I subacquei possono entrare senza dover comprare il biglietto. L’unica accortenza è passare dal cancello Tagliafuoco. Tutti gli altri possono arrivare in macchina senza superare il limite di velocità di 50 all’ora sul Postelsesteenweg, limite che scende a 30 una volta passato il ponte Sluis all’ingresso di Port Aventura. Quindici euro costa il biglietto dello show. Per metterlo in scena sulla sabbia bianca, le porte della tenuta Zilvermeer saranno chiuse ai bagnanti. Del resto fa freddo, il bagno chi dovrebbe farlo. Però allo Zilvermeer si può sempre andare per il minigolf, per i go-kart, per le minicar elettriche. Le scavatrici della Sibelco ci vanno per estrarre quarzo e arena. Comunque sia nessuno oggi entra per un motivo diverso dal primo duello tra i van, il primo van Aert vs van der Poel, non su strada, non è ancora stagione, ma nel circuito del cross. Una piccola classica del calendario, ventiquattr’ore prima del replay in Coppa del mondo ad Anversa.
Hanno debuttato tutt’e due nelle ultime settimane e adesso eccoli qua. Chissà se van Aert ha fatto gli auguri per il 90esimo compleanno a Rik van Looy. È nato a Herentals, come lui. Chomsky direbbe che è un enunciato ambiguo. Chi è nato ad Herentals, chi è come lui? Ma se sono nati tutt’e due a Herentals è un enunciato meno ambiguo tra gli ambigui. Comunque. Di Van Looy, Mario Fossati raccontava spesso che al Mondiale del 1963, a Ronse, era stato “trafitto sulla fettuccia dell’ arrivo da un compagno di squadra: Benoni Beheyt, che aveva gli occhi verdi, di gatto. Beheyt aveva finto una inesistente indisposizione (crampi) per esimersi dal condurre la volata a Rik. Van Looy venne infilato dal fedifrago con uno sprint inatteso, vigliacco. Se avesse avuto un coltello, Rik avrebbe aperto la gola di Beheyt. In disperato recupero, Van Looy aveva sì deviato su Beheyt, alla maniera di un kamikaze ma invano”.
Perché tutto questo? Ah sì, van Aert. La sua sfida con van der Poel.
Pierre Callewart su L’Équipe scrive che “nel fango li abbiamo incontrati, è lì che si ritrovano, questo venerdì pomeriggio, a Mol, e sabato ad Anversa in Coppa del Mondo, i primi episodi di una settimana intensa, impegnativa sia per le gare che per le pinte di birra”. Qui, nel nord del Belgio, dove sono nati a quattro mesi e a 30 km di distanza, sottolinea il giornale francese, “hanno imparato ad adorare la brutalità delle partenze da fermo, l’arte di seguire un solco, di lanciarsi lungo un pendio, l’assurdità di assi e gradini gettati sotto le loro viscere”.
L’anno scorso vinse van Aert, ma il risultato è una faccenda che riguarda loro due, noi siamo i bambini che pescano i cioccolatini dalla scatola e vincono in ogni caso. Tutt’e due dicono di voler correre questa stagione di ciclocross senza pressioni e per divertimento, pensando ad altro. Uno stasera scoprirà che non è vero.
Hanno messo insieme i loro calendari invernali “con le pinze da sottaceto”. Deve essere un modo di dire belga per indicare la parsimonia. Bello. Ce lo ricordiamo e lo usiamo. Le pinze da sottaceto. Oppure lo diceva solo la nonna di Jens Jacobs, il giornalista fiammingo di Het Niewusblad che alla vigilia del duello ha fatto due conti. Nel 2018-2019 van der Poel ha corso 34 gare di ciclocross, quest’inverno ne ha in programma 13. van Aert si presenterà solo 9 volte contro le 30 gare delle altre volte. Scontri diretti previsti: otto da qui alla fine di gennaio. Meglio di niente. Nemmeno gli asssegni promessi dagli organizzatori – stimati tra 15.000 e 20.000 euro – li hanno spinti a moltiplicare le uscite. Van Aert salterà addirittura il Mondiale del 4 febbraio a Tabor, mentre van der Poel andrà in Repubblica Ceca per aggiungere una sesta maglia iridata e portarsi a meno una dal record di Erik De Vlaeminck. Ha in testa l’oro olimpico della mountain bike.
Van Aert pensa al Fiandre e alla Roubaix, le due corse in cui nel 2023 gli è mancato qualcosina. Con un programma di cross limitato, pensa lui e scrivono in Belgio, dovrebbe eliminare il rischio di arrivarci con delle lacune nella preparazione. Prima di annunciare che verrà al Giro saltando il Tour [bel colpo di RCS], se ne è andato a esplorare i ciottoli nel nord della Francia. Li ha trovati piuttosto fangosi, come il capo di Fantozzi scoprì che era sfarinosa la neve di Gstaad. «Ma era asciutto – ha detto il suo staff a Het – quindi siamo stati fortunati. C’è ancora molto tempo, volevamo testare il materiale. Vogliamo vincere la Roubaix, quindi vogliamo essere preparati al 100%».
Non farà le Strade Bianche né la Milano-Sanremo, Se ne andrà in ritiro in quota a Tenerife e lo rivedremo a inizio primavera all’Harelbeke. «Come fiammingo – ha spiegato – il Tour per me è importante. Da bambino ci sono dei giorni in estate in cui non fai nulla e guardi la tv, e in quei giorni c’è il Tour de France». Ma la Roubaix è diventata un’ossessione da domare. «Ho notato che quella gara mi si addice molto. Ho avuto molta sfortuna lì, ma posso arrivare molto vicino alla vittoria». Al Giro – per la prima volta – andrà a preparare i Giochi olimpici, niente classifica generale, ma caccia alle tappe insieme a Olav Kooij.
Del pomeriggio dei due Van ha scritto pure Alessandra Giardini su Bicisport [per un regalo di Natale qui si fa l’abbonamento alla rivista – così Giardini la leggete sempre, se no che vi rimane]. Di questa sfida dice è “normale che ci piacciano tutti e due, ma è altrettanto inevitabile che parteggiamo in cuor nostro per uno o per l’altro. Per motivi diversi, che non stiamo a sindacare qui”. Shhh. Non lo diciamo. Riepilogo delle van-vite intrecciate, dal suo pezzo. “Mathieu il cittadino del mondo è nato in Belgio da padre olandese e mamma francese, e ha sempre vissuto nel Kempen, regione del nord-est del paese piatto famosa per le sue brughiere. Wout il belga è in realtà figlio di olandesi (l’ortografia del cognome van Aert tradisce la sua origine), i cui genitori si trasferirono in Belgio per lavoro, e anche lui è venuto su nel Kempen. Jos van Aert, corridore olandese che ha corso quattro volte il Tour e due volte il Giro d’Italia tra la fine degli anni ottanta e i primi novanta, è cugino del padre di Wout, Henk. Nel 1994 Jos van Aert correva come gregario in una modesta squadra belga, la Collstrop-Willy Naessens, e due dei suoi compagni avevano nomi che ci dicono qualcosa: van der Poel ed Evenepoel. Il primo era Adrie, proprio il padre di Mathieu, che di quella squadrina era il capitano. L’altro era Patrick, precisamente il papà di Remco, che aveva vinto parecchio nelle giovanili (107 corse, ma dice che erano giri dei campanili per lo più, di quelli che nelle Fiandre ce ne sono una trentina tutte le domeniche) per poi fermarsi. Ma questa, per quanto curiosa, è un’altra storia”.
Se siete come Giampiero Albertini e Adolfo Celi nel carosello Ignis, se non vi basta il duello, aspettate allora sabato, il triello, su una spiaggia alla foce della Schelda, Sint-Annastrand, Anversa. Ai due van s’aggiunge Tom Pidcock.
A proposito. I subacquei a Zilvermeer possono entrare senza pagare il biglietto. Ma se vanno sott’acqua e non vedono i van, a Zilvermeer che ci vanno a fare?
SCUSATE IL RITARDO
Al Giro anche Pogačar
Nei giorni scorsi, quando su Slalom hanno vinto sciroppi tachipirine e tamponi, Tadej Pogačar si è promesso al Giro. Alessandro Autieri sulle pagine di Al Vento racconta di aver sentito nelle voci di certi amici uno sbuffo, un sospiro, uffa, non ci sarà gara, non ci sarà corsa, questo arriva e ammazza la classifica.
Autieri la pensa così: “A chi importa se davvero Pogačar dovesse ammazzare il Giro il secondo giorno a Oropa? Anzi tifiamo per lui, e per la ricerca della storica doppietta – vien da sé nuovamente il paragone Pogačar-Pantani, con il filo conduttore non solo della superiorità in salita, ma anche unito da un luogo, Oropa. Questo per me sarà spettacolo. Lo scorso anno abbiamo assistito a un Giro noioso, corso col braccino da tutti i pretendenti alla maglia rosa finale, in attesa della penultima tappa. Eppure quei pretendenti erano vicini l’un l’altro. Dove stava lo spettacolo? Meglio quello visto lo scorso anno, giocato sul filo dell’incertezza, ma senza attacchi, senza verve, senza un vero e proprio slancio, senza che qualcuno spiccasse su un altro o un possibile dominio dal secondo all’ultimo giorno dello sloveno? Io non ho dubbi su cosa sceglierei. D’altra parte pure nel Giro 2023 dopo il ritiro di Evenepoel è un po’ calato l’interesse. Perché, dominatori o meno, abbiamo bisogno di certi grandi nomi. Del Giro di due anni fa ricordate di una sfida accesa tra i pretendenti alla maglia rosa finale? – ma quando mai, a parte Torino e gli ultimi due chilometri del Fedaia, calma piatta – oppure la presenza, ingombrante, di van der Poel, in fuga quasi tutti i giorni – persino nelle tappe di montagna?”.
in tv oggi ore 15 Eurosport: Exact Cross a Mol