E chi lo poteva immaginare che dietro quel ringraziamento scemotto di marzo ci fosse tutto questo. Grazie per aver perso a Indian Wells, dicevano quei lateral-chic di Slalom, ed erano proprio i giorni dei massaggi di Naldi con il mignolo ferito e cicatrizzato al Trofodermin. Chi lo poteva immaginare. Jannik perse in semifinale con Carlitos alla fine di un magnifico tappeto rosso srotolato da mesi, una invulnerabilità riempita di insalatiere e valigie Louis Vuitton, ricevimenti da Mattarella, inviti ai festival di Sanremo. Fu in quei giorni che cominciammo a imparare cosa mangia Sinner e cosa cucina Sinner, cosa vede Sinner e cosa sente Sinner. A ogni cambio-canale c’erano il caffè di Sinner, i pastelli di Sinner, la borraccia di Sinner, il diario di Sinner, i quaderni di Sinner, l’orologio di Sinner, la macchina di Sinner, il formaggio di Sinner, la banca di Sinner, la rete telefonica di Sinner. Sinner era la sineddoche del tennis, la parte per il tutto. Se perde Medvedev, se esce Alcaraz, se cade Djokovic: tutto cominciò a esistere in funzione sua.
Bisognava aspettarselo, allora, di trovarsi stamattina qui. In un clima di negazione della fondatezza di alcune perplessità. Con la delicatezza che spesso lo distingue, il presidente della federazione tennis Angelo Binaghi ha definito dei cretini Kyrgios e Shapovalov, credendo di cavarsela alla grande così dinanzi alla platea generalista del Tg1. Sono dei cretini, dei cretini e basta, e da oggi sono pure i nemici della Nazione. D’altra parte, usciti dalla “Olimpiade del sentito dire” [Antonella Bellutti], perché mai dovremmo uscire da questo tempo di informazione origliata. Ai suoi spettatori il Tg1 ha fatto credere che la prova dell’innocenza di Sinner fosse in una foto scattata durante il torneo di Indian Wells, il massaggiatore Nardi in tribuna con il dito mignolo fasciato. La foto che lo scagiona. In effetti una prova schiacciante.
“Sinner, sempre più forte” titola allora in prima pagina la Gazzetta. Per il secondo giorno di fila non c’è traccia di analisi della complessità della scena. G.B. Olivero si addolora al pensiero che Jannik abbia dovuto giocare 4 mesi con l’incubo Clostebol, “con un macigno nello stomaco e nella testa”. Oddio, ma l’ha chiesto lui di giocare. Volevano fermarlo. Se gli avessero tolto il macigno lasciandolo a casa, come accade più spesso ad altri, oggi Sinner non sarebbe il numero 1 al mondo.
“Sinner, una vittima” grida il Corriere dello sport-stadio, e qui si potrebbe pure sbandare: ma è stato assolto o condannato? È la prima vittima che non ha fatto nemmeno un giorno di squalifica, ma lo è comunque, lo stesso, perché dopo l’assoluzione, “ci sono critiche da tutto il mondo”.
In effetti contro noi italiani ci sono sempre guastafeste in giro. Ci tengono puntati. Un complotto dei russi fece fuori Schwazer, la camorra ce l’aveva con Pantani, l’arbitro della pallanuoto è stato scandaloso con il Settebello, la VAR della scherma ha rubato una stoccata a Macchi, e pure quella storia della battaglia di Canne non ce la contano giusta, chissà come andò veramente. Il grande problema di Caino fu non essere italiano. Avrebbe avuto le sue ragioni.
Ora a Jannik toccherà quella che QS chiama “la solitudine del numero 1”. Ma è discretamente affollata, la solitudine di Sinner. Una solitudine collettiva, ecco, a cominciare dallo stuolo dei migliori avvocati londinesi ingaggiati [studio Onside Law: Kendrah Potts, Jamie Singer e George Cottle], quelli che nella sua onestà il coach Darren Cahill ha ammesso fuori dalla portata di un numero 300 al mondo che dovesse trovarsi nei guai, sia per disponibilità economiche – ha detto – sia per statement, una parola chiave in cui sono racchiuse molte delle obiezioni che la Brigata Mameli non vuol sentire.
LE OBIEZIONI
Barbara Schett non è la più aggressiva tra le commentatrici di tennis. È un volto dei salotti tennistici di Eurosport. Ha delle relazioni con questo mondo. Barbara Schett non ha alcun motivo di risentimento verso Sinner e non mette in dubbio la sua totale buona fede. Eppure, Barbara Schett discute “la segretezza che ha circondato l’intero processo e chiede maggiore coerenza nella regolamentazione antidoping”. Si può dire oppure è un atto di cretineria, di lesa maestà?
L’ex tennista austriaca ha fatto riferimento come tanti in queste ore ad altri casi, quello di Simona Halep, quello di Jenson Brooksby, quello di altre atlete e altri atleti puniti per errori simili. Halep è stata inizialmente squalificata per quattro anni dopo essere risultata positiva a una sostanza vietata che aumenta la produzione di sangue; la squalifica è stata poi ridotta a nove mesi in seguito al ricorso della rumena, con una sentenza della Corte arbitrale dello sport secondo cui la positività al test era dovuta a un integratore contaminato. Nel frattempo si è fatta nove mesi fuori. Buon per lei. Non ha giocato con il macigno.
Sia chiaro. Non per questo doveva farsi nove mesi-un anno fuori anche Sinner, da innocente. Ma si può almeno riconoscere la fondatezza di alcuni ragionamenti? Schett ha spiegato che Jannik dovrà essere forte per liquidare questa controversia nei prossimi giorni durante gli US Open della prossima settimana. Sarà il tasto su cui si fermeranno a suonare le italiche dita nei prossimi giorni a ogni 0-30. Per paradosso sarà la prova del privilegio del riserbo concesso a Sinner. A NY rischia di giocare nel clima che gli è stato risparmiato dal 10 marzo al 20 agosto. Ogni volta che ne sarà evocata la pesantezza, sarà un richiamo all’ambiente che finora ha scansato. Uno scenario che ogni garantista di questo mondo auspica, ma lo auspica per tutti, non solo per il numero 1 al mondo di un solo sport, altrimenti non si chiama più garantismo, si chiama privilegio, e dovremmo essere tutti abbastanza d’accordo nel giudicarlo una faccenda detestabile, perfino se riguarda un italiano.
Dovrebbe parecchio interessarci che tutto ciò accada in uno sport che ha qualche problema con la trasparenza delle sue decisioni. Per diverso tempo pare sia stato in voga il silent ban, la squalifica silenziosa, così spiega Piero Valesio su Domani: “Sei positivo al doping ma per evitarti danni di immagine tu datti malato e io non divulgo la tua squalifica”.
Lucas Pouille, francese, ha voluto chiarire con L’Équipe come la pensa: «Non sono arrabbiato. Non sto dicendo che Sinner abbia preso qualcosa. Del resto sono sempre stato un suo estimatore e già l’anno scorso lo vedevo come uno dei favoriti per gli US Open. Adoro vederlo giocare. Ma penso che le regole dovrebbero essere uguali per tutti. Penso che non sia così. Quando vieni controllato venticinque volte all’anno, possono esserci degli errori nell’indicare un indirizzo, ad esempio. E se commettiamo tre errori, siamo squalificati. Questo è successo a Mikael Ymer, sospeso per 18 mesi anche se non è mai stato trovato positivo. Non veniamo giudicati tutti allo stesso modo, ma in base a chi siamo. Trovo che esista una mancanza di trasparenza a livello delle autorità. È sempre stato così, ahimè».
Ma a Sinner è andata bene, e ce lo facciamo bastare. «Adesso gli verrà chiesto di quest’affare ogni singolo giorno allo US Open – dice Schett – quindi dovremo vedere come lo gestirà. È strano che abbia una stampa negativa, è la prima volta nella sua carriera che succede». [La signora Schett non sta parlando dei giornali stranieri]. «Sarà interessante scoprire quando entrerà nello stadio Arthur Ashe come reagiranno i tifosi. È un ragazzo così simpatico ed è molto difficile non apprezzarlo. Tuttavia, questa storia non aiuta la sua reputazione. Ma la gente se ne dimentica in fretta».
Per essere chiari e definitivi: non c’è da condurre nessuna battaglia per dimostrare che Sinner non si è dopato. È già dimostrato. Lo dicono con chiarezza sopra ogni possibile dubbio le 33 pagine di Sport Resolutions scritte sulla scorta del parere di tre esperti con un passato o un presente nella WADA. La questione è un’altra. 1] Che il tennis sia organizzato in modo tale da poter affidare una decisione del genere a dei privati, Sport Resolutions, come scrive Marco Bonarrigo sul Corriere della sera di stamattina “nella sostanziale mancanza di un pubblico ministero”. 2] Il rapporto non cristallino fra il tennis e la materia anti-doping. 3] La segretezza del procedimento. 4] Le decisioni diverse prese da altri sport per casi analoghi. 5] Le decisioni diverse prese dallo stesso tennis in altre occasioni con altre giocatrici e giocatori.
Come scrive Giulia Zonca nel suo commento su La Stampa: “Fuori dal caso Sinner e dentro il sistema antidoping inizia a diventare tutto molto opaco e qui non si tratta di colpevoli o innocenti, ma della base di cui lo sport ha bisogno: l’equità. Quello che dovrebbe essere il regno della trasparenza è diventato un reticolo di eccezioni. … Tra la polvere che si alza, dove diventa difficile uscirne davvero puliti. Per chiunque. Soprattutto per lo sport di cui vanno uniformate le procedure prima che si rompa del tutto qualsiasi fiducia”.
| VOCI Riccardo Moraschini
«Il nostro caso è identico, spicciato: quantitativo bassissimo, ricondotto solo a contaminazione esterna. Entrambi siamo stati riconosciuti non consapevoli che una persona vicina a noi usava il farmaco preso in farmacia, nel mio caso la mia ragazza. Ma io ho pagato con un anno di squalifica e la sospensione». [Riccardo Moraschini, cestista, a Matteo Pinci, Repubblica]
I GIORNALI INTERNAZIONALI
Tumaini Carayol sul Guardian fa notare che sono molto rari i casi in cui sospensioni provvisorie vengono revocate. È possibile presentare ricorso d’urgenza quando un atleta sostiene la tesi della contaminazione: l’udienza deciderà se quella versione dei fatti è plausibile. A Sinner è successo due volte, e il Guardian scrive che è stato fortunato a non ricevere mai la sospensione durante un torneo, ma sempre prima.
“Un tentativo di annullare una sospensione provvisoria – racconta il giornale inglese – si è verificato quando l’ucraina Dayana Yastremska è stata fermata nel gennaio 2021 per essere risultata positiva al mesterolone. Yastremska si è recata all’Australian Open che si stava svolgendo sotto severe restrizioni dovute al Covid-19 mentre attendeva ancora i risultati della sua richiesta. Sia la sua domanda sia il successivo ricorso alla corte arbitrale dello sport sono stati respinti. Cinque mesi dopo, un tribunale indipendente ha ritenuto che Yastremska non avesse alcuna colpa o negligenza”.
Quel che la Brigata Mameli non vede, immersa nel veleno individual-nazionalista che ormai ammorba il racconto dello sport, è che non della colpevolezza di Sinner si parla, ma deI procedimento: cosa avremmo scritto se al posto di Sinner, nelle stesse condizioni, ci fosse stato Alcaraz? Un’altra persona di buon senso come Mats Wilander, un altro stakeholder poco incline a tenere la testa sotto la sabbia, dice a Eurosport [dove lavora]: «Siamo molto felici di avere Jannik Sinner ancora nel tour. È un bravo ragazzo. È davvero, davvero una cosa positiva il gioco. La rivalità tra lui e Alcaraz è già epica. E io sono convinto al 100% che si sia trattato di un totale incidente da parte di Jannik e del suo staff. Ma ogni volta che c’è una sostanza vietata nelle borse dei medicinali di un medico o di un fisioterapista, dovremmo chiederci cosa stanno facendo. Sono contento che Jannik possa giocare, ma il procedimento è stato terribile». Sono condivisibili o no, queste parole?
Ieri il Telegraph ha toccato le corde dell’indignazione, oggi è il giorno dell’ironia. Scrivono che Jannik Sinner è diventato l’ultimo atleta a sfuggire alla squalifica per doping grazie a una straordinaria difesa per contaminazione, “l’equivalente della carta Esci gratis di prigione al Monopoli. La contaminazione è da tempo la difesa preferita da chi risulta positivo a sostanze illecite, con scuse che spaziano da quelle più banali come il consumo di cibo o di integratori contenenti steroidi, a quelle più straordinarie, come baci o rapporti sessuali”. Segue campionario.
Dalla nostra mamelica sponda lo troveremo magari eccessivo, ma una cosa va detta con chiarezza: sul doping la stampa britannica non fa sconti a nessuno. Il Times ha fatto cadere Lance Armstrong, il Daily Mail ha condotto inchieste severe sui comportamenti grigi della federazione ciclismo in laboratori non accreditati intorno ai livelli di nandrolone di alcuni corridori in vista dei Giochi di Londra 2012.
Tra i commenti più maliziosi, spicca quello di Juan Gutiérrez dallo spagnolo AS. Rispetto agli altri, dalle sue righe sparisce anche la convinzione dell’innocenza: “La giustizia sportiva è la verità ufficiale. Poi esistono altre verità. Gli analisti del tennis, ad esempio, hanno sempre sostenuto che al talento di Sinner mancasse la fisicità per aspirare ai massimi livelli, quel che è stato corretto alla fine del 2023 e all’inizio del 2024. Proprio quando sono emerse le due positività con un anabolizzante. Un argomento a sostegno della sua innocenza è la minima presenza di Clostebol riscontrata nel suo organismo: un miliardesimo di grammo. Questo non ti aiuta a vincere, dicono. A meno che la quantità rilevata non sia il residuo di una quantità maggiore, ovviamente. Ma questo non lo dicono. La corte ha accettato la scusa della contaminazione transdermica involontaria. Le date di acquisto dell’unguento non coincidono, ma a quanto pare neanche questo è rilevante. Non è vero che il tennis non sanziona. Alcuni sì, altri no. Anche Agassi ne è uscito pulito. Durante il periodo dell’inchiesta, Sinner ha celebrato il suo salto al numero uno nel mese di giugno. Con un dossier aperto e chiuso in modo sbrigativo. Almeno ha rinunciato ai Giochi olimpici per evitare potenziali scandali. Ora sappiamo di cosa si era ammalato”
Scrive il Telegraph stamattina che la fiducia nell’antidoping aveva già toccato i minimi storici con “la guerra civile fra agenzie”, un riferimento a USADA contro WADA, America contro Resto del mondo, per la questione dei controlli falliti da 23 nuotatori cinesi ma riammessi alle gare perché la colpa era tutta di certi hamburger. Così se la WADA dovesse ricorrere contro Sinner, abbiamo già gli argomenti sul tavolo per screditarla. Ce l’hanno con noi.