Riceviamo e volentieri pubblichiamo
DI ALIGI PONTANI
A rischio consapevole di attirare scomuniche, si vorrebbe qui timidamente avanzare una tesi, molto dal basso rispetto alle cattedre di chi sa sempre chi sono i buoni e chi i cattivi. La tesi è semplice: Jannik Sinner ha sbagliato. E prima che le scomuniche arrivino, senza avere la pretesa con questo di evitarle, si potrebbe aggiungere: Jannik Sinner ha sbagliato almeno tre volte.
Ora, la vicenda rischia di essere stucchevole perché già datata. Eppure a distanza di dieci giorni dal caso doping – e di quasi sei da quando in realtà il caso si è manifestato – resta l’impressione che quasi nessuno in Italia abbia voluto o saputo o provato a capire se, appunto, il nostro eroe del tennis abbia fatto qualcosa di storto. Qui si pensa di sì. Con una premessa: non si pensa invece, e neppure lontanamente, neppure come retropensiero, neppure come ipotesi distopica, che Sinner si sia dopato. No, non si è dopato e quel nanogrammo di clostebol scoperto dai sofisticati macchinari dell’antidoping è stato giudicato per quello che era, un errore dovuto a cialtroneria non del tennista, e senza dolo alcuno.
Chiarito questo, e sperando così di evitare la ghigliottina, veniamo ai tre errori, anche se figli e conseguenze di un’unica scelta. Il primo: Jannik ha chiesto e ottenuto riservatezza. Sempre da quelle cattedre di cui si parlava prima, c’è chi ha scritto una specie di peana ai giudici del tennis che gliel’hanno garantita fino a processo consumato e sentenza emessa, risparmiando così all’eroe il pubblico linciaggio che, sostengono i venerati maestri, i magistrati normali, quelli dei tribunali pubblici, godono a infliggere agli accusati. Alle molte obiezioni di essere stato oggetto di trattamento privilegiato rispetto al mondo degli altri, quello dei non numeri uno, Sinner ha svogliatamente risposto che insomma, bisogna pure vedere chi sei, che mezzi hai per difenderti, quali avvocati puoi ingaggiare.
Ecco, no, non funziona così. O meglio: non dovrebbe mai funzionare così Lo sport insegna a rispettare la pari opportunità tra numero uno e numero dieci, cento, mille, diecimila. Lo sconosciuto fa sport anche o soprattutto perché spera un giorno di poter battere il campione, nel tennis come ovunque, perché poi battendo il campione non si è più sconosciuti. Il numero uno è uguale al numero centomila. Si gioca, e il migliore o il più fortunato o il più intelligente vince. Lo stesso vale per le regole che lo sport governano: sono le stesse per il fenomeno o per il mediocre, pari sono davanti agli arbitri. Inoltre, cosa che conta ancor di più, lo stare al mondo in posti civili insegna che la legge è uguale per tutti non solo nello sport. Fine.
Ma l’errore di Sinner è stato un altro: pensare che la riservatezza sarebbe stato un valore. Gli avrebbe consentito di continuare la sua attività senza rumori di fondo fino a quando la vicenda non si fosse conclusa con l’assoluzione che poi c’è stata. I fatti sembrano invece indicare che questa riservatezza, questo trattamento privilegiato, è stato un disvalore, se non un boomerang. Perché invece di sciogliere, ha annodato i fili della storia. Invece di chiarire, ha opacizzato. Invece di togliere fiato agli accusatori, ha fornito argomenti di critica.
Sinner, in una parola, ha sacrificato il valore della trasparenza. Annunciare pubblicamente il caso fin da subito gli avrebbe certamente creato dei problemi, lo avrebbe tenuto sospeso e con fari accesi negli occhi. Ma ne avrebbe ingigantito il rigore morale, la forza di chi non ha nulla da nascondere. Lo avrebbe reso un simbolo. E avrebbe lanciato da subito un messaggio agli odiatori: questo è successo, ma io sono pulito e non ho paura di sottopormi al giudizio di chi dovrà giudicarmi.
I RAPPORTI CON IL TEAM
Il secondo errore è più evidente. Il rapporto con il contaminatore, il suo terapista con le mani sporche di doping. Capita di sbagliare, e a Giacomo Naldi è capitato di sicuro: usare un farmaco con la scritta doping, comprato e messo nella valigetta dal preparatore atletico Umberto Ferrara, spalmarselo su mani che poi maneggiano il campione. L’errore è stato così lampante e pacchiano da poter essere classificato tra gli imperdonabili. Per questo, giustamente, Sinner li ha mandati via. Il problema è quando lo ha fatto, a sentenza pubblica e pubblicata, a giornali di tutto il mondo scatenati sulla vicenda, nel momento cioè in cui si poteva e doveva dare in pasto un colpevole a chi di colpe era assetato. Normale. Comprensibile. Sbagliato. Provate a pensare, sempre nell’ipotesi della massima trasparenza scartata da Sinner al momento di scegliere la riservatezza, cosa sarebbe accaduto se a marzo il campione avesse svelato la faccenda, indicato le cause che l’avevano innescata, annunciato il licenziamento contestuale del colpevole – involontario certo, ma colpevole. Pensate a quanto l’opacità rinfacciata da qualcuno – certo, anche esagerato – sarebbe diventata un’ arma spuntata, anzi, non sarebbe proprio esistita. Controllo positivo, conferenza stampa, spiegazione, allontanamento del responsabile. Il tutto poi confermato dal processo formale, che forse sarebbe stato anche più rapido. Fine della storia.
LE OLIMPIADI
Il terzo errore, poi. Le Olimpiadi. Allora, qui non ci sono prove, documenti, certificati medici, non c’è niente di niente, quindi si parla soltanto di mettere insieme gli eventi e di farsi per questo delle domande. Jannik annuncia la decisione di non andare a Parigi alla vigilia dell’inaugurazione, quando è troppo tardi per sostituirlo con un Berrettini molto in forma. Ha la tonsillite, dice, è non abbiamo elementi per sostenere che fosse una scusa.
Abbiamo però contezza che la tonsillite non è un infortunio, è un malessere curabile e gestibile. A Parigi decine di atleti, forse addirittura centinaia, si sono presi il Covid. C’è chi ha nuotato e vinto medaglie tuffandosi con la febbre. Chi invece ha scoperto di avere le gambe svuotate dopo aver perso la gara della vita per colpa del virus. Tutti sono però andati, nessuno avrebbe rinunciato per niente al mondo.
Sinner ha invece stabilito che la tonsillite era sufficiente a fargli dire no, anche se mancavano cinque giorni al suo match d’esordio, sulla carta agevole. Non è ora il caso di giudicare questo. Ma come ha scritto subito Matteo Pinci su Repubblica, è impossibile non mettere in relazione la rinuncia ai Giochi al caso pendente di doping che turbava Sinner in quei giorni. Impossibile non pensare che nella scelta di non andare abbia pesato l’incubo di una deflagrazione mediatica della vicenda a Olimpiadi in corso.
Se così fosse, e ci sono fondate ragioni per crederlo, Sinner ha fatto benissimo a non andare a Parigi: un caso di doping con la maglia azzurra addosso non è uguale a un caso di doping con la maglia Nike. Non correre rischi è stato non solo saggio, ma soprattutto giusto, considerando oltretutto che di rischi, con la riservatezza, ne stava già correndo e di grossi: immaginate la notizia del processo silenziato finire nelle mani di un qualsiasi media del mondo, provate a sentire la potenza del rumore dello scoop.
Però: immaginate, ancora, cosa sarebbe successo se Sinner alla vigilia dei Giochi avesse convocato la stampa e avesse annunciato: scusate, sono devastato, ma a Parigi non posso andare perché è successa questa cosa del clostebol e mai nella vita vorrei creare imbarazzo al mio Paese, anche se nulla ho fatto e presto lo proverò. Più che da numero uno, ne sarebbe uscito da monumento. Altro che zone d’ombra, altro che opacità.
Non è andata così, e ce ne faremo una ragione. Sinner resterà numero uno, vincerà un sacco di tornei, sarà a lungo un nostro eroe sportivo. Una benedizione per il tennis che mai aveva avuto uno così, una benedizione per lo sport italiano che scala montagne inviolate a ripetizione, issandosi anno dopo anno sempre più sopra il cielo piatto del dio pallone.
Però non c’è nulla di male, non ci dovrebbe essere nulla di male a dire che forse non è perfetto, e certamente in questa storia non lo è stato. Senza per questo essere etichettati come antipatriottici, forcaioli, infami. Ora vedrò chi è davvero mio amico e chi no, ha detto Jannik commentando le reazioni del suo mondo alla vicenda. Forse questo è un quarto errore: a volte gli amici sono anche quelli che hanno il coraggio di metterti una mano sulla spalla e di dirti che hai sbagliato qualcosa. Di sicuro, chi di mestiere non fa l’amico ma il giornalista, le domande non deve smettere di farsele e di farle. Mai.
Condivido l’analisi, le premesse, argomentazioni e la tesi. Mi permetto di suggerire alla discussione un paio di commenti e temi che sintetizzo:
– ha deciso Sinner la strategia? Ormai da professionista credo sia in un sistema (e lo riconosce spesso anche nelle interviste) in cui è l’attore principale di un team complesso. Credo che l’ultima parola sia cmq la sua e quindi ne mantiene la responsabile finale di come è stata condotta la questione,
– è giovane e in quanto tale ci si aspetta che si sbagli spesso (passanti, volè e smorzate, sul campo w non solo), e che gli errori siano forieri di lezioni per crescere e migliorare. Sì, gli amici veri sono coloro che ci aiutano a capirlo. Auguri!