
Quando tutto il mondo ha saputo, notifica più notifica meno, Jannik Sinner era avanti 6-2 6-4 3-3 nel suo quarto di finale al Roland-Garros contro il bulgaro Dimitrov. Novak Djokovic aveva deciso che basta così, due partite consecutive al quinto set sulla terra di Parigi potevano bastargli. Si è ritirato, ha mandato Ruud in semifinale e Sinner al numero 1 della classifica mondiale, sarà nero su bianco da lunedì.
Quasi come se avesse sentito arrivare tutto il peso dell’evento, il primo italiano lassù dove sono passati statunitensi e sudamericani, ragazzi dell’Est e ragazzi del Nord, mai un africano, mai un asiatico, Sinner ha finito per giocare un drittaccio, l’ha sparato in cielo, poi è andato a pulire la riga di fondo campo con la suola della scarpa, perché questo si fa nel tennis, si ripulisce la mente dai cattivi pensieri di un errore, e si va avanti. Il portale spagnolo Punto de Break ha fatto subito due conti e scrive che chiudere l’anno al primo posto dipende solo da lui. Deve difendere meno punti di Alcaraz e di Djokovic.
Una cosa mai successa aveva bisogno di una citazione, di un richiamo, di un omaggio alla storia, a chi non ce l’ha fatta prima. Così è successo che nel momento in cui i calcoli del computer si sono spalmati sulla verità del campo, Jannik Sinner aveva addosso una maglietta rossa, come la famosa maglietta rossa indossata per un set da Panatta e Bertolucci in Cile, nella finale di Coppa Davis del 76, il picco toccato dal tennis italiano nell’età pre-Sinner.

Gaia Piccardi sul Corriere della sera ha scritto che il primato è arrivato in un modo balordo, non proprio il migliore, ma è qua. Ed è anche il motivo per il quale Jannik ci teneva a non saltare Parigi “anche senza match in corpo, con un’anca sotto osservazione. Conquistare il primato sudando, e non fermo ai box, corrisponde all’idea di mondo di Jannik Sinner. No fatica, no party”.
Sinner è arrivato dove nessun altro italiano si era spinto, “dove fallirono tutti gli altri italiani – scrive Piccardi – senza scomodare Nick Pietrangeli, cui a quasi 91 anni va riconosciuta una primogenitura inscalfibile (però anacronistica): Jannik è il prodotto più completo e all around che la scuola italiana (prima quella di confine sudtirolese e poi, lo ribadiamo, l’Accademia di Piatti a Bordighera) abbia mai prodotto, è un giocatore in grado di vincere su ogni superficie (con una netta preferenza per il veloce indoor, il terreno su cui sono arrivati 6 dei suoi 13 titoli), di capire l’erba (qualità rara per un connazionale) e di imprimere una svolta alla velocità dello scambio, innestato sulla combinazione servizio-dritto che è l’architrave del gioco moderno. Nessuno, oggi, colpisce la palla più forte di Sinner. Rotolare giù dalla montagna verso il mare per aprirsi a nuove esperienze e diventare quel cittadino del mondo che restando aggrappato alla neve non sarebbe mai stato, ha pagato”.
Succede a 22 anni e 9 mesi, il Corriere dello sport-stadio sottolinea che Bjorn Borg, Carlos Moya, Marat Safin, Roger Federer, Rafael Nadal e Carlos Alcaraz sono stati più precoci di lui tra i tennisti del vecchio continente.
Il giocatore
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| Paolo Bertolucci sulla Gazzetta dello sport ricorda che “tra le varie superfici che compongono il variegato tour mondiale, il rosso è probabilmente il meno consono alle sue caratteristiche tecniche e può darsi che anche il fisico non sia ancora pronto a sostenere gli scambi che inevitabilmente risultano più lunghi. Così come è vero che i suoi colpi ficcanti e il suo pressing da dietro trovano nella morbidezza del campo un nemico che ne frena la velocità e rende meno efficace l’azione incalzante e insistente effettuata con i colpi di rimbalzo”.
Ma il Sinner primavera-estate 2024 è la continuazione del Sinner autunno-inverno 2023, un giocatore perciò distante dal Sinner primavera-estate 2023, e così via. “Oggi – prosegue Bertolucci – è un giocatore di tutt’altra caratura, sicuro nei colpi, dotato di forte personalità, costante nel rendimento, più carismatico, più forte fisicamente e con un bagaglio tecnico ampliato a dismisura. In pratica un altro tennista dotato di un biglietto da visita decisamente importante. Molti si soffermano sul gioco esteriore senza prestare attenzione alle abilità interiori, senza le quali non è possibile crescere come atleta. Si dimentica facilmente che il tennis è uno sport di “situazione” nel quale cambiano di continuo i parametri. Variano la velocità, la traiettoria, la profondità e la rotazione della palla. Cambia l’avversario, divergono le condizioni ambientali e geo-climatiche, il tipo di palla, l’orario di gioco e la cucina. Una qualità fondamentale che un tennista deve possedere è una grande capacità di adattamento e in questo Jannik è un maestro”
| Adriano Panatta sul Corriere della sera firma un intervento nel quale parla dell’ineluttabilità del numero 1 di Sinner ma anche di tutto quel che c’è dietro, e certe volte non vediamo. “Tirare forte sulle righe, a tennis si vince così. Jannik Sinner lo sa fare meglio di tutti in questo momento. Ed è per questo che è diventato numero uno. È il più forte. Vi sono altri modi per dirlo?”. No, forse non ce ne sono, e A-driaano ricorda di quando “il primo ad annunciarmi la lieta novella fu un ex tennista che sapeva giocare bene, Andreas Fink. «Lassù, sulle montagne c’è un ragazzino talmente forte che potrà diventare il nuovo numero uno». Mi parlava di un bimbo e non potei risparmiarmi una battuta… «Ci arriverà sciando?». Ci ho ripensato in questi giorni, la battuta ci stava, ma Andreas aveva visto giusto. Eppure, non c’è predestinazione nella nuova conquista di Sinner. C’è lavoro, attenzione, preparazione, certo anche sacrificio. Djokovic a parte, se mai tornerà competitivo come un tempo, gli avversari di lungo termine si restringono ad Alcaraz, forse a Zverev. Poi ci saranno quelli di giornata e a breve si presenteranno quelli del futuro. Ma al momento non c’è chi possa batterlo”
Il fenomeno
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Da passione per pochi a fenomeno di massa, questo è Jannik Sinner, dice Marco Imarisio sul Corriere della sera: “Abbiamo sempre saputo che stava arrivando, e che sarebbe rimasto a lungo. Il Mosè del nostro tennis è lui. L’ex ragazzo di Sesto Pusteria è la profezia che si autoavvera”. È una specie di dono, o di risarcimento – pare di capire – secondo Imarisio. Un risarcimento per “quelli che ancora non gli è passata per il fallo di piede chiamato a Potito Starace sul match point contro Marat Safin, esattamente 20 anni fa, qui a Parigi. Quelli che soffrirono al Forum quando Andrea Gaudenzi ci lasciò un tendine del braccio contro Magnus Norman, e noi perdemmo l’ultimo treno per vincere una Coppa Davis. Quelli che ancora ricordano il 1992 e Maceio, la Corea del nostro tennis, Stefano Pescosolido divorato dai crampi e la retrocessione dell’Italia in serie C”.
Anche Gabriele Romagnoli su Repubblica ritorna su quella storia della predestinazione. Considera che “prima o poi doveva succedere: basta vivere abbastanza e vedi vincere un altro mondiale di calcio, uno scudetto al Napoli senza Maradona, un’elezione al partito che non c’era, a quello che non passava sotto l’arco, forse perfino a quell’altro, comunque si chiami per non farsi riconoscere. E così doveva arrivare un’altra estate del ’76, quella di Adriano Panatta, ma un po’ più lunga; un’altra Davis, ma senza polemiche. Eppure quattro anni e mezzo fa era impensabile il primo tennista italiano che li mette in fila tutti e, pur con estrema gentilezza, non ne fa passare uno. Anche soltanto l’anno scorso, a Parigi, non l’avremmo immaginato”.
Quattro anni e mezzo fa, dice, perché è l’arco di tempo scelto per raccontare la parabola di Sinner, il cui inizio coincide con il successo alle finali di NextGen. “Jannik – continua Romagnoli – era devastante all’esordio, ma è un altro tennista adesso. Sarà anche vero che il capolavoro è già nel marmo, ma a volte bisogna immaginarlo differente e intervenire sulla testa prima che sul braccio, convincendosi che la sola cosa sbagliata è non provare. Quando nella melodia del gioco sono entrate le variazioni, la musica è cambiata definitivamente e il cammino è apparso segnato. Una sola avvertenza: evitare di mangiarlo vivo, di pretenderne un pezzo ciascuno, di mettergli un marchio per centimetro, di sciuparlo nel troppo commercio, con troppe parole, fino a farne una stucchevole onnipresenza”.
Ma questo, purtroppo, è successo già. Ce lo ricorda pure Stefano Semeraro su La Stampa, dove dice che Sinner ha “iniziato ad allagare le case all’ora di cena – il famoso prime time – con spot in cui pubblicizza tutto, dalle creme alla banda larga, dalle banche alle griffe del lusso. Perché Sinner è, soprattutto, credibile”. In questi quattro anni e mezzo ha messo “più muscoli, più centimetri, più chili, la stessa determinazione. Il «brand» Sinner: capelli rossi, berrettino, una capacità quasi aliena di imparare sempre e crescere ancora, fregandosene delle critiche, usando le sconfitte come pertiche per salire di livello. Ha qualità poco «italiane», che però condivide con tanti campioni molto italiani: ciclisti, canottieri, fondisti, marciatori, lottatori. Gente che sa estrarre miracoli e medaglie dalla fatica, dal lavoro quotidiano”.
BINOCOLI
Visto dalla Francia
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Da lontano a volte le cose si vedono meglio. L’Équipe dedica la sua prima pagina di oggi non al numero #1 di Sinner la al ginocchio di Djokovic che è imploso, alla possibilità che debba operarsi, all’ipotesi insomma che si stia facendo da parte, forse in maniera definitiva. Quanto a Sinner, Clémentine Blondet e Quentin Moynet raccontano che per una ventina di minuti Sinner ha risposto alle domande dei giornalisti italiani “senza euforia e con serietà. Credibile quando ha assicurato che la cosa più importante per lui il 4 giugno era arrivare in semifinale al Roland-Garros, dove sta cercando di domare la terra, che non è la sua superficie preferita, un anno dopo l’ingloriosa sconfitta al secondo turno contro Daniel Altmaier, quando in preda alla rabbia, l’italiano arrivò al punto di rompere la racchetta”.
L’Équipe scrive stamattina che Sinner è stato “a lungo incompreso nel suo paese, non tutto è andato così liscio, il prodigio è stato criticato per una certa empasse con la nazionale italiana, e perché fu mal digerito il fatto che Carlos Alcaraz avesse vinto prima di lui uno Slam, prima di lui numero 1 del mondo. Ai giornalisti che avrebbero voluto una battuta finale per i titoli dei giornali del giorno dopo, Jannik Sinner aveva solo la sua semplicità da offrire. Ha detto che è molto importante rimanere quello che è. Che un successo non dovrebbe mai cambiare la persona. Terminata la conferenza stampa, il presidente della federazione italiana è venuto a prenderlo tra le braccia come un Messia. Educatamente, Sinner ha risposto all’abbraccio e si è messo la felpa prima di andarsene”
[Nel pezzo di Imarisio sul Corriere c’è un bel ricordo nel finale per Roberto Perrone, firma di tennis del Corriere della sera. Non c’è più dal gennaio del 2023. “Avrebbe acceso uno dei suoi sigari. E forse, si sarebbe pure commosso. Come abbiamo fatto noi”]
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