
A dire stamattina che non esiste alcun abuso da parte della WADA nel ricorrere contro l’assoluzione di Sinner si passa per anti-patrioti e nemici del popolo, o peggio ancora come iscritti a un fantomatico fronte a lui ostile, un fronte che manovra e complotta contro il testimonial perfetto, il nipote perfetto, il ragazzo perfetto. Dire stamattina che la WADA ha fatto il suo lavoro pare una provocazione, per via di questo tipico bisogno di canonizzazione italica che avvolge a un certo punto ogni nostra stella, senza macchia e senza paura, da Valentino Rossi a Federica Pellegrini, fino a Marcell Jacobs, e adesso tocca a Sinner.
Più sono celebrati, più sono divini, più si radica la convinzione che un cenno problematico o solo dubbioso sia l’espressione di un sentimento – boh – di qualcosa. È invece tutto il contrario. Non c’è proprio nessun sentimento. C’è invece il tentativo di non farsi condizionare dai colori di una bandiera, dall’adesione acritica a ogni avvenimento che riguarda questo o quella, in una infatuazione che si auto-alimenta, come in certi innamoramenti senili. Solo un’infatuazione che toglie la vista poteva spingere la stampa italiana a considerare chiuso il caso come nei propri sogni, facendo coincidere la realtà con i propri desideri. Ma a farlo notare si cade prigionieri della logica sciocchina del carro, la logica secondo la quale se dici che non tutto è stato irreprensibile, embè, allora dopo non potrai dirgli bravo, non potrai esser felice di uno Slam, di un’altra Coppa Davis, no, vuoi salire sul carro, anzi: devi chiedere scusa.
Invece è facilissimo. Alla WADA non torna qualcosa. Non torna il fatto che esista “assenza di colpa o negligenza” come dice la relazione dell’arbitrato ITIA – un arbitrato, non un processo, giacché in questa storia non c’è stato neppure un pm, non c’è stata una figura che incarnasse l’accusa. Non esiste alcun ragionevole dubbio sul fatto che Sinner non volesse doparsi e neppure che questa storia sia figlia di una contaminazione, la WADA contesta il fatto che Sinner non conoscesse la provenienza dello spray, sospetta insomma che non potesse non sapere che il suo fisioterapista usasse un prodotto dopante, oppure gli contesta di non aver fatto abbastanza per vigilare e/o evitare.
Ecco perché si va al TAS, per accertare la legittimità dell’iter processuale, l’applicazione delle regole e dei codici. I motivi di questo acquazzone che casca sulla testa del tennista numero 1 al mondo sono dovuti a due nuvole che si scontrano, secondo l’immagine usata da Valerio Piccioni su Domani. “Da una parte – ha scritto – c’è quella, facciamo a capirci, di stampo dietrologico-geopolitico. Dall’altra, invece, ci sarebbe il filone più propriamente investigativo-normativo. Non sono due storie differenti, i due fronti in qualche modo si tengono reciprocamente a galla. Sinner si è trovato nel bel mezzo di uno scontro internazionale fra diversi poteri, dentro e fuori lo sport (la Wada ha un finanziamento “misto”, un po’ dal Cio e un po’ dai governi). C’è solo questo? O la mossa ha comunque una genesi investigativa del tipo «a noi questa versione non convince»? Evidentemente non tutti i passaggi per la Wada sono chiari e al di sopra di ogni sospetto”.
Lo scontro internazionale fra diversi poteri tiene insieme alcune schegge di realtà. La prima è la decisione WADA di non ricorrere sull’assoluzione della Cina ai suoi 23 nuotatori cinesi trovati positivi per “contaminazione alimentare” [trimetazidina]. L’Usada, l’agenzia antidoping USA, ha mosso rilievi da guerra fredda. La WADA ha replicato svelando che come gli USA avessero ingaggiato tre agenti sotto copertura per incastrare avversari dopati, senza informarli.
Piccioni scrive: “Se è vero che Sinner ha avuto il vantaggio di un’indagine a luci spente e del silenzio, e di potersi permettere un agguerrito e prestigioso collegio di avvocati londinesi a sua disposizione, nel sistema erano emerse diverse zone d’ombra molto prima del suo caso, circostanze che non hanno certo aiutato la trasparenza delle scelte (pensiamo a tutta la materia delle esenzioni terapeutiche). I codici sportivi, e quello antidoping non fa eccezione, lasciano uno spazio interpretativo enorme a giudici e istituzioni. Il sistema è sempre più frammentato, ciò che vale per l’atletica non vale per il tennis o per il ciclismo, ciò che vale in un paese spesso non vale per l’altro, le tempistiche sono spesso dubbie, qualche volta ambigue. La materia antidoping è naturalmente complessa, ma qualcosa bisogna fare. Altrimenti finiremo per fare collezione di nuvole più che di emozioni”.
DALL’ARCHIVIO
Tutti gli errori di Sinner. No, non quelli in campo
DI ALIGI PONTANI
Su questa attitudine del tennis a soffiare via la polvere di casa senza Folletto, si esprime stamattina anche il Telegraph con Oliver Brown che parla di “accusa seria ai protocolli antidoping del tennis” e di “poca fiducia che ispirano”. Il problema con questa storia dell’assoluzione di Jannik Sinner, dice il Telegraph, è che “in pochi hanno capito come lui e i suoi avvocati ci siano riusciti. Quando un campione mondiale viene scagionato da qualsiasi colpa in un’inchiesta sul doping, ci si aspetterebbe di sentire solo un coro di comprensione. Ma le reazioni dei colleghi sono spaziati dallo scetticismo all’incredulità assoluta. Per lui e per lo sport che domina, si tratta di un incubo che sta sfuggendo a ogni controllo. La fiducia nel sistema che ha permesso a Sinner di continuare a giocare senza alcuna penalità è evaporata. La WADA non si fida chiaramente di come il tennis si regola su questioni del genere, date le diffuse preoccupazioni su come Sinner sia stato indagato, senza che nessuna delle sue sospensioni provvisorie siano durate più di tre giorni e senza nessuna divulgazione pubblica sulla questione per sei mesi. L’assoluta opacità di tutto ciò si scontra con il fatto che i giocatori più in basso nella catena alimentare del tennis, senza il lusso di costosi avvocati a disposizione, devono sopportare mesi, se non anni, di reputazione pubblicamente distrutta prima di avere la possibilità di riabilitare i loro nomi”.
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Sebbene la sentenza di 33 pagine firmata dai tre consulenti di Sport Resolutions fosse tutt’altro che superficiale, non è riuscita a fornire risposte ad alcune domande che evidentemente la WADA si pone. Perché, si chiede il Telegraph, non ci sono provvedimenti nei confronti di Umberto Ferrara o di Giacomo Naldi, per possesso di clostebol, uno steroide anabolizzante? Sinner può affermare di aver rimosso il problema licenziandoli. Ma non chiarisce perché non ci siano state accuse formali di illecito contro di loro”. In sostanza, si chiede il giornale inglese: c’è qualcuno che ha chiesto a Ferrara cosa ci facesse un farmaco con l’etichetta DOPING dentro la sua borsa? Era la prima volta? Era un’abitudine? Ce ne sono per caso degli altri? Il testo della WADA non lascia dubbi sul fatto che il semplice possesso di una sostanza proibita senza una valida esenzione per uso terapeutico sia considerata una violazione. Inoltre, sottolinea il Telegraph, “un elemento curioso del documento che scagiona Sinner è l’ammissione che uno dei tre esperti indipendenti coinvolti sapeva che il giocatore a non aver superato i test era lui. L’identità del giocatore non era nota a due degli esperti, dice il testo. “Perché non è stato garantito con tutti e tre? Non è forse un principio fondamentale in queste indagini che l’anonimato assicuri un trattamento imparziale?” chiede il Telegraph prima di far notare che esiste “una possibilità, forse persino una probabilità, che Sinner vinca una seconda corona consecutiva agli Australian Open in gennaio, mentre la WADA cerca di buttarlo fuori dal suo sport fino a un massimo di due anni. È difficile immaginare un’accusa più seria ai protocolli antidoping del tennis”.
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