
Il pullman della Lazio tornava da Napoli e a bordo c’erano degli eroi, eroi di maggio. Avevano vinto al San Paolo, avevano una qualificazione europea in tasca e diecimila tifosi che li aspettavano a Formello. Alle tre di notte Parolo e Marchetti parevano alticci, il mite Pioli che all’epoca li allenava, addirittura faceva selfie scatenati. Tornarono di nuovo, sempre loro, erano gli stessi, sempre da Napoli, alle tre di notte ancora, ma erano diventati «undici indegni» oppure «undici vermi», così c’era scritto sui muri tre mesi dopo, non era passata una vita, era solo arrivato settembre e aveva portato cinque gol, stavolta subiti. Pioli aveva smesso con l’autoscatto e mormorava che «dobbiamo guardarci negli occhi».
Così vanno le cose, sono queste le montagne russe del calcio, certe altre volte montagne romane. Otto anni fa, Rudi Garcia le stava conoscendo più o meno in modo simile dall’altra parte della città. La Roma era passata dalla gogna di aprile [«Capricci da innamorati» minimizzò lui] alla venerazione del 25 maggio, il giorno del derby vinto e delle magliette nuove di Totti capitano. “Game over” dicevano, ma in fondo era falso, perché il gioco a Roma non finisce mai. Non esiste un tempo giusto per fermarsi e respirare. Non è previsto nel mestiere dell’allenatore. Stai sospeso tra una vertigine e un vuoto d’aria. Una volta stai su un Mou-rale in Vespa a Testaccio e un’altra volta sei il male della Roma, stai con le braccia su e poi stai con la testa in giù, come su Altair, il roller coaster di Cinecittà World, area Spaceland, dove il treno viene tirato su una rampa fino a trentatré metri di altezza per essere mollato verso il basso, in discesa, alla velocità di 90 km all’ora. È un’esperienza che ha una sceneggiatura: sei stato scelto per far parte dell’equipaggio di Altair CCW-0204, la prima navicella che torna sul pianeta, quattromila anni dopo che l’umanità se n’è allontanata. Una grande avventura, ma vuoi mettere cos’è sedere su una di queste panchine.
È un mestiere usurante. La letteratura è vasta. Negli ultimi venticinque anni Trigoria ha cambiato diciassette volte allenatore, alla Lazio ne sono fatti bastare tredici. I sindaci in città, per dire, sono stati nel frattempo sei. Gli unici a resistere per cinque campionati di fila sono stati Fabio Capello da una parte e Simone Inzaghi dall’altra. Non senza tormenti. «I tifosi della Roma prima ti esaltano e poi ti gettano nella polvere», disse una volta don Fabio, una delle frasi chiave in cui racchiude la sua esperienza. L’altra: «Uscivo da Trigoria, mi mettevo in macchina e sentivo alla radio quel che avevo appena detto dentro lo spogliatoio».
Tor Kristan Karlsen, il norvegese che è stato direttore generale del Monaco, un giorno riferì invece un giudizio di Claudio Ranieri: «Allenare la Roma è il mestiere più difficile al mondo. Le pressioni, che già sono esagerate, qui raggiungono l’eccesso». Anche Luciano Spalletti sosteneva che «lavorare qui è cosa assai difficile», mentre Carlo Mazzone si diceva convinto che «serve esperienza». Nella sua autobiografia c’è scritto: «Il primo anno pensai che sarebbe stato anche l’ultimo. In altre città c’è più pazienza, a Roma si vuole tutto e subito».
Per allenare a Roma devi saper fare il surf tra euforia, cinismo e sarcasmo, fra la depressione e il rancore, il disincanto. Una scena è solo un fondale. Al prossimo calcio d’angolo cambia. Contro o a favore. Questo, di sé, Roma lo sa, lo sa bene, al punto da teorizzare per le proprie panchine la necessità di una presenza aliena. Solo con gli alieni è uscita dai ranghi, solo con comandanti bravi a restare gelidi e distanti. Così hanno vinto e hanno vissuto Capello ed Eriksson, i comandanti degli ultimi due scudetti, così sono andati in testa Liedholm e Maestrelli, ai loro tempi. Qui l’integrazione diventa presto un atto di accusa. Se per caso l’alieno si lascia abbracciare e abbraccia, il metabolismo di Roma lo rigetta. Essa stessa lo rimprovera, gli dice che «si è romanizzato», ed è curioso l’ambientamento come una colpa. Roma è città che sa mettersi sotto accusa da sola come poche altre. Davanti a dei colleghi, in un circolo toscano, perfino una maschera di autocontrollo come Andreazzoli un giorno si sfogò: «Roma sarà sempre una città difficile – disse – se sette radio parlano continuamente di tutto, anche del superfluo». Pure lui.
Non esistono stadi intermedi: Roma non brucia, Roma carbonizza. Rudi Völler aveva guidato la Germania per quattro anni, portandola alla finale di un Mondiale. Eppure, ventisette giorni da allenatore della squadra per cui a suo tempo aveva segnato quasi settanta gol, lui che era stato il «tedesco vola, sotto la curva vola, la curva s’innamora» – ventisette giorni bastarono per decidere di andarsene [“La squadra non lo segue” spiegarono i giornali], addirittura per decidere che non era quello il suo mestiere. I due Bianchi, Ottavio e Carlos, con tutto il carico di gloria che portavano ne sono usciti stropicciati. Lo stesso generalissimo Capello scelse la ritirata veloce, mentre Luis Enrique almeno salutò prima di andare, ma non ne aveva quasi la forza. «Sono molto stanco, so che non mi basterà l’estate per riposare: devo recuperare». Arrigo Sacchi lo aveva avvisato. «Benvenuto all’inferno» gli aveva detto in Trentino, in ritiro.
La sponda laziale è un mare aperto altrettanto mosso. «L’ambiente di Roma non è facile». La firma è di Petkovic, altro signore sereno e alla fine rimosso. Anche qui le vittorie travolgono, un tuffo in una fontana al Gianicolo, una Coppa alzata in faccia. I derby tutto l’anno prosciugano. Nel giorno del primo storico scudetto, bagnato di una felicità inedita e irripetibile, Tommaso Maestrelli disse: «Sento una gioia che mi schiaccia». Si vive come immersi dentro la consapevolezza che “dura solo un attimo, la gloria”, secondo il titolo scelto da Dino Zoff per la propria autobiografia scritta con Marco Mensurati: “I primi tempi a Roma – c’è scritto – non furono facili. Mi mancava Torino e non riuscivo a trovare nemmeno lo stesso feeling che avevo trovato con Napoli, forse perché ero più vecchio o forse perché Roma è meno esotica, meno sincera. Una città caotica, con l’orizzonte e il cielo sempre in vista, senza pudore. Quando giungemmo a Roma, io, mia moglie Anna e Marco fummo travolti da una sorta di panico. Ci sentivamo sperduti. Ricordo distintamente di aver pensato: Noi qui non ci restiamo”.
Eppure dentro la narrazione dell’ambiente impossibile, c’è un conto che non torna. Se davvero così fosse, com’è che sono in tanti a non veder l’ora di tornare? Allenatori che dalla Roma hanno accettato una seconda occasione sono stati Foni, Liedholm, Zeman. Sulla panchina della Lazio sono tornati Lorenzo, lo stesso Zoff, Reja. C’è chi ha attraversato la linea di confine tra la terra giallo-rossa e quella bianco-celeste, accettando di bere prima di qua e poi di là una doppia razione di veleno [Lorenzo, Zeman, Eriksson]. Dev’essere perché su quella panchina, lo scrive di nuovo Mazzone, «c’era un attimo in cui avevo la sensazione di perdere i sensi, di svenire per l’ebbrezza, tanto era forte e travolgente l’emozione che scuoteva la pelle, il cuore e la testa».
Durante le vacanze ho avuto la più grande, la più importante e la più pazza offerta di lavoro che un allenatore ha mai avuto nella storia del calcio e l’ho rifiutata per la parola che avevo dato ai miei giocatori, ai miei tifosi e al mio proprietario. Oggi, tre mesi dopo, sembra che io sia il problema e non lo accetto | José Mourinho
Ora è il turno di José Mourinho e di Maurizio Sarri. La Gazzetta la chiama la maledizione del terzo anno. Ha perso la fede anche Giancarlo Dotto, dice che Mourinho è triste, senza idee, non seduce più. “Eclissi totale. Mou dove sei? Dietro quale gelida luna? Sei ancora qui tra noi o hai lasciato di te solo l’involucro? Sai ancora come si sorride? Non c’è luce nel tuo sguardo. Non c’è felicità nelle tue parole. Non c’è gioco nel tuo calcio. Non c’è presente nella tua Roma e qualcuno comincia a dubitare che ci sarà un avvenire. Gli chiedono della crisi nera e replica piccatissimo: «Quante volte la Roma ha giocato due finali consecutive?». Come dire quella delle finali è la Roma di Mourinho, questa che perde con chiunque è figlia di nessuno. Questo Mou torvo e sprezzante di chi o di cosa è figlio? Credere che la causa di tanto malessere sia il (fin qui) mancato rinnovo di contratto sarebbe rimpicciolirlo a livello dei lillipuziani di Swift. Non se lo merita. Gli americani hanno tutto il diritto di ragionarci su”.
A Riccardo Signori, da Milano per il Giornale, pare di vedere che “a Roma si è infiacchito, non ha più il guizzo dialettico che conquista. Il popolo mugugna, già si parla di un avvicendamento durante la sosta di ottobre. C’è chi vorrebbe Conte, scelta di pancia anziché di testa: Conte, con una squadra così, forse nemmeno si mette”.
Piero Torri per Repubblica Roma ha scritto: “Definirla crisi è addirittura riduttivo. Fin qui è stata una Caporetto”. Ha una soluzione: “Tornare a giocare male per scelta (tanto cambia poco), provare per paradosso a lasciare il pallone agli avversari e vedere l’effetto che fa. Si provi allora a recuperare perlomeno la dignità che, fin qui, è stata fin troppo calpestata”.
È il terreno fertile per gli pseudonimi e i nom de plume. Jack O’Malley sul Foglio Sportivo ha definito Mourinho “una delle più grandi truffe emozional-mediatiche degli ultimi decenni”, mentre sul Riformista l’autore che si firma Giordano Bruno, quello della statua a Campo de’ Fiori, non il centravanti, parla di mito sbiadito nel posto sbagliato.
“Tutti i tifosi della Magica sanno perché vedono con i loro occhi innamorati. Un cambio farebbe bene. Il mondo va avanti. Il calcio anche. Le cose cambiano. I grandi si sentono appagati e rendono meno, perdono quella carica necessaria a compiere grandi imprese anche aldilà dei bagagli tecnici delle squadre che guidano, soffrono l’avvento di colleghi che innovano. Insomma, è la vita, e persino Mourinho non sfugge alle sue leggi”.
Sandro Iacometti su Libero ha ricordato lo stadio che con lui è tornato a riempirsi di tifosi, “così come i cuori di attese e aspettative. Giovedì sono arrivate le prime contestazioni da due anni a questa parte. Una crepa, che non prelude necessariamente ad una rottura. D’altra parte due finali europee e una coppa non sono roba da poco per una squadra da zero tituli. Insomma, ti vogliamo ancora bene Josè. Però un po’ hai iniziato a rompere”.
Rimane a difenderne il lustro il Corriere dello Sport-Stadio. Il suo direttore Ivan Zazzaroni stamattina scrive: “Questa Roma è stata costruita senza soldi, con troppi blocchi Uefa e molti rischi, alcuni evitabili. Ho sentito e letto che Mourinho sarebbe bollito. Tre mesi fa, a Budapest, non lo era per nessuno. Cosa si sarà mangiato in questi tre mesi? Delle francesinhas crude? La Roma ha i limiti di motore e velocità che conosciamo e, se non fosse arrivato Lukaku, sarebbe stata da sesto, settimo posto. Ma la Roma di Mancini, Cristante, Spinazzola e Pellegrini fino a poco tempo fa faceva la guerra, mentre oggi sembra sfibrata. La colpa è anche di Mourinho che per settimane ha provato una profonda insoddisfazione e sfiducia, trasmettendole involontariamente a un gruppo fin troppo sensibile ai suoi umori. Ieri ho ritrovato il Mourinho prima versione e sono convinto di poter rivedere anche la sua Roma. L’avvelenata dedicata a Mou sembra più un agguato che una critica”.
Stasera arriva il campo. Certe volte condanna, certe altre resuscita. Arriva il Frosinone di Eusebio Di Francesco, allenatore di una Roma in una notte di pizze fredde e di calzoni, di rimonte e di Coppa dei Campioni contro il Barcellona, lui che l’ha portata in semifinale di Champions contro il Liverpool. Ma in fondo pure uno dei diciassette passati in venticinque anni.
ore 20.45 in tv su Dazn
Non siamo una grande squadra. Sul mercato ho chiesto A, sono arrivati X e Y | Maurizio Sarri
2-0 Sulle stesse montagne sale e scende Sarri, con due punti in più almeno fino a stasera, ma esposto al sorpasso giallorosso, con un piede sull’aereo che parte per Glasgow e per la partita contro il Celtic, l’altro dentro la zavorra delle quattro sconfitte in sette partite. Un anno fa arrivarono in 16 giornate. La Lazio ha giocato un tempo all’altezza del Milan e nel secondo è stata dominata, pur avendo avuto un paio di occasioni per pensare di trovarsi un passo dal pareggio.
Paolo de Laurentiis sul Corriere dello Sport-Stadio scrive: “Se non si trattasse di Sarri, le sue valutazioni nel dopo-partita sarebbero da considerare estremamente preoccupanti. Il 30 settembre, ovvero dopo appena un mese e mezzo di campionato e sette partite, quattro le sconfitte, un bilancio pesantissimo, l’allenatore della Lazio ha verosimilmente smontato la campagna acquisti e tolto qualche speranza ai tifosi. Ma Sarri è questo, tanto nel bene quanto nel male. Dubitiamo che Lotito abbia preso bene le sue parole, non sono proprio da manuale del perfetto motivatore”.
Alberto Polverosi, ancora sul Corriere dello Sport-Stadio, in parte riconosce certe ragioni tecniche quando dice: “Per giocare alla pari del Milan, la Lazio ha speso quello che non aveva. Impossibile per Marusic contenere Leao, impossibile per Hysaj chiudere su Pulisic, sono categorie differenti. C’è una ricchezza nella squadra di Pioli che in questa partita è stata fin troppo evidente. È una squadra che è arrivata seconda nell’ultimo campionato, ora siamo di fronte a una squadra che non si ritrova, non si riconosce. Non è allo sbando, ma cerca di arrangiarsi non di giocare, non di imporsi. E non ce la fa lo stesso”.
Alberto Abbate sul Messaggero dice che “il palleggio e la corsa a perdifiato, senza un bomber che riesca a metterla dentro, sono solo fumo”.
Tony Damascelli sul Giornale parla di “abulia e confusione tattica, sulla quale si dovrebbe fare punto e a capo; dopo sette partite la squadra ha già subìto quattro sconfitte, senza che Sarri venga messo in discussione, non dal popolo laziale che mai lo ha accolto con entusiasmo o da lady Immobile che ha scritto un tweet lamentoso per la panchina riservata al consorte, ma dalla società sul cui stato finanziario si segnala uno strano silenzio nonostante il patrimonio netto sia negativo e questo è un allarme serio per il senatore Lotito”.
* [la parte iniziale è la rielaborazione di un articolo uscito su Repubblica Roma nel 2017]
LA TIGRE Lautaro Martinez
Paolo Tomaselli, Corriere della sera: “Lautaro quanto basta. La ricetta di Simone Inzaghi, per restare a capotavola con il Milan dopo il digiuno imprevisto contro il Sassuolo, è molto semplice: quando Sanchez, alla prima da titolare al posto dell’argentino, dà i primi segnali di cottura, riecco il Toro. La panchina deve avere effetti tonificanti come nemmeno una beauty farm, perché in 26’ Lautaro ne segna addirittura 4 (primo subentrato della storia a riuscirci). È con questo tipo di giocate, rapide e chirurgiche che l’Inter è più a suo agio, rispetto alle azioni contro le difese schierate”
Arrigo Sacchi, la Gazzetta dello sport: “L’Inter pratica il suo calcio, molto differente da quello del Milan o del Napoli, però ha giocatori in grado di risolvere le partite in qualsiasi momento e, inoltre, possiede grandi qualità atletiche e notevole esperienza”.
IL CONIGLIO DAL CILINDRO Quelli che stavano in panchina
Arianna Ravelli, Corriere della sera: “Nel tè caldo dell’intervallo il Milan trova gli additivi per ricominciare con tutto un altro ritmo e un’altra convinzione, cresce con una certa inesorabilità come una marea, soprattutto in velocità e precisione Florenzi decisivo e Okafor goleador sono la dimostrazione che Stefano Pioli ha una padronanza assoluta della sua panchina lunga. Simone Inzaghi, meno propenso a cambiare tanto, ha affrontato comunque la Salernitana con cinque uomini diversi rispetto alla squadra che ha stravinto il derby. Garcia, se non ha ancora conquistato i cuori, sembra però aver trovato una strada: segnano una riserva come Ostigard e tre che entrano dalla panchina”
L’EQUILIBRISTA Il filo su cui cammina Rudi Garcia
Altri quattro gol a Lecce, dopo i quattro all’Udinese. Cosa significa e quanto valgono non si sa, nel solito campionato che diventa un’altalena, nelle settimane in cui si piazza il turno infrasettimanale. Marco Ciriello sul Mattino scrive di Osimhen, entrato all’intervallo e in gol dopo 6 minuti. “È più preoccupato di scalare i cuori dei compagni che di segnare il secondo gol. Dopo tutto il casino fatto, Osimhen, cerca di tornare a casa o comunque di galleggiare fino a dicembre poi arriverà la Coppa d’Africa e sarà quasi casa, quasi amore, altri gol e altre partite. Ma ora, con piccoli movimenti, piccoli gesti sta tornando nei ranghi, sta mettendo a posto le cose, mentre fuori dal campo il giocatore riottoso ha trovato appoggi nella diplomazia nigeriana che ragiona con pensieri da sceneggiatura e non da nomenclatura. Sembra un film di Spike Lee. Errori, scuse, accuse, poi il campo, e nel campo i gesti di Osimhen sembrano una lunga rincorsa per tornare ad essere solo il calciatore portentoso. Forse”.
Alessandro Barbano sul Corriere dello Sport-Stadio considera: “Otto gol in due gare e ti cambia l’umore. Non la vita. Perché la vita può cambiare solo martedì sera, quando arriva al Maradona il Real Madrid di Carlo Ancelotti. Quando il Napoli misurerà tre cose: quanto ha perso, se ha perso, la difesa nello scambio strutturale tra Kim e Natan e in quello congiunturale tra Rrahmani e Ostigard; come sta fisicamente e mentalmente Osimhen rispetto al suo potenziale; se i rincalzi Lindstrom e Cajuste sono adeguati a una squadra chiamata a lottare e a vincere in Italia e in Europa. Trattenere il fiato fino a martedì è anche l’occasione di tenere la bocca chiusa alle polemiche”.
0-4