto al Pallone d’oro sarebbe stato un piazzamento che lo avrebbe sottovalutato. È finito settimo. “Lautaro nuovo Robin per Batman-Thuram?” si domanda il Corriere della sera stamattina ribaltando le gerarchie. Paolo Tomaselli ha scritto: “La verità, vi prego, su Lautaro. Tira meno in porta e lo fa peggio. È a secco da 554 minuti, segna un terzo rispetto a un anno fa (6 gol contro 17) anche se con 5 reti in A ha procurato 9 punti. Si sacrifica di più, ma a volte come nell’ultima partita prima di Natale contro il Como, sembra ingolfato anche come motore offensivo”.
Ora Cairo deve darsi una mossa. Così dice stamattina su la Stampa Antonio Barillà in un editoriale che fa il punto sulla medietà del Torino, non la medietà di una stagione, ma di un ventennio, il ventennio imprenditoriale e manageriale dell’attuale presidente. “Cairo vuol rimanere davvero? Dia un segnale. Non ricucirà con il popolo – scrive Barillà – troppo tardi ormai, ma dimostrerà almeno di tenere a un club nella cui gestione solo lui rileva positività. al presidente urtano i paragoni con l’Atalanta, ma anche stavolta dobbiamo scomodarla giacché, perso Scamacca, ha messo le mani in tasca e ingaggiato Retegui. Ultimo post-it per il ds Vagnati, che ricordi al prescelto l’orgoglio e la responsabilità di una maglia storica: non è banale visto che è riuscito, ahimé, a parlare del Toro come step per raggiungere club importanti”.
Nonostante le feste, gli auguri di Natale, le chiamate, i messaggi, la famiglia, gli amici, la Gazzetta ha trovato libero il telefono di Sacchi, così stamattina Arrigo ci può dire alla vigilia di Lazio-Atalanta che loro sì, oh che soddisfazione, loro sì che «sono due squadre che fanno del gioco d’attacco la loro prima qualità e che interpretano il calcio proprio come lo avevano pensato i padri fondatori: uno sport collettivo e offensivo. Purtroppo, in Italia, per cinquant’anni e più, abbiamo fatto esattamente il contrario: abbiamo giocato come se il calcio fosse individuale e difensivo». Non so se sapete questa cosa. È che noi in Italia facciamo strategia dai tempi degli Orazi e i Curiazi, ma è una storia lunga, magari un’altra volta.
PENSIERI E PAROLE Chevanton
➣ Adesso che è tutto più tranquillo, ci racconta di quando si è spenta la luce?
«Sei mesi dopo aver smesso di giocare, torno a casa e poi … il buio. Piangevo senza sapere perché, volevo solo dormire. Se andavo fuori, sentivo una fitta al petto. Facevo due gradini e dovevo tornare dentro. Le pillole, poi, finivano solo per stordirmi. Nessuno può capire la depressione se non l’ha conosciuta. Avevo bisogno di affetto e chi mi stava vicino non me l’ha dato. Finché una sera sono stato a un passo dal farla finita, per fortuna non è successo».
➣ Ma come se ne esce?
«Facendosi aiutare da specialisti, psicologi, psichiatri. Condividendo la tua esperienza con chi ha lo stesso problema: la depressione tra gli ex calciatori è molto più comune di quanto si pensi. Cʼè una forza che ti tira su quando stai affondando: serve tempo e aiuto, ma tutti possono salvarsi».
➣ Chevanton, quale è la sua giornata tipo?
«Da quando ho finito il lavoro da vice c.t. a Malta ho più tempo libero. Vado nella mia tenuta la mattina presto e faccio lavoretti da subito: ora sto costruendo una voliera di 11 metri. Poi do da mangiare agli animali, curo l’orto. A volte, vado via la sera senza neanche pranzare. Oltre alla campagna, c’è la palestra, almeno tre volte a settimana. Ora faccio kickboxing, mi alleno più adesso che prima…».
➣ Che animali le fanno compagnia ogni giorno?
«Fagiani, oche, galline e tanto altro. Un gallo lo chiamavo “Belotti”, è stato mangiato da una volpe. Adesso mi sto occupando delle capre nel periodo dell’accoppiamento: ho finito un recinto per proteggere le femmine con i loro cuccioli. Se lascio liberi i due maschi, Tyson e Messi, sono guai».
➣ Dicono che gli animali sappiano parlare agli uomini. A lei cosa dicono?
«Mi insegnano ad accontentarmi. Noi calciatori a volte dovremmo scalare di almeno un paio di marce. Rispetto tutti, ma ho capito che questa è la vita vera. Anche io ho conosciuto il lusso, ma non ero felice davvero. Adesso mi bastano piccole cose per stare sereno: andare a pesca, piantare qualche lattuga, dare vino, olio e uova ai vicini». – di filippo conticello, la Gazzetta dello sport
▥ VITE OLIMPICHE
Il Corriere della sera fa il punto sulla Vendée Globe, la regata delle tre S: in solitaria, senza scalo e senza assistenza. Gaia Piccardi ha scritto della “vita nel Pacifico, i regali aperti in barca: ci si commuove per un biscotto”. Giancarlo Pedote, unico italiano tra i partecipanti, diciottesimo nella classifica provvisoria, tiene un diario di bordo online per il Corriere. Ha trascorso il compleanno numero 49 in mare e scrive cose come: «In questa parte di pianeta di giorno il cielo è grigio e il sole non ce la fa a entrare dentro la mia barca. La luce più intensa è quella del computer su cui studio meteo e rotte da seguire. E, da Natale, quella di un alberino che mi ha regalato la mia famiglia». E ancora: «Qui, dove mi manca un bagno, dove mi devo legare al letto perché altrimenti salto ad ogni colpo della barca contro le onde, dove l’acqua per averla la devo produrre con il desalinizzatore e dove un piatto di pasta è una conquista, mi rendo conto che la soddisfazione dei bisogni primari è, e per me deve continuare ad essere, fonte di felicità».
Sofia Goggia non basta allo sci italiano, quando manca poco più di un anno all’apertura dei Giochi di Milano-Cortina. Lo dice Giorgio Rocca al Corriere della sera rammaricandosi con Daniele Sparisci della scomparsa dello slalom. Dice che troppi si accontentano e che va seguito l’esempio Norvegia. Ecco. Lui oggi fa il maestro di sci ai VIP, pare che Michelle Hunziker sia bravissima, ma pure Maria De Filippi se la cavava bene.
Gregorio Paltrinieri si è deciso. Non smette. Ha due desideri che emergono dai titoli. Il primo: andare avanti fino a Los Angeles. Il secondo: conoscere Sinner. Il matrimonio? Può attendere. Nell’intervista con Alessandra Retico dice di essere andato in avanscoperta, «un mesetto fa nella Polinesia francese con tappa in California, a Los Angeles, dove non ero mai stato. Bella impressione, anche se ho visto molta sofferenza sociale». Adesso ha un chiodo nel gomito perché un’ora dopo la fine dei Giochi è caduto dalla bici, «mi sono rotto il capitello radiale e operato, intervento riuscito, rimarrà il chiodo, riesco a fare quasi tutto, non interferisce con i movimenti. Solo un po’ di male se spingo e tanta muscolatura sul lato sinistro da ricostruire».
Paltrinieri è per Slalom la migliore voce da intervistato di uno sportivo italiano in diretta post-gara: per lucidità, serenità e naturalezza. Con Repubblica non si sottrae. Parla del dissing fra Ceccon e Federica Pellegrini [«Thomas mi ricorda un po’ il me stesso a Rio, tutti gli occhi addosso. Credo Thomas intendesse solo dire che lui è giovane e Federica a fine carriera, per questo in piscina a Verona non hanno condiviso molto»] e di quello fra Benedetta Pilato e Elisa Di Francisca: «Da una frase detta a caldo post gara non si possono trarre conclusioni. Sono totalmente dalla parte di Benny, nessuno può dirmi come sentirmi. Lei è una super guerriera, tenace, ha vinto tanto e si è spostata a Torino per migliorare».
Il Corriere dello sport-stadio ha invece intervistato Fabrizio Antonelli, il suo allenatore. Racconta di aver iniziato ad allenare senza cronometro. «All’inizio sono sorpresi, bisogna convincerli. È la parte più impegnativa, perché la nostra cultura è quella del cronometro attaccato alla parete, tutti i giorni. Ai ragazzi chiedo l’intensità e non il tempo. Quello serve a loro per rapportarlo alla sensazione che hanno in acqua. Parto dal presupposto che il corpo si deve adattare a un certo tipo di sforzo prolungato. Più ti adatti e meno energie spendi. Nuotare in allenamento per forza a una determinata velocità diventa secondario: quel giorno puoi essere stanco perché hai dormito o mangiato male, per una seduta in palestra, per qualsiasi altro motivo. E se insegui il cronometro per fare i tempi che facevi il giorno prima, non ti stai adattando, stai entrando in un meccanismo di consumo energetico che in quella fase della preparazione non è necessario, ti logora e non ti allena». Così, racconta di studiare il ciclismo. «Per l’aspetto fisiologico e anche tattico. Sto studiando la metodologia di allenamento di Pogacar, ci sono molti punti in comune con il nuoto di fondo».


