
L’Alcaraz del futuro almeno un pensiero se lo è risparmiato. L’ossessione di Wimbledon non gli appartiene. Wimbledon è lo scherzo più crudele che il tennis moderno abbia fatto a tutti. Il torneo più prestigioso al mondo, quello che tutti i giocatori veramente grandi credono di dover vincere per consolidare la propria grandezza, si tiene sulla superficie più bizzarra e trascurata, l’erba a cui fondamentalmente ci si dedica per un mese dell’anno su dodici. Iga Swiatek comincia a essere assillata dal pensiero che l’erba la respinga. È micidiale sulla terra battuta, su quella del Roland-Garros finanche di più. Viene considerata una sorta di proiezione femminile di Rafa Nadal su quei campi, ma i prati di Londra sono ancora una fortezza inespugnabili, come lo furono sempre per Ivan Lendl, 270 settimane da numero #1 al mondo, per Jim Courier, 43 settimane in testa alla classifica, e per altri tre campionissimi in cima al ranking per almeno 20 settimane: Gustavo Kuerten, Ilie Nastase, Mats Wilander.
Perché tutti vogliono vincere Wimbledon, “anche se il tennis che si gioca qui somiglia solo vagamente al tennis che si gioca il resto dell’anno?”, si è domandato Matthew Futterman su The Athletic. “Certo – prosegue – ogni golfista vuole vincere il Masters, ma ci sono molti grandi giocatori che non ci sono riusciti, giocatori che hanno vinto gli altri Major più importanti, che non passano la notte svegli a tormentarsi o a sentirsi giudicati inferiori perché non hanno quel trofeo nel loro curriculum. A parte Greg Norman. È più un peccato che un fallimento professionale. Inoltre, a parte le azalee, il golf all’Augusta National è golf uguale a quello di qualsiasi altro posto. Nessuno ha mai rinunciato a giocare a golf per otto settimane prima del Masters per prepararsi specificamente allo stile richiesto dall’Augusta, come invece fanno alcuni giocatori di tennis che saltano la stagione sulla terra battuta per concentrarsi sul tentativo di vincere a Wimbledon”.
Brad Gilbert vive questa stessa ossessione da coach. Non ha mai visto uno dei suoi giocatori vincere Wimbledon dal box degli allenatori. Quando Cori Gauff gli ha chiesto l’estate scorsa di allenarla, le ha detto di sì pensando che avrebbe avuto un’altra chance di farcela, lasciando il lavoro di commentatore per ESPN. Come ha fatto questo bizzarro torneo sui prati a conquistarsi tanta considerazione? Nel suo libro di memorie del 1971, The Education of a Tennis Player, Rod Laver dice che “un attore a Broadway, un cantante alla Scala, un ballerino del Bolshoi capiscono cosa prova un tennista a Wimbledon. Il mio amore per il tennis è profondo, ma quando arriverà il momento in cui non potrò più giocare sul campo centrale di Wimbledon, qualcosa di fondamentale sarà stato sottratto a questo amore”.
Cliff Drysdale, ex giocatore, avanza un’ipotesi. La sua considerazione è un retaggio dell’epoca in cui il tennis era ancora diviso tra professionisti e dilettanti. Prima che esistesse un computer che classificasse i giocatori, la maggior parte dei direttori di tornei in tutto il mondo si riuniva a Wimbledon per capire chi invitare. Cercavano giocatori attraenti per vendere biglietti nel New Jersey come a Basilea. Non succedeva negli altri tornei dello Slam. L’Australia era troppo lontana, gli US Open si tenevano in club che Drysdale giudica mediocre [il West Side Tennis Club], il Roland-Garros era l’eccezione che si teneva sulla terra battuta. Così Wimbledon diventò il luogo in cui se giocavi bene e facevi colpo su una manciata di manager, questi si offrivano di coprirti di soldi. Inoltre l’All-England Club era il solo che mandava una Bentley in albergo a prendere i giocatori e ti faceva trovare i massaggiatori negli spogliatoi. Tutto sarebbe iniziato così. Ora bisogna spiegarlo a Lendl.