Viene da chiedersi: noi chi siamo. Arrigo Sacchi non deve certo ripeterci qual è la sua visione del calcio. Ancora solo ieri mattina sulla Gazzetta dello sport rilanciava il suo lessico quotidiano per sottolineare che la caduta del Napoli attuale si spiega in un modo solo: la separazione da Luciano Spalletti, “uno stratega”, e l’arrivo di un sostituto che stratega non è. Nel suo dizionario: “un tattico”. Viene da chiedersi: noi chi siamo. Che cosa significa oggi: scuola tecnica italiana. Sempre che significhi qualcosa. Sempre che le scuole tecniche nazionali esistano e resistano, dentro questa gigantesca mescolanza, questa trasmissione di competenze e scambio di saperi. Il Corriere dello Sport-Stadio dedica stamattina con Giorgio Marota due pagine ai quattro cittì italiani su undici già qualificati per gli Europei: Vincenzo Montella sulla panchina della Turchia, Domenico Tedesco sulla panchina del Belgio [ma ha cittadinanza tedesca e da Cosenza è andato via a 2 anni], Marco Rossi sulla panchina dell’Ungheria, Domenico Calzona su quella della Slovacchia. Scrive Marota che “esportiamo grandi cervelli tattici, esperti navigatori nel mare mosso del calcio e anche giovani ricercatori che sperimentano lungo la Via della Seta, lì dove il tempo sembra scorrere più lentamente e un allenatore può costruire un progetto senza l’assillo del risultato. Valgano come esempio la vita e le opere di Vincenzo Annese da Molfetta, ritiratosi dai campi a 22 anni per cominciare la gavetta nella Serie B lettone: oggi allena la nazionale del Nepal. Vale la pena ricordare che la nostra scuola tecnica non è mai stata così tanto di moda. Il made in Italy, insomma, fa breccia e porta risultati. Soprattutto perché non esistono solamente i ct giramondo, ma anche altri 30 tecnici nei vari campionati. In Inghilterra abbiamo due re: Maresca, in testa alla Championship con il Leicester, e De Zerbi che continua a far parlare di sé e del Brighton in tutta Europa. In Francia c’è già la Farioli-mania (gli fanno compagnia Grosso e Gattuso)”.
In realtà questo vanto per la scuola tecnica italiana era in voga già una quindicina d’anni fa. Italian Job c’era scritto nei titoli. Ma i protagonisti erano tutti orientati verso il canone: Antonio Conte, Fabio Capello, Carlo Ancelotti. Roberto Mancini al Manchester City era già considerato una difformità. Dentro il carosello chiamato scuola tecnica italiana oggi esistono a tutti gli effetti esempi e sfumature differenti, com’è naturale che sia. Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello Sport-Stadio, ribadisce stamattina tutta la propria fede nella tradizione, quotidianamente testimoniata dalla vicinanza al calcio e alle vicende di José Mourinho e Massimiliano Allegri. Anzi, cogliendo la fatale necessità di Luciano Spalletti nel cercare la qualificazione senza avere ancora avuto il tempo di costruire qualcosa, Zazzaroni lo iscrive stamattina al suo partito. Lo chiama Casa Allegri. Scrive: “A casa Allegri si fa con quel che si ha: quando il materiale tecnico non è il massimo, ci si arrangia, si va poco per il sottile. Quindi, bravo Luciano, ora totalmente ct. Peccato non sapere che “vincere non importa come” è l’inizio della storia del calcio. Da Viani, da Frossi, da Rocco è disceso altro verbo, finché non è apparso Manlio Scopigno a mescolare le carte e a preparare un futuro per Sacchi. E per Spalletti. Eppoi, volgare il calcio? Quando mai. È volgare provare a vincere la partita dando tutto sé stessi senza badare troppo allo spettacolo? Perché, l’ultimo Europeo come l’abbiamo vinto? Mostrando il più bel gioco del Continente? Direi proprio di no”.
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