GUIDA ALLE SEMIFINALI MASCHILI DI WIMBLEDON
ALCARAZ VS MEDVEDEV
Diamine, Alcaraz. In un tennis sempre più fisico e robotico, più tump, tump, tump, tump, dritti qua e dritti di là, tu resti un bel cuoricino capace di creare e di inventare, e noi tutti ti vogliamo bene. El Mundo stamattina si spinge a scrivere che il colpo simbolo del suo gioco è la smorzata, per definizione un colpo con il quale si scompagina e si esce dagli schemi in diagonale. Un colpo profondo, verticale. Carlitos ne gioca 2,9 ogni 100 tiri, quasi il doppio di Novak Djokovic [1,7%] e più del doppio di Jannik Sinner [1,3%]. Ma c’è molto di più. Ci sono le sue parole.
«I miei tiri preferiti – dice lui – sono il drop shot di dritto, il passante di dritto e il lob girato di schiena, tirando la palla tra le gambe». Lo ha dichiarato l’altro giorno dopo aver battuto Ugo Humbert nei quarti di finale.
“All’età di 21 anni – dice allora El Mundo – Alcaraz potrebbe sembrare il leader di una generazione rivoluzionaria e più fantasiosa, un gruppo di giovani chiamati a recuperare e modernizzare il tennis rispetto alla vecchia scuola. Sbagliato. Non è così. in realtà è praticamente da solo” in questa interpretazione originale.
«Alcaraz riporta il tennis a quello che è, una partita a scacchi, e la cosa rende la vita molto difficile ai suoi rivali. È anche un giocatore molto fisico, come o più degli altri, ma propone cose diverse» dice Carlos Martínez, l’allenatore spagnolo che accompagna la promessa giapponese Taiki Takizawa ai torneo giovanili.
José Perlas, ex allenatore di Juan Carlos Ferrero, testimone di alcuni allenamenti di Alcaraz da adolescente dice che «si capiva tutto fin da bambino, quando passava ore e ore al circolo con un panino in una mano e la racchetta nell’altra. Ai corsi ti insegnano le basi tecniche, la ripetitività del gesto, ma fuori dai corsi devi anche approfondire. Alcaraz si allenava davanti al muro, con i suoi amici, si divertiva a provare cose nuove e sono sicuro che questo suo tennis viene da dentro, viene da lì»
La rivista Tennis si domanda a quale semifinale del Grande Slam 2023 bisogna ripensare, prima di vedere questa nuova edizione di Alcaraz vs Medvedev, se quella giocata a Wimbledon o quella giocata agli US Open. La prima si chiuse con una vittoria schiacciante per Alcaraz, una partita nella quale “il russo sembrava completamente perso nel tentativo di smussare o contrastare il vantaggio di potenza e velocità dello spagnolo”. Nell’altra ci fu un’inversione della tattica di Medvedev e un altro risultato. Nel 2024 si sono incrociati a Indian Wells e ha vinto lo spagnolo.
Medvedev è uno spirito affascinante perché quando gli chiedono cosa deve fare per cambiare le cose e battere Alcaraz, lui risponde: giocare meglio. «Servire meglio. È ancora la cosa più importante sull’erba. Servire degli ace, servire sulla linea. È dura giocare contro Alcaraz perché sai che qualsiasi colpo tu faccia, lui può tirare un vincente subito dopo». La sintesi di Tennis è che dunque abbiamo un tizio che può tirare un colpo vincente da qualsiasi zona del campo contro un altro che può recuperare ogni palla in ogni zona del campo.
DJOKOVIC VS MUSETTI
Il segreto del bionico Djokovic si chiama Jean-Georges Cellier, il fisioterapista francese che ha salvato la sua partecipazione a Wimbledon dopo l’operazione al menisco destro dello scorso 5 giugno. Il professore aveva in tasca un biglietto per andare a Marrakech, dove avrebbe dovuto trascorrere una settimana con due calciatori della Ligue 1 per prendersi cura delle loro ginocchia. Quando è arrivata la telefonata di Djokovic, Cellier li ha mollati, ha disdetto, forse ha trovato una scusa, chi lo sa, ha annullato il viaggio in Marocco e non ha dormito per due notti, perché «trattare Novak Djokovic, uno dei più grandi atleti sulla terra, non è un lavoro che possa essere rifiutato». Il suo nome è stato fatto dai chirurghi della Sports Clinic che lo conoscono bene. C’era in ballo anche un fisioterapista di Dallas. Djokovic ha scelto il suo curriculum: Djbril Cissé, Richard Gasquet, Jimmy Vicaut, Matthieu Jalibert, la squadra indiana di Coppa Davis. «Ho lavorato con tanti grandi atleti, campioni olimpici, ma un uomo con così tanta volontà, non sapevo che esistesse» è la frase che il dottore consegna alla letteratura su Novak.
Intanto Djokovic è preso da nuove ansie e preoccupazioni sul futuro del tennis, non perché la cosa lo riguardi da giocatore, più probabilmente perché incrocia ambizioni da dirigente. In una recente intervista dopo la sua penultima partita a Wimbledon, si è concentrato su due aspetti: la conversione diffusa dei club di tennis in club di padel o pickleball, la ridotta capacità di generare risorse nel mondo dei professionisti, un mondo che occupa la nona o la decima posizione per movimento di denaro e la terza o la quarta per popolarità.
Di queste preoccupazioni si occupa stamattina su El Pais Toni Nadal, lo zio di Rafa, sostenendo che “la fuga dei tennisti verso altri sport con la racchetta è dovuta più a un cambiamento di parametri nella società che dalla ricerca di redditività da parte dei circoli. Perché pratichiamo sport? Fondamentalmente per tre motivi: per svago o divertimento, per la salute e per il nostro bisogno di interazione sociale. Il padel soddisfa rapidamente questi tre requisiti, nel tennis devi invece attraversare un periodo molto lungo di apprendimento per divertirti e allo stesso tempo per prenderti cura della tua salute. Senza alcuna intenzione di sminuire il padel, imparare a giocarlo e divertirsi è più facile e più veloce. Il fatto che le racchette siano più corte e non abbiano le corde, che il campo di gioco sia molto più piccolo, richiede meno capacità di coordinazione e rende il controllo della palla non così complicato”.
Come Nostalgia in Inside Out, zio Toni rimpiange le cose di due minuti prima e dice ohimé ohimé, “quanto sono lontani i tempi in cui ho iniziato a praticare il tennis, quando vedevo uomini di 30 o 40 anni nel nostro club di Manacor venire per diverse settimane a imparare il dritto o il rovescio senza altro scopo che migliorare i tiri prima di iniziare a giocare. Oggi questo è impensabile. Iniziamo un’attività e dobbiamo subito divertirci, soprattutto essere subito in grado di competere”.
Ma zio Toni è un uomo speciale anche perché non si abbandona fra le braccia di Nostalgia, anzi, dice che “vedere i dati dell’ascesa di altri sport dovrebbe essere una ragione sufficiente per essere aperti ad affrontare i cambiamenti. “Anni fa – ricorda – feci alcune proposte. Per esempio accorciare le racchette e ridurre la pressione delle palline. Il gioco diventerebbe più lento e renderebbe più facile l’apprendimento per i nuovi arrivati, inoltre renderebbe più difficile l’esecuzione dei colpi per i professionisti, costretti a cercare strategie per rendere il gioco più vario e divertente”.
Riformarsi. Aggiornarsi. Altrimenti arriva sempre qualche barbaro da qualche parte che ti spazza via. Anche il limitato afflusso di danaro, secondo zio Toni, si deve a un tennis nel quale “sono state mantenute le stesse regole di sempre, senza tener conto delle dimensioni molto diverse dei tennisti attuali o dell’immenso miglioramento dei materiali utilizzati. L’esecuzione del gioco è stata modificata a tal punto che il tennis contemporaneo ha poco a che fare con lo spirito con cui è iniziato. Non ignoro i problemi che si trovano ad affrontare i dirigenti dell’ATP, i quali vorrebbero sicuramente da un lato aumentare la varietà e la spettacolarità delle partite, ma dall’altro sanno di scontrarsi con l’interesse di chi è meno disposto ad accettare i cambiamenti. Naturalmente non vogliono turbarli”.